sabato 16 settembre 2017

Api e miele nell'antico Egitto

Secondo la leggenda, l'ape, simbolo del Basso Egitto, nacque dalle lacrime di Ra cadute sulla terra. Fin dagli albori della civiltà egizia, l'ape venne addomesticata per la produzione del miele, impiegato come alimento. Nel corso del Medio Regno questo cibo delicato, che durante l'Antico Regno era considerato un privilegio della mensa reale, si diffuse anche tra il popolo. Sebbene sulle pareti delle tombe egizie siano state ritrovate poche rappresentazioni relative all'allevamento delle api, i geroglifici contengono numerosi riferimenti al miele che attestano l'importanza della apicoltura nella vita quotidiana degli antichi egizi. Scene di apicoltura sono presenti su i bassorilievi della tomba di Niuserra, re della V dinastia, e la raccolta del miele viene accuratamente descritta sulle pareti della tomba di Rekhmire, gran visir di Amenhotep II, faraone della XVIII dinastia. Considerato un cibo di lusso, il miele, che sostituiva lo zucchero, sconosciuto agli egizi, rappresentava uno degli alimenti preferiti dei faraoni delle dinastie più antiche, prima che il suo uso si diffondesse durante il Medio Regno. Molti dignitari possedevano numerose arnie nel proprio giardino e avevano al loro servizio apicoltori qualificati. Benché il miele non compaia mai nella lista degli alimenti tradizionali, gli scavi hanno consentito di scoprire documenti in cui venivano registrati le quantità di miele consegnati mensilmente ai funzionari. Oltre a costituire un ingrediente basilare nella preparazione di molti dolciumi, il miele veniva impiegato in numerose preparazioni medicinali, nell'elaborazione di cosmetici, maschere emollienti per la pelle, creme e unguenti, oltre che nelle cerimonie religiose. Infatti, associato al latte, simbolo lunare, il miele, simbolo solare, era un cibo sacro ritenuto fonte di energia divina.

Un esercito alla ricerca del miele selvatico
Nei giardini in cui venivano allevate delle api, le arnie erano costituite da giare cilindriche di terracotta disposte orizzontalmente le une sulle altre, in modo da formare un apiario. Nelle giare venivano collocati i favi in cui le api producevano il miele. In autunno gli apicoltori raccoglievano la preziosa sostanza. Prima di procedere alla raccolta, affumicavano le giare e bruciavano della paglia per intorpidire le api ed evitare di essere punti. Quindi, ritiravano il prezioso liquido che separavano dalla cera mediante pressatura e poi lo trapassavano in grandi anfore sferiche. Una volta riempiti, questi recipienti venivano sigillati ermeticamente. Poteva anche capitare che i faraoni incaricassero qualcuno di cercare nel deserto il miele selvatico, considerato migliore rispetto a quello prodotto nei giardini. Si trattava di vere proprie spedizioni, affidate a professionisti, i cacciatori di miele. Questi uomini, che conoscevano i luoghi più favorevoli, si facevano accompagnare da una scorta di arcieri, poiché, allontanandosi dalla Valle del Nilo, si esponevano a gravi pericoli. Non si conoscono i vari tipi di miele che gli egizi erano soliti produrre, ma si suppone che il miele d'acacia fosse una delle varietà più apprezzate.

Sacerdoti chiamati "api"
Il faraone re dell'Alto e del Basso Egitto era soprannominato "principe ape" poiché l'ape, simbolo solare, rappresentava il principio della regalità. Insieme alla canna, simbolo dell'Alto Egitto, costituiva il quarto nome del faraone. All'interno del tempio il grande sacerdote, che entrava da solo nel "Sancta Sanctorum" (naos), accendeva una candela di cera d'api per illuminare il volto invisibile del dio. Anche i sacerdoti erano soprannominati "le api", in quanto manifestazioni terrene di Ra.

Il miele e la medicina 
I medici utilizzavano numerosi rimedi per curare i loro pazienti. Spesso impiegavano dei composti le cui formule erano alquanto complesse. Tuttavia, l'efficacia dei rimedi dipendeva soprattutto da alcuni ingredienti di base, tra cui il miele. Così, per esempio, per "bloccare la fuoriuscita di sangue da una ferita" era necessario assumere una dose di cera d'api, una di miele, una di grano cotto, una di grasso e infine una di datteri. Erano dunque note le virtù antibatteriche del miele e il fatto che favorisse la cauterizzazione delle piaghe. Il miele era anche considerato un eccellente calmante e un sonnifero naturale, un blando lassativo e un ottimo corroborante (infatti protegge la flora intestinale, accelera il recupero dell'energia dopo uno sforzo e favorisce la crescita contribuendo a fissare il magnesio e il calcio nell'organismo).

martedì 15 agosto 2017

L'Egitto e Creta

La presenza di oggetti egizi a Creta e di manufatti cretesi in Egitto testimonia la relazione intercorsa tra i due Paesi. Tale relazione si incrementò ulteriormente durante il Secondo Periodo Intermedio e nel Nuovo Regno. 


I contatti tra Creta e l'Egitto risalgono all'ultimo periodo del Predinastico (fine del V millennio - 3200 a.C.), come testimonia il ritrovamento a Creta di alcuni vasi egizi in pietra. Successivamente, i contatti divennero sempre più frequenti; appare tuttavia difficile provare che le relazioni tra i due Paesi furono dirette. Taluni studiosi, infatti, ritengono che i prodotti giungessero in Egitto o a Creta passando per il poro fenicio di Biblo (Libano) o di Ugarit (Siria). Altri, invece, sostengono che Cretesi ed Egizi ebbero scambi commerciali diretti; c'è, poi, anche chi afferma che esistessero colonie cretesi in alcune città egizie, così come colonie egizie a Creta. Tuttavia, la presenza di Cretesi in Egitto trova maggior conferma nel ritrovamento di alcuni affreschi di stile minoico tra i resti del palazzo degli hyksos ad Avaris. L'influenza egizia nell'arte minoica è dovuta, con molta probabilità, ai Cretesi, i quali, una volta visitato l'Egitto, ne imitarono i motivi decorativi. 
Possiamo ravvisare indizi dei contatti tra Egitto e Creta già a partire dalla fine del Neolitico cretese, quando sull'isola furono introdotti la lavorazione al tornio e la tecnica della filatura. I contatti si intensificarono durante il Medio Regno (2040 - 1786 a.C.). L'Egitto importava dai Paesi vicini l'argento, metallo scarsamente presente nel suo territorio. Talvolta, l'argento arrivava in Egitto già lavorato, come nel caso del tesoro di Tod, un deposito del tempio di Montu della XII dinastia (1991 - 1786 a.C.), del quale fa parte un vaso d'argento di manifattura egea. La ceramica minoica veniva imitata a Kahun, sebbene giungesse fino ad Abido. A Creta era nota anche la ceramica egizia. Anche se i contatti diretti risultano improbabili fino a quest'epoca, durante il Secondo Periodo Intermedio (1786 - 1552 a.C.) essi risultarono evidenti. A Creta è stato ritrovato il coperchio di un vaso di alabastro con il cartiglio del faraone hyksos Khyan. Probabilmente una colonia di Cretesi si stabilì nella capitale degli hyksos, Avaris, per realizzare gli affreschi del palazzo, ed è possibile che questa decorazione risulti più antica di quella di Cnosso o Santorino. A partire dal regno di Thutmosi III (1490 - 1436 a.C.), della XVIII dinastia, viene menzionato il tributo cretese, con caraffe di ceramica, alcune delle quali decorate con il motivo dei cavalli al galoppo. Durante il regno di Ramses III (1184 - 1154 a.C.), gli abitanti delle isole dell'Egeo erano chiamati "Popoli che si trovano nel Grande Verde". 

venerdì 14 luglio 2017

Ipazia d'Alessandria

“Ipazia rappresentava il simbolo dell'amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio cominciò quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tentò di soffocare la ragione”.
Margherita Hack


Quante donne nel mondo antico riuscirono a distinguersi dalla massa di uomini che con la loro virilità soffocavano la femminilità bollandola come una mancanza? Soprattutto, quante donne riuscirono a farlo nel mondo greco-romano? La risposta a queste domande è semplicemente una: poche. Tuttavia una soltanto si erge sopra le altre per intelletto, dedizione allo scopo scientifico e coerenza di valori: Ipazia.
La scienziata nacque ad Alessandria d’Egitto attorno alla metà del IV secolo, in un periodo della storia in cui era quasi impossibile per una donna essere considerata di più di una macchina per figli. L’epoca in cui visse la nostra filosofa fu un’era di cambiamenti e sconvolgimenti. In particolar modo si andava diffondendo la fede cristiana, che difatti metteva fine sia all'era antica sia a quell'ideale di magnificenza del mondo classico, distruggendo definitivamente ogni libertà di pensiero per i successivi diciassette secoli.
Ipazia fu sempre tenuta in grande considerazione, tutti i potenti che si recavano ad Alessandria richiedevano il suo consiglio e l’ascoltavano nelle faccende più delicate. Per questo motivo, e soprattutto perché l’epoca in cui viveva era ormai segnata dal cristianesimo (l’imperatore Teodosio aveva imposto il cristianesimo come religione di stato), il vescovo Cirillo iniziò a considerarla pericolosa.
Iniziamo però col dire che la sua figura ha ispirato in tutta la storia pittori e poeti, e recentemente anche il regista Almodóvar, che le ha dedicato un film dal titolo Agorà. A dispetto di tutto la chiesa cattolica continua però con l’insulto alla sua memoria. Infatti pochi anni fa il papa emerito Benedetto XVI  dichiarò:
“Di Gesù Cristo, verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone”.
Quest’affermazione ha dell’incredibile a mio avviso, poiché non solo si esalta un uomo responsabile di migliaia di martiri pagani, ma che è anche il mandante dell’assassinio di Ipazia.
Della sua filosofia non ci è rimasto molto, tutto ciò che sappiamo ci viene da un suo allievo, un certo Sinesio, che sosteneva che la filosofa gli avesse insegnato a vivere la filosofia come una fede:
“Sinesio sembra aver sperimentato alla scuola d'Ipazia un'autentica conversione alla filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità. Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia”. 
Per quanto riguarda le scienze sappiamo che dedicò la sua vita alla matematica e all'astronomia, in particolar modo allo studio dei corpi celesti, come aveva fatto suo padre Teone prima di lei. Purtroppo anche in questo caso non sappiamo molto di più, i suoi scritti non ci sono giunti, e quindi, siamo ancora costretti a rifarci al suo discepolo per comprendere come ella avesse contribuito nelle discipline scientifiche. Sinesio ci informa che al tempo della sua maestra si stavano conducendo studi su ipotesi migliori di quella del sistema tolemaico, che prevedeva la terra al centro con tutti gli altri corpi celesti che ruotavano in cerchio sempre alla stessa distanza. 
Tuttavia è provato che Ipazia non solo ha rivoluzionato l’ideale femminile dell’epoca, ma che contribuì allo sviluppo scientifico della scuola di Alessandria, che era una delle più importanti dell’antichità.
Con tutto ciò è normale che un uomo di scarso talento come Cirillo iniziasse a provare invidia verso quella donna, che dimostrava con tanta forza la superiorità del suo intelletto. 
Si narra che un giorno, mentre Cirillo passeggiava per le strade di Alessandria, fu attratto all'improvviso da una folla di persone che sostavano davanti all'entrata di una casa. Quando il vescovo si avvicinò incuriosito domandò a uno dei presenti cosa stesse accadendo. L’uomo di tutta risposta disse che era lì per ascoltare la filosofa Ipazia che stava tenendo lezione proprio in quel momento. Noi tutti possiamo immaginare la reazione di Cirillo, fu completamente divorato dalla rabbia e dall'invidia, come ci informa anche Damascio:
“Si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia”.
Damascio, cit., 79, 24-25
Fatto sta che Cirillo da allora ci perse il sonno, non desiderava altro che uccidere Ipazia e liberarsi finalmente dell’odiata rivale. 

La Morte
Cirillo aveva arruolato dei vecchi compagni di malefatte, degli agitatori che venivano dal monte Nitria, che lui stesso chiamava “barellieri” e che di facciata erano gli infermieri di campo dell’esercito dei Parabolani (una sorta di soldati di Cristo), ma che in concretezza erano i suoi personali mercenari.
Questi criminali si appostarono per strada e la colsero mentre stava tornando a casa, la catturarono, la portarono in una chiesa, la denudarono e poi la trucidarono. Purtroppo non era finita qui, mentre ancora respirava le cavarono gli occhi e la scorticarono con dei gusci di conchiglia. Ormai morta, le strapparono il cuore e bruciarono i suoi resti dopo averla fatta a pezzi, e infine sparsero le ceneri della poetessa per tutta la città. 
“Dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo".
Socrate Scolastico, cit., VII, 15.

lunedì 12 giugno 2017

Gli Hyksos, il popolo invasore

Indebolito da forti disordini interni, nel Secondo Periodo Intermedio l'Egitto subì l'invasione del popolo degli Hyksos. La guerra condotta contro questi temibili nemici dal principe tebano Ahmose portò alla liberazione del paese e preparò il terreno per la nascita del Nuovo Regno.


<<Non so per quale motivo, una punizione divina ci ha colpiti>>: con queste aspre parole lo storico egizio Manetone introduce la storia dell'invasione degli Hyksos. Questo popolo di conquistatori riuscì a occupare l'Egitto nel cosiddetto "Secondo Periodo Intermedio", compreso tra il Medio e il Nuovo Regno. Più precisamente, tra il 1730 e il 1580 a.C. s'imposero due dinastie straniere: la XV, detta dei "Grandi Hyksos", e la XVI, detta dei "Piccoli Hyksos". Le origini di questo popolo straniero non sono state del tutto chiarite. Secondo alcuni storici, si trattava di tribù che, dopo essere state scacciate dall'Anatolia, dalla Mesopotamia e dall'Iran, si erano dirette verso Canaan e, da qui, verso il delta del Nilo. Manetone diede loro la qualifica di "pastori" mal interpretando il termine hyksos, deformazione greca del termine egizio hekau khasu, cioè "principi di paesi stranieri".

Arrivano gli invasori
La penetrazione degli hyksos fu facilitata dalla difficile situazione politica in cui versava l'Egitto: un periodo di rivolte e divisioni interne aveva fiaccato il paese, le cui frontiere erano ormai prive di protezione. A questo fattore si deve aggiungere l'ondata migratoria che interessò l'Asia verso il 1700 a.C., e che amplificò il movimento di stranieri verso l'Egitto. Il continuo afflusso di manodopera asiatica, avviatosi già sotto il regno di Amenemhat III (1850 - 1800 a.C.), modificò gli equilibri demografici del Nord, che era la parte più vulnerabile del paese dei faraoni. Gli Hyksos si erano insediati nel delta già da diverse generazioni quando, approfittando, dell'arrivo di nuovi immigrati dal vicino Oriente, decisero di estendere la loro influenza e di provare a prendere il potere. Il primo attacco degli Hyksos avvenne tra il 1730 e il 1720 a.C. Dopo aver occupato parte del delta, gli stranieri si spinsero sempre più a sud. Vicino ai confini nordorientali del paese, fondarono un vero e proprio principato la cui capitale era Avaris, cioè Hut-Uret, "il grande castello": si trattava, infatti, di una vecchia cittadina che fu trasformata in città e completamente fortificata. Incursione dopo incursione, e lungo un arco di circa cinquant'anni, gli Hyksos sottomisero in modo piuttosto pacifico tutta la regione del delta giungendo a nord di Eliopoli. Questo provocò una nuova divisione del paese, il cui 'governo ufficiale' fu relegato sempre più a sud: il regno meridionale, alla fine, comprendeva solo gli otto "nomi" compresi tra l'isola di Elefantina e Abydos. A quel punto, i sovrano hyksos poterono proclamarsi faraoni a tutti gli effetti.

Le dinastia Hyksos
La successione dei sovrani di questo periodo è piuttosto oscura e complessa. Nella sua cronologia, Manetone elenca trentaquattro re tebani che avrebbero governato nel Sud e ben centosettantasei sovrani hyksos, i quali si sarebbero succeduti sul trono del Nord in poco meno di due secoli. Tradizionalmente, questi ultimi vengono raggruppati in due diversi dinastie, così come precedentemente accennato. Tra di essi, spicca il nome di Salitis, della XV dinastia: egli regnò vent'anni, probabilmente da Menfi, su un territorio che comprendeva il delta e la valle del Nilo fino a Gebelein e alle piste desertiche che permettevano di raggiungere gli alleati nubiani. Questa situazione rimase inalterata fino all'avvento di Apopo I: questi delegò una parte del suo potere a un ramo hyksos secondario, che Manetone chiama impropriamente 'XVI dinastia'. Allo stesso tempo, un vassallo affrancato di Salitis, Yaqub Har, rimase al potere per circa diciotto anni, intrattenendo delle buone relazioni con i tre re di Tebe che succedettero a Sekhemra: Antef V "il vecchio", Antef VI e Sobkemsaf, il più conosciuto tra i faraoni della XVII dinastia. Il successore di Yaqub Har fu Khyan, con il quale si aprì la dinastia dei "Piccoli Hyksos".

I contributi degli Hyksos
La tradizione egizia di stampo nazionalista presenta gli Hyksos come un popolo di barbari, crudeli e sacrileghi, che bruciarono città, sterminarono popolazioni, distrussero templi e adorarono un solo dio: il sanguinario Seth. Questa, in realtà, è una visione parziale degli avvenimenti, basata su rare testimonianze dell'epoca di matrice chiaramente tebana e da prendere, perciò, con una certa prudenza. Gli storici moderni hanno messo in dubbio questo genere di resoconti e hanno provato a concentrarsi sugli indizi che potevano essere utili a rivelare un volto differente degli invasori. Per esempio, hanno appurato che, a differenza di altri dominatori stranieri, gli Hyksos si adattarono molto bene agli usi e costumi egizi, adottando anche il sistema politico locale. Lungi dal demolire le istituzioni esistenti, i conquistatori sposarono diverse tradizioni secolari, riguardanti per esempio i cerimoniali di corte e gli appellativi dei faraoni: i sovrani stranieri, infatti, continuarono a includere il nome di Ra nelle loro titolature. Sul piano religioso, gli Hyksos adottarono una parte del pantheon egizio, in particolare quella che gravitava intorno a Seth, il dio di Avaris assimilato ai loro Sutekh. Divinità orientali come Baal e Astarte fecero la loro comparsa accanto a quelle egizie, ma sempre nel rispetto del culto di Ra. Quanto ai sacerdoti, si limitarono ad accentuare le caratteristiche semitiche dei loro dei. Gli Hyksos, dunque, assimilarono una parte consistente della cultura egizia, adottando anche la scrittura geroglifica. Ciò non impedì loro, ovviamente, di conservare parte delle proprie tradizioni e consuetudini. Ancora una volta, però, questo andò a vantaggio degli egizi: l'introduzione di nuove armi, come l'ascia e la daga di ferro, oltre che del cavallo e del carro, si rivelò un contributo prezioso allo sviluppo della vita quotidiana ed economica del paese, e aiutò gli egizi a eguagliare le tecniche militari dei popoli vicini. Anche gli artisti furono influenzati da questa novità, cominciando a introdurre nelle loro opere motivi ispirati agli scenari resi possibili dalle innovazioni tecniche. D'altra parte, gli Hyksos non arrivarono mai a elaborare un proprio stile architettonico o pittorico: poco propensi a spendere grandi somme per la realizzazione di nuove opere, si limitarono ad appropriarsi di quelle esistenti, persino delle grandi sfingi dei faraoni del Medio Regno innalzata a Tanis. Nel complesso, si può dire che i sovrano hyksos non apportarono un cambiamento radicale nella civiltà egizia: semmai, catalizzarono le energie del paese e garantirono la continuità del progresso nei diversi settori.

La reazione del paese
Perché l'Egitto reagisse alla dominazione straniera ci volle del tempo. Si dovette aspettare che i principi di Tebe della XVII dinastia si unissero attorno a uno di loro, Ahmose, il quale si propose di allontanare gli invasori e, al tempo stesso, combattere sul fronte meridionale contro i nubiani, alleati degli Hyksos. La tradizione presenta Ahmose come il vero e proprio liberatore dell'Egitto e come il fondatore della XVIII dinastia. In realtà, questo faraone salì al trono dopo il fratello: all'epoca era ancora molto giovane, perciò il potere fu inizialmente esercitato dalla madre Aahotep. Ahmose è conosciuto anche come il consorte di Ahmes Nefertari, la prima regina d'Egitto a essere designata con il titolo di "sposa divina": non fu solo una semplice consigliera del marito, ma da questi ottenne la qualifica di "Colei che presiede le Due Terre". Per qualche tempo, Ahmasi Nefertari detenne anche il titolo di "secondo servitore di Amon", funzione solitamente riservata agli uomini. Il primo successo militare di Ahmose fu la conquista della città di Buhen, occupata dai nubiani, cosa che gli permise di ristabilire il potere nel Sud del paese e di sottomettere la Nubia all'autorità di un governatore di nome Tu-Ra. La presa di Buhen alimentò una spinta nazionalistica che il nuovo sovrano seppe sfruttare a proprio vantaggio; la lotta contro gli Hyksos fu presentata dal faraone come una guerra di religione, una missione voluta dal dio sole: era Ra a esigere la cacciata dei nemici e il ripristino dell'ordine contro le forze del caos. Sull'onda dell'entusiasmo collettivo, Ahmose si rivolse contro gli Hyksos e, dopo aver riconquistato Eliopoli e Silé, pose sotto assedio la capitale occupata, Avaris, fino a costringere il nemico alla resa. Non pago, il faraone inseguì i nemici in fuga verso Canaan: il nuovo assedio, questa volta presso la città di Sharuhen, durò quasi tra anni; alla fine, il re tebano riuscì a far indietreggiare gli avversari fino ai porti fenici. Ahmose fece poi erigere un monumento commemorativo della vittoria sugli invasori, formato da due stele di pietra che si trovano nel tempio di Karnak. La guerra di liberazione era divenuta ormai il mito su cui si sarebbe fondato il Nuovo Regno.

giovedì 1 giugno 2017

L'enigma del faro di Alessandria

Settima meraviglia del mondo il faro di Alessandria è il simbolo del genio della civiltà greca trapiantato in Egitto. Tra mito e realtà, la sua storia non ha mai finito di affascinare gli uomini. I resti di questo colosso giacciono in fondo al mare e solo qualche frammento ritrovato recentemente ha permesso di svelare parte del suo mistero.


Nel 332 a.C., Alessandro Magno liberò gli egizi dalla dominazione persiana e fondò sulla foce del Nilo a magnifica città di Alessandria. I lavori di costruzione del faro cominciarono verosimilmente solo nel 297 a.C., e si conclusero nel 283 a.C., all'inizio del regno di Tolomeo II. La costruzione, quindi, sarebbe durata circa quindici anni, un periodo di tempo molto breve per un'impresa così grandiosa: testimonianza, questa, dell'efficienza degli ingegneri e delle enormi risorse finanziarie investite in quest'opera. Si pensa che nella realizzazione di questo immenso cantiere gli architetti greci siano stati affiancati dagli artigiani egizi, forti di un'esperienza accumulatasi in tremila anni. L'obiettivo principale che portò alla costruzione di questa colossale torre era quello di edificare un'opera monumentale che riuscisse a colpire l'immaginazione e aumentare il prestigio della città. Lo stesso valeva per altri monumenti di Alessandria, come la Grande Biblioteca. Ma il faro corrispondeva anche a una necessità vitale: guidare i navigatori mettendoli al riparo dai pericoli presentati dalle zone costiere e dai numerosi scogli. Infatti, all'epoca, il commercio marittimo era in pieno sviluppo e, se ci si attiene al numero di relitti di navi greche e romane scoperti recentemente, la barriera rocciosa che si estendeva parallelamente alla costa doveva aver causato il naufragio di non poche navi.

Dove si trovava il faro di Alessandria?
Secondo fonti antiche, il faro sarebbe stato costruito sulla punta orientale dell'isola di Pharos, vicino alle rive della città di Alessandria, formando una penisola collegata al continente dell'isola di Pharos, vicino alle rive della città di Alessandria, formando una penisola collegata al continente da un pontile. Oggi, risulta molto difficile ricostruire esattamente l'aspetto della zona, perché dall'antichità la città di Alessandria è sprofondata di diversi metri rispetto al livello del mare; incolte, la regione è stata devastata da una serie di terremoti, tra il IV e il XIV secolo d.C.: In particolare, nel 1303 un terremoto e un maremoto rasero al suolo una parte della città. Alla fine del XV secolo, il sultano mamelucco Qaitbay costruì una fortezza nel luogo in cui si trovava il faro, riutilizzandone in parte i blocchi di pietra.

Che aspetto aveva il faro?
Probabilmente, il faro di Alessandria era costruito con pietre bianche: si trattava di blocchi ricavati dalla roccia calcarea locale, e non di marmo, come sostengono alcune fonti. Le pietre, provenienti dalla costa settentrionale, non sono servite solo alla costruzione della città antica, ma anche a quella della fortezza di Qaitbay e della moderna città di Alessandria. Il colore bianco, reso più intenso dalle tecniche di levigatura dell'epoca, conferiva uno splendore particolare al faro. Recenti ritrovamenti nei fondali della zona, tuttavia, rivelano che alcuni blocchi di pietra sarebbero stati troppo voluminosi per essere ricavati dalla pietra calcarea; sarebbero derivati, invece, da blocchi di granito di Assuan, e lo stesso vale per alcune giunzioni dell'edificio e per le cornici di porte e finestre. Mettendo a confronto tutte le fonti scritte e le diverse illustrazioni del faro, i ricercatori hanno potuto ricostruire oggi l'aspetto dell'edificio: la torre sarebbe stata alta 135 metri e composta da tre piani, il primo di forma quadrata, il secondo a base ottagonale e il terzo cilindrico. Una rampa, sorretta da sedici archi, permetteva l'accesso al primo piano, che posava su una piattaforma quadrangolare, leggermente piramidale, di una decina di metri di lato. Secondo la descrizione del celebre geografo arabo al-Andalusi, vissuto nel XII secolo, il primo piano sarebbe stato alto 71 metri e largo una trentina e avrebbe avuto una rampa interna per permettere l'accesso al secondo piano. L'ampiezza degli spazi era forse dovuta alla necessità di permettere il passaggio di animali da soma che portavano in cima all'edificio il combustibile necessario ad alimentare il fuoco del faro. Il secondo piano misurava 34 metri di altezza ed era dotato di una scala di 32 gradini che portava al terzo piano. Quest'ultimo, di forma cilindrica, era probabilmente il meno alto, solo 9 metri. La cima era sormontata da una lanterna, a sua volta decorata con una statua di Zeus o di Poseidone, secondo quanto affermato da fonti diverse. Distrutta da un terremoto nel X secolo, la parte superiore della torre fu più tardi convertita in stanza di preghiera dal sultano Ahmed Ibn Tulun: divenne così la moschea più alta del mondo.

Le ricerche sottomarine
Nel 1962, il sommozzatore egiziano Kamal Abu el Saadat convinse la marina egiziana a riportare in superficie una statua colossale raffigurante Iside, probabilmente posta su un lato del faro. Nonostante questa scoperta, non furono effettuate altre ricerche- Solo nel 1994 il dipartimento archeologico egiziano chiese al Centro di studi alessandrini di effettuare delle ricerche subacquee tra le rovine sommerse della fortezza di Qaitbay. L'impresa, tra l'altro, ha ricevuto un notevole impulso grazie alla campagna di informazione organizzata dal cineasta egiziano Asma el-Bakri. L'esistenza  di reperti antichi in quei luoghi era già nota almeno dal XVIII secolo, ma la forte espansione che la città conobbe nei secoli successivi scoraggiò gli archeologi, i quali preferirono dedicarsi ai siti faraonici. Grazie al finanziamento di alcuni sponsor, come il gruppo Elf-Aquitania e la fondazione EDF, gli scavi cominciarono sotto la direzione di Jean-Yves Empereur. L'estrazione di circa 2000 pezzi appartenenti a epoche diverse (faraonica, ellenica e romana) fu intrapresa scegliendo tra i quasi tremila blocchi architettonici mescolati nei fondali marini. Alcuni di questi erano stati buttati in mare volontariamente alla fine del'epoca romana, ai tempi dei mamelucchi, per proteggere il porto di Alessandria. Tramite un sistema di palloni gonfiati d'aria, furono riportati in superficie, tra l'altro, n busto di Tolomeo dai tratti faraonici, basi di colonne e parti di sfingi, alcune delle quali pesavano fino a 70 tonnellate. Si pensa che alcuni pezzi siano più antichi della fondazione della città d'Alessandria e risalirebbero all'epoca di Ramses II. Ad oggi, tuttavia, quanto è emerso dalle ricerche non permette ancora di ricostruire il faro nel suo aspetto originale. Lo studio dei pezzi catalogati è un lavoro che richiede temo: bisognerà aspettare ancora molti anni prima che i misteri della settima meraviglia del mondo siano completamente svelati. 

lunedì 29 maggio 2017

Il Ramesseum

Dietro gli impressionanti resti del Ramesseum, c'è una storia tutta da scrivere. Nato come tempio funerario di Ramses II, la cui figura doveva essere così consegnata all'eternità, rivela con il suo nome completo il grandioso programma di un glorioso sovrano: "Il castello di milioni di anni di User Maat Ra Setepenra che si unisce alla città di Tebe nel dominio di Amon, a Occidente". 


Il Ramesseum, l'imponente tempio funerario del leggendario faraone Ramses II, rappresenta da solo un'intera pagina di storia dell'egittologia del XIX secolo. Le nostre conoscenze sul monumento risalgono al 1829, alla prima e unica visita al sito effettuata da Jean-François Champollion. A questo grande filologo, che rimase affascinato dalla maestosità dell'architettura, dobbiamo una descrizione fedele del Ramesseum, da lui definito "ciò che di più nobile e di più puro ci sia tra i grandi monumenti di Tebe". 

Un tempio misterioso
Per gli archeologi, il tempio è stato per lungo tempo un'imponente struttura di pietra caduta nell'oblio. La sua essenza, la sua regione d'essere era scomparsa: perché Ramses II aveva fatto erigere il Ramesseum così vicino ad altri monumenti ancora in uso? Perché non gli aveva riservato un posto più adatto, al riparo delle pareti roccioso della Valle dei Re? Le misteriose scelte del sovrano si spiegano, forse, mettendole in relazione con la potenza del clero di Amon, che pose il proprio dio al vertice della gerarchia divina fino a farne la divinità tutelare della dinastia dei Ramses. Il tempio, quindi, gli era interamente consacrato. Costruito poco dopo l'ascesa al trono di Ramses II, nel 1279 a.C., il Ramesseum fu interamente opera di questo re. Secondo alcune stime, la sua superficie si estendeva su cinque ettari, inclusi i terreni annessi. Era, quindi, un santuario imponente, anche se di dimensioni inferiori a quelle dell'immenso tempio di Karnak, situato proprio di fronte, dall'altra parte del Nilo. Per dare continuità alle opere dei suoi predecessori, Ramses II volle edificare un tempio grandioso ma, al tempo stesso, rispettoso dell'ambiente circostante. Infatti, il Ramesseum fu costruito in prossimità dei templi innalzati dai sovrani della XVIII dinastia, ai quali in realtà venne rubato un po' di spazio. Per gli egizi, del resto, Geb (la terra) e Nut (il cielo) erano elementi di un unico insieme divino e quindi reciprocamente legati: non era quindi sbagliato riutilizzare una parte dell'uno a beneficio dell'altro.

Ramses II, un innovatore dell'architettura?
La costruzione del Ramesseum durò in tutto vent'anni. Il tempio presentava diverse novità architettoniche, rivelando una certa ingegnosità soprattutto nella scelta dei materiali, più che nell'utilizzo di nuove tecniche. I piloni che formavano le porte monumentali vennero costruiti in pietra e non in mattoni, come si era fatto fino a quel momento. Inoltre, per la prima volta furono tracciati dei viali all'interno del santuario, lungo i quali scorrevano le processioni. La costruzione del tempio, di pianta classica, incontrò qualche difficoltà di ordine pratico: il luogo scelto, infatti, era già occupato in parte dalle opere innalzate dai sovrani della dinastia precedente e da Sethi I, padre di Ramses II. Per questo motivo, il Ramesseum finì con l'assumere la pianta di un trapezio piuttosto irregolare. Come spesso accadeva nell'antico Egitto, anche in questo caso furono riutilizzati blocchi di pietra e parti costruzioni preesistenti trovate sul lungo della nuova costruzione. Questi materiali vennero usati soprattutto per le cosiddette "colmate", cioè per riempire e rinforzare le fondamenta e gli interni del nuovo edificio impedendone eventuali sfaldamenti. Purtroppo, quindi, forma e destinazione dei templi più antichi ci sono sconosciute, proprio perché i loro elementi costitutivi venivano in parte riciclati. D'altra parte, questa pratica permetteva considerevoli risparmi di materiale, di tempo e di manodopera, mettendo a disposizione degli operai blocchi già pronti, quasi tagliati a misura: considerazioni che gli architetti e gli ingegneri incaricati della costruzione del Ramesseum dovevano avere ben presenti. Come ogni tempio egizio, anche il Ramesseum era protetto da larghe mura di cinta in mattoni di terra cruda: vi sono ancora dei resti nelle parti nord, sud e ovest. Gli scavi archeologici hanno permesso di ricostruire i confini originari del tempio e di riportare alla luce un ampio viale fiancheggiato da sfingi: questo circondava tutto il santuario e correva tra le mura più esterne del complesso funerario fino a raggiungere i magazzini.

La posa della prima pietra
Funzione essenziale del tempio era tramandare ai posteri l'immagine della potenza del faraone e della grandezza del suo regno: era l'equivalente terreno della tomba scavata nella Valle dei Re, che doveva invece rimanere segreta per garantire la vita del sovrano nell'aldilà. Palazzi, biblioteche, magazzini, giardini: tutto contribuiva a fare del Ramesseum un centro vitale, una vera e propria città. Fu Ramses II a promuovere il progetto iniziale, e fu sempre lui a dare vita al tempio attraverso gli appositi rituali di fondazione: previsti in ogni dettaglio, questi garantivano al complesso sacro la protezione degli dei. Il faraone in persona, accompagnato dalla sposa Nefertari, depose la prima pietra dell'edificio e, con l'aiuto di una zappa, scavò  una fossa vicino al tempio, deponendovi lingotti d'oro d d'argento, amuleti e utensili, prima di ricoprire il tutto con della sabbia. Seguì il momento della purificazione: ispezionando minuziosamente tutta l'area su cui sarebbe stato edificato il tempio, il faraone seminò granelli d'incenso, ritenuti di natura divina. Pronunciò poi la formula rituale secondo cui il tempio non apparteneva a lui, poiché in quel preciso momento ne faceva dono a Maat, "la Regola", affinché questa dea potesse proteggere la persona del re e respingere il male.

La costruzione del tempio
Grazie ad alcuni frammenti di terracotta e a dei graffiti, si è riusciti a ricostruire dettagliatamente le diverse tappe della costruzione del santuario. Per realizzare il suo progetto Ramses II fece arrivare via fiume, dal sud del paese, diversi materiali: blocchi di granito rosa, utilizzati per la maggior parte delle statue; pietra calcarea fine, destinata alle fondamenta, ai rivestimenti e alla pavimentazione dei viali riservati alle processioni; senza dimenticare, infine, i mattoni di terra cruda che servirono a erigere diversi edifici del complesso. Immaginando la lunga fila di imbarcazioni che portavano il materiale da costruzione, possiamo facilmente intuire l'immensità del cantiere che si dovette allestire nel punto in cui le pietre venivano sbarcate e lavorate per diventare utilizzabili. Da lì, i blocchi venivano trascinati fino al luogo della costruzione, tagliati e assemblati. I quotidiani lavori di costruzione coinvolgevano operai di diversi mestieri: questi formavano una vera e propria comunità: erano riuniti nel villaggio di Deir El-Medina ed erano meglio noti con il nome di "artigiani della Valle dei Re".

Tutti i colori del tempio
Le decorazioni del Ramesseum sviluppano in modo armonioso diversi temi, tutti finalizzati all'esaltazione della funzione regale: sono riprodotte soprattutto scene di carattere militare e politico, cui si mescolano riferimenti culturali e familiari. Sui piloni sono illustrate le grandi azioni militari di Ramses II; in particolare, su una delle pareti è incisa una delle scene più importanti e più spesso riprodotte del regno di Ramses: la battaglia di Kadesh. Dalla porta principale del tempio si accede a duna vasta sala ipostila, il cui soffitto era sostenuto, in origine, da quarantotto colonne. I lavori di pulizia e restauro effettuati durante le campagne archeologiche hanno riportato in superficie gli antichi colori delle superfici: dopo lunghi secoli di oblio, è riemersa tutta la luminosità di questa maestosa sala, immagine in miniatura della creazione del mondo. Gli affreschi descrivono, prima di tutto, gli attributi sacri di Ramses II e il riconoscimento della sua natura divina: la scelta degli dei lo ha reso il figlio preferito di Amon, l'eletto designato a salire al trono e a garantire la stabilità del regno. Accanto a questi dipinti, alcuni motivi raffigurano la festa del dio Min, la madre di Ramses, le sorelle e i figli nati prima della sua ascesa al trono. Proseguendo, si incontrano le scene militari, il cui significato si riconduce a un solo principio: il faraone, in qualità di comandante supremo dell'esercito, deve mantenere la stabilità e la pace sia all'interno sia al di fuori del paese. Neutralizzare i pericoli interni (disordini economici e sociali, rivolte, carestie) e le minacce provenienti dall'esterno è uno dei compiti prioritari del sovrano. L'insieme di immagini testimoniano  e sanciscono il sovrano e il suo comportamento eroico, difendendo il popolo dalle forze del male che incessantemente cercano di provocare la fine del mondo.

lunedì 1 maggio 2017

I greci in Egitto

Le prime testimonianze di una presenza greca in Egitto risalgono a ben prima del 332 a.C., anno in cui Alessandro conquistò la terra dei faraoni. Solo in Epoca Tolemaica, però, le due culture cominciarono a fondersi, almeno in determinati ambiti.


La civiltà dell'antico Egitto esercitò in ogni epoca un grande fascino nei confronti delle vicine popolazioni del Mediterraneo, attirate dalle ricchezze materiali e culturali che la terra dei faraoni poteva offrire. Tuttavia, è impossibile stabilire con certezza a quando risalgono i suoi primi contatti con la Grecia. Antichissimi testi egizi contengono riferimenti al popolo degli Haunebu, termine che potrebbe riferirsi proprio ai greci. L'episodio di Proteo, nell'Odissea, sembra confermare a sua volta che i marinai ellenici si avventurarono sulle coste egizie già in epoca remota. Anche nei secoli successivi, i greci continuarono a frequentare quelle sponde in cerca di lino, papiro, avorio e cerali da scambiare con le loro spezie, gli unguenti e gli oli.

Mercenari greci in Egitto
In Epoca Tarda, il faraone Psamatik I (663-610 a.C. circa), principe di Sais, lanciò una vera e propria campagna di arruolamento internazionale per rinforzare il proprio esercito. Per l'occasione, molti soldati greci giunsero in Egitto e aiutarono l'armata del faraone a respingere gli Assiri fino alla Palestina. Questi militari venivano pagarti dallo stato: un comandante vittorioso poteva ricevere come ricompensa un'intera città. Fu così che molti greci cominciarono a stabilirsi in Egitto e , in particolare, a Menfi, dove occuparono un quartiere chiamato Hellenion. Altri, accompagnati dalle rispettive famiglie, cominciarono in seguito a insediarsi nella nuova colonia di Naucratis, fondata a nordovest del delta del Nilo da Iahmose, penultimo sovrano saita. Questi, secondo Erodoto, "si dimostrò un grande amico della Grecia; tra gli altri benefici concessi alla sua popolazione, vi fu la città di Naucratis, donata a coloro che si trasferivano in Egitto; a chi era solo di passaggio e non voleva stabilirsi definitivamente, concesse degli spazi in cui innalzare altari e santuari agli dei".  Col passare degli anni, molti commercianti, ma anche semplici viaggiatori e studiosi provenienti dalla civiltà ellenica, raggiunsero i primi emigrati e si sparsero poi in tutte le città egizie. Negli ultimi anni di indipendenza dell'Egitto, ancora una volta fu l'appoggio dei mercenari greci  a permettere all'esercito del faraone di tenere testa al nemico persiano. Anche per questo motivo, Alessandro Magno e i suoi successori, i Tolomei, furono accolti favorevolmente dagli egizi, pur tra qualche dissenso.

Tra ironie a e malintesi...
Gli scambi tra le due civiltà si moltiplicarono con il passare del tempo, ma spesso si ebbero anche delle incomprensioni. I testi dei poeti e degli storici greci contengono preziose testimonianze in proposito. Nelle Supplici, Eschilo (525-456 a.C.), il più antico dei poeti tragici, descrive gli egizi come delle persone piuttosto strane: "Da dove spunta questa gente, questa parata che si pavoneggia in vesti non elleniche, in pepli e drappi barbari? Non è d'Argo questa moda delle donne, né d'altri paesi della Grecia". E più avanti: "Somigliate piuttosto a donne libiche, non a quelle del nostro paese; il Nilo educa genti simili a voi".
Quanto a Erodoto, pensava che gli egizi si comportassero a volte in maniera insensata, facendo le cose al contrario: "Negli altri paesi, i sacerdoti hanno i capelli; in Egitto, se li radono. Presso gli altri popoli, quando si entra in lutto, soprattutto i parenti più prossimi si fanno rasare; gli egizi, al contrario, si lasciano crescere capelli e barba dopo la morte dei loro cari, benché fino ad allora si siano regolarmente rasati. Gli altri popoli consumano i pasti in luoghi distinti da quelli riservati alle bestie; gli egizi mangiano insieme agli animali (...). Essi impastano la farina con i piedi, ma raccolgono il fango e il letame con le mani. Gli uomini delle altre civiltà, fatta eccezione per chi ha appreso da loro tale pratica, si tengono gli organi genitali così come sono; loro, invece, si fanno circoncidere. Gli uomini hanno due abiti a testa, le donne solo uno. Gli altri legano gli anelli delle vele e le sartie all'esterno, gli egizi all'interno. I greci scrivono e fanno di conto con dei sassolini , da sinistra verso destra; gli egizi portano la mano da destra verso sinistra, eppure affermano di scrivere e calcolare nel verso giusto, mentre i greci lo farebbero a rovescio. Hanno due modi di scrivere, quello sacro e quello popolare".

...le due culture si avvicinano
L'immagine che gli egizi avevano dei greci era strettamente legata a quella dei soldati che lottavano al loro fianco contro il dominatore persiano. D'altra parte, l'idea che i greci si erano fatti degli egizi, sebbene fosse talvolta velata d'ironia o di un vago disprezzo, non era del tutto negativa. La cultura ellenica, di fatto, non rimase impermeabile a quella egizia; non solo: ai tempi di Alessandro Magno come sotto i Tolomei, nessuno osò lanciarsi in un'opera di "ellenizzazione" forzata del popolo egizio. Ovviamente, il greco fu imposto come nuova lingua ufficiale nella terra dei faraoni, ma rimase sempre affiancato dall'idioma locale, come dimostrano le numerose stele dell'epoca redatte in greco, in demotico e in geroglifico (ad esempio la famosa stele di Rosetta). In Egitto, i greci si distribuirono in modo non omogeneo: pochi di stabilirono nelle cittadine e nei villaggi, dove più facilmente assorbivano usi e costumi locali; molti, invece, scelsero di vivere nelle grandi città, contribuendo a diffondere la propria cultura. Fu così che sorsero i primi teatri, le cappelle, i bagni pubblici e i ginnasi: questi erano degli edifici che includevano una palestra (un largo cortile porticato, di forma quadrata) con tanto di panche destinate agli esercizi fisici, spogliatoi, sale per le conferenze e biblioteche. Inizialmente, i ginnasi erano riservati all'educazione dei giovani greci, ma un po' alla volta anche gli egizi furono ammessi, a dispetto della loro avversione per gli esercizi sportivi, giudicati inutili. Per converso, le biblioteche delle "case della vita" egizie si arricchirono di papiri redatti in greco. I matrimoni misti rimasero vietati ai greci, almeno nelle grandi città come Naucratis. Al contrario di Alessandro, i Tolomei diedero l'esempio evitando di prendere in moglie le donne provenienti dalla famiglia reale egizia, benché questo tipo di unione avrebbe potuto contribuire a legittimare il loro dominio. Anche gli egizi, dal canto loro, vietarono il matrimonio con gli stranieri. Ma quel che in città era legge, non lo era per forza nelle periferie: qui, probabilmente, si ebbero molti matrimoni misti, come sembrano dimostrare i doppi nomi greci ed egizi citati in alcuni documenti dell'epoca.

