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mercoledì 20 luglio 2016

Il ruolo della nutrice nell'antico Egitto

Molte nutrici occuparono un posto importante alla corte d' Egitto. Si pensi, per esempio, all'illustre Tiye, moglie del dignitario Ay, futuro faraone, che diede il seno a Nefertiti e la educò..''Grande nutrice'' è detto della donna che allatta il futuro re, ''colei che ha cresciuto il dio, dal dolce seno, vigorosa nell'allattamento, la cui pelle è stata toccata da Horo''. Disponendo di un servitore, la nutrice reale ha anche la possibilità di farsi scavare una tomba(ultimamente è stata ritrovata la mummia della regina Hatshepsut nella tomba della sua nutrice, Satre, che ebbe il grande onore di vedere erigere la sua statua all'interno della cinta del tempio di Deir el-Bahri).
Il saggio Paheri ha fatto rappresentare tre balie sui muri della sua dimora eterna, Meryt, moglie di un capo tesoriere(tomba tebana n°63), balia della figlia del faraone, venne assunta dal re in persona.
Anche la dea Iside venne molto spesso ritratta nell'atto di allattare il piccolo Horus.
Amenhotep II, il re definito ''sportivo'' per via delle sue prestazioni di tiro con l'arco e di canottaggio, era molto affezionato alla sua nutrice, la madre dell'alto dignitario Kenamon.
Nella tomba tebana(n°93)di quest'ultimo, il re si è fatto rappresentare sulle ginocchia della sua balia, seduta su una specie di trono, all'interno di un padiglione colonnato il cui tetto è decorato con melograni e fiori di loto, ai piedi della balia è accucciato un cane, due fanciulle portano da bere, mentre una terza suona il liuto.

Alcuni contratti di epoca tarda precisano che la nutrice si impegnava ad allattare il neonato o a occuparsi di lui per un determinato periodo in cambio di un certo compenso.
Svolgeva anche funzione medica e curava soprattutto l'enuresi del bambino, somministrandogli pillole composte di frammenti di pietra bollita o un liquido a base di canne.
La mancanza di latte era la cosa peggiore per una nutrice, che disponeva di un rimedio efficace per ovviare a questo inconveniente; ungersi la schiena con un unguento preparato con la spina di un pesce particolare, il lates niloticus, cotta nell' olio.
Dato che secondo le prescrizioni dei medici, i bambini andavano allattati per almeno tre anni, alle balie non mancava certo il lavoro; erano pagate meglio di alcuni terapeuti, in cambio dei suoi servizi una di loro ricevette tre collane di diaspro, un paio di sandali, una cesta, un blocco di legno, dell'avorio e mezzo litro di grasso, la sua collega, due paia di sandali, un vaso di rame, una stuoia, alcune ceste e un litro d'olio.
Ritenute ''il liquido che guarisce'', il latte veniva attentamente esaminato, doveva avere l'odore delle piante aromatiche o della farina di carrube; se, invece, sapeva di pesce era considerato cattivo. La lunga durata dell'allattamento spiega perchè non si è trovata traccia di rachitismo negli scheletri di bambini egizi, il ''prezioso latte'' poteva essere raccolto in recipienti d'argilla a forma di donna che si schiaccia il seno mentre tiene sulle ginocchia un neonato.
Curare il seno delle balie, in modo da evitare pruriti, emorragie o suppurazioni, era uno dei compiti fondamentali dei medici, che utilizzavano a questo scopo prodotti a base di canna, fibre vegetali, stami e pistilli di giunco.
Pensa che su una statua conservata al Metropolitan of Art di New York, è di una balia che per la sua fama fu chiamata a lavorare in Siria, il suo nome era Satnefrure, è un opera molto commovente, voluta dalla stessa nutrice, prima di lasciare l'Egitto fece scolpire quella statuetta perché fosse deposta nella sua dimora eterna, in modo da essere sicura che sarebbe stata sepolta in qualche modo nella sua terra invece che all'estero. Per un egizio era devastante abbandonare la propria terra.

venerdì 25 marzo 2016

Il lino e il cotone nell’antico Egitto

Resa fertile dal Nilo, la terra d’Egitto permetteva di coltivare diversi tipi di piante: tra queste, il lino occupava un posto speciale, poiché serviva a realizzare gli abiti indossati dall'intero Paese. Non molte notizie, invece, si hanno sulla coltivazione del cotone. 


Lungo le rive del Nilo, gli egizi coltivavano diversi tipi di piante tessili, dedicando particolari cure a quelle di lino. Fin dalla più remota antichità, infatti, gli uomini avevano appreso l’arte di sfruttare le fibre ricavate dai fusti del Linum usitatissimum, una pianta della famiglia delle Linacee. Gli esemplari più antichi di stoffe di lino risalgono al sesto millennio prima di Cristo, e sono stati ritrovati nell'odierna Turchia. Quanto all'antico Egitto, i suoi tessuti di lino erano rinomati in tutto il mondo antico. Non a caso, oggi è disponibile una ricca documentazione riguardo a questa cultura. Lo stesso, purtroppo, non si può dire circa la coltivazione del cotone, sulle cui origini gli archeologi continuano ad avere conoscenze piuttosto lacunose. Considerata la scarsità di piogge che caratterizza ancora oggi il clima egiziano, la coltivazione di questa pianta così bisognosa d’acqua doveva richiedere un sistema di irrigazione molto fitto. Eppure, le informazioni a riguardo sono scarse, è presumibile, comunque, che gli egizi conoscessero il cotone da molto tempo, o perché ne coltivavano alcune varietà locali, oppure perché se lo procuravano per mezzo degli scambi commerciali con i paesi al di là del Mar Rosso. Nel secondo secolo dell’era cristiana, Giulio Polluce, precettore dell’imperatore Commodo e originario dell’Egitto, ricordava di aver visto nel suo paese natale alcune coltivazioni di cotone: nel suo trattato Onomastikon, infatti, raccontava di un albero sul quale “nasce frutto che sembra una noce con tre fessure; una volta seccato, se ne ricava una lana che viene filata e usata per tessere una trama”.

Il re dei tessuti
Quella del lino è una pianta annuale, ha dei fiori azzurri ed è molto alta e sottile. Per giungere alla piena maturazione, ha bisogno di circa tre mesi: quando i fiori cominciano ad appassire e compaiono delle infruttescenze, è il momento del raccolto. Nell'antichità, i contadini effettuavano questo lavoro a mano: non tagliavano i fusti, ma li strappavano dal terreno, li scrollavano per liberarli dalla terra e poi li raccoglievano in fasci, che venivano legati con altri fusti. Il lino così preparato veniva portato in spazi appositi, dai contadini incaricati di battere il raccolto. Quando le piante erano ben secche, si toglievano le infiorescenze, a mano o con l’aiuto di una lunga tavola munita di denti e chiamata appunto “pettine”. A quel punto, il lavoro nei campi era terminato: le fibre erano pronte per essere filate.

Un’attività tipicamente femminile
Testi e bassorilievi dell’epoca testimoniano che la filatura e la tessitura del lino erano attività tipicamente femminili. In alcun raffigurazioni, si riconoscono anche degli uomini impegnati a lavorare su telai verticali, forse più pesanti e più difficili da manovrare, ma a far funzionare i telai orizzontali erano le donne. Numerose fonti, inoltre, confermano che le grandi proprietà e i palazzi più importanti possedevano i propri laboratori di filatura e tessitura, destinati a realizzare le stoffe necessarie alle famiglie benestanti. È probabile che nei laboratori lavorassero decine di persone, il più delle volte donne, specializzate in questo genere di manifattura. 

Un intero paese vestito di lino
Si può ben dire che nell'antico Egitto il lino fosse il re dei tessuti. Da prima del 3.000 a.C., infatti, gli abitanti di questo Paese dal clima così ostile presero ad indossare abiti leggerissimi. Il lino si prestava perfettamente a questa esigenza: lo indossavano tutti, uomini e donne, dai più poveri ai più ricchi, fino al Faraone. Ovviamente, a seconda delle classi sociali, vi erano grandi differenze nella fattura e nello stile degli abiti. Alcune immagini risalenti all'epoca predinastica mostrano uomini seminudi: indossano solo una cintura intorno alla vita, da cui pende un pezzo di tessuto che copre gli organi genitali, oppure un gonnellino di fibre vegetali. A cominciare dal Nuovo Regno, le persone di più alto rango cominciarono a indossare eleganti tuniche, lunghe fino alle caviglie. 

Le bende dell mummie
Gli egizi utilizzavano il lino anche per ricavare le strisce di tessuto in cui avvolgevano le mummie: sono innumerevoli i corpi ancora bendati che gli archeologi hanno riesumato dalle antiche sepolture. Un’antica leggenda racconta che a inventare le bende di lino fu la dea Iside, per avvolgere il corpo di Osiride, suo fratello e sposo. Secondo gli egizi, questa fibra aveva un carattere sacro e origini divine: del resto, si trattava del tessuto più antico. Il suo colore immacolato inoltre, ne fece un simbolo di purezza, era infatti l’unico tipo di tessuto che poteva essere introdotto in un tempio. 

La coltura del cotone
Rinomato ancora oggi, il cotone egiziano ha fibre lunghe, robuste e lisce. La coltivazione del cotone richiede tempi di vegetazione e maturazione molto lunghi, tanto sole e acqua abbondante durante il periodo di crescita, e un clima secco durante il raccolto. L’Egitto, dunque, offriva e offre ancora oggi condizioni ideali per questa coltura.

giovedì 12 marzo 2015

Il carro da guerra egizio

L'introduzione del carro da guerra provocò un'autentica rivoluzione nel campo della tecnologia militare ed ebbe importanti ripercussioni nel panorama politico del mondo antico.


Sembra che fu lungo le sponde del fiume Oxus, che separa l'Asia centrale dalla Persia e dal Medio Oriente, il luogo in cui l'uomo domò il cavallo, lo sellò, lo montò e lo mise a tirare il carro. Da lì, infatti, partirono i popoli conquistatori che formarono i cosiddetti "regni dei carri". Il carro apparve nella civiltà sumera, verso il 2800-2400 a.C., e fu portato in Egitto dagli hyksos, un insieme eterogeneo di semiti e asiatici che piombò nel paese del Nilo nel Secondo Periodo Intermedio, verso il 1644 a.C. 
Questi guerrieri erano in possesso di una tecnologia militare superiore a quella egizia, soprattutto per quel che riguarda l'uso del carro. La loro vittoria fu totale ma, col tempo, i vinti seppero fare propria la nuova arma per poi rivolgerla vittoriosamente contro gli stessi che l'avevano introdotta. 
Il carro da combattimento era un arma tattica che sul campo di battaglia aveva funzioni molto precise: attaccare frontalmente la fanteria o aggirarla, romperne l'ordine, affrettarne la fuga e, infine, mettersi all'inseguimento dei fuggitivi. Il successo di questa "macchina da guerra"  si basava sulla creazione di una piattaforma di tiro che si muoveva a grande velocità e che si combinava con unità simili fino a formare un rullo in grado di schiacciare la fanteria. Contro i carri esistevano poche difese: un uso intelligente del terreno, la costruzioni di fossi e ostacoli e l'azione di soldati specializzati  nell'atterrare i cavalli nemici. Potevano essere utilizzati anche carri per fermare altri carri, ma la loro efficacia risultava dubbia. La prima battaglia di carri documentata è quella di Megiddo, nel nord della Palestina, combattuta nel 1468 a.C. tra il faraone Thutmosi III e un'alleanza capitanata dagli hyksos.

Il carro egizio
In Egitto esistevano due tipi di carri: quelli destinati al trasporto di persone importanti (dal faraone ai nobili più in vista), che fungevano in combattimento da postazione mobile di comando, e quelli comuni, che formavano un corpo a parte all'interno dell'esercito. Il carro da combattimento portava due uomini: un auriga o conduttore, armato solo di una frusta e che a volte è raffigurato mentre impugna uno scudo, e il combattente armato di arco. Le armi del combattente erano principalmente un arco e un giavellotto; era più raro l'uso di pugnali, ace o spade. Non si utilizzava l'elmo né altra protezione, tranne un piccolo scudo leggero. L'uso del carro richiedeva forza e destrezza, che si acquistavano durante l'addestramento ma anche con la pratica della caccia, che era nello stesso tempo passatempo e allenamento.
I carristi costituivano un corpo nobile ed erano ufficiali che raggiungevano i gradi più alti nell'esercito. Il carro costituiva un elemento di prestigio sociale.
Persino i figli del sovrano si fregiavano di titoli come "primo conduttore del carro del faraone" o "conduttore dei cavalli". Il faraone si poneva alla guida delle truppe sul suo carro; quando il re-dio moriva, questo stesso carro veniva smontato e collocato nella sua tomba perché il defunto potesse utilizzarlo nell'aldilà.  Esistono raffigurazioni di carri (sia pitture che rilievi) che illustrano per lo più una battaglia oppure una sfilata dopo la vittoria. Ne sono esempi le molteplici raffigurazioni della battaglia di Kadesh o le diverse immagini di Ramses II su un carro, con le redini fermate alla vita e le mani libere per maneggiare l'arco.  


Poiché il carro, così come il cavallo, fu introdotto in Egitto in un secondo momento, fu necessario creare un vocabolo per designare questa nuova invenzione, e così fu introdotta nella lingua la parola: wrrt. Il simbolo che la rappresenta è un disegno molto vicino alla realtà. 



domenica 4 maggio 2014

L'avorio


Dopo l’argento e l’oro, l’avorio era una delle materie più preziose dell’antico Egitto: per questa ragione, i sovrani lo affidavano solo agli artigiani più abili, capaci di realizzare raffinati oggetti di ogni tipo. La necessità di procurarsi l’avorio fu anche uno dei motivi per cui vennero organizzate le prime spedizioni in Nubia, con cui ben presto si stabilirono relazioni commerciali stabili.
Gli antichi egizi ricavavano l’avorio in almeno due modi: i più utilizzati allo scopo erano i denti di ippopotamo, che fornivano un materiale di buona qualità e piuttosto facile da trovare; questi animali, infatti, li perdono e sostituiscono regolarmente quando diventano troppo grandi e fastidiosi. Quanto alle zanne di elefante, bisogna tenere presente che questo pachiderma viveva molto più a sud, nei territori nubiani: i faraoni poterono godere di questo pregiato materiale solo a partire del Medio Regno, prima grazie alle spedizioni commerciali, poi con l’occupazione militare.
La lavorazione dell’avorio richiedeva molta pazienza e grande precisione da parte degli artigiani. Per questo motivo, considerando anche la difficoltà nel reperirlo, l’avorio di elefante era destinato solo ai lavoratori di corte, gli unici ad avere il privilegio di intagliarlo e ricavarne oggetti preziosi. Peraltro, in virtù del suo colore bianco crema, spesso opaco, l’avorio era considerato un simbolo di purezza assoluta: pertanto, solo mani esperte e di fiducia potevano maneggiare questa sorta di “dono degli dei”. Con l’avorio, gli artigiani egizi realizzavano soprattutto piccoli oggetti di uso quotidiano, come monili e accessori per il trucco, pettini, spatole per il fard e contenitori per i più svariati unguenti, che sono stati ritrovati in molte tombe, deposti accanto al defunto, di cui, secondo le credenze dell’epoca, continuava a servirsene nell'aldilà. Tutti gli oggetti erano finemente intagliati con motivi geometrici o figure di animali.

L’avorio arrivava sul banco di lavoro dell’artigiano allo stato grezzo. Le lunghe zanne ricurve venivano tagliate in piccoli cilindri, poi cominciava il lavoro vero e proprio dell’artigiano. Innanzitutto, questi esaminava molto attentamente ogni pezzo per coglierne al meglio le caratteristiche: in questo modo, decideva la destinazione finale della materia prima, in base agli ordini che doveva evadere. Per esempio, un blocco lungo e stretto poteva essere adatto per realizzare una statuetta o un oggetto da toilette, un altro più compatto poteva prestarsi per creare un portagioie, e così via. In ossequio alla concezione dell’arte diffusa a quei tempi, l’artigiano si serviva quindi del suo estro per “liberare” la forma finale dell’oggetto da un blocco di materia. Un po’ alla volta, scheggia dopo scheggia, si avvicinava alla forma intuita fin dall’inizio: con gli utensili adeguati, l’artista continuava a definire i dettagli e la decorazione. Alla fine, l’oggetto veniva lucidato per mezzo di una polvere abrasiva, che conferiva al prodotto finito il suo caratteristico bagliore lattiginoso. Gli scarti di lavorazione non venivano gettati, ma riutilizzati per magnifici lavori di intarsio. Nel corso dell’intero procedimento, semplice solo i apparenza, l’artigiano doveva tenere conto che l’avorio è estremamente friabile, se lavorato con un attrezzo: per non sbriciolarlo, quindi, era necessaria una grande esperienza e la capacità di sapere istintivamente fino a che punto ci si poteva spingere senza compromettere il risultato finale.

sabato 28 dicembre 2013

Il denaro in Egitto

Gli egizi conoscevano il denaro quando ancora non lo utilizzavano: il loro commercio di basava sul baratto. I soldi vennero introdotti in Egitto con l’instaurazione della dinastia dei macedoni. Gli egizi coniarono monete per la prima volta durante il regno di Hakor (391-377 a.C.), anche se per motivi eccezionali (guarda paragrafo sotto). Le prime coniazioni propriamente dette iniziarono tra il 330 e il 325. Le emissioni circolarono attraverso l’impero macedone e furono un elemento di prestigio per Alessandro e per la sua città. Nella zecca di Alessandria lavoravano incisori stranieri, che dominavano l’arte di coniare monete. Tolomeo I (305-283 a.C.) ne fece una delle più importanti del mondo ellenistico. Era necessario molto denaro per costituire un esercito di mercenari greci e riorganizzare economicamente il paese. Esso poteva essere anche un potente mezzo di propaganda ideologica. Nel 305, quando Tolomeo divenne re dell’Egitto, modificò i coni e fece mettere la propria immagine sulle monete d’oro e sui tetradrammi di 14 grammi, quelli maggiormente in circolazione. Per la prima volta fu raffigurato sulle monete il ritratto di un monarca vivo.
Con la conquista della Cirenaica, di Cipro e della Fenicia, la creazione di un sistema monetario trasformò questi domini dei Lagidi in un’area di circolazione esclusiva che facilitò il controllo dell’economia. Dopo la battaglia di Ipso, nel 301 a.C., fu adottato il sistema di peso fenicio e si coniarono monete in tutti i metalli: oro, argento e bronzo. L’economia dei Lagidi raggiunse il massimo splendore con Tolomeo II (283-246 a.C.) e Tolomeo III (246-221 a.C.). Tuttavia, l’oro circolò poco; le coniazioni più note in questo metallo risalgono alla fine del regno di Tolomeo II o ai tempi del suo successore. Si tratta di una serie di octodrammi, sul cui recto sono raffigurati Tolomeo II e Arisnoe II e sul verso Tolomeo I e Berenice.  Le emissioni più importanti furono quelle di bronzo. Fu introdotto il tipo ‘’rame’’ durante il regno di Tolomeo IV Filopatore (221-203 a.C.). Il bronzo di grande peso fu introdotto verso il 270 da Siracusa, città che segnava le mode di Alessandria. Verso la metà del III secolo circolarono tetradrammi d’argento per il commercio estero e dramme di bronzo per quello interno. La popolazione utilizzò il bronzo senza coniarlo per il commercio di tutti i giorni. La conquista di Siracusa da parte dei romani pose fine all’era dell’argento, e le zecche fissarono misure di valore in bronzo. A partire da Tolome V Epifane (203-181 a.C.), la monetazione perse vigore. Continuarono i tipi precedenti e rimasero solo didrammi molto rari. Le emissioni d’oro scomparvero dopo Tolomeo VIII Evergete (170-116 a.C.).
La fine della dinastia dei Lagidi, specialmente durante il regno di Tolomeo XII (80 a.C.) e Cleopatra VII (51-30 a.C.), fu caratterizzata da una crisi economica e politica. Le monete d’argento non scomparvero, ma furono utilizzate soltanto per un certo tipo di pagamenti – i prestiti a lungo termine – per prevenire l’inflazione. Per la maggior parte della popolazione questo prezioso metallo conservò il proprio valore ma non sotto forma di moneta. Durante l’impero romano, Augusto confiscò tutto l’oro e l’argento delle tesorerie reali e lasciò circolare soltanto le monete di rame per i bisogni interni. Tiberio continuò le coniazioni in bronzo nella zecca di Alessandria. Nel 20 d.C. fu coniata una moneta fatta per l’82% di rame e per il resto di argento. In seguito venne realizzata una lega d’argento uguale a quella contenuta nel denaro romano. Poiché allora non si conosceva alcun metodo per separare l’argento dagli altri metalli, questa moneta fu poco diffusa e il suo valore commerciale scarso. Si chiamava statere o tetradramma ed equivaleva ufficialmente a un denaro romano o a una dramma attica. Ad Alessandria furono coniati cinque tipi di monete di bronzo durante i primi due secoli della dominazione romana.

Il Baratto
L’Egitto era essenzialmente un paese agricolo. La maggior parte degli scambi avveniva in natura, attraverso i prodotti della terra, con cui si pagavano anche i tributi. A partire dalla XVIII dinastia vi fu uno strumenti di scambio basato sui metalli: il deben, che equivaleva a 91 grammi. Era d’oro, argento e rame ed era suddiviso in 10 kite. L’archeologia ha rinvenuto numerosi "pesi" di aspetto teriomorfo o con testa di bovino, a dimostrazione che il sistema economico si basava sull'agricoltura. L’uso del metallo come mezzo di scambio nel Nuovo Regno non incise sull'economia del paese.

Hakor e le prime coniazioni
Le prime emissioni di moneta sono di epoca tarda e si devono a una situazione eccezionale. Per lottare contro l’esercito persiano, il faraone Hakor (dai greci chiamato Achoris/ 391-379 a.C.) ingaggiò mercenari greci, che non accettavano il pagamento in natura, per cui fu necessario coniare monete di tipo ateniese e anche richiedere coni in questa città. Fino alla fuga di Nectanebo II in Macedonia, nel 341 a.C., i tipi acquistarono un carattere più locale, anche se la circolazione di queste emissioni fu limitata. L’innovazione assunse una forma definitiva sotto i Tolomei.


Le Zecche
La zecca di Alessandria entrò in attività verso il 326 a.C. Conosciamo le emissioni di tetradrammi di Alessandro. La zecca di Alessandria emise serie in oro, argento e bronzo; i suoi maggiori indici di produzione si ebbero sotto i primi quattro monarchi Lagidi, ma non vi fu il marchio della zecca fino alla fine del II secolo a.C. Il sistema delle zecche fu opera di Tolomeo I. Quelle di Corinto ed Efeso furono le uniche a funzionare fuori dell’aera monetaria esclusiva al tempo di Tolomeo I e Tolomeo III. Le città fenicie, con una lunga tradizione avevano coniato monete per Alessandro; non fu difficile adattarle alle esigenze dei Tolomei. Al tempo di Tolomeo II furono importanti le zecche di Tiro, Sidone, Ptolemais, Khoppa, Gaza, Beirut e Ascalon. A Cipro si distinsero quelle di Kition, Pafos e Salamina. Anche a Cirene vi fu una zecca importante.

La banconota egiziana
Oggi i biglietti dello Stato egiziano presentano immagini che ricordano l’eredità dell’antica Civiltà dei faraoni. Sono frequenti le raffigurazioni di rilievi con imprese militati, tempi, piante araldiche, barche sacre o effigi del sovrano. Nell'immagine si vede un biglietto da 50 piastra, su cui è presentato Ramses II, con il tipico elmo da guerra e lo scettro pastorale. 


domenica 16 giugno 2013

Le piante medicinali

'' Quella terra fertile produce molte erbe, alcune nocive e altre curative, 
debitamente mescolate. Laggiù ogni uomo è un dottore (...) ''. 

