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venerdì 20 marzo 2015

I monumenti del periodo Protodinastico ad Abydos

Abydos, la necropoli di This, si trova fra Assiut e Luxor, nell’Alto Egitto. La planimetria dell’abitato di This non è stato ancora chiaramente definita. Gli strati più antichi risalgono al Protodinastico, ma durante i secoli successivi la città conobbe una rapida espansione. A questo periodo risale la costruzione di due cinte murarie: quella del tempio consacrato alla divinità locale Khentymentiu, signore dei morti, e quella rettangolare in mattoni crudi che racchiude il centro abitato. Il prestigio di Abydos come centro religioso fu notevole. Secondo la tradizione, in questa località, si trovava la tomba del dio Osiride: essa pertanto ritenuta uno dei centri di culto più importanti del Paese. Durante la V e la VI Dinastia, Khentymentiu venne infatti identificato con il dio Osiride, la cui personalità andò costantemente affermandosi sino a quando cancellò quella del suo predecessore. Il pellegrinaggio ad Abydos divenne un rito importantissimo e le grandi cerimonie che vi si svolgevano erano considerate tra le principali dell’Egitto.


La madre dei vasi
Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Esse erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni;  la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq. Stando alla ricostruzione fornita dall'archeologo Inglese Friends Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, esse consistevano di camere scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto a un intelaiatura di pannelli in legno. All'epoca, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un basso tumulo di sabbia o ghiaia circondato da un muro di cinta di mattoni. Qui erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto. Oltre a questa stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.
I sigilli e le piastrine, oltre ad essere le più antiche iscrizioni che ci giungono dall'Egitto Dinastico, sono di importanza storica fondamentale, in quanto recano i nomi di alcuni sovrani regnanti e di diversi funzionari a loro contemporanei. Tutto questo materiale era stato gettato e disperso dagli archeologi francesi che avevano scavato nell'area tra il 1895 e il 1896, e che avevano deliberatamente distrutto la maggior parte degli oggetti trovati per aumentare il valore commerciale delle poche opere selezionate.
Grazie ad uno studio dei sigilli e delle steli, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una valida successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro Re. Nelle tombe, comunque, non vi era nessuna traccia di resti umani, il che venne spiegato come il risultato di saccheggi sin dall’antichità e dall’attività di animali predatori. Petrie trovò solo il braccio di una mummia, la maggior parte degli oggetti rinvenuti si trovano oggi custoditi al Museo del Cairo, mentre quelli ritrovati dagli archeologi francesi furono venduti all’asta e finirono nelle collezioni di antichità Egizie del Louvre e soprattutto del Museo di Berlino.

Il braccio della mummia
Le tombe di Abydos presentano alcune differenze a seconda del periodo al quale risalgono. Le più antiche, per esempio, erano formate da una o più stanze, mentre le più tarde consistevano in una sala centrale circondata da magazzini. Per ragioni a noi ignote, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. La sua importanza come centro di culto è testimoniata dal fatto che intorno a essa furono trovati vasi votivi deposti millecinquecento anni dopo. In questa tomba, Petrie trovò un braccio mummificato. L’archeologo ritenne che appartenesse alla sposa di Djer, poiché era adorno attorno al polso di braccialetti in oro, turchese, perline di ametista e amuleti. Tuttavia, è mia opinione, che non si può escludere che esso fosse invece il braccio del Re. L’arto era avvolto in parecchi strati di stoffa di lino e rappresenta il più antico esempio, datato con certezza, di una tecnica che potremmo definire “raffinata” di mummificazione in Egitto. Sfortunatamente, l’allora curatore del Museo del Cairo, E. Brugsch, conservò i braccialetti ma gettò via il braccio, ritenendolo del tutto privo di importanza dal punto di vista storico.


Tombe di pietra
A partire dal regno i Den si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo esempio noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni. Nel complesso, queste tombe avevano dimensiono modeste, ed erano collocate l’una vicino all'altra. A questo proposito, vale la pena di sottolineare che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia e forse ospitava le tombe dei Re predinastici. Pertanto è possibile che i Re della I Dinastia stimassero Umm el-Qaab  come un sito particolarmente sacro, in quanto luogo di sepoltura degli antenati.

Le mura di Khasekhemwy
Vicino alle coltivazioni, appena dietro il sito dell’antica città di This, ciascuno dei sovrani che vi furono sepolti eresse una cinta in mattoni crudi, a pianta rettangolare, al cui interno sorgevano forse edifici dedicati a cerimonie funebri in onore del sovrano defunto. Le cinte murarie in migliore stato di conservazione sono quelle fatte costruire dagli ultimi due Re della II Dinastia e in particolare la Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. Si tratta di una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara.
La Shunet El-Zebib misura 122 x 65 metri all'esterno ed è circondata da un doppio muro in mattoni crudi. Quello interno, tuttora conservato per un altezza di circa 11 metri, è spesso 5,5 metri. Le superfici esterne di questo muro vennero decorate con delle nicchie al fine di rendere un effetto a pannelli. La facciata a pannelli sul lato di fronte alle coltivazioni era inoltre enfatizzata dall'inserzione, a intervalli regolari, di una profonda nicchia. L’interno della Shunet El-Zebib era completamente vuoto, eccetto per un edificio eretto vicino all'angolo est, che conteneva un insieme di camere dove erano conservate alcune giare in ceramica. Le facce esterne di questo edificio erano decorate con lo stesso stile a pannelli del grande muro di cinta.

Funerali e stragi
Tutte le cinte erette dai sovrani di Abydos, così come le tombe regie, erano circondate da sepolture più modeste. Le steli funerarie qui rinvenute indicano che i proprietari di queste camere sussidiarie erano membri del seguito del sovrano: donne dell’harem regale, funzionari di Palazzo di secondo rango, ma anche nani di corte e artigiani. In alcune di esse erano sepolti dei cani, presumibilmente i prediletti del sovrano quando costui era in vita. Sembra certa che alcuni di questi personaggi morirono poco prima che la tomba reale venisse definitivamente chiusa. Ciò potrebbe essere inteso come una prova a favore dell’ipotesi che essi venissero uccisi nel momento della morte del sovrano affinché continuassero a servirlo nell'aldilà. Se questa usanza era veramente praticata, essa raggiunse il suo apice durante il regno di Djer, il quale fu sepolto ad Abydos con tutto il suo seguito, composto da quasi seicento persone. Tuttavia, occorre sottolineare che non esiste nessuna prova definitiva a riguardo. Che i cortigiani fossero seppelliti assieme al sovrano non significa necessariamente che essi furono costretti a seguire il loro signore nell'oltretomba. E’ anche possibile, infatti, che durante la I Dinastia fosse stata inaugurata un usanza che avrebbe trovato piena espressione nelle necropoli delle epoche successive e che vedeva le tombe dei sovrani legate strettamente a quelle dei loro subordinati. Tuttavia, non esistono indizi che suggeriscano che i membri della famiglia reale o i funzionari di alto rango venissero sepolti ad Abydos. Ad esempio, fa eccezione Merneith, “l’amata da Neith”, che tuttavia fu forse una regina regnate. Diversamente dai loro predecessori, alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara. Non di meno, come già detto, Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos, forse per sottolineare l’autonomia del sud dell’Egitto da quella del nord, o forse a causa di disordini che si verificarono in Egitto verso la fine della II Dinastia. Va notato che in questa località il Re Khasekhemwy adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo.

giovedì 15 gennaio 2015

Gli obelischi egizi

La parola “obelisco” deriva dalla parola greca ὀβελίσκος  (obeliskos), che significa “spiedo”. Indica un lungo blocco di pietra, di sezione quadrangolare, che, innalzandosi, si restringe e si trasforma in una piccola piramide: il pyramidion.
I pyramidion d’oro scintillante, in molti casi scomparsi, traggono la loro origine dalla pietra sulla quale Ra, il Dio Sole, comparve all'origine del mondo. Spesso eretti per festeggiare i giubilei dei faraoni, gli obelischi sono esclusivamente consacrati a Ra o alle divinità solari ad esso collegate (come Amon). L’idea della pietra innalzata verso l’alto è sicuramente precedente alle prime dinastie, ma bisogna aspettare la V dinastia (2.500 - 2.350 a.C.) e l’attrazione dei suoi Faraoni per le divinità solari per vedere apparire dei monumenti che assomigliano all'obelisco (teken egizio) che noi conosciamo.

L’obelisco più vecchio
Se questo obelisco esistesse ancora, si innalzerebbe al centro delle rovine del tempio solare di Abu Gurab, fatto costruire dal faraone Niuserra (2.453 - 2.420 a.C.) in onore di Ra: l’obelisco troneggiava al centro dello spazio antistante il tempio. Posato su uno zoccolo di 16 metri di altezza, il tozzo obelisco, murato e fabbricato con un solo blocco di pietra, misurava 36 metri di altezza. I suoi fianchi erano rivestiti da lastre incise di fine calcare. Fino al 1972 l’esistenza di obelischi monolitici non era testimoniata che da un unica iscrizione. Attentamente posizionato all’entrata di una tomba nella necropoli di Qubbat-al-Hawa (databile verso il 2.300 a.C.) il testo dice: “la grandezza del mio Signore (Faraone) mi ha mandato a costruire due navi al Paese di Ouaouat (la Bassa Nubia) per trasportare verso Nord due obelischi a Eliopoli”. Nel Nuovo Regno gli obelischi venivano posizionati uno sopra l’altro, una pratica che diventò più consueta durante il regno di Tothmosis III (1479-1425 a.C.). Questo faraone adorava gli obelischi come noi li conosciamo oggi: i testi raccontano che ne fece costruire uno di 57 metri di altezza: un record per l’epoca!

Eliopoli, la  città degli obelischi
E’ nel 1972 che venne scoperta, nella città del Dio Ra, la parte superiore di un obelisco con una dedica al Faraone Teti I, VI Dinastia (2.350 - 2.340 a.C.). Era la prova che erano esistiti obelischi monolitici fin dall’Antico Regno. Oggi Eliopoli conserva l’obelisco più antico rimasto in Egitto: tagliato nel granito per un altezza di 20 metri, fiancheggiava il tempio di Ra-Horakhty che Sesostri I (1.934 - 1.898 a.C.) fece costruire nella città di Ra. Altri due obelischi costruiti da Tothmosis II (1.492 - 1.479 a.C.) si innalzavano nella città: come altri, anche questi hanno poi lasciato la terra dei Faraoni.

Gli obelischi nel mondo
Gli obelischi hanno “viaggiato” molto: attualmente non meno di 25 obelischi provenienti dalla più lontana antichità sono disseminati nel mondo. Lo testimonia il seguente elenco (non completo):
  • Londra: Ago di Cleopatra; di Tothmosis II, proveniente da Eliopoli, poi da Alessandria, eretto nel 1.878 (21 metri).
  • Parigi: Place de la Concorde.
  • Roma: Piazza San Giovanni in Laterano; Piazza San Pietro; Piazza del popolo; Villa Cerimontana; Piazza dei cinquecento; Piazza della Rotonda; Villa Torlonia.
  • Firenze: giardino di Boboli.
  • Istanbul: obelisco di Thutmosi III, arrivato dall'Egitto nel 390 a.C., attualmente conservato all’Ippodromo.
  • Eliopoli: obelisco di Sesostri I.
  • Luxor: obelisco gemello di quello conservato a Parigi.
  • Karnak: due obelischi, quella della regina Hatshepsut (1.479 - 1.457 a.C.) e quello di Tothmosis III.
  • Assuan: obelisco incompiuto (42 metri, 1.000 tonnellate). Il monolite è pieno di fessure e per questo fu abbandonato in tempi antichi.


giovedì 18 aprile 2013

I "misteri" delle Piramidi

Le piramidi di Giza, quasi immutabili nonostante il trascorrere del tempo, hanno sempre colpito la fantasia dei visitatori, suscitando interrogativi inquietanti e suggerendo risposte sorprendenti, alcune fondate scientificamente, altre no. 
La funzione delle piramidi è conosciuta già dall'Antichità. Autori greci come Erodoto, Manetone o Diodoro Siculo raccontano nei loro scritti che i faraoni facevano erigere queste costruzioni di pietra per servirsene come tombe. Nonostante ciò, i testi storici non hanno mai soddisfatto pienamente la curiosità di chi non è intimo allo studio dell'egittologia. Prima che gli archeologi e gli esploratori europei arrivassero in Egitto, già i Romani, e poi i califfi durante il Medioevo, fecero aprire queste tombe per conoscerne i segreti. I problemi tecnici legati alla costruzione e alla forma così caratteristica delle piramidi hanno dato luogo a ipotesi azzardate per cercare di chiarire i presunti misteri che aleggiano su questi monumenti. Tuttavia, bisogna specificare, che il mistero è sempre figlio dell'ignoranza, della mancanza di cognizione di causa e soprattutto della carenza di una volontà metodica.

Molti mettono in relazione la costruzione delle piramidi con elementi estranei alla cultura egizia, ritenendo quest'ultima priva di quelle conoscenze tecnologiche indispensabili per innalzare edifici così perfetti. Alcuni attribuiscono questa perfezione alla presenza di extraterresti sul nostro pianeta, ma probabilmente possiamo immaginare che gli omini verdi siano stati occupati a costruire delle loro "piramidi", perché scomodarsi per noi? Ah già, perché noi non siamo originari di questo pianeta, giusto per andare in barba a Darwin. Altri ancora la giustificano con l'esistenza di una civiltà molto avanzata in un periodo anteriore all'Antico Regno, ma questi, sono coloro che se per caso si imbattessero in una civiltà del genere, la reputerebbero anch'essa figlia di un mondo perduto, poiché la grandezza di un popolo a noi precedente sembra un affronto. Infine, la forma geometrica delle piramidi, con la sua ampia base e il vertice rivolto verso il cielo, ha indotto altri a ritenere che la loro costruzione servisse a concentrare l'energia positiva presente nell'universo.

La Forma delle Piramidi
Il perfetto profilo delle piramidi ricorda la silhouette di alcuni monti sacri, come l'Olimpo dei greci. Molte culture dell'antichità identificavano con questi luoghi la fonte della vita e pensavano che da essi dipendesse il loro destino. Per alcuni ricercatori questa forma maestosa, che si eleva verso il sole, sarebbe la materializzazione delle parti dell'universo; grazie ad essa, il cielo, la terra e l'inferno sarebbero connessi tra loro. Un'interpretazione che prescinde dalle conoscenze archeologiche attribuisce a queste costruzioni la funzione di templi solari, dove si riceverebbe, immagazzinerebbe e produrrebbe energia. I loro fianchi inclinati permetterebbero la concentrazione di queste forze, visibili solo in particolari momenti di congiunzione planetaria. Queste sono solo alcune delle bubbole che girano sulle piramidi, molto spesso, anche troppo, ho sentito persone affermare che le piramidi sono nate dal nulla, come se gli egizi un giorno coltivassero la terra e l'altro innalzassero piramidi. Tale affermazione è sbagliata, e come sempre frutto dell'ignoranza.
La forma piramidale delle costruzioni di Giza, è il frutto di migliaia di anni di evoluzione dell'architettura funeraria egizia. Le prime tombe dei faraoni, erano le mastabe, una costruzione a pianta rettangolare, simili a un massiccio rialzo in pietra o (appunto) tronco piramidale. Durante la III dinastia, con il faraone Djoser, abbiamo grazie al genio di Imhotep, il passaggio da mastaba a piramide a gradoni. Dopodiché, iniziano una serie di tentativi che porteranno alle piramidi di Giza, quasi tutti voluti da Snefru, il quale resta il faraone che ha costruito più piramidi in assoluto, basta ricordare quella detta Rossa o quella Romboidale


Libri Consigliati:
Storia delle Piramidi di Franco Cimmino
Complessi piramidali egizi (divisi in 4 volumi attualmente) di Riccardo Manzini

venerdì 12 aprile 2013

Lo Zodiaco di Dendera

Il famoso zodiaco si trovava sul soffitto di una cappella del tempio di Hathor a Dendera (oggi è esposto al Museo del Louvre). La volta celeste è sostenuta dalle quattro dee, pilastri del cielo, orientate verso i quattro punti cardinali. Sopra le loro mani si trova l'insieme dei 36 decani. Nel cerchio interno, quello che appare nell'immagine, le diverse costellazioni dello zodiaco si mescolano con i pianeti e il resto delle costellazioni visibili in Egitto. La posizione dei pianeti, insieme alla rappresentazione di un'eclissi di sole, permette di stabilire che si tratta di quella visibile in Egitto il 3 marzo del 51 a.C.
Il tempio di Dendera, nell'Alto Egitto, costituisce una delle testimonianze più spettacolari delle conoscenze astronomiche nell'antichità. Grazie alle fedeli raffigurazioni dei pianeti e delle costellazioni, è stato possibile stabilire l'epoca della sua costruzione: tra la metà del I secolo a.C. e la fine del Periodo Tolemaico. L'influsso greco si nota sia nei particolari architettonici, sia nella simbologia utilizzata nelle immagini astronomiche.
Un'altra delle tante immagini di carattere astronomico nel tempio di Hathor, si trova sul soffitto della sala ipostila (in alto a sinistra). Il tempio è come un microcosmo in cui gli dei del cielo e i re della terra vivono in armoniosa dipendenza.
Qui di seguito, trovate una spiegazione figurativa dello Zodiaco di Dendera.


domenica 7 aprile 2013

Le piramidi di Napata e Meroe


Situate nell’Alta Nubia, le piramidi di Napata e Meroe segnarono una vera e propria rinascita delle forme classiche dell’architettura funeraria dell’Antico Regno, quasi duemila anni dopo le costruzioni tradizionali. 