Il sincretismo religioso e artistico
La fusione delle due culture fu particolarmente accentuato in ambito religioso. Fin dall'inizio, Alessandro Magno dimostrò un grande rispetto per le divinità egizie e per le tradizioni locali, tanto da farsi incoronare faraone dai sacerdoti di Menfi. Alla sua morte, Tolomeo I, nuovo governatore d'Egitto, arrivò a creare un dio comune alle due civiltà: nella figura di Serapis, infatti, si mescolavano tratti di Osiride con altri di Zeus. Il nome di questo dio "ibrido" derivava dalla contrazione di Osiris e Apis, il toro sacro di Menfi; il modo di raffigurarlo, invece, era di matrice greca. Fedeli di entrambe le culture, dunque, affollavano il Serapeum, il più grande tempio di Alessandria a lui consacrato. Lo stesso culto di Osiride attirò l'interesse di molti greci: a partire dal regno di Tolomeo II, la festività del 20 del mese di Athyr, durante la quale si svolgeva il simbolico incontro tra Iside e Osiride, fu celebrata sia dagli egizi sia dai greci, che pure non smisero di adorare le proprie divinità. Elementi greci ed egizi confluirono anche nell'arte del periodo tolemaico. Sulle monete e su alcuni monumenti i Tolomei si fecero raffigurare secondo la tradizione greca, mentre nei santuari delle divinità egizie apparivano vestiti e acconciati come i faraoni egizi. A eccezione della numismatica, peraltro, tutte le opere artistiche egizia rientravano in un ambito religioso. Quel che si può constatare è che i templi innalzati durante la dominazione greca continuarono a seguire gli schemi architettonici della tradizione egizia. A grecizzarsi, invece, fu il modo di rappresentare alcune divinità. Iside, per esempio, cominciò a essere raffigurata con i capelli raccolti, invece che con la classica parrucca, e con indosso una tunica e un mantello di foggia greca. A sua volta, l'arte egizia non mancò di influenzare gli artisti greci, in uno scambio continuo di stili e motivi d'ispirazione. 

venerdì 14 aprile 2017

La morte di Lord Carnarvon

"Siamo stati molto in pensiero negli ultimi giorni per la malattia di Lord Carnarvon. Non... è ancora fuori pericolo. È difficile pensare che solo venerdì scorso abbiamo cenato insieme. Sarebbe terribile se - ma non voglio pensarci".
Alan Gardiner alla moglie Heddie


La morte inaspettata di Lord Carnarvon segnò la fine di un'epoca nella storia della tomba. Nel giro di una notte Carter divenne una celebrità e aggiunse alle gravose responsabilità dell'archeologo anche il peso delle pubbliche relazioni, che fino allora erano state magistralmente gestite da Carnarvon. Tutto questo sarebbe incominciato con la partenza di Carnarvon per Assuan il 28 febbraio, per qualche giorno di riposo  dopo l'apertura ufficiale della Camera Funeraria. Prima o dopo il suo arrivo ad Assuan, Carnarvon fu punto da una zanzara. Radendosi, inavvertitamente ferì la puntura, che si infettò nonostante le tempestive applicazioni di iodio. La febbre piuttosto elevata (38.3 °C) costrinse Carnarvon a letto, assistito dalla figlia Evelyn. Due giorni dopo stava meglio e decise di visitare la tomba, ma ebbe una ricaduta e la figlia lo fece trasportare al Continental-Savoy del Cairo, il 14 marzo. Ma era troppo tardi: dopo il suo incidente stradale, il cinquantasettenne Conte divenne di salute cagionevole; indebolito ulteriormente dall'infezione, quando ancora non esisteva la penicillina, fu facile vittima di una polmonite. La moglie arrivò in aereo dall'Inghilterra accompagnata dal medico di famiglia, dottor Johnson. In seguito arrivò anche il figlio, Lord Porchester, in tempo per assistere per poche ore il padre in delirio. Il mattino del 5 aprile Lord Carnarvon morì; Carter annotò nel suo diario: "Il povero Lord C. è morto nelle prime ore del mattino". La commozione dei familiari, degli amici e dei colleghi si espresse con un necrologio sulle pagine dei quotidiani del Cairo. Nonostante il chiasso suscitato dall'esclusiva con il Times, Carnarvon era molto amato e rispettato in Egitto. Si decise di preparare senza indugio il corpo del Conte per trasportarlo in Inghilterra e seppellirlo a Beacon Hill, vicino alla sua amata Highclere. Intanto, in Egitto, Carter si trovava al timone di quella che ormai era la "nave" di Lady Carnarvon. Purtroppo, si rivelò un marinaio inesperto. 
Arthur Weigall, ex Ispettore del Service des Antiquités, che lavorò anche come inviato speciale per il Daily Mail, osservando l'eccitazione di Carnarvon all'apertura della Camera Funeraria, si dice che Weigall abbia esclamato: "Se continua con questo ritmo, non gli dò più di sei settimane di vita". Poco più di sei settimane dopo Carnarvon era morto.

sabato 1 aprile 2017

Il mistero dell'origine della Sfinge

La parola "sfinge" deriva dall'egizio shesepankh, che significa "statua vivente". Durante la XVIII dinastia, invece, la sfinge di Giza veniva chiamata "l'Horus dell'orizzonte" o "l'Horus della necropoli", perché rappresenterebbe una forma del dio solare Ra-Horakhty.


Nel 450 a.C. lo storico greco Erodoto attribuì la costruzione della più antica piramide del sito di Giza a Cheope, faraone della IV dinastia: questi l'avrebbe fatta edificare nel 2650 a.C. per utilizzarla come sua futura tomba. La sfinge, secondo Erodoto, sarebbe stata terminata nello stesso periodo in cui fu costruita la piramide di Chefren, il faraone che regnò dal 2520 al 2494 a.C. Questa tesi è stata messa in discussione nel 1991 dalle ricerche dello scrittore ed egittologo John A.West, secondo cui la sfinge risalirebbe a un'epoca ben più antica di quella egizia, cioè addirittura a diecimila anni prima di Cristo. Per sostenere la sua tesi, West si basò sul lavoro di due geologi, K. Laì Gauri e Robert Schoch: questi avevano notato che la sfinge aveva subito l'erosione pluviale e non quella del vento, come era accaduto invece alle pareti delle tombe vicine, che risalivano all'Antico Regno ed erano state scavate nella stessa pietra calcarea dell'altopiano di Giza. Questa tesi era già stata avanzata da alcuni archeologi del XIX secolo, i quali, basandosi sulla velocità di erosione della pietra, avevano concluso che la costruzione della sfinge doveva essere di un'epoca più antica rispetto a quella delle piramidi che la circondano. In effetti, il corpo della sfinge e le pareti del fossato in cui è situata presentano i tipici segni dell'erosione dovuta all'azione dell'acqua. Se, dunque, l'erosione della sfinge non è dovuta al vento del deserto ma all'acqua piovana, questa apparterebbe alla più antica epoca di pioggia conosciuta in Egitto, ovvero alla fine dell'ultima glaciazione. Questo periodo abbraccia un arco di tempo compreso all'incirca tra il 18.000 e il 10.000 a.C.: le piogge torrenziali che lo caratterizzarono erano la conseguenza del riscaldamento del globo, fenomeno che provocò l'innalzamento del livello dei mari di un centinaio di metri. Proprio a quell'epoca risalirebbe il diluvio universale raccontato dall'Antico Testamento e da altri testi trovati in India e in Cina. Questa almeno è la teoria, l'egittologia ufficiale, invece, afferma che la sfinge fu fatta costruire durante l'Antico Regno, e, di certo, il faraone Chefren in particolare, forse avrebbe sostituito la testa leonina originaria con una a propria immagine e somiglianza. 

mercoledì 8 marzo 2017

"Unlucky Mummy": storia di una mummia maledetta

La storia delle leggende nate in terra egiziana costituisce un tema inquietante e avvincente nello stesso tempo: maledizioni di faraoni, tombe maledette come quella di Tutankhamon, per non parlare delle mummie, di cui farebbe parte la famosa "Unlucky Mummy" del British Museum, alla quale sono state attribuite innumerevoli sciagure. Infatti, nel XIX e nel XX secolo, un'incredibile mitologia si sviluppò attorno alla "mummia maledetta". Il fatto non era nuovo. Già nel XVI secolo, le mummie avevano una cattiva reputazione, in particolare tra i marinai, che si rifiutavano di imbarcarle,convinti che scatenassero tempeste spaventose. La mummia in questione - in realtà un semplice coperchio di sarcofago - fu donata al British Museum da un collezionista privato nel 1889. Difficilmente si compre come il viso calmo e sereno di questa sacerdotessa di Amon-Ra abbia potuto suscitare tante sinistre leggende. Cercando di risalire alla sua origine, gli egittologi del museo londinese giunsero alla conclusione che il sarcofago dovesse trovarsi nel sepolcro di Amenhotep II, rinvenuto da Victor Loret, che avrebbe poi scoperto le mummie reali di Deir el-Bahri. L'archeologo francese non aveva avuto il tempo di mettere al sicuro tutti i pezzi contenuti nella tomba, la quale era stata quindi saccheggiata dagli abitanti di Qurna. Furono probabilmente loro che per impadronirsi dei gioielli della sacerdotessa distrussero la sua mummia e poi ne vendettero il sarcofago. 
Quando fu trasportata al British Museum, il feretro aveva già una cattiva reputazione. Circolavano strane voci. Due famosi occultisti dell'epoca, Thomas Douglas Murray e William T. Stead, erano convinti che alcuni luoghi fossero capaci di risvegliare lo spirito delle mummie e, secondo loro, la sala del museo in cui si trovava esposto il coperchio era proprio uno di questi. Vedevano nella figura della sacerdotessa riprodotta sul sarcofago la rappresentazione di un'anima tormentata. Secondo altri, alcune fotografie scattate allo stesso sarcofago avrebbero rivelato, quasi in modo analogo alla Gioconda o alla Santa Sindone, un volto invisibile a occhio nudo. Altre dicerie raccontavano che tutti i possessori del sarcofago fossero stati colpiti da una disgrazia. Al museo stesso, circolavano voci secondo le quali alcuni guardiani erano morti dopo essersi avvicinati all'immagine maledetta. Per quanto riguarda i visitatori, parecchi di loro sostenevano di essere entrati in comunicazione con la misteriosa sacerdotessa. Per queste ragioni, si raccontava che il sarcofago fosse stato relegato nei sotterranei del museo, per essere acquistato da un collezionista americano che l'avrebbe imbarcato sul Titanic.


Il naufragio del Titanic 
Questa mummia fu infatti ritenuta responsabile della naufragio del Titanic, che avvenne il 14 aprile 1912. Gli stessi superstiti erano convinti di una maledizione che aveva colpito il viaggio inaugurale dell'inaffondabile transatlantico. Così, secondo un giurista newyorkese sopravvissuto, un giornalista avrebbe evocato la storia di una mummia egizia che portava sfortuna già da quando se ne raccontavano le vicende. Poi si cambiò versione, e fu proprio la presenza a bordo del sarcofago maledetto che avrebbe condotto alla catastrofe. Altri oggetti presenti a bordo del Titanic furono anch'essi additati come responsabili della sciagura: tra questi il celebre diamante blu, passato tra le mani della regina Maria Antonietta e della principessa di Lamballe, che avrebbe portato sfortuna ai suoi possessori. 

Ultimi contrattempi 
Innumerevoli fiorirono le leggende anche sulla sorte del sarcofago della sacerdotessa. Per alcuni, sarebbe scampata al naufragio e più tardi sarebbe stato imbarcato per raggiungere l'Egitto a bordo del Lusitania, affondato nell'Atlantico nel 1915 da un sottomarino tedesco. Altri si sono persino azzardati a sostenere che la sacerdotessa di Amon-Ra fosse responsabile della Grande Guerra. In realtà, la "mummia maledetta" continua a figurare nelle collezioni del British Museum. Ancora oggi, alcuni visitatori si rifiutano, così pare, di accedere alla sala in cui è esposta. Ma non si segnalano più nuove maledizioni ormai da lungo tempo.

mercoledì 1 marzo 2017

Le vacche e i tori sacri nell'antico Egitto

Da Apis e Mnevis, e da Bat a Ba-ankh: fin Dall'epoca predinastica, tori e bacche furono tra gli animali più spesso elevati al rango di vere proprie divinità, meritandosi grandi onori e seppur tour e degne di un essere umano. Si può quasi dire che i bovini del pantheon egizio fossero numerosi quanto quelli che popolavano la valle del Nilo.
Tra le divinità dell'antico Egitto, molte erano quelle che assumevano la forma di tori o di vacche: più numerose di quelle associate al leone e agli altri felini, erano seconde solo agli dei antropomorfi. Il loro culto ha origini antichissime: in linea generale, le idee che prendevano le fattezze di una vacca erano legate ai concetti di fecondità e di procreazione, mentre i puoi e i tori sacri potevano essere legati ai misteri del cosmo o al potere dei faraoni. Grazie ai numerosi reperti, gli archeologi hanno potuto ricostruire molti dei loro nomi.

Bat, forma arcaica della grande Hathor
La vacca Bat, il cui nome significa "potere femminile" o anche "spirito femminile", fu divinizzata in epoca molto antica: le prime tracce del suo culto risalgono addirittura all'era predinastica. Questa dea è menzionata più volte nei Testi delle piramidi. Sembra che godesse di grande popolarità soprattutto nel settimo nomo dell'alto Egitto, e che il suo principale luogo di culto sorgesse nei pressi dell'odierna Nag Hammadi. Il santuario si chiamava "La casa del sistro", dal nome del tradizionale strumento musicale egizio. Proprio l'associazione di Bat con questo strumento testimonia che nel corso dei secoli la dea venne gradualmente assimilata alla celebre Hathor, adorata e inizialmente nel sesto nomo e a sua volta raffigurata sottoforma di vacca. Durante il Medio Regno, Hathor cominciò ad assumere molte delle caratteristiche tradizionalmente attribuite a Bat, a cominciare dal sistro e dalle orecchie bovine, fino a soppiantarla del tutto e a diventare una delle più prestigiose divinità femminili del pantheon egizio. 

Mehet-Weret, madre di Ra
Tra le dee bovine, merita di essere menzionata Mehet-Weret, il cui nome significa "la grande inondazione". Secondo alcuni racconti mitologici, questa dea emerse dalle acque dell'oceano primordiale dando alla luce addirittura il grande Ra. Per questo motivo, Mehet-Weret veniva spesso raffigurata con il disco solare tra le corna. È il caso, per esempio, del letto funebre ritrovato nella tomba di Tutankhamon, le cui strutture laterali hanno la forma allungata di due vacche: entrambe terminano con la testa della dea, le cui corna a forma di lira proteggono il disco solare. Le sagome dell'animale sono realizzate in legno placcato d'oro, e sono punteggiate da macchioline nere a forma di trifoglio. I testi dell'antico Egitto fanno riferimento anche ad altre vacche divinizzate, sebbene meno conosciute. Tra queste, ricordiamo Sentayet, il cui nome significa "La vedova": questa dea fu ben presto assimilata a Iside, vedova di Osiride, e poi al feretro di quest'ultimo. Si trattava quindi di una divinità legata al culto funerario. 

Ba-akh, "l'Apis" di Hermontis
A differenza delle vacche divinizzate, Che non venivano associate ad animali in carne ossa, i tori adorati dagli antichi egizi erano spesso delle creature viventi, benché sacre. Tra di essi vi era Ba-akh, conosciuto anche con il nome grecizzato di "Buchis" e originario della zona di Armant, l'antica Hermontis. Il suo culto, meno antico rispetto a quello della vacca Bat, si affermò nella regione di Tebe: per molti aspetti, era simile a quello dell'Apis di Menfi. Come quest'ultimo, Ba-akh beneficiava di una necropoli sacra. Il Bucheion di Armant (scoperto nel 1927) era l'equivalente dell'Apeion degli Apis: una vasta area dove si concentravano le tombe di una moltitudine di tori, incarnazione vivente del dio. Una necropoli era riservata anche alle madri dei Ba-akh. Questo culto rimase in vita almeno fino al regno dell'imperatore Diocleziano, verso il 300 d.C. 

Merwer, "l'Apis" di Eliopoli
Merwer (Mnevis in greco) rappresentava per la città di Eliopoli ciò che Apis era per Menfi e Ba-akh per Hermontis: un toro sacro, incarnazione vivente di un dio. Il documento più antico in cui compare il suo nome (nella forma di "Nem-Wer") è un Testo dei sarcofagi della II dinastia. Come Apis era il messaggero di Ptah, Mnevis svolgeva questo ruolo per conto di Ra, di cui rappresentava anche il Ba (l'anima). Inoltre, i sacerdoti di Ra si servivano dell'animale per formulare i propri presagi, proprio come gli addetti al culto di Ptah facevano con Apis.

La saggezza delle vacche
Nell'antico Egitto, non tutte le vacche venivano divinizzate, ma tutti i bovini godevano di un'ottima reputazione. Secondo un testo del Nuovo Regno, erano loro a consigliare ai contadini quale pascolo scegliere: "Le sue vacche gli dicevano: là l'erba è buona. E lui le ascoltava, e le portava al buon pascolo che loro stessi avevano scelto; e le vacche che egli custodiva crescevano in modo straordinario e figliavano molto spesso".

mercoledì 22 febbraio 2017

I figli del faraone Tutankhamon



"Se uno di quei bambini fosse sopravvissuto forse non ci sarebbe mai stato un Ramses" - Howard Carter.


Tra i cofani e le casse ammucchiate nella camera del tesoro c'era anche una scatola di legno non decorata, lunga circa 61 cm, il cui coperchio, originariamente sigillato con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri, era stato rimosso nell'antichità. Al suo interno c'erano due casse antropomorfe in miniatura (una lunga 49,5 cm e l'altra 57,7 cm), poste una di fianco all'altra, testa contro piedi. Le punte dei piedi della cassa più grande erano state rozzamente tagliate per permettere al coperchio della scatola di chiudersi. La superficie esterna era coperta di resina nera, su cui si vedevano fasce d'oro con iscrizioni riferentisi agli occupanti semplicemente come "l'Osiride", senza nomi specifici. I coperchi erano attaccati alla base delle casse nel solito modo: con otto tenoni di legno piatti. Strisce di lino avvolgevano le casse all'altezza del mento, della vita e delle caviglie, ciascuna sigillata con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri. Queste casse contenevano altri due sarcofagi, la cui superficie era interamente coperta da una lamina d'oro. All'interno si trovavano due piccoli feti mummificati. La prima mummia misurava meno di 30 centimetri e si era conservata quasi perfettamente, era avvolta in fasce trattenute da cinque bende trasversali e due gruppi di tre bende longitudinali. All'altezza della testa era stata posta una maschera di cartonnage dorato con i lineamenti del viso sottolineati in nero. Pur essendo molto piccola, simile a quelle usate per i canopi, la maschera era troppo larga per il feto. 
La seconda mummia, a prima vista meno ben conservata dell'altra, era un pochino più lunga (39,5 cm) ed era avvolta in una fasciatura longitudinale tripla e a quattro trasversali. Non aveva la maschera, sebbene si capisse che ne era stata preparata una: quando gli imbalsamatori si accorsero che era troppo piccola per la testa avvolta nelle bende, era stata lasciata nel corridoio d'entrata tra i rifiuti dell'imbalsamazione, che poi furono riseppelliti nel Pozzo 54 dove Theodore Devis la trovò nel 1907.


Le autopsie
L'esame delle mummie fu affidato a Douglas Derry nel 1932. Carter rimosse le bende della prima mummia mentre Derry poté individuare solo una massa disordinata di strisce di lino spesse 1,5 cm, con imbottiture all'altezza del torace, delle gambe e dei piedi, in modo da dare forma al feto. Il corpo era quello di un bimbo nato prematuro, con la pelle grigia e sotto cui si potevano distinguere le ossa. Non si vedevano le sopracciglia ne le ciglia; le palpebre erano chiuse. Mancava l'incisione addominale e non si poteva vedere in che modo il corpo era stato conservato. Le braccia erano distese contro i fianchi con le mani sulle cosce. Una parte del cordone ombelicale era ancora attaccata al corpo. Secondo Derry si trattava di una bambina. Il feto era lungo appena 25,7 cm e doveva essere nato al quinto mese di gestazione. Fu Derry a sbendare la seconda mummia. Sotto il primo sudario di lino, che era tenuto fermo da fasce, sì trovò un'altra serie di bende che tratteneva un secondo sudario, al di sotto del quale c'era uno strato di bende incrociate e delle imbottiture. Vennero rimosse le altre fasciature che rivelarono la presenza di un ultimo delicato strato di lino. Il corpo del bimbo misurava 36, 1 cm e si trattava anche in questo caso di una femmina. Derry calcolò che dovesse essere nata al settimo mese di gestazione. Meno ben conservato del primo, il corpo era ben disteso con le braccia e le mani contro i fianchi. La pelle era di un grigio uniforme; si vedevano tracce di capelli sulla testa. Le sopracciglia e le ciglia erano visibili; le palpebre, aperte, lasciavano intravedere gli occhi rinsecchiti.
Diversamente dalla prima mummia fu facile stabilire il metodo di imbalsamazione. Il teschio era stato riempito attraverso il naso col lino imbevuto di sale. Derry notò una piccolissima incisione di 1,8 cm immediatamente sopra e parallela all'inguine; la ferita poi sigillata con quella che Derry identificò come resina e che, invece, Lucas scoprì essere tessuto animale alterato. La bambina probabilmente nacque morta oppure morì subito dopo la nascita: lo si capiva dal fatto che il cordone ombelicale, che appariva tagliato assai vicino alla parete addominale, non si era asciugato a sufficienza, come sarebbe avvenuto se la neonata fosse sopravvissuta per un certo tempo. Quando il secondo feto venne riesaminato qualche tempo dopo dall'équipe del professor Harrison dell'Università di Liverpool, le radiografie misero in evidenza chiari segni che suggerivano che la bambina fosse affetta dalla deformità di Sprengel, con una scapola congenitamente più alta, spina dorsale bifida e scoliosi. I raggi X stabilirono l'età intorno agli otto o nove mesi di gestazione. Di chi erano figlie queste bambine? Naturalmente, furono avanzate varie ipotesi, più complesse e "ritualistiche", ma la risposta più probabile è che fossero figli di Tutankhamon e di colei che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sembra essere stata la sua unica moglie: Ankhesenamon. C'erano altri casi, nella XVIII dinastia, di figli di re morti prima del padre e che furono seppelliti nella tomba del padre: Wabensenu, figlio di Amenhotep II, sepolto nella Tomba 35, e Tentamun, Amenemhat e un altro, non identificato, nella tomba di Thutmosis IV.

martedì 14 febbraio 2017

Ramses II e Nefertari

Nel giorno di San Valentino vale la pena ricordare una bellissima coppia, due persone che si sono amate e rispettate oltre tremila anni fa: Ramses II e Nefertari. La loro storia ha ispirato romanzi su romanzi e inoltre ha nutrito la fantasia di decine di persone per secoli. L'amore di Ramses per la bella moglie è testimoniato in diversi siti, a partire dalla tomba della regina fino al tempio minore di Abu Simbel, ed è proprio in questo luogo che si possono leggere le sue ultime parole d'amore:


martedì 24 gennaio 2017

La terminologia geroglifica per principi, principesse egizie e divine adoratrici

Dopo aver analizzato i termini con cui ci si riferiva alle regine egizie, andiamo ora a visualizzare i termini in uso nell'antico Egitto per i principi e le principesse. 
I figli del re erano chiamati Sa Nesu, appunto, "figlio del re" e le femmine invece Sat Nesu, "figlia del re". I fratelli e le sorelle del re avevano invece il titolo di Sen Nesu e Senet Nesu, "fratello del re" e "sorella del re". A cominciare dal Terzo Periodo Intermedio, solo le donne appartenenti alla famiglia reale potevano esercitare la funzione religiosa di "divina adoratrice", cioè di sposa terrena del dio Amon, una figura identificata con certezza solo a Tebe. Le divine adoratrici godevano di una titolatura il cui modello era simile a quello del re. Le più famose furono Karomama, Shepenupet, Amenirdis e Nitocris.
La titolatura era composta da tre appellativi: Hemet Netjer, "sposa del dio", Duat Netjer, "adoratrice del dio" e Djeret Ntejer, "mano del dio". Spesso associati, questi precedevano un nome iscritto in un cartiglio. A partire dalla XXVI dinastia, venne aggiunto all'inizio della titolatura un nome femminile di Horus: "Horet". Il titolo di Nebet Tauy, "Signora delle Due Terre", e altri (come i titoli secondari delle regine) venivano talvolta aggiunti ai titoli religiosi. 


mercoledì 18 gennaio 2017

La terminologia geroglifica delle regine egizie

Oltre alle titolature dei faraoni, molto conosciute, esistevano anche dei titoli riservati a regine e principi: erano più brevi, ma permettevano comunque di identificare questi nobili nei testi e nelle incisioni dei templi e delle tombe. In questo post andremo a vedere i termini usati per indicare le regine. Già nel Medio Regno, il nome delle regine era talvolta iscritto in un cartiglio, tuttavia, è solo a partire dal Nuovo Regno che questa usanza si diffonde.
Dopo l'Antico Regno, la regina è designata regolarmente con tre titoli. Poiché il re può avere diversi mogli, la sposa principale era chiamata Hemet Nesu Uret, "La grande sposa del re", mentre le altre donne portano più semplicemente il titolo di Hemet Nesu, "Sposa regale". La madre del re, importante personalità di corte, era chiamata Mut Nesu, "madre del re". Accanto a questi titoli principali esistevano numerosi appellativi secondari, come Repat Hatet Uret Hesut Nebet Imat Bener Merut, "La principessa, dai grandi favori, dama della grazia, dolce e amorevole" o Henut Tauy, "sovrana delle dure Terre", o anche scritto come Nebet Tauy, "Signora delle due terre". Durante l'Antico Regno, e molto più raramente in seguito, la regina era presentata come Mat Hor Seth, "Colei che vede Horus e Seth".


Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...