Così Omero descrive nell'Odissea la ricchezza di piante medicinali in Egitto. Piante, semi, erbe e frutti erano molto utilizzati nella preparazione di ricette mediche nell'antico Egitto. L'impiego di determinate piante era segno di una buona conoscenza della natura. Nei papiri che ci sono giunti vi sono ricette mediche i cui componenti principali appartenevano al regno vegetale. Il problema è che talvolta sono usati termini che non è stato possibile decifrare. Malgrado ciò, la maggior parte delle piante utilizzate dagli egizi fu adottata anche da greci, romani e arabi; alcune vengono ancora usate. Le erbe (raccolte direttamente o acquistate al mercato) venivano utilizzate per inalazioni, suffumigi oppure sciolte in acqua, vino, miele o latte. Talvolta si realizzavano preparati di erbe in acqua o olio, che poi si mescolavano con altri composti. Malgrado l'apparente rigore scientifico, tutte le ricette andavano accompagnate dalle giuste formule magiche, perché nell'Antico Egitto, scienza e magia andavano di pari passo. Anche le piante come l'uva (contro la tosse), i datteri (inalati o per unguenti), le foglie di papiro (contro le scottature) e le cipolle (contro il morso dei serpenti) venivano usate in senso medico; ma anche semi come il grano e l'orzo, ad esempio:


Test di gravidanza

'' Mezzo per sapere se una donna è o non è incinta. 
Si pongono orzo e grano e la donna li bagnerà tutti i giorni con la sua urina. 
Metterà anche datteri e sabbia nei due secchi. Se i due semi germogliano, la donna è incinta (...) ''.

Addirittura, si poteva stabilire secondo gli egizi, il sesso del bambino:

'' Se spunterà prima il grano, vorrà dire che nascerà una femmina, 
se invece spunterà dell'orzo significa che nascerà un maschio (...) ''.



sabato 4 maggio 2013

I prodotti d'importazione

Malgrado le enormi ricchezze di cui disponeva il territorio egizio, molti erano i beni provenienti da altri paesi. Prodotti di prima necessità, come l'olio o certi minerali, e anche alcuni articoli di lusso, tra cui pelli e profumi, venivano importati dai paesi vicini.
Già nel Periodo Predinastico nelle tombe dell'antico Egitto fecero la loro comparsa alcuni prodotti importati dai paesi stranieri. La loro provenienza, tra l'altro, era alquanto varia. Dal paese di Canaan, ad esempio, venivano importati olio e vino, che erano trasportati in anfore. I contatti con Biblo sono documentati dal periodo Predinastico. 

Il prodotto più importato da quella zona era il cedro, il cui legno era notevolmente apprezzato. Nella penisola del Sinai, invece, iniziò l'estrazione di turchese, con cui venivano elaborati gioielli, e di malachite, utilizzata come cosmetico. Il lapislazzuli era importato dal lontano paese di Bactriana, l'attuale Afghanistan. Da Cipro l'Egitto prendeva il rame, necessario soprattutto per le armi. In diverse occasioni l'importazione di questo prodotto fu effettuata per via diplomatica, vale a dire che fu un regalo del sovrano di Cipro al faraone. La principale fonte di rifornimento di prodotti esteri era la Nubia, vicina e ricca di minerali. Inoltre, benché il paese del Nilo disponesse di oro, anche questo minerale, insieme ad altri prodotti esotici, veniva importato dalla Nubia. Dall'Africa venivano importate scimmie, giraffe e leopardi (sopra e sotto, tomba di Rekhmira), animali piuttosto rari in Egitto. Un "prodotto" particolare fu un pigmeo di questa zona portato in dono a Pepi II. Con i Nubiani, si fecero anche numerosi baratti di schiavi in cambio di cereali. 

In un considerevole numero di dipinti del Nuovo Regno sono raffigurati stranieri che offrono beni e prodotti al faraone o a un alto funzionario. Queste scene, in realtà, sembrano rappresentare un tributo da parte di popoli stranieri. Tuttavia, scene simili si svolgevano anche nella realtà, quando i commercianti egizi giungevano nei paesi stranieri. I prodotti che entravano nella terra dei faraoni erano monopolio statale e solo il sovrano poteva concedere il privilegio dell'importazione così come soltanto lui poteva revocarlo. In epoche più avanzate, templi iniziarono a organizzare alcune spedizioni per importare prodotti. Uno dei casi più noti è quello narrato nelle Disavventure di Unamone, quando il grande sacerdote di Amon invia a Unamone a Biblo allo scopo di portare in Egitto del legno di cedro. La maggior parte delle importazioni avveniva via mare. È stato calcolato che un viaggio dall'Egeo fino in Egitto poteva durare circa cinque giorni. Al paese di Opone (Somalia, Corno d'Africa) si giungeva attraverso il Mar Rosso, su imbarcazioni di piccole dimensioni;  per giungere in Nubia gli egizi navigavano lungo il Nilo, oppure potevano seguire la rotta delle oasi. Il percorso via terra, invece, risultava molto più lungo. Gli egizi non utilizzarono la moneta fino alle epoche tarde e il commercio veniva realizzato tramite scambi. Per conoscere il valore dei prodotti si usavano alcune misurazioni fatte con rame (nel caso in cui il prodotto non fosse pregiato) o anche oro e argento (nel caso di prodotti di lusso). Quando l'importazione non fu più monopolio statale, anche i piccoli commercianti ebbero accesso ai prodotti importati.

(Foto di Flavio Massimo)

venerdì 15 febbraio 2013

La Casa della Vita

L'importanza di queste scuole dal nome così bello, era dovuta al fatto che gli scribi che là si formavano, erano gli uomini più istruiti d'Egitto, oltre che consiglieri del faraone. Le Case della Vita erano centri di studio legati ai templi, dove gli scribi, i sacerdoti e i bambini di classi elevate apprendevano l'astronomia, la geografia, la matematica, le leggi, la storia, la religione e altre materie. In questo luogo si copiavano testi riguardanti la liturgia o la magia, che si conservavano poi nelle biblioteche, o Case dei libri. Coloro che frequentavano questa scuola, apprendevano a scrivere in ieratico. Gli alunni sedevano a erra e poggiavano la tavoletta sul banco. L'attrezzatura degli scribi era costituita da una paletta, con fori per l'inchiostro, e dei calami.
La maggior parte dei testi ritrovati appartengono all'Antico Regno, poiché gli egizi ritenevano che ciò che era scritto dovesse prevalere sul nuovo. La Casa di vita era legata anche alla medicina, e vi studiavano i dottori. Gli Scribi della Casa della Vita formulavano l'oroscopo dei bambini appena nati che venivano presentati al tempio. Le più famose furono quelle di Tebe, Menfi, Akhmin, Coptos e Abido. 

domenica 24 luglio 2011

Un giorno da Faraone


La giornata di un re egizio era regolata nei minimi particolari. Tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, essa era organizzata secondo un severo e rigido cerimoniale. Il suo tempo era diviso tra le udienze e i giudizi, la caccia e la guerra, le passeggiate e i divertimenti.
Il risveglio del re era una grande cerimonia, il faraone si preoccupava del suo aspetto fisico, e si affidava alle mani esperte del barbiere e della manicure. Doveva indossare un grande vestito: il gonnellino shenti, corto e a pighe, rientrava tra i suoi indumenti. Il faraone non appariva mai in pubblico con la testa scoperta; anche nell'initimità portava sempre un copricapo. Perciò indossava una parrucca e sopra di essa il nemes con il serpente ureo. Una barba posticcia si univa al copricapo. Il re portava collane, pettorali e bracciali. Indossava sandali o camminava scalzo. Di mattina leggeva la posta, si lavava e poi offriva un sacrificio e ascoltava le preghiere del sommo sacerdote. Il re doveva essere al corrente di tutti gli avvenimenti. Dettava risposte, convocava il consiglio, ma il suo principale dovere era quello di manifestare gratitudine agli dei:restaurava monumenti, costruiva nuovi santuari e statue, faceva erigere obelischi; sovrintendeva e controllava l'esecuzione dei suoi ordini. Il faraone nominava gli alti funzionari, sceglieva il sommo sacerdote e ricompensava i generali che avevano compiuto imprese memorabili. Si attendeva che vi fossero diversi personaggi da ricompensare per chiamarli a palazzo. Un'altra cerimonia regale consisteva nel ricevere i delegati stranieri, che arrivavano con i tributi. L'occupazione più importante del re era la guerra. Al ritorno da una spedizione, al faraone piaceva svagarsi nel suo palazzo e divertirsi con la famiglia. Ma anche la caccia era uno sport appassionante: nel deserto, il faraone cacciava leoni, tori o antilopi.I palazzi reali erano in corrispondenza dei templi dedicati al culto del faraone, ogni complesso aveva la ''finestra delle apparizioni'', dalla quale il re distribuiva oro e beni di necessità.
Per quanto riguarda la sessualità nella vita di un faraone possiamo affidarci alla deduzione logica, probabilmente con diversi harem a disposizione, passava le sue notti all'interno di essi. La vita agiata di cui godevano i faraoni è testimoniata da una mummia in particolare, quella di Ramses III, che aveva problemi di obesità; ma tuttavia le mummie testimoniano anche di problemi salutari e in alcuni casi di fastidiose malattie.

domenica 3 aprile 2011

Le ricette mediche: i papiri di medicina

La pratica della medicina nell'antico Egitto, per quanto molto spesso mescolata alle pratiche magiche, non era molto distante da quella attuale. Il medico esaminava il malato, stilava una diagnosi e prescriveva la cura, corredata da ricette; molte di esse funzionano ancora oggi. Gli egizi prestarono grande attenzione al corpo umano e alle sue malattie. Ce lo confermano i testi di medicina giunti fino a oggi, la maggior parte dei quali su papiro. Essi costituiscono solo una piccolissima parte dei compendi messi a punto dai medici egizi. La Biblioteca di Alessandria ne aveva una ricca collezione, che però andò perduta durante un incendio divampato all'interno del grande edificio; quelle che ci sono giunte sono copie. Un gran numero di esse possono essere notevolmente retrodatate ma, non avendo la possibilità di stabilire la loro reale provenienza, è molto difficile valutare a quale medico egizio appartenessero gli originali. La maggior parte dei testi medici è scritta in ieratico, anche se esistono alcuni papiri in demotico. A eccezione dei Papiri del Ramesseo III, IV e V, il resto dei testi appare scritto in file che vanno da destra verso sinistra. Da sottolineare il fatto che si sono conservati taluni frammenti di testi su ostraca. Essi appartengono agli ultimi periodi della storia dell'Egitto faraonico. Tra i papiri medici, c'è ne sono tre di particolare importanza:

Il Papiro Edwin Smith:
Così chiamato dal nome del suo acquirente, Smith ne stabilì l'autenticità e, poiché conosceva lo ieratico, tentò di tradurlo. Il testo redatto in stile arcaico, copriva entrambe le facciate. Prima della ricetta c'era un'analisi del caso, una diagnosi e il possibile rimedio contro il dolore.

I Papiri della collezione Chester Beatty:
A differenza di altri papiri, come l'Ebers o l'Edwin Smith, i papiri della Chester Beatty hanno un carattere più magico che scientifico. Essi hanno tutti la medesima struttura: Titolo, esame del malato, la diagnosi e, qualora la malattia possa essere curata, la ricetta medica.

Il Papiro Ebers:
Il Papiro Ebers prende il nome del suo acquirente europeo, è un rotolo di papiro lungo 20 metri ed alto 20 centimetri, databile alla XVIII dinastia egizia è scritto in ieratico e contiene un grande numero di prescrizioni mediche. Nelle 110 pagine riporta circa 700 formule magiche e rimedi di vario genere.

martedì 15 marzo 2011

La rivolta di Deir el-Medina


Il villaggio di Deir el-Medina fu fondato all'inizio della XVIII dinastia per ospitare una comunità di operai e artigiani che lavoravano alla costruzione e alla decorazione delle tombe destinate alla famiglia reale. I successivi scavi di questo importante sito urbano, abitato fino alla fine dell'epoca ramesside, hanno fornito numerosi dati archeologici di grande valore per la conoscenza dell'Egitto del Nuovo Regno. Oltre allo studio dello sviluppo del villaggio stesso, delle tombe dei suoi abitanti con il loro corredo funerario, delle cappelle e di piccoli templi per il culto, Deir el-Medina ha apportato una grande quantità di documenti scritti.




''..informate il re, nostro buon signore, e il visir, nostro superiore, affinché ci venga dato cibo per il nostro sostentamento..''

''..siamo venuti a causa della fame e della sete (...). Non abbiamo vestiti..''

''..siamo deboli e affamati, poiché non ci sono state consegnate le razioni..''

''..sono passati venti giorni e le razioni non ci sono state ancora consegnate..''


Queste citazioni provengono da un famoso papiro conservato al Museo Egizio di Torino, il Papiro dello Sciopero. Descrive le proteste degli operai del villaggio, ai tempi della XX dinastia; che non avevano ricevuto i salari pattuiti per la costruzione delle tombe. Redatto probabilmente dallo scriba Amennakht, esso narra gli avvenimenti in ordine cronologico.
Questo documento racconta che nell'anno di regno 29 del regno di Ramses III, una serie di incidenti si verificarono a seguito del mancato pagamento degli operai. Dopo venti giorni questi ultimi, invece di presentarsi al posto di lavoro, si diressero al tempio di Horemheb per esigere 46 sacchi di grano, che alla fine furono consegnati. Tempo dopo altri ritardi costrinsero gli operai a mettere in atto nuove proteste e scioperi davanti ad altri templi, chiedendo di essere ascoltati dal faraone. Proteste di questo tipo avvennero durante gli ultimi anni di regno del faraone e furono forse causate dalla corruzione dei funzionari.

venerdì 18 febbraio 2011

La vita nel tempio

I templi dell'antico Egitto costituiscono un patrimonio architettonico di grande bellezza. Chi li guarda, oltre ad ammirare l'aspetto materiale della loro costruzione, deve andare oltre e tener conto del fatto che qui si svolgeva una vita attiva, non solo religiosa ma anche quotidiana. Nella società egizia esistevano tre classi che godevano di privilegi: I re, i funzionari e, sicuramente, i sacerdoti. Il clero ottenne grandi vantaggi in alcuni periodi e fu anche molto legato all'evoluzione della monarchia e alla politica egizia. I sacerdoti menfiti, per esempio, ebbero grande forza durante tutto l'Antico Regno, soprattutto per la loro influenza teologica. Il clero eliopolitano fu sicuramente coinvolto nei tumulti che si verificarono alla fine della IV dinastia. Quello tebano fu molto legato al potere del faraone nel Nuovo Regno e alla nascita del culto di Amon-Ra. I sacerdoti occupavano una posizione importante nella scala sociale, non solo in quanto celebravano i riti religiosi e dedicavano la loro vita agli dei, ma anche perché erano grandi proprietari terrieri, grazie alle donazioni fatte dal faraone ai templi. Il lavoro quotidiano in un tempio egizio consisteva nella celebrazione di vari rituali e nell'amministrazione dei prodotti e del personale. Non vi si svolgevano, quindi, solo attività religiose e cerimoniali ma anche economiche. Le immagini avevano bisogno di offerte per il loro sostentamento, costituite da alimenti deposti con regolarità ai loro piedi. Tali prodotti provenivano dai campi che il tempio possedeva. Erano necessari poi altri beni materiali adatti al rango degli dei, come le greggi, i prodotti della pesca, della caccia di uccelli, i raccolti di lino, e cosi via. Queste ricchezze erano chiamate ''offerte''. Tutto ciò richiedeva un'amministrazione che in molti casi lasciava abbondanti rimanenze. Pertanto, il tempio aveva bisogno di un luogo in cui conservare questi prodotti. L'amministrazione dei templi era affidata a funzionari, in modo che il governo potesse controllare il potere economico della comunità. Per i loro servizi, i sacerdoti ricevevano una ricompensa in natura, che poteva consistere in terre di proprietà del tempio che potevano affittare, oppure in una percentuale delle entrate del santuario. Il personale di un tempio era organizzato in gerarchie: Al primo posto si trovavano i ''servi del dio'' o ''profeti'', tra cui spiccava il ''primo servo'' o sommo sacerdote. Sotto di loro erano i ''puri'', che si dividevano in due categorie: I sacerdoti Ueb, che aiutavano nei rituali, e i sacerdoti-lettori, esperti dei testi sacri. Esistevano inoltre custodi, o ''sacerdoti orari'', che lavoravano nel tempio durante determinate ore o per un mese, e sacerdoti o sacerdotesse funerarie con il compito di fornire offerte ai defunti a nome della famiglia; questa era una carica ereditaria.