I faraoni nubiani della XXV dinastia (716-656 a.C.) conquistarono l’Egitto e stabilirono la loro capitale a Napata, città o regione che si trovava vicino alla IV cataratta del Nilo ed era un importante centro di culto al dio Amon i tempi della dominazione egizia. Divenuti signori dell’Alto e del Basso Egitto, i re della Nubia (Kush in egizio), adottarono i costumi, la lingua, i culti e l’arte di questo paese, pur mantenendo alcuni caratteri autoctoni. I sovrani napatiensi furono seppelliti nei cimiteri vicini alla capitale, come el-Kurru o Nuri, e scelsero una forma di sepoltura che non si usava in Egitto da molti secoli: la piramide, simbolo del potere faraonico. 

Nelle necropoli di el-Kurru si trovano le tombe dei primi re di Napata e anche quella di Peye, il primo sovrano che adottò i riti funerari egizi e l’inumazione all’interno della piramide, abbandonando in tal modo la mastaba, che era la forma di sepolcro tradizionale dei re nubiani. Queste tombe, scavate nella roccia, erano dipinte e avevano un grande valore artistico. Altri faraoni scelsero di essere sepolti a Nuri, sulla sponda opposta. La piramide più grande della necropoli ha una struttura interna complessa; appartenne forse a Taharqa, il maggior costruttore tra i re nubiani.



Dopo la distruzione di Napata a opera dell’esercito egizio nell’anno 591 a.C., i re nubiani furono costretti a trasferire la loro capitale più a sud, a Meroe, a nord della VI cataratta. Come tipologia, le piramidi del cimitero di Meroe sono simili a quelle di el-Kurru e Nuri. Alcune presentano una struttura a gradoni e altre sono rinforzate con un rivestimento di pietre lisce. Le più tarde i riducono a un ammasso di terra e pietre, rivestito con lastre di pietra e mattoni. Sappiamo che il sovrano stabiliva il luogo della sua sepoltura e ordinava la preparazione degli ipogei nella roccia. Al momento della sua morte, il successore era responsabile dell’edificazione della piramide, della costruzione di una cappella a est e di una muraglia intorno all’entrata della tomba. Molte cose restano ancora da scoprire su questa affascinante civiltà nubiana, tuttavia, ancora oggi è possibile ammirare i resti ciclopici della loro opera.

domenica 13 gennaio 2013

Il tempio di Debod a Madrid


La Missione Archeologica Spagnola partecipò all'operazione di salvataggio dei monumenti della Nubia. Come ricompensa per questa collaborazione, il governo egiziano donò alla Spagna il tempio nubiano di Debod, che fu collocato in un parco di una zona centrale di Madrid (Cuartel de la Montaña).
Come quelli di Abu Simbel e File, il piccolo tempio di Wadi Debod correva il rischio di restare sommerso sotto le acque del lago Nasser, quando fu costruita la grande diga di Assuan. Grazie all’intervento dell’UNESCO, esso fu recuperato e smantellato tra il 1960 e il 1961. I pezzi che costituivano questo tempio furono temporaneamente conservati nell’isola di Elefantina. In seguito il governo egiziano lo donò alla Spagna in segno di gratitudine per l’aiuto prestato nelle operazioni di salvataggio dei monumenti nubiani. 

I blocchi, circa 1350, arrivarono in Spagna nel 1970. Furono svolti i lavori di documentazione del tempio per procedere al suo corretto montaggio. Si rivelò un compito difficile, poiché i dati forniti dal Servizio di Antichità dell’Egitto erano incompleti. Non si avevano nemmeno indicazioni sullo stato del tempio prima di essere smontato. L’inizio delle operazioni di montaggio fu possibile soprattutto grazie a uno studio dei documenti fotografici esistenti. Fu necessaria, inoltre, un’analisi dettagliata delle condizioni ambientali in cui si trovava il tempio, allo scopo di garantire la sua conservazione.
Il tempio era stato costruito nella Bassa Nubia, a 20 km a sud di Assuan. Il nucleo originario fu realizzato dal re Adikhalamani di Meroe, che all’inizio del II secolo a.C. eresse una cappella per il dio Amon di Debod. Poi Tolomeo VI modificò il monumento e riconsacrò il tempio a Iside. Altri cambiamenti furono apportati da Tolomeo VIII e Tolomeo XIII. Nel 13 a.C. Augusto e poi Tiberio fecero decorare la sala ipostila. Gli Antonini eressero una cappella laterale. Con l’avvento del cristianesimo il tempio fu chiuso, in seguito venne occupato da nomadi e musulmani. All’inizio del XX secolo il Servizio di Antichità dell’Egitto lo dichiarò monumento del patrimonio nazionale. 

domenica 6 gennaio 2013

Le Catacombe di Alessandria

La città di Alessandria vanta resti di necropoli risalenti al tempo della sua fondazione e altri ascrivibili a periodi addirittura anteriori. Di particolare importanza sono le catacombe scavate nel sottosuolo, dove vennero seppelliti i notabili alessandrini, che a loro modo, volevano mantenersi fedeli alla tradizione egizia di sepoltura. Accanto al muro orientale di Alessandria si trova la necropoli di Chatby che risale al IV e III secolo a.C. Le necropoli più famose appartengono a notabili greci o romani di Alessandria, il cui desiderio era quello di coniugare motivi egizi con quelli ellenistici e romani. Nell'isola di Pharos c'è la necropoli di Anfushi, la cui cronologia copre un periodo che va dal III al I secolo a.C. Le tombe sono decorate in evidente stile pompeiano, anche se i temi sono tipicamente egizi. Per entrarvi bisogna passare per un atrio sotterraneo da dove si accede alle sale in cui venivano sepolti i defunti, non cremati bensì inumati. Le più importanti sono le catacombe di Kom el-Shuqafa, con tombe del I secolo e del II secolo d.C. Da notare che, partendo dalla tomba di una famiglia o dal rappresentante di una corporazione, si è finito per dare vita a una specie di labirinto su più piani. Un'altra necropoli alessandrina, peraltro scoperta recentemente, è quella di Gabbani, con tracce di inumazioni e cremazioni in loculi o nicchie.

Agathosdaimon: Questo genio, che compare in numerose tombe sotterranee di Alessandria, era legato a Shay, un popolare dio egizio raffigurato in forma di serpente. Esso era un protettore e un benefattore, dotato della doppia corona, del caduceo di Ermes e di un tirso di Dionisio. Sopra di lui veniva posta la testa della Medusa, con un chiaro riferimento alla dea Atena.

Triclinium: Il triclinium era la sala da pranzo romana. Nelle tombe era il luogo deputato ai banchetti funerari, e alle feste o anniversari di una certa importanza. Era costituito da quattro pilastri, lavorati nella roccia come il resto della tomba.



domenica 18 settembre 2011

Kem-ur-mi: l'antico canale dei Faraoni


La regione di Suez era nota anticamente come Heroopolita, e vi sono stati rinvenuti alcuni reperti, testimonianze dell'antichità di Suez. Nella regione sorgeva infatti la cittadina greco-romano di Klusma (poi divenuta Qulzum), sui resti del canale dei faraoni, Wadi Tumilat. Fin dall'antichità i faraoni capirono l'importanza di connettere il Mediterraneo con il Mar Rosso. La prima connessione cui si pensò sfruttava il Nilo e Wadi Tumilat, nell'antichità parzialmente e periodicamente navigabile. Secondo il progetto dei faraoni, le navi avrebbero imboccato dal Mediterraneo il braccio pelusiaco del Nilo, che oggi è asciutto, e avrebbero potuto risalirlo fino a Bubastis; da qui i battelli avrebbero raggiunto e navigato lungo Wadi Tumilat fino ai laghi Amari, e quindi da questi al golfo di Suez. Questa via fu nota ai greci come ''canale dei faraoni'' che gli egizi chiamavano Kem-ur-mi; accostando il grande canale al lago Amaro a cui esso si connetteva e che aveva come nome Kem-ur. L'idea fu realizzata solo nell'Epoca Tarda, anche se i lavori più antichi potrebbero essere stati cancellati da quelli più recenti; le prime prove storiche di un tentativo di realizzazione di un tale progetto risalgono a Neko II.
Sappiamo da Plinio che il canale misurava circa 92 km(le 62 miglia romane), che lungo lo Wadi Tumilat, equivale alla distanza fra Bubastis e l'estremità settentrionale dei laghi Amari. Il canale rimase abbandonato fino all'arrivo di Dario I, che lo fece riaprire e lo completò, una volta finito, fece commemorare l'impresa facendo incidere lungo il percorso una serie di steli commemorative in lingua egizia e persiana. Una diga naturale separava ancora il canale dai laghi Amari; essa fu tagliata sotto Tolomeo II Philadelfo, per essere rimpiazzata da una sorta di chiusa che permetteva di far comunicare il canale con i laghi Amari e quindi creava la connessione diretta con il golfo Heroopolita. Il golfo di Suez nell'antichità era noto come golfo di Heoopolita. Tuttavia l'incuria e la sabbia ebbero ragione dell'opera, già ostruita sotto Cleopatra VII; fu poi riattivata sotto il regno di Traiano.
Il nuovo canale doveva sfruttare parte della vecchia opera, unendosi a quella all'ingresso di Wadi Tumilat. In seguito il canale ricadde preda delle sabbie e venne abbandonato. Ancora una volta fu riattivato, ma per questo dovette attendere fino al 640 d.C., anno in cui arrivò in Egitto il generale 'Amr ibn el 'As, che era agli ordini del califfo 'Omr ibn al Khattab. Fu distrutto poco più tardi, nel 767, per ordine del califfo Abu Dja'far el Mansur, che voleva spegnere la rivolta della Medina riducendola alla fame. Quella fu la fine del canale dei faraoni, che venne abbandonato per sempre. Oggi Qulzum è ridotta a un cumulo di macerie che formano uno degli innumerevoli tell* dell'Egitto, ma un tempo per la sua posizione di frontiera era una tappa obbligata per chi percorreva la pista del Sinai.
Quando Napoleone arrivò in Egitto, i suoi studiosi scoprirono l'esistenza del canale dei faraoni(cosa a cui pensarono anche i Veneziani 300 anni prima), da questo momento iniziò il progetto del moderno canale di Suez, che segue un percorso diverso da quello antico, il progetto fu terminato a metà del XIX secolo e inaugurato nel 1871 con l'Aida di Giuseppe Verdi.

* parola araba usata per indicare una collina, in ebraico ''tel''.

mercoledì 26 gennaio 2011

La tomba di Ramose


La tomba tebana n°55 di Qurna apparteneva a un nobile di nome Ramose, vissuto verso la fine della XVIII dinastia (1552-1305 a.C.). Le scene rappresentate nel suo ipogeo costituiscono una delle più belle espressioni nella storia dell'arte antica. Ramose fu visir e governatore della città di Tebe alla fine del regno di Akhenaton. La sua tomba non terminata si trova ai piedi della collina di Qurna. Ramose, fedele al suo padrone e signore, lo seguì fino a Tell el-Amarna, dove fu fondata la nuova capitale dell'Egitto. Probabilmente Ramose fece scavare qui una tomba, che però non è stata ancora individuata. L'ipogeo tebano del visir è un capolavoro della XVIII dinastia, la pianta ha la classica forma a T rovesciata delle tombe tebane. La sala ipostila, l'unica parte decorata, e la cappella sono più grandi del normale. Il soffitto della sala era sostenuto da 32 colonne papiriformi a capitello chiuso, che non di dono conservate; qualcuna è stata ricostruita. La cappella, oggi inaccessibile, terminava in una nicchia. Tuttavia, l'interesse artistico della tomba sta negli stili decorativi. Come nei vicini sepolcri di Kheruef e Parennefer, in quello di Ramose compaiono le prime testimonianze dell'arte amarniana. L'ipogeo fu scavato dall'inglese H.W.Villiers Stuart nel 1879. Come altre tombe di Qurna, anche quella di Ramose si è deteriorata. La crescita urbanistica della zona ha provocato un aumento dell'umidità, causando difetti nei rilievi e nelle pitture murali.


La tomba di Ramose è uno dei pochi ipogei decorati sia con dipinti sia con rilievi. Nella sala ipostila, si notano due stili completamente contrapposti: Da una parte, i dipinti della parete sud e i rilievi di Amenhotep III, di stile classico; dall'altra, lo stile dell'arte amarniana nella parete ovest. La decorazione delle due pareti dell'entrata della sala ipostila è costituita da rilievi incisi su pietra calcarea. Le rappresentazioni sono molto raffinate e i particolari molto lavorati. I rilievi della parete est sono di una perfezione irreale, caratteristica dell'arte funeraria della fine del regno di Amenhotep III. Qui sono le scene del banchetto, che facevano riferimento alla vita quotidiana; servivano per esprimere un'idea chiara della rinascita. Lo stile è rigido, tradizionale, ma di una eleganza e di una purezza straordinarie. Ramose viene spesso raffigurato insieme a sua moglie Maya. Nella parete ovest, si trova un rilievo che raffigura Akhenaton nell'atto di adorare il dio Aton. Altre due scene rappresentano Ramose in compagnia di Akhenaton, una di stile classico, in cui Ramose offre fiori al monarca e alla dea Maat, e l'altra di stile amarniano, in cui il sovrano e la sua sposa assistono alle cerimonie in onore del defunto. La parete sud della sala è decorata con una serie di pitture che illustrano la celebre processione funeraria di Ramose. In esse sono raffigurate le famose prefiche dell'inumazione, così come il corteo funebre e i portatori del corredo funerario destinato alla tomba di questo nobile.

giovedì 6 gennaio 2011

L'Ambiguità della Sfinge


''Proteggo la cappella della tua tomba, sorveglio la tua porta. Scaccio gli estranei..Getto a terra i nemici e le loro armi. Distruggo i tuoi avversari nei loro covi e faccio in modo che non tornino mai più''. Questa iscrizione su una sfinge della XXVI dinastia ne rivela la funzione protettrice.

La Sfinge sorvegliava l'ingresso all'aldilà e ai santuari. Il nome egizio shesep ankh, significa ''immagine vivente'', uno dei titoli con cui era conosciuto Atum. Nella forma tipica presentava corpo di leone e testa di uomo (Androsfinge), montone (Criosfinge) o falco (Ieracosfinge). Benché ne esista una a figura femminile, quella di Hatshepsut, il suo aspetto è generalemente maschile. La raffigurazione del sovrano come sfinge comparve nel'Antico Regno, associata al dio sole Ra, e perdurò fino alla fine dell'epoca dei faraoni. Nonostante la sua funzione protettrice, vi sono gioielli in cui il faraone, rappresentato come sfinge, schiaccia i suoi nemici. Al tempo del Medio Regno, intorno al volto del re fu scolpita una criniera felina (a sinistra Amenhemet III), che gli conferiva un aspetto più feroce. In tal modo l'artista sommava all'intelligenza del faraone la forza del leone. La testa della sfinge, come si è detto, poteva subire delle variazioni:


Androcefala
Questo tipo di sfinge è una figura con corpo di leone e testa umana, che di solito rappresentava un faraone.






Cricefala
La sfinge con testa di montone era legata ad Amon e veniva posta vicino ad un tempio a lui dedicato.








Ieracocefala
La sfinge con testa di falco è associata alle divinità come Ra e Horus o con sembianze di falco.








Anche se nella Creta minoica e nel Vicino Oriente già si conoscevano rappresentazioni di esseri ibridi, con l'espansione del regno faraonico, il tema della sfinge si diffuse ulteriormente. Per i Greci, le sfingi erano figure femminili con corpo di leone e ali, che portavano nell'aldilà i soldati morti in battaglia. La più famosa fu quella inviata a Tebe da Era, che solo Edipo riuscì a risolverne l'enigma. Invece, nel Vicino Oriente, la sfinge custodiva il re divinizzato. Come in Egitto, sorvegliava anche i santuari, specialmente quelli legati ad Apollo, ad esempio a Delo, e compariva sulle porte della città, come nella capitale ittita Hattusa.


(sopra a sinistra sfinge di avorio proveniente dalla città Assira Nimrud)

domenica 5 settembre 2010

Karnak, ricostruzione dell'antico tempio


Come era l'antico tempio di Karnak quando fu costruito?quali erano i suoi colori?cercherò con le immagini in mio possesso di ricostruirlo e di tracciare un ritratto complessivo di questa straordinaria opera egizia.
A destra potete vedere un immagine sovrapposta del moderno sito con quello originale, si percepiscono così le prime differenze.

''Io so che Karnak è l'orizzonte sulla terra, l'augusto sorgere del sole al tempo delle origini, l'occhio sacro del Signore Onnipotente, la sede del suo cuore, che si riveste della sua bellezza e ospita tutti i suoi fedeli''
Così la regina Hatshepsut scriveva su uno dei suoi obelischi.


Le origini del tempio di Karnak (dall'arabo karnaka, fortezza) risalgono al Medio Regno; a questo periodo appartiene il santuario originario, del quale rimangono oggi scarsissime tracce. In epoche successive, per altri 2000 anni, le costruzioni si succedettero incessantemente: tutti i faraoni apportarono un loro contributo al tempio, che venne così ampliandosi progressivamente, dall'interno verso l'esterno, fino a raggiungere le dimensioni attuali, che ricoprono una superficie complessiva di circa 1400x500m. In questo spazio sono inseriti tre grandi comprensori sacri:a nord quello dedicato al dio locale Montu, al centro il più grande, quello del dio Amon, a sud quello delle dea Mut, compagna di Amon.Il grande tempio di Amon, o tempio di Karnak, occupa un'area di 600x500m ed era chiamato Ipet-set, ''il luogo eletto''. L'ingresso al tempio avviene attraverso il 1°pilone, iniziato nella XXX dinastia e lasciato incompiuto a circa 2/3(32m) dell'altezza totale in epoca tolemaica, proceduto da un viale di sfingi a testa di ariete. Il primo ambiente è un grande cortile quadrato, al centro del quale si trova un chiosco con dieci colonne costruito dal faraone Taharqa della XXV dinastia; una sola di queste colonne è sopravvissuta. Sulla destra un piccolo tempio di Ramses III, a sinistra un santuario formato da tre cappelle contigue dedicato da Sethi I alla triade tebana, composta da Amon, Mut e Khonsu.
Il secondo pilone dà accesso alla grande Sala Ipostila, una delle più stupefacenti costruzioni di tutta l'antichità:la sala, che copre una superficie di 4983m e misura 102m di larghezza per 53 di profondità, contiene 134 colonne in 16 file, di cui quelle che costeggiano la navata centrale sono alte 23m e hanno dei capitelli di dimensioni tali che potrebbero ospitare 50 uomini in piedi; la sezione centrale è più alta di quelle laterali, in modo da creare tre navate, i cui soffitti, di altezza disuguale, che diffondevano una luce attenuata. Sethi I iniziò i lavori della sala, che venne completata da suo figlio Ramses II.
Inoltrandoci nel tempio, incontriamo altre straordinarie costruzioni: gli obelischi di Thutmosi I e di Hatshepsut, esemplari singoli di quelle ch originariamente erano due copie; quello di Hatshepsut in particolare, oltre ad essere il più alto presente in Egitto, più di 30m per un peso complessivo di circa 320 tonnellate, presenta sulle sue facce scene di contenuto rituale e dei bellissimi geroglifici.Segue la cosiddetta Sala degli Annali di Thutmosi III, nella quale si trovavano due splendidi pilastri di granito rosa decorati con le piante araldiche d'Egitto, il loto del sud e il papiro del nord, che conservano ancora i loro colori originali; sui muri che circondano la vasta area, che include il santuario di cui parleremo più avanti, sono riportate le cronache delle 17 campagne militari che Thutmosi condusse, principalmente nell'area medio-orientale, e che portarono i confini dell'Egitto alla loro massima estensione, Gli Annali costituiscono la più lunga (225 righe di testo) ed importante iscrizione storica di tutto l'Antico Egitto e contengono, oltre alle descrizioni degli eventi militari, anche l'elenco dettagliato dei tributi che le singole regioni sottomesse inviavano all'Egitto: si tratta di enormi quantità di prodotti, manufatti e materiali preziosi. All'interno dei muri della Sala degli Annali si trovano il santuario che conteneva le barche sacre. Fu edificato da Filippo Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, in sostituzione di edifici precedenti, tra cui una cappella di Hatshepsut e una di Thutmosi III. Questo santuario è realizzato in granito, di forma rettangolare, ed è ornato di rilievi sia all'interno che all'esterno, con i colori ancora ben visibili; è splendido, tra i rilievi esterni, quello che riproduce la processione nella quale la barca sacra di Amon è portata a spalle dai sacerdoti. Oltre il santuario si trova un vasto spazio aperto, al centro del quale rimangono le scarsissime tracce, risalenti al Medio Regno, di quello che era il nucleo originario del tempio:dei blocchi d'alabastro, e niente più.



Ancora più avanti, il monumento con il quale si è soliti terminare la visita al tempio di Karnak: lo splendido edificio, costruito da Thutmosi III, che gli egizi chiamavano Akhemenu, ossia ''radioso per i monumenti''; la denominazione abituale, oggi, è quella di Salone delle Feste, in quanto in questo sito venivano officiati i riti di rinnovamento del potere regale del faraone. Il tempio misura 44m di larghezza per 16 di profondità, e inizia con un porticato a pilastri che circonda tutto l'edificio, a cui fa seguito un'ampia sala a colonne; queste presentano una particolarità nel capitello, che è a forma di calice capovolto, volendo con ciò riprodurre la sommità dei picchetti che sorreggevano la tenda del padiglione nel quale originariamente venivano celebrati i riti del giubileo reale. All'interno della grande sala i colori sono ancora magnifici, anche nel grande soffitto dipinto di blu che fa da sfondo alle stelle dorate a cinque punte.
In una sala attigua, che viene abitualmente conosciuta con il nome di Orto Botanico, Thutmosi III fece riprodurre le immagini della flora e fauna esotica conosciuta nei paesi del Mediterraneo orientale, in particolare la Siria ( Retenu in geroglifico).
Sulla stra del ritorno, a sud del grande tempio di Amon, si incontra il Lago Sacro, il più grande d'Egitto, che misura 200x117m; era utilizzato per la abluzioni dei sacerdoti e forse anche per delle brevi navigazioni in occasione di feste liturgiche, ed aveva anche un significato mitico e simbolico, in quanto simboleggiava le acque Nun, l'oceano primordiale dal quale aveva avuto origine la vita. Accanto ad un edificio del re nubiano Taharqa della XXV dinastia, oggi molto deteriorato, si trova un blocco di granito rosa sul quale troneggia la statua di un gigantesco scarabeo, dedicato da Amenhotep III al dio Khepri, la forma del sole nascente, e che, proveniente forse dal tempio funerario del sovrano, sulla riva occidentale, venne trasportato qui dal faraone Taharqa.
Questo era una visita virtuale del tempio, per conoscere le sue bellezze e capirne il valore, sotto ho postato un video che mostra la ricostruzione di parte del tempio di Karnak.



lunedì 9 agosto 2010

Il Mammisi di Dendera


Mammisi è un termine che Champollion prese dal copto e significa ''casa di nascita''. Indica piccoli templi di epoca tolemaica e romana che si trovavano di solito vicino all'entrata del tempio principale. Nei mammisi avveniva il mistero della nascita della divinità che avrebbe completato la triade del tempio. Il primo esempio di mammisi sembra essere stato un rilievo all'interno del tempio di Hatshepsut, a Deir el-Bahri, dove è narrata la sua nascita: Amon, guidato da Thot, si avvicina ad Ahmes e in tal modo concepisce Hatshepsut. Anche nel tempio di Amenhotep III a Luxor sono descritti in un rilievo il matrimonio di Mutemuya e Amon e la nascita del nuovo sovrano: così veniva legittimato il potere dei faraoni. Come templi, i mammisi furono costruiti a partire dal Periodo Tolemaico; vi si rappresentava il mistero della maternità di Iside, data la fama acquisita della dea nella Bassa Epoca: la monarchia, per essere altrettanto popolare, si legò al suo culto. Per assimilazione, si celebrava nel mammisi la nascita del re, incarnazione del nuovo dio. Questi templi sono formati da un colonnato che circonda un edificio rettangolare, con pronao e tre stanze. I mammisi più noti si trovano a Edfu, Dendera e File. Dendera fu un importante centro nell'Antico Regno, nel Primo Periodo Intermedio e in quello Tolemaico, come dimostrano il tempio dedicato ad Hathor; Dendera, l'antica Iunet, si trova nell'Alto Egitto. Il suo complesso religioso è circondato da un muro di mattoni crudi. Al suo interno si trova il tempio principale di Hathor. Accanto vi sono due mammisi, il più antico risale al Periodo Tolemaico e fu iniziato da Nectanebo. Ma il più noto è quello di Traiano (98-117 d.C.), di epoca romana, con la struttura dei grandi templi:il cortile, la sala ipostila (oggi distrutti), la sala delle offerte, il vestibolo e il santuario. Questo mammisi celebra la nascita di Ihy, figlio di Hathor e presenta nella parte esterna del muro sud cinque colonne papiriformi alternate con altrettanti muri ricchi di decorazioni a rilievo.



Traiano difronte ad Horus e Hathor

Hathor ha le corna bovine e il disco solare, la cuffia a forma di avvoltoio è simbolo del potere sull'Alto Egitto. Hathor assistita dagli dei, darà alla luce Ihy, in questo periodo tardo fu associata a Iside, con cui di solito veniva confusa. Questa divinità fu venerata a Dendera dall'Antico Regno. Horus di Edfu era lo sposo della dea di Dendera. Poiché era identificato con Ra Harakhte, presenta la stessa iconografia:corpo antropomorfo e testa di falco, con il disco solare. Il faraone/imperatore Traiano, vestito come un egizio, porta delle corna orizzontali su cui si possono vedere tre motivi uniti.



Traiano con Hathor e Ihy

La rappresentazione dei fiori di loto è molto comune nell'iconografia egizia, come simbolo dellavegetazione che il fiume Nilo fa crescere ogni anno.
La dea Hathor abbraccia suo figlio Ihy mentre lo allatta. Egli porta la ciocca della gioventù, propria degli dei che sono ancora bambini. Traiano cinge la corona Pschent, simbolo dell'unione del Doppio Paese. La bianca è l'emblema dell'Alto Egitto e quella rossa del Basso Egitto.



Traiano davanti a Hathor e Ihy con la corona rossa

In quattro rilievi di questo muro esterno del mammisi è raffigurata Hathor mentre allatta Ihy, scena che si trovava già nelle rappresentazioni di Iside e Arpocrate. In questa Traiano viene rappresentato con la corona rossa, emblema del Basso Egitto, mentre venera la dea e suo figlio. Visto che il faraone è anch'esso presente nelle scene della nascita del nuovo dio, egli è raffigurato con diversi copricapi; era un modo di integrarsi in una cultura diversa, visto che era consuetudine per gli egizi ormai accettare come faraone, anche se si trattava di uno straniero, colui che assumeva tutti gli obblighi (titoli, attributi) e che accettava i costumi egizi (divinità, lingua).



Traiano con Ihy(Horus) e Hathor

In tutte queste rappresentazioni in cui si vede Hathor che allatta, possiamo notare una figura alle sue spalle, si tratta dello stesso Ihy, che qui viene presentato con gli attributi di suo padre Horus:la doppia corona; si confonde in tal modo con Horo bambino, chiamato generalmente Arpocrate. Nel mammisi di Nectanebo, sempre a Dendera, si trovava la scena del concepimento di Ihy.




Traiano identificato con Sobek davanti ad Hathor e Ihy

Il faraone porta una corona con corna ritorte, su cui vi sono anche il disco solare, due piume e due urei, copricapo con cui si identifica il dio Sobek.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...