venerdì 1 maggio 2015

Le divine adoratrici di Amon

Durante il Terzo Periodo Intermedio, che fece seguito al Nuovo Regno, l’Egitto cadde sotto il controllo di sovrani stranieri. Per conquistare le simpatie del clero di Amon, i nuovi faraoni riportarono in auge un antica tradizione, ripristinando la figura della “divina adoratrice”. Le principesse investite di questa carica diventarono così un tramite tra il potere spirituale e quello temporale.


Alla morte di Ramsess XI, ultimo faraone a portare questo nome e ultimo re della XX Dinastia, un sovrano di nome Smendes prese il potere nel nord dell’Egitto e fissò la sua capitale a Tanis. Da quel momento, si stabilì un clima di tensione tra il nuovo potentato e il clero di Tebe, che continuava a esercitare l’autorità nel sud del paese. Lo stato faraonico entrava così in una delle sue fasi critiche, caratterizzata dall'indebolimento del potere centrale e, di conseguenza, dal riemergere degli egoismi particolari. Nel sud del paese, infatti, non tardarono a verificarsi i primi disordini: il risultato fu la nascita di piccoli territori autonomi, i cui capi si auto proclamarono sovrani.

Più potere alla figlia del faraone
Intanto, già durante il regno di Ramsess XI, ma soprattutto con il faraone Smendes, cominciava a prendere piede una nuova pratica religiosa, destinata ad avere importanti ripercussioni sul piano politico. Fino ad allora, il ruolo di “sposa divina” di Amon era stato considerato una prerogativa esclusiva delle consorti dei sovrani: nell'antico e nel medio regno, infatti, erano già depositarie di poteri religiosi equiparabili a quelli dei faraoni, che a loro volta erano considerati il tramite tra cielo e terra. Con la fine del nuovo regno, si cominciò ad assegnare la prestigiosa carica non più alla sposa reale, ma a una delle figlie del faraone: in questo modo, la principessa investita del titolo di “sposa divina” (o “divina adoratrice”) diventava di fatto una sorta di regina. La conseguenza più immediata e concreta di questo nuovo costume religioso fu il moltiplicarsi della pratica delle adorazioni, e questo per due motivi: in primo luogo, perché non tutti i faraoni avevano una figlia da destinare a questo tipo di funzione; in secondo luogo, perché investire una principessa di una parte del potere reale serviva ad aumentare l’autorità e l’influenza del faraone. 

Il potere centrale va in frantumi
Col passare degli anni, la situazione politica dell’Egitto divenne, se possibile, sempre più complicata. La XXII e la XXIII Dinastia, formate anche da sovrani di origine libica o etiope, seguirono corsi paralleli: la prima, sulla scia di Smendes, continuò a regnare da Tanis; la seconda, invece, stabilì a Bubastis la propria roccaforte. Ancora una volta, per via dei contrasti tra i diversi potentati, l’autorità centrale andò in frantumi. Iniziava così una nuova fase di anarchia e disordine, denominata dagli storici: Terzo Periodo Intermedio. Fu Osorkon III, sovrano della XXII Dinastia, a tentare di riprendere il controllo del sud del paese, e lo fece proprio facendo leva sul prestigio associata alla carica di “divina adoratrice”: dopo aver abolito la trasmissione ereditaria della funzione di gran sacerdote di Amon, il faraone scelse sua figlia Shepenupet come sposa del dio. Di fatto, agendo in questo modo, Osorkon III aggravò la crisi della sua dinastia: essendo legata ad un dio, infatti, la divina adoratrice non poteva sposare un uomo; questo creò nuovi problemi di successione e indebolì ancora di più il già precario potere reale. A ogni modo, l’autorità di Shepenupet fu più o meno riconosciuta nell’alto Egitto: la divina adoratrice, anzi, inaugurò una stirpe di spose divine che sarebbe durata per ben due secoli. Negli anni in cui la principessa svolse la sua funzione, la dinastia paterna si estinse, e sul trono d’Egitto salirono i faraoni venuti dal regno di Kush, cioè dalla Nubia. Intanto, però, Shepenupet  compì un gesto destinato a ribadire la legittimità del suo ruolo: ordinò la costruzione di una sontuosa cappella dedicata a Osiride presso il tempio di Karnak. Facendo erigere un edificio sacro, la principessa riaffermava il suo potere sovrano. 

Il regno dei “faraoni neri”
Fu in quel momento che i re di Kush presero il comando dell’Egitto e, in particolare, della regione tebana. Il fondatore della dinastia nubiana si chiama Kashta: per prima cosa, volle far adottare sua figlia Amenirdis da Shepenupet; in questo modo, dimostrava di riconoscere nella figlia di Osorkon III la legittima discendente e continuatrice del potere faraonico. Amerindi, dunque, divenne a sua volta divina adoratrice e sposa del dio Amon. Sul suo conto non si sa molto, ma è lecito supporre che questa principessa affiancò Shepenupet in una sorta di coreggenza. Una statua che la immortala è oggi custodita al museo egizio del Cairo: in origine ricoperta d’oro, raffigura la sposa divina nel costume tradizionale da sacerdotessa, adornato da oggetti e paramenti sia divini che regali. In seguito, Amenirdis adottò una nipote che prese il nome di Shepenupet, probabilmente per affermare la continuità della dinastia regnante. La nuova sacerdotessa era la sorella dei faraoni Piankhy e Shabaka. Il primo salì sul trono intorno al 747 a.C. e vi restò per circa trent'anni. Signore di Tebe e dell’alto Egitto, approfittò della divisione del paese per tentare la conquista: nelle sue mani caddero prima la regione del Fayum e il medio Egitto, poi Menfi e la zona del Delta. Piankhy riuscì così a diventare il sovrano di tutto l’Egitto. Stranamente, invece di godere di questo trionfo, preferì ritornare nella sua lontana capitale nubiana, Napata. Questo, forse, perché temeva i suoi rivali, ancora silenziosi e apparentemente sottomessi, ma che in realtà aspettavano solo la prima occasione per impugnare le armi e ribellarsi al potere reale.

Assurbanipal sconfigge l’esercito di Taharqa
Come abbiamo visto Piankhy era intimorito dai suoi rivali, di fatto, egli morì senza che i suoi timori si realizzassero, e gli succedette il fratello Shabaka. Intanto, Shepenupet II continuava a esercitare il suo ruolo di divina adoratrice, presiedendo alle cerimonie quotidiane e alle grandi festività annuali, e regnando su un assemblea di sacerdotesse. Il suo potere era indiscusso. Come già aveva fatto Amenirdis, Shepenupet II adottò una principessa che assunse il nome di Amenirdis II.  Le due esercitarono congiuntamente il potere per molti anni. Nel frattempo, Shabaka morì lasciando il posto sul trono al faraone Taharqa. Apparentemente, questo avvicendamento non modifico le prerogative delle due spose divine. Fu durante questo regno, però, che il re assiro Assurbanipal cercò di impossessarsi dell’Egitto. Gli invasori presero Menfi e avanzarono progressivamente verso il sud, conquistando anche Tebe. Sconfitto, l’esercito del faraone dovette ritirarsi: le due divine adoratrici si trovarono così a dover affrontare l’invasore. Non è chiaro quale fu il loro ruolo durante l’occupazione assira, ma tutto lascia presumere che le due spose divine furono trattate con grande rispetto, perché parteciparono anche alle negoziazioni politiche che accompagnarono il ritiro degli Assiri. Nel frattempo, il faraone Taharqa, che si era rifugiato in nubia morì. Ciò nonostante, preoccupato di essersi spinto troppo oltre in terra straniera, Ashurbanipal preferì continuare l’evacuazione di gran parte del territorio ripiegando verso il delta. Fu Tanuatamun, figlio e successore di Taharqa, a inseguire gli invasori e a riconquistare poco per volta il paese. Mentre occupavano l’Egitto, però, gli assiri avevano già riconosciuto come faraone Psammetico I, re di Sais e fondatore della XXVI Dinastia: fatalmente, i due sovrani egizi giunsero allo scontro diretto. Nella circostanza, Assurbanipal corse in aiuto di Psammetico I. Sconfitto, Tanuatamun non poté che tornare a Napata, come già aveva fatto suo padre. Con lui si concluse la XXV Dinastia.

Una rinascita culturale ed economica
In tutti quegli anni, le divine adoratrici avevano assistito agli eventi dalla loro città, Tebe. Con le sconfitte di Taharqa e Tanuatamun, e con la fine della XXV dinastia, Amenirdis II e Shepenupet II si ritrovarono a fronteggiare una situazione analoga a quella già vissuta da Shepenupet I: erano, infatti, le ultime rappresentanti di una stirpe reale bruscamente conclusasi con la fuga di Tanuatamun in Nubia. Amenirdis II, allora, pensò bene di adottare la figlia di Psammetico I, Nitrocri I, che divenne a sua volta adoratrice divina. L'episodio è descritto anche nella cosiddetta "stele dell'adozione". 
La pratica dell’adozione delle divine adoratrici era già in uso durante il nuovo regno, in particolare durante la XVIII e XIX Dinastia, ma sembra essere stata ufficializzata con l’ascesa al potere della XXVI Dinastia. Lo dimostrano le iscrizioni della cosiddetta “stele dell’adozione”. Il testo, destinato in origine ad essere esposto nel tempio di Amon, riferisce dell’adozione di Nitocris I, figlia di Psammetico I, da parte di Amenirdis II. Sono riportati dei particolari di accordi diplomatici che prepararono l’evento e l’inventario dei beni lasciati in eredità alla nuova sposa divina. 
Dopo un periodo così turbolento, il regno di Psametico I coincise con una sorta di rinascita dell'Egitto: alla ritrovata stabilità politica, corrisposero un nuovo periodo di prosperità economica e un rifiorire della cultura. A questo proposito, gli storici parlano di un vero e proprio "rinascimento saita": Quanto al ruolo di divina adoratrice, a Nitocris I succedette Ankhenesneferibre, la figlia di Psammetico II. Dopodiché, ancora una volta, il caos riprese il sopravvento: il faraone Apries, successore di Psammetico II, fu destituito dal generale Iahmes, che si proclamò faraone. Puntuali, i popoli stranieri approfittarono della nuova crisi interna: toccò ai Persiani, stavolta, invadere l'Egitto e prendere il potere. Psammetico III, ultimo re della XXVI dinastia, fu arrestato, deportato e ucciso. Al suo posto, salì al trono Cambise, primo faraone persiano e fondatore della XXVII dinastia.

I Persiani fondano la XXVII dinastia
Testimone del crollo della XXVI dinastia e dell'avvento dei dominatori persiani fu Nitocris II, figlia di Iahmes, adottata da Ankhenesneferibre come nuova sposa di Amon. Da quel momento in poi, non è chiaro quale sia stato il destino delle divine adoratici, né se questa funzione fu conservata dai Persiani durante la loro permanenza sul trono d'Egitto. Si può solo presumere che gli invasori, come fecero in altri campi, accolsero anche questa usanza locale. Probabilmente, quindi, la pratica dell'adozione continuò, ma non sappiamo se riguardò delle principesse persiane o delle giovani egizie.

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1 commento:

  1. Quello che io definisco l'antico Egitto vero e classico si chiude proprio con la XX dinastia o si spinge al limite fino alla XXIIesima (Tanis). Da lì in avanti è un susseguirsi di sovrani stranieri che se anche mantengono religione, epiteti e stile faraonico non sono i veri depositari della stirpe egiziana. Si sono ispirati a loro, come i faraoni neri (Meroe) e pure i greci con i Tolomei e i romani poi, ma non hanno più il fascino dei loro illustri predecessori. Non so, io non riesco a farmeli "piacere". Interessanti come tutta la storia antica, ma non c'è paragone.

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