giovedì 23 dicembre 2010

La figura dello Scriba

In Egitto il buon funzionamento dello stato dipendeva essenzialmente dall'attività degli scribi. Amministratori, contabili, letterati o scrivani pubblici, questi maestri di scrittura erano onnipresenti. Esperto della sua arte e della società, lo scriba degli Archivi Reali dirigeva l'amministrazione culturale.
Lo scriba Khuuiu, vissuto sotto la V dinastia, era ''l'incaricato degli affari del re'', ''scriba dei documenti reali'' e ''direttore degli scribi'' allo stesso tempo.
Sotto la VI dinastia, Djau, la cui tomba è situata as Abido, era ''scriba dei ruoli divini'', ''direttore degli scribi reali'' e ''sacerdote lettore''.
Questi alti personaggi erano indispensabili per il buon funzionamento dello stato, retto essenzialmente da regole scritte.
Nel paese dei faraoni, niente veniva fatto senza un documento giustificativo e tutti gli atti erano diligentemente copiati e ricopiati e potevano servire come prova in caso di liti. Nessun settore di attività economica o politica sfuggiva al controllo degli scribi. Meccanismo essenziale dell'amministrazione, essi tenevano i conti, legiferavano, componevano, rimavano, traducevano e, a volte, modificavano la scrittura.
Durante l'Antico Regno, lo scriba degli Archivi Reali, di cui si trova tracci a partire dal regno di Neferirkara, re della V dinastia, era responsabile del dipartimento dei dei documenti reali, chiamato anche ''doppio laboratorio''. A questa istituzione facevano riferimento altri archivi e biblioteche. I compiti dello scriba degli Archivi Reali erano molto vasti. Mettava a punto, controllava e registrava le azioni di tutte le varie istituzioni. La vastità delle sue responsabilità sottolineava, fin dalle epoche più remote, l'importanza che lo stato dava ai documenti scritti.
La scrittura, ''più durevole della pietra delle piramidi'', era la testimonianza indispensabile di tutto ciò che costituiva la vita di un paese il cui governo era fondato su una conoscenza precisa delle persone, dei beni e delle situazioni. Dalla V dinastia, epoca piuttosto ricca di riforme amministrative, la lunga carriera di magistrato-amministratore conduceva alla carica di direttore degli Archivi Reali. A partire dalla VI dinastia, la funzione di direttore degli Archivi Reali era spesso suddivisa tra un visir e un non visir. L'ufficio del visir divenne il centro dell'Archivio di Stato, e i reparti d'inventario specializzato divennero progressivamente più numerosi. Il visir controllava sistematicamente l'insieme dei documenti, ne prendeva visione personalmente e apponeva il proprio sigillo prima di farli riporre in grandi giare accuratamente inventariate.
Il faraone era il primo fra gli scribi, di natura divina, il sovrano si rapportava a Thot, dio della scrittura e della cultura, nell'epoca tarda l'immagine del babbuino, l'animale che insieme all'ibis è consacrato al dio, serviva per designare lo ''scriba''. Snefru, Thutmosi III, Amenhotep IV(Akhenaton), Horemheb o Sethi I, numerosi furono i faraoni che hanno scritto degli insegnamenti destinati ai loro successori, il grande papiro Harris, il più lungo che si conosca (42m), sarebbe stato redatto da Ramses III per suo figlio Ramses IV.
All'origine, gli scribi venivano reclutati fra le conoscenze privilegiate della famiglia reale. Verso la fine dell'Antico Regno, lo sviluppo dell'amministazione portò alla nascita di una vera e propria casta degli scribi. Appartenenti per lo più alla classe media, essi costituivano il principale supporto dell'autorità faraonica. Numerosi erano i padri di famiglia che pensavano che ''il più bel mestiere per i propri figli fosse quello dello scriba'', ma cera anche chi diceva ''se sei pigro, se non hai forza e un pò grassoccio, dedicati alla carriera di scriba''.
La formazione veniva acquisita attraverso un iter scolastico. Istruiti nelle ''case della vita'', dipendenti dal tempio, gli apprendisti scribi studiavano a partire dall'età di cinque anni per circa una dozzina d'anni le scritture geroglica e ieratica, la grammatica e i testi classici, ma anche il disegno, il diritto, le lingue straniere, la storia, la geografia e la contabilità. Da semplici copiatori di testi classici e letterati colti, gli scrbi formavano una corporazione di privilegiati, esenti da lavori pesanti, onorati e pagati in natura. L'arte della scrittura era a quei tempi la chiave per ottenere tutti i vantaggi sociali, e non era raro per scrivi d'origine modesta accedere alle più alte cariche dello stato. L'alta considerazione in cui questa professione era tenuta, aveva ripercussioni nelle arti figurative.

I princi reali e gli alti funzionari, come per esempio il governatore di provincia Kai, la cui statua è espsosta al Museo del Louvre, si facevano volentieri rappresentare intenti alla scrittura. Nel III millennio, gli scribi, personaggi saggi e degni, molto stimati dai loro contemporanei, erano onorati di rappresentazioni artistiche degne dei nobili.
La statua del governatore Kai, alta 53cm, viene chiamata ''lo Scriba accovacciato'', risale al XXV secolo a.c., costituisce l'orgoglio della collezione egizia del Louvre, scoperto a Saqqara nel 1850 da Auguste Mariette, che stava cercando il tempio Serapide, è una delle più belle rappresentazioni di uno scriba giunta fino a noi.
La presentazione dello scriba da parte degli artisti egizi era convenzionale. Seduto a gambe incrociate, il segretario di corte teneva disteso sul gonnellino il rotolo di papiro che in genere srotolava con la mano sinistra mentre con la destra si apprestava alla redazione del testo. Accanto aveva i tradizionali strumenti di lavoro: uno stiletto, un astuccio con gli incavi per contenere l'inchiostro in pasta, una cordicella e un piccolo contenitore per l'acqua in cui intingere e ripulirei pennelli.

domenica 19 dicembre 2010

Le onorificenze militari


Le onorificenze che il faraone conferiva consistevano in collane e armi decorate. Il sovrano le concedeva nel corso di una cerimonia che iniziava dalla casa stessa del premiato. Quest'ultimo, funzionario o soldato, si recava a palazzo, dove lo attendeva il faraone. Anche se la maggior parte delle onorificenze premiava il valore in battaglia, altre erano per la fedeltà al sovrano. Un documento dell'ufficiale Ahmose, figlio di Abana, rinvenuto nella sua tomba di el-Kab, informa di alcuni doni offerti dal faraone ai soldati '' parlo a tutti gli uomini, affinché conosciate tutti i favori che ho ricevuto. Mi fu concesso oro sette volte in presenza di tutto il paese e schiavi allo stesso modo, e mi furono dati in proprietà moltissimi campi''.

Per la maggior parte, i premiati erano funzionari vicini alla corte, i rilievi della necropoli di Akhenaton, l'attuale Tell el-Amarna, raffigurano la consegna di onorificenze, come quella dove Ay viene raffigurato con un cono di profumo sulla testa, mentre riceve una grande collana e sul collo sfoggia sei collane con piccoli dischi d'oro. Le collane concesse dal faraone erano l'oro del valore o la collana dell'onore; ''la fama di chi è valoroso proviene da ciò che ha fatto'', recitava un testo dell'antico Egitto.
Una delle onorificenze più famose e conosciute nell'antico Egitto era la collana dalle mosche d'oro. Già dai primi tempi la mosca aveva per gli egizi valore di prevenzione e protezione. Nelle epoche predinastiche compaiono amuleti di pietra a forma di mosche, così come pitture su ceramiche con questo insetto. A partire dal Nuovo Regno esiste già l'onorificenza dell'Ordine della Mosca dorata o Mosca del valore. Come la mosca punge gli animali, il soldato ''pungeva'' i suoi nemici. Alcuni soldati, come un generale agli ordini di Thutmosi I, ricevettero sei mosche d'oro per il coraggio dimostrato davanti ai nemici. Ma queste onorificenze non furono riservate soltanto ai soldati, poiché sono state rinvenute collane con mosche d'oro nelle tombe di diverse spose di Thutmosi III. L'esempio migliore è quello della regina Ahotep, madre del faraone Ahmose, della XVIII dinastia, fondatore del Nuovo Regno; a lei fu concessa per il ruolo politico nella guerra che condusse alla cacciata degli hyksos.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...