venerdì 13 febbraio 2015

Le colonne egizie

Quando pensiamo ai templi egizi uno degli elementi architettonici principali che ci ritorna in mente è la colonna. In effetti è difficile immaginare un tempio come Karnak senza pensare ai suoi enormi colonnati, o al tempio di Dendera senza le meravigliose colonne hathoriche. Quindi cerchiamo di capirne le differenze:


Colonna Scanalata: Detta anche protodorica, perché ricorda nel fusto le colonne greche di ordine dorico, essa imitava probabilmente tronchi di conifere scortecciati. I primi esempi (ca 2700 a.C.) sono quelli del complesso di Djoser a Saqqara. Gli esemplari successivi mostrano generalmente sulla fronte una banda verticale iscritta.

Colonna Papiriforme a capitello chiuso: È simile nell'aspetto a quella lotiforme, dalla quale si distingue per la parte inferiore più stretta e avvolta dal motivo di cinque foglie lanceolate. Il fusto è composto dal motivo di sei-otto steli a tre nervature legati a fascio sotto il capitello, il quale raffigurava ombrelli (corimbi) socchiusi di papiro. Alla triplice nervatura venne dato particolare risalto plastico fino alla XVIII dinastia. I fusti appaiono invece quasi lisci in epoca ramesside (XIX-XX dinastia), dando origine alla cosiddetta colonna "monostile", così chiamata perché secondo alcuni studiosi rappresenta un solo stelo di papiro a gemma chiusa. Le più antiche colonne papiriformi a capitello chiuso sono quelle del tempio della piramide del faraone Sahura della V dinastia.

Colonna Lotiforme: Di diametro uniforme per tutta la sua altezza, il fusto rappresenta un fascio di quattro-sei e più tardi anche di otto steli di fiori di loto legati sotto il capitello. Questo è formato da sei calici leggermente aperti, tra i quali figurano sei fiori più piccoli, il cui stelo si prolunga sul fusto. Leggermente impiegata durante l'Antico Regno, a partire dalla V dinastia e nel Medio Regno, ritornò di moda in Epoca Tarda. Il loto era legato al culto solare: fu infatti il fiore dal quale il sole uscì sulle acque primordiali il giorno della creazione.

Colonna Palmiforme: Rappresenta un tronco di palma decorato con foglie di palma strette al fusto da diverse legature che terminano in un triplice laccio, visibile sul davanti. La prima attestazione è nel tempio della piramide del faraone Sahura menzionata sopra. Il palmizio, dimora del dio Sole, era anche pianta araldica dell'Egitto. Per questo motivo la colonna palmiforme era utilizzata di preferenza nei palazzi reali e nei templi funerari.

Colonna Papiriforme a corolla aperta: Detta anche campaniforme, ha un fusto liscio arrotondato, che rappresenta forse un unico stelo di papiro. Il capitello, che nasconde alla vista dal basso il piccolo abaco, è decorato con serie di corimbi aperti di papiro, avvolti in foglie lanceolate. Questo tipo di colonna, nata come supporto di lampada nel Medio Regno, è attestato in raffigurazioni dell'inizio del Nuovo Regno e come elemento architettonico in pietra per la prima volta nelle costruzioni di Thutmosi III a Karnak. Viene utilizzato di preferenza in chioschi aperti e nelle navate centrali delle sale ipostile, a rappresentare l'aprirsi delle piante al passaggio del dio solare che porta la luce (il giorno) nel tempio, simbolo dell'intero universo. I capitelli a boccioli chiusi, sia papiriformi sia lotiformi, alludano invece alla notte, al viaggio del Sole nell'aldilà dopo il tramonto, nel corpo di sua madre Nut.


Colonna Hathorica (sopra un video che la mostra a 360°): È costituita da un fusto cilindrico su cui poggia il capitello che raffigura quattro facce della dea Hathor con orecchie bovine, che guardano i quattro punti cardinali. Sopra le teste sono collocati altrettanti sistri, generalmente in forma di grande portale. Testimoniata per la prima volta nel Medio Regno, questa colonna è presente in edifici consacrati al culto di Hathor e raffigura il feticcio della dea portato in processione nelle feste a lei dedicate.

Colonna Composita: È così chiamata perché per lo più è formata da vegetali diversi, anche se alcuni esemplari rappresentano steli di sola palma o papiro. Tipica dei templi di Epoca Tarda, la colonna composita ha origine nelle colonne, soprattutto palmiformi, dei palazzi reali di epoca amarniana e ramesside, che presentano variazioni originali su motivi classici.

Colonna a forma di picchetto di tenda: Utilizzata nel tempio funebre di Thutmosi III a Karnak, è la trasposizione in pietra del picchetto ligneo di tenda o baldacchino, costituita da un fusto di dimensione crescente dal basso verso l'alto, che nella parte superiore termina in un capitello campaniforme ornato da foglie lanceolate. Incerto è il legame di questo tipo di colonna con quelle simili dei palazzi minoici a Creta.

sabato 7 febbraio 2015

La condizione sociale della donna egizia

Nella società egizia si evidenzia, più che in qualsiasi altra civiltà antica, il ruolo predominante della donna nei vari aspetti della vita quotidiana e lavorativa. Nell'antico Egitto, gli uomini e le donne vivevano una condizione di parità, che tutt'oggi sfugge a civiltà a noi coeve.
Quando i greci visitarono l’Egitto, arrivarono a pensare alla società egizia come ad un matriarcato, talmente rimasero sconvolti dalla libertà di costumi delle egizie. Bisogna specificare dunque, che nell’antica Grecia, le società matriarcali non erano viste di buon occhio; basti pensare allo sdegno che i greci provavano per le amazzoni. Tale termine sta a significare: “senza seno” ( α= alfa privativo e μαζός= mazos, cioè seno), e andava a rimarcare l’abitudine secondo la quale le amazzoni si mutilassero del seno destro per poter tendere meglio l’arco.
Secondo i greci, questa non era neanche l’unica popolazione a carattere matriarcale con abitudini “barbare”. Le Lemnie, le antiche abitanti dell’isola di Lemno, addirittura arrivavano a mangiare carne cruda, simbolo di inciviltà. Considerando tutti questi fattori si può arrivare a comprendere l’immaginario collettivo del mondo classico per i costumi egizi, e la naturale diffidenza dei greci e dei romani per gli abitanti della valle del Nilo.
Tuttavia i greci avevano torto, in Egitto, gli uomini e le donne avevano uguali diritti e medesimi doveri, soprattutto a partire dalla III dinastia. Prima di questo periodo, la condizione della donna era più simile a quella della donna romana di epoca repubblicana. La famiglia era di stampo patriarcale e sottoposta ad un vero e proprio pater familias. Tra la III e la IV dinastia il diritto familiare subì una svolta importante. La donna non era solo la padrona indiscussa della casa, ma poteva ereditare o decidere a chi lasciare i propri beni.Come testimonianza del rapporto speciale che vigeva fra madre e figlio in Egitto, possiamo ricordare l’insegnamento numero sette del saggio Ani, (versi 15-8,1):
“Rendile in misura doppia il pane che ti chiede tua madre e portala, come lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante. Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. Il suo dorso ti portò. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare? Quando ti condusse a scuola, allorché ti si insegnava a scrivere, ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua.”
L’età adulta delle donne iniziava con la comparsa del ciclo mestruale, perché significava che la fanciulla era pronta per diventare madre. Le egizie però non avevano nessun tipo di obbligo a contrarre matrimonio per essere considerate come individuo dalla legge. Di conseguenza la donne nell’antico Egitto avevano anche la massima libertà di scelta del proprio sposo. In una stele conservata al Museo del Louvre, la donna libera Takamenet decise di sposare lo schiavo Amenyiu, facendolo adottare dalla sua famiglia; un matrimonio che sicuramente non portava lustro o vantaggi, ma che fu ampiamente accettato.
In Egitto i rapporti matrimoniali non erano regolati secondo la legge, ma solo e soltanto da questioni sociali. Un uomo e una donna che decidevano di vivere insieme come marito e moglie, potevano scegliere anche di contrarre un accordo a tempo; una sorta di matrimonio di prova. In alcuni documenti ritrovati a Tebe, si è potuto constatare che il periodo di prova era di circa sette anni, dopodiché si dovevano ristabilire le proprie intenzioni. Se dopo sette anni gli sposi decidevano di non continuare la loro unione, ognuno portava con sé i beni portati in dote durante il matrimonio. Ma come si svolgeva la cerimonia di un matrimonio egizio?
Per essere considerati marito e moglie, nell’antico Egitto, bastava semplicemente che la coppia vivesse sotto lo stesso tetto. Non c’erano rituali religiosi o giuridici, ma solo atti sociali. Durante il matrimonio, le donne non avevano l’obbligo di prendere il nome del marito come succede nelle unioni a noi più familiari. L’importanza del nome in Egitto era vitale, gli egizi ritenevano che in esso risiedesse l’essenza stessa della persona; per questo motivo, durante le damnatio memoriae, il primo atto ad essere compiuto era quello di cancellare proprio il nome del malcapitato.
Un altro aspetto del matrimonio in Egitto, che ha spesso suscitato dissensi e polemiche è la poligamia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che le varie spose che un uomo poteva avere non erano contemporanee ma successive; vale a dire, che una volta rimasto vedovo si poteva successivamente risposare. Altri studiosi, hanno teorizzato invece, che la poligamia in Egitto prevedesse una sposa principale con il ruolo di “Signora della casa” (nebet per) e altre spose secondarie. In ogni caso, queste restano ipotesi non confermate. Tutto ciò che sappiamo di certo è che la poligamia era ampiamente accettata in ambito reale, al fine di procreare più eredi possibili, a garanzia della salvaguardia del paese stesso.
Per quanto riguarda la poliandria, non ci sono fonti certe o attestate. In passato, due donne vissute nel Medio Regno (2060-1785 a.C.), Menkhet e Kha, furono all'inizio sospettate di essere sposate a più mariti, ma successivamente si è potuto accertare che furono sposate ai due uomini in periodi diversi della loro vita.
Esiste un altro aspetto della società egizia che deve essere riformulato nell'immaginario collettivo, oltre alla poligamia, vale a dire: l’incesto. Racconta Diodoro Siculo:
“Si dice che gli egizi, contrariamente a quanto si usa fare, avessero stabilito una legge che permetteva all’uomo di sposare la sorella, seguendo l’esempio di Iside che aveva sposato Osiride, suo fratello e che, dopo la morte di lui, non aveva voluto accettare nessun altro uomo.”
È necessario chiarire però che l’incesto in Egitto era una pratica accettata solo nella famiglia reale, per fattori che non valevano per l’uomo comune, come la conservazione della regalità attraverso la purezza della linea di sangue.
Il divorzio invece proteggeva in particolare la donna. Le motivazioni che potevano portare al divorzio, non differiscono dalle nostre: incomprensioni, prole o adulterio. Gli scritti ritrovati nel villaggio di Deir el-Medina ci regalano un imponente quadro dei rapporti tra uomini e donne. Su di un ostraka ritrovata all’interno del villaggio degli operai, un testo geroglifico riporta le motivazioni dell’assenza di un operaio da lavoro; il testo ci informa infatti, che lo sventurato non aveva potuto recarsi a lavoro quel giorno perché era stato malmenato dalla moglie.
Un altro racconto che ci viene sempre da Deir el-Medina, è quello del servo Hesy, che sposò una certa Hanur e dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima si chiamava Ubekhat. Madre e figlia frequentarono contemporaneamente un perditempo di nome Paneb e il figlio di questi. Così Hesy decise di divorziare durante l’anno II del regno di Sethnakht (XX dinastia). Tuttavia, il poveretto, dovette anche sborsare un “assegno mensile” in grano per il sostentamento dell’ex moglie. La moglie poteva anch'essa richiedere il divorzio. In un caso accaduto durante il Medio Regno, un uomo ripudiato dalla moglie, poté avere indietro i due terzi dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Per quanto riguarda l’adulterio, non solo non era tollerato, ma veniva anche presentato ai futuri sposi come il “grande crimine”. Tuttavia, c’era una disparità tra la condanna teorica e quella pratica; come abbiamo visto nel caso di Hesy. Nondimeno, i giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Tali esortazioni erano rivolte non solo ai giovani egizi, ma anche alle fanciulle. Difatti, nell’antico Egitto, la verginità non era necessaria o obbligatoria; ma poteva essere un dono che una giovane donna portava in dote al marito. In ambito lavorativo le egizie hanno ricoperto quasi ogni incarico possibile; da faraone a sacerdotessa. C’erano naturalmente dei lavori considerati più adatti alle donne, come quello di ostetrica o di balia; ma in generale nessun ruolo era precluso al sesso femminile.
In Egitto si sono registrati casi di donne visir, come nel caso di Nebet, che oltre ad essere forse la suocera di Pepi I (VI dinastia), fu anche “capo direttore”, così come veniva indicato nei suoi titoli. Altri casi da segnalare come esempio, sono quelli della scribe Idut, forse figlia di Djoser (III dinastia) e della regina Meresankh III, moglie di Chefren (IV dinastia), che nei bassorilievi della sua tomba a Giza, viene chiamata come: “l’amata di Thot, signora del pennello”. Molte altre donne ricoprirono il ruolo di medico, di funzionario reale o di sacerdotessa.
Sono giunti fino a noi molti nomi di queste donne, come quelli di Peseshet, capo dei medici, ricordiamo Hemetra, una vera imprenditrice, e Urnero, amministratrice dei beni di un ricco signore. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l’ambiente sacerdotale non era affatto precluso alle donne, anzi, era uno degli ambiti più aperti al sesso femminile. Il dio Amon di Tebe, aveva a sua disposizione un vero e proprio corpo scelto di sacerdotesse, chiamate: le divine adoratrici di Amon; che ricoprivano il ruolo di moglie terrena del dio. Ciò che non è ancora del tutto chiaro è se gli egizi conobbero il fenomeno della “prostituzione sacra”, come accadeva a Cartagine e a Babilonia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che tale pratica, anziché essere esercitata nei templi, venisse perpetuata per strada e che fosse legata al culto di Iside e Osiride. Nulla di questo è però accertato. Bisogna però dire che esiste un mito legato alla dea Iside, che narra la ricerca della dea del corpo smembrato del marito. Durante queste peregrinazioni, Iside arrivò a Babilonia, dove si dice che la dea si prostituì nel tempio della dea Ishtar. Considerando tutto ciò, è giusto specificare che sarebbe comunque sbagliato fondare una certezza solo su un mito.
La prostituzione, ad ogni modo, era una pratica comune anche in Egitto. Le prostitute potevano sia esercitare per strada che in casa. Molte di loro erano delle straniere, provenienti dalla Fenicia, dalla Mesopotamia o dalla Nubia. Un segno distintivo di una meretrice erano i tatuaggi sulle cosce, così come è possibile riscontrare nelle statuetta rinvenute all’interno delle tombe, che così come gli ushabti, avevano la funzione di realizzare i desideri dei defunti. Un ultimo aspetto femminile di cui è necessario parlare per una visione ad ampio spettro della condizione delle egizie è la gravidanza. Per fare ciò, è necessario evidenziare la bravura degli egizi in campo medico, riuscivano non solo a fornire alle donne contraccettivi efficaci, alcuni di indiscusso stampo moderno, come una sorta di “diaframma vaginale”, ma erano capaci anche di stabilire il sesso del nascituro, come testimonia il papiro n° 199 di Berlino:
“Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela, che la donna innaffierà della sua urina tutti i giorni, e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e ilgrano germogliano entrambi, ella genererà. Se germoglia prima l’orzo, sarà un maschio; se germoglia per primo il grano, sarà una femmina. Se non germogliano né l’uno né l’altro, ella non genererà.”
Traendo quindi le somme dell’universo femminile egizio, ci ritroviamo davanti a donne libere, emancipate e autrici del proprio destino.



domenica 1 febbraio 2015

Bracciale della regina Ahhotep


La maggior parte degli oggetti rinvenuti nella tomba della regina Ahhotep reca il nome dei suoi figli, Kamose e Ahmose, i sovrani che cacciarono dall'Egitto gli invasori Hyksos. La regina ebbe un ruolo di primo piano durante la guerra di liberazione, come testimoniano i numerosi oggetti che i figli le offrirono in dono, fra i quali anche alcune armi, presenza insolita in una sepoltura femminile. Questo bracciale è costituito da due semicerchi. Oro e lapislazzuli formano la mirabile bicromia della decorazione. Sulle metà destra, un ventaglio posato sul segno shen, emblema di eternità, divide la superficie in due parti, occupate da due scene simmetriche: il Dio della terra Geb, che da un lato indossa la corona rossa del Basso Egitto e dall'altro la doppia corona, è seduto su un trono e posa le mani in segno di protezione sulla spalla e sul braccio del Re inginocchiato davanti a lui. I geroglifici riportano il nome del Dio e i cartigli del Re. Sull’altra metà del bracciale sono rappresentate figure a testa di falco e di sciacallo, le anime di Pe (Buto) e di Nekhen (El-Kab) mitici antenati dei sovrani dell’Egitto prima dell’unificazione.

Dati
Materiale: oro e lapislazzuli.
Diametro: 5,5 cm.
Altezza: 3,4 cm.
Luogo del ritrovamento: Tebe, Dra Abu el-Naga.
Tomba: Ahhotep.
Scavi: Mariette (1859).
Dinastia: XVIII, Regno di Ahmose (1550 - 1525 a.C.).
Sala in cui è conservato: n°4

martedì 20 gennaio 2015

La lista Gardiner 4: i segni della lettera D

Dopo una lunga pausa, dovuta a diversi approfondimenti della società egizia, riprendiamo lo studio della lista Gardiner con i segni della lettera D: 


Segni D:
D1 Ideogramma in tp "testa" - Determinativo in azioni e nei verbi relativi ad azioni che implicano movimenti del capo.
D2 Ideogramma in hr "faccia", da cui trae il valore fonetico.
D3 Determinativo in iny "capelli", "peli" e parole connesse - Det. in inm "pelle" e nei verbi e sostantivi concernenti la nozione di lutto.
D4 Ideogramma in irt "occhio", da cui foneticamente ir - Determinativo nelle parole relative all'azione di vedere e all'organo della vista.
D5 Determinativo in azioni o condizioni dell'occhio, dgi "guardare".
D6 Rappresenta un occhio truccato ed è determinativo di azioni o in particolari stati dell'occhio che riguardano il truccarsi, il mascherarsi. 
D7 Determinativo in msdjmt "galena", usato come cosmetico per gli occhi, e in an "bello", da cui foneticamente an.
D8 Determinativo in an "bello".
D9 Determinativo in rmi "piangere". 
D10 Ideogramma o determinativo in wdjat, letteralmente "l'occhio sano" - Nome dell'occhio di Horus.
D11 Uno dei simboli della frazione della misura dei cereali. 
D12 Determinativo in djfdj "pupilla".
D13 Ripetuto due volte è inh "sopracciglia". 
D14 Usato come simbolo per 1/16.
D15 Usato come simbolo per 1/32.
D16 Usato come simbolo per 1/64.
D17 Ideogramma o determinativo in tit "immagine", "figura".
D18 Ideogramma o determinativo in msdjr "orecchio".
D19 Ideogramma o determinativo in fndj/fnd e shrt, ambedue significanti "naso" - Determinativo nelle parole connesse al naso, all'odorato e alla gioia. Da hnt "faccia", di cui è determinativo, deriva il dal valore fonetico hnt.
D20 Variante di D19, ma raramente in sculture e pitture. 
D21 Ideogramma in r3 "bocca", da cui foneticamente r.
D22 Ideogramma in rwy, 2/3.
D23 Ideogramma in khmt-ru, 3/4.
D24 Ideogramma o determinativo in spt "labbro", "confine". 
D25 Ideogramma o determinativo spty "labbra".
D26 Determinativo in psg, bshi, ka3, "sputare", "vomitare" e in snk "sangue". 
D27 Ideogramma o determinativo in mndj "mammella" e nelle azioni ad essa connessa (es. snk "succhiare"). 
D28 Ideogramma in ka "spirito", da cui deriva il valore fonetico. 
D29 Combinazione del segno del ka con uno stendardo divino: esprime la natura divina del ka.
D30 Simbolo di Neheb-ka, serpente mitico e ipostasi del dio creatore. 
D31 Combinazione dei segni D32 e U36: "servitore del ka".
D32 Determinativo per abbracciare: ink "circondare", hpt "abbracciare" etc. Ideogramma o determinativo in skhn "cercare". 
D33 Ideogramma o determinativo in khni "remare", da cui foneticamente khn. 
D34 Ideogramma in aha "combattere". 
D34* Variante del precedente
D35 Ideogramma negli avverbi di negazione n e nn e nel pronome relativo negativo iwty "che non"; determinativo in vari verbi negativi e nel verbo khm "ignorare, essere ignorante", da cui l'uso come determinativo fonetico khm.
D36 Ideogramma in 'w "braccio", da cui foneticamente ' (a).
D37 Ideogramma per dì "dare", anticamente per imi, imperativo del verbo "dare".
D38 Braccio con pane tondo, grafia dell'imperativo dà, imi. Da qui deriva il valore fonetico mi, più spesso attestato nella forma m.
D39 Braccio con ciotola: determinativo nel verbo hnk "offrire". 
D40 Ideogramma o determinativo in khai "misurare". Sostituisce spesso come determinativo l'uomo che colpisce nei verbi e sostantivi  denotanti la forza, il potere. 
D41 Ideogramma o determinativo in rmnw "braccio" e sinonimi. Determinativo per i movimenti del braccio. Da nì "respingere", valore fonetico nì. 
D42 Ideogramma o determinativo in mh "cubito". 
D43 Ideogramma in khui "proteggere". 
D44 Determinativo in khrp "presiedere", "controllare", "amministrare" e i suoi derivati. 
D45 Ideogramma o determinativo in djsr "essere sacro", "segregare". 
D46 Ideogramma in drt "mano". Valore fonetico d (cfr. il semetico yad "mano")
D47 Determinativo di mano (djrt, djat), quando scritta foneticamente.
D46 * Ideogramma o determinativo in ìdt "fragranza", "rugiada", "sudore". 
D48 Ideogramma in shsp "palmo", o nell'unità di misura del palmo. 
D49 Determinativo per afferrare: amm, hefa. 
D50 Ideogramma o determinativo in djba "dito".
D51 Variante orizzontale del precedente D50, può anche indicare la parola ant "unghia". 
D52 Determinativo di virilità, usato sia per gli uomini che per gli animali. Valore fonetico: mt.
D53 Dopo il Medio Regno il segno assunse le stesse funzioni del D52, mentre in epoca più antica, designava le funzioni dell'organo. 
D54 Ideogramma in ann "tornare indietro", sbha "far ritirare" etc.
D55 Ideogramma in ìw "venire". Determinativo nei verbi di moto.
D56 Ideogramma o determinativo in rd "gamba". Determinativo per i nomi di parti di gamba. Da altri nomi per "gamba e sue parti" derivano i valori fonetici pds, wart, sbk.
D57 Determinativo in iatj "essere mutilato" e parole connesse. 
D58 Fonogramma b.
D59 Fonogramma ab (esempio: ab "corno") 
D60 Ideogramma in wab "puro". 
D61 Ideogramma o determinativo in sah, "dito del piede", da cui il valore fonetico sah.
D62 Variante del precedente D61 (XVIII dinastia).
D63 Variante dei precedenti D61 - D62 (XVIII dinastia).

giovedì 15 gennaio 2015

Gli obelischi egizi

La parola “obelisco” deriva dalla parola greca ὀβελίσκος  (obeliskos), che significa “spiedo”. Indica un lungo blocco di pietra, di sezione quadrangolare, che, innalzandosi, si restringe e si trasforma in una piccola piramide: il pyramidion.
I pyramidion d’oro scintillante, in molti casi scomparsi, traggono la loro origine dalla pietra sulla quale Ra, il Dio Sole, comparve all'origine del mondo. Spesso eretti per festeggiare i giubilei dei faraoni, gli obelischi sono esclusivamente consacrati a Ra o alle divinità solari ad esso collegate (come Amon). L’idea della pietra innalzata verso l’alto è sicuramente precedente alle prime dinastie, ma bisogna aspettare la V dinastia (2.500 - 2.350 a.C.) e l’attrazione dei suoi Faraoni per le divinità solari per vedere apparire dei monumenti che assomigliano all'obelisco (teken egizio) che noi conosciamo.

L’obelisco più vecchio
Se questo obelisco esistesse ancora, si innalzerebbe al centro delle rovine del tempio solare di Abu Gurab, fatto costruire dal faraone Niuserra (2.453 - 2.420 a.C.) in onore di Ra: l’obelisco troneggiava al centro dello spazio antistante il tempio. Posato su uno zoccolo di 16 metri di altezza, il tozzo obelisco, murato e fabbricato con un solo blocco di pietra, misurava 36 metri di altezza. I suoi fianchi erano rivestiti da lastre incise di fine calcare. Fino al 1972 l’esistenza di obelischi monolitici non era testimoniata che da un unica iscrizione. Attentamente posizionato all’entrata di una tomba nella necropoli di Qubbat-al-Hawa (databile verso il 2.300 a.C.) il testo dice: “la grandezza del mio Signore (Faraone) mi ha mandato a costruire due navi al Paese di Ouaouat (la Bassa Nubia) per trasportare verso Nord due obelischi a Eliopoli”. Nel Nuovo Regno gli obelischi venivano posizionati uno sopra l’altro, una pratica che diventò più consueta durante il regno di Tothmosis III (1479-1425 a.C.). Questo faraone adorava gli obelischi come noi li conosciamo oggi: i testi raccontano che ne fece costruire uno di 57 metri di altezza: un record per l’epoca!

Eliopoli, la  città degli obelischi
E’ nel 1972 che venne scoperta, nella città del Dio Ra, la parte superiore di un obelisco con una dedica al Faraone Teti I, VI Dinastia (2.350 - 2.340 a.C.). Era la prova che erano esistiti obelischi monolitici fin dall’Antico Regno. Oggi Eliopoli conserva l’obelisco più antico rimasto in Egitto: tagliato nel granito per un altezza di 20 metri, fiancheggiava il tempio di Ra-Horakhty che Sesostri I (1.934 - 1.898 a.C.) fece costruire nella città di Ra. Altri due obelischi costruiti da Tothmosis II (1.492 - 1.479 a.C.) si innalzavano nella città: come altri, anche questi hanno poi lasciato la terra dei Faraoni.

Gli obelischi nel mondo
Gli obelischi hanno “viaggiato” molto: attualmente non meno di 25 obelischi provenienti dalla più lontana antichità sono disseminati nel mondo. Lo testimonia il seguente elenco (non completo):
  • Londra: Ago di Cleopatra; di Tothmosis II, proveniente da Eliopoli, poi da Alessandria, eretto nel 1.878 (21 metri).
  • Parigi: Place de la Concorde.
  • Roma: Piazza San Giovanni in Laterano; Piazza San Pietro; Piazza del popolo; Villa Cerimontana; Piazza dei cinquecento; Piazza della Rotonda; Villa Torlonia.
  • Firenze: giardino di Boboli.
  • Istanbul: obelisco di Thutmosi III, arrivato dall'Egitto nel 390 a.C., attualmente conservato all’Ippodromo.
  • Eliopoli: obelisco di Sesostri I.
  • Luxor: obelisco gemello di quello conservato a Parigi.
  • Karnak: due obelischi, quella della regina Hatshepsut (1.479 - 1.457 a.C.) e quello di Tothmosis III.
  • Assuan: obelisco incompiuto (42 metri, 1.000 tonnellate). Il monolite è pieno di fessure e per questo fu abbandonato in tempi antichi.


venerdì 9 gennaio 2015

La schiavitù nell'Antico Egitto

La società egizia dell’antico Egitto non era fondata sulla schiavitù, al contrario di quanto si potrebbe pensare. Tuttavia è vero, però, che i prigionieri di guerra e gli egizi di più umili condizioni potevano essere obbligati a svolgere compiti di ogni sorta.


Il termine “schiavo” deriva dal latino slavus, che significa “slavo”: in origine, infatti, alludeva ai numerosi slavi ridotti in schiavitù dalle popolazioni germaniche nel corso dell’alto medioevo. Nell'eccezione moderna, invece, uno schiavo è un individuo che viene considerato come proprietà altrui, e che pertanto non gode dei più elementari diritti. Partire da questa definizione è importante, perché non sempre è facile circoscrivere la nozione di schiavitù quando si parla dell’antico Egitto. Nel paese dei faraoni, infatti, alcune persone sottomesse ai voleri di un padrone potevano ciononostante possedere dei beni propri o, a loro volta, avere dei servitori. D’altra parte, vi erano uomini “liberi” i cui diritti erano tuttavia limitati. 

Liberi lavoratori
Una volta fatta questa premessa, è opportuno sfatare una sorta di mito tramandato per secoli fino ai nostri giorni: quello, cioè, secondo cui nell'antico Egitto faraonico pullulava di schiavi utilizzati soprattutto per costruire i suoi edifici monumentali. In realtà, almeno nel periodo in cui furono innalzate le grandi piramidi, cioè durante l’Antico Regno, non esistevano affatto la schiavitù. Le grandi opere architettoniche erano affidate a squadre scelte di architetti, astronomi e altri lavoratori altamente qualificati, i quali erano assistiti da operai e artigiani specializzati e consapevoli della sacralità insita nella loro attività. Ciò non toglie che in alcuni cantieri venissero utilizzati anche i prigionieri di guerra. Gli operai erano raggruppati in “sindacati” che osservavano regole ferree e che li proteggevano da eventuali abusi di potere. Un’incisione attribuita al faraone Micerino (IV dinastia) recita: “Sua Maestà vuole che nessun uomo sia costretto ai lavori forzati e che ognuno tragga soddisfazione del proprio lavoro”.


Prigionieri di guerra
Fu solo a partire dal Nuovo Regno, con le campagne militari condotte dai faraoni in Nubia e in Asia, che si verificò un aumento della manodopera di tipo servile. Schiavi stranieri provenienti dai paesi sconfitti venivano offerti come ricompensa ai soldati più valorosi, oppure donati ai templi o messi a servizio nelle dimore dei faraoni. A questi prigionieri di guerra si aggiungevano anche schiavi egizi. Questi potevano essere asserviti per periodi limitati, per esempio se dovevano ripagare un debito, o anche per tutta la vita, come accadeva ad alcune ragazze che vendevano se stesse per fuggire dalla povertà. 

Donne in schiavitù
Molte delle donne fatte prigioniere dagli egizi prestavano servizio nei magazzini dei templi, ma la maggior parte di esse lavorava come serva nelle case. La testa di queste ragazze veniva rasata, e rimaneva solo un ciuffo a “coda di porcellino”. Le prigioniere di guerra più belle erano destinate agli harem e ai palazzi signorili, mentre le meno seducenti entrano spesso a far parte del personale dei templi, come cantanti o danzatrici. I bambini non venivano mai separati dalle madri. In generale, sembra che queste donne possedessero alcuni beni e godessero anche di una certa libertà, come si evince da un antico componimento: “Vedete, i servi ora possono parlare. Quando la padrona comanda, i domestici non sono sull'attenti. Vedete, colei che non possedeva nemmeno una scatola ora possiede un scrigno, e colei che poteva guardarsi solo nell'acqua ora possiede uno specchio”. 

I “diritti degli schiavi”
Durante il Nuovo Regno, i compiti degli schiavi potevano essere i più diversi: occuparsi degli aspetti più duri del lavoro nei campi, svolgere mansioni non religiose nei templi, occuparsi di faccende domestiche o amministrative. A quanto sembra, però, il lavoro servile non costituiva un elemento fondamentale dell’economia del paese. A ogni modo, vi erano categorie di persone che erano proprietà di altri egizi, i quali potevano venderle, affittarle o lasciarle in eredità. Anche questi uomini, però, potevano avere dei diritti, sebbene limitati. Alcuni di loro possedevano case e servitori che venivano trasmessi di padre in figlio, erano sposati con donne libere e i loro figli non erano necessariamente degli schiavi. D’altra parte, se uno di essi fuggiva e veniva poi ritrovato, rischiava pene pesanti, che andavano dalle bastonate alla condanna a morte.

Un commercio ufficiale
Da un certo punto in poi, si sviluppò una sorta di commercio ufficiale degli schiavi, soprattutto a opera di mercanti siriani che offrivano manodopera servile reclutata a basso prezzo nel loro paese. Il valore di scambio di uno schiavo era di due deben d’argento per un uomo e quattro deben d’argento per una donna; l’acquisto era ufficializzato da un giuramento davanti a testimoni e registrato da un funzionario. Uno schiavo poteva anche essere venduto a giornata, a un prezzo piuttosto oneroso. Gli schiavi di origine straniera ricevevano dei nomi egizi. Tutti potevano affrancarsi rivolgendosi a un tribunale, e a volte potevano ottenere di cambiare padrone anche senza il consenso di quest’ultimo. Il modo più frequente per affrancarsi era comunque il matrimonio. Una testimonianza in questo senso è offerta da un testo conservato al Museo del Louvre di Parigi, secondo cui una donna libera di nome Takamenet sposò lo schiavo Amenyiu, che era un prigioniero di guerra di Thutmosi III e che finì con l’essere “adottato” dalla famiglia della ragazza.

giovedì 1 gennaio 2015

Gaston Maspero e le mummie reali

Il contributo di Gaston Maspero alla conoscenza dei tesori dei faraoni è stato davvero rilevante. Egittologo, ma anche filologo e storico, egli continuò gli scavi archeologici avviati da Auguste Mariette e fondò l'Istituto Francese di Archeologia Orientale al Cairo.


Gaston Maspero nacque il 24 giugno 1846. Ad appena dodici anni fu travolto dal fascino dell'Egitto, dopo aver scoperto un testo in geroglifico nel Manuale di storia antica di Duruy: da allora, la sua passione per questa civiltà e per i suoi misteri non sarebbe mai diminuita. Nel 1868 ottenne un posto di insegnante privato di egittologia presso il Collège de France e impartì delle lezioni all'imperatrice Eugenia per prepararla all'inaugurazione del Canale di Suez.
Quell'incarico gli aprì le porte dell'élite parigina: conobbe così la sua futura moglie, Ettie Yapp, musa dei poeti più alla moda di quel periodo. Alla fine del 1872 sostenne la tesi di dottorato, intitolata "Il genere epistolare nell'antico Egitto", e ottenne poi la cattedra di Filologia e Antichità egizie del Collège de France, che avrebbe conservato fino alla morte. Nel 1873, qualche giorno dopo la nascita del terzo figlio, Maspero perse la moglie. Questa disgrazia lo avvicinò ad Auguste Mariette, celebre egittologo in servizio al Cairo, che aveva conosciuto un identico lutto.

Le scoperte in terra egiziana
Nel 1880 Gaston Maspero sposò Louise Balluet d'Estournelles e partì per l'Egitto per raggiungere Mariette, allora direttore delle Antichità d'Egitto e del museo di Boulaq.
Accompagnato da alcuni egittologi apprendisti, Maspero decise di organizzare una missione permanente dedicata agli scavi archeologici: era il nucleo di quella che nel 1898 sarebbe diventata la Scuola di Archeologia del Cairo. Alla morte di Mariette, nel 1881, Maspero gli succedette alla direzione degli scavi, continuando la sua battaglia contro i saccheggiatori di necropoli. La sua prima scoperta avvenne nel sito di Saqqara: erano i testi della camera mortuaria di Unas, ultimo sovrano della V dinastia. Si trattava della più antica composizione funeraria dell'umanità, e conteneva migliaia di geroglifici che Maspero poté copiare, tradurre e, in seguito, pubblicare.
La sua seconda scoperta fu il nascondiglio delle undici mummie di altrettanti prestigiosi sovrani dalla XVIII alla XX dinastia, a Deir el-Bahari. Tra di esse vi erano le spoglie di Ahmose, Thutmosi I, II e III, Amenhotep I, Ramses I, II e III, Sethi I e nonché della regina Amasi Nefertari e di numerosi principi e principesse. Queste mummie erano state portate via dalle tombe originarie e nascoste dai sacerdoti della XXI dinastia (tra il 1150 e il 1080 a.C.) per proteggerle dai saccheggiatori. Maspero liberò il corpo di Ramses II dalle bende e ne verificò il nome scritto da Herihor, ultimo dei grandi sacerdoti ad aver toccato la mummia. Si occupò anche della sistemazione del grande tempio di Luxor e del consolidamento del complesso di templi imperiali nel sito di Karnak.

Un'opera immensa
Nel 1886, Maspero ritornò a Parigi, dove riprese la cattedra al Collège de France, dedicandosi completamente alla redazione e pubblicazione delle sue ricerche scientifiche. Tra il 1886 e il 1899, produsse un numero enorme di testi e articoli. Della sua opera colossale vanno ricordati Le iscrizioni delle piramidi di Saqqara, Storia antica dei popoli dell'Oriente classico, L'archeologia egiziana e, ancora, Le tombe tebane. Nel 1899 lo studioso si recò in Egitto, occupando nuovamente la funzione di direttore delle Antichità. Si dedicò alla museologia e pubblicò opere come la guida per i visitatori del museo di Boulaq, con la descrizione delle opere esposte. Nel 1914, rientrò a Parigi: stanco e indebolito da un infarto provocato, nel 1915, dalla morte in guerra di uno dei suoi figli, Maspero si spense il 30 giugno 1916 all'età di settant'anni.

lunedì 22 dicembre 2014

La prestigiosa stirpe dei Sesostri

Il Medio Regno fu sicuramente un età importantissima e quest'epoca dell'oro fu a sua volta dominata da una prestigiosa dinastia, la XII, all'interno della quale si distinsero brillanti sovrani come Sesostri I e Sesostri III.


L'importanza di questa dinastia nella storia dell'antico Egitto è stata pienamente riconosciuta solo in tempi recenti. A lungo, infatti, sovrani del calibro di Seostri I e Sesostri III sono stati confusi con Ramses II e Ramses III. In un dizionario enciclopedico dell'inizio del XXsecolo, la voce dedicata ai Sesostri si concludeva con queste parole: "In realtà, il Sesostri citata da Erodoto altri non era che Ramses II". Su quest'ultimo, nella stessa opera si legge: "(Ramses II) fu venerato come un dio in Egitto e in Nubia, e attorno alla sua figura si creò tutta una leggenda che i greci ci hanno trasmesso in due versioni: una tebana secondo la quale il suo nome era Osymandyas; l'altra menfita, secondo cui questo re si chiamava Sesostri".
Gli storici moderni sono meno propensi ad attribuire particolari responsabilità ad Erodoto, che in passato ha già ricevuto sufficienti critiche. Spesso, peraltro, non si è considerato che lo storico greco fece tutto quello che era nelle sue possibilità, visiti i mezzi che aveva a disposizione. Si può immaginare, infatti, quanto sia stato difficile per lui ricostruire tre millenni di storia sulla base di testimonianze per lo più orali Le incertezze che ancora oggi gravano su alcuni avvenimenti relativi al nostro Medioevo, per fare un esempio improprio, dovrebbero farci riflettere e ispirarci una maggiore indulgenza verso gli "errori" degli antichi storici. Nella fattispecie, la confusione generata da Erodoto derivò semplicemente da un'errata traslitterazione dei nomi dall'egizio al greco.

Una pietra miliare nella storia egizia
Fatte queste premesse, bisogna ammettere che lo scarto temporale tra l'epoca in cui vissero i Sesostri e quella in cui regnarono i Ramses è notevole. Nella cronologia egizia, infatti, la XII dinastia si colloca all''incirca tra il 1995 e il 1800 a.C., mentre la XIX e la XX dominarono il paese verso il 1200 a.C.
A ogni modo, il tempo e gli studi archeologici hanno permesso agli storici di ristabilire l'esatta sequenza degli avvenimenti e di attribuire alla XII dinastia l'importanza che essa merita. Si fatto, i Sesostri furono i sovrani più importanti di tutto il periodo denominato Medio regno. Quest'ultimo durò circa tre secoli (dal 2150 al 1800 a.C.) e lasciando da parte le singole campagne espansionistiche o di preservazione del territorio, fu caratterizzato da un clima di pace, armonia e sviluppo culturale: corrispose, dunque, a una di quelle fasi di equilibrio che raramente ricorrono nella storia, sia in quella del'antichità sia in quella moderna o contemporanea. Per comprendere ancora meglio lo splendore di questa età dell'oro, bisogna oltretutto considerare che essa seguì a una parentesi particolarmente oscura, in cui l'esistenza stessa di una delle civiltà più evolute del mondo antico era stata messa in pericolo: il cosiddetto "Primo Periodo Intermedio", che aveva posto termine, a sua volta,, al glorioso Antico Regno.
Il precario equilibrio che contraddistinse il Primo Periodo Intermedio era il risultato di una effettiva decadenza del potere faraonico, paralizzato da una crisi di successione e ormai incapace di imporre la propria autorità. Soffocato dalla rivalità tra le diverse fazioni che volevano prendere in mano le redini dello Stato, il potere centrale era in uno stato di impotenza: l'organizzazione del paese andava alla deriva, e presto si sarebbe creata una frattura tra l'Alto e il Basso Egitto.
Proprio quando le cose sembravano essere precipitate in modo definitivo, però, l'Egitto trovò la forza di risollevarsi. Grazie al faraone Montuhotep II, le due parti del paese furono riunificate e si ebbe un lento ritorno a una situazione di equilibrio. Il merito della ricostruzione dell'Egitto fu dunque dei sovrani della XI dinastia, i quali prepararono il terreno per a XII: con i Sesostri l'Egitto avrebbe finalmente colto i frutti del ritorno alla normalità.

Le virtù dei faraoni: diffidenza e accortezza
Prima di soffermarci sulla figura di Sesostri I, e per comprenderla meglio, è bene spendere qualche parola sul suo predecessore, vale a dire suo padre Amenemhat I. Questi fu il fondatore della XII dinastia: era un uomo saggio, accorto, energico e giusto, ispirato da un'alta considerazione dei sacri doveri di un sovrano. L'Egitto sul quale regnò aveva ritrovato la quiete e la stabilità, ma il faraone sapeva che tutto questo aveva un prezzo: per garantire la pace era necessaria la prosperità, e per ottenere quest'ultima bisognava intensificare i commerci e farli fruttare. Il sovrano, inoltre, era consapevole di quanto fosse importante saper mostrare la propria forza: era l'unico modo per far rispettare l'autorità dello Stato e per scoraggiare ogni tentativo di aggressione dall'esterno o di sedizione interna.Ben presto, quando il giovane Sesostri era solo un adolescente, Amenmhat volle iniziarlo al difficile ruolo di faraone. Non lesinando consigli e raccomandazioni, gli insegnò la saggezza e la generosità, sena trascurare la circospezione: soprattutto la cerchia dei cortigiani doveva essere sempre considerata con una certa diffidenza. Ciò che il re voleva evitare, al di sopra di tutto, era che il paese andasse di nuovo incontro a un periodo da incubo come quello appena superato, durante il quale l'Egitto aveva visto l'orlo del baratro. Dalle persone più anziane della corte, Amenmhat aveva sentito parlare innumerevoli volte di quei tempi maledetti in cui l'anarchia e il disordine avevano regnato incontratati, quando i banditi arrivavano fin dentro le città per derubare gli abitanti e i funzionari reali attingevano a piene mani dalle casse dello Stato.

Il mestiere delle armi
Oltre a imparare a gestire gli affari di Stato, il giovane Sesostri coltivava insieme al padre anche l'interesse per le questioni militari: un faraone degno di questo nome doveva sapere tutto sul suo esercito, e in qualsiasi momento doveva essere in grado di prenderne la guida. Fu poi in Nubia e in Libia che Sesostri I ebbe modo di apprendere l'arte dell'alto comando. Una volta preso il posto di Amenemhat, Sesostri I ebbe subito modo di apprezzare i consigli paterni a proposito della circospezione da adottare a palazzo: appena salito al trono, il nuovo re dovette sventare un complotto ardito contro di lui dal suo stesso fratello. Forse, fu proprio questo episodio a spingere Sesostri I a trasferire la capitale del regno da Tebe a Lisht, nei pressi della regione del Fayum: qui il re si insediò circondandosi di brillanti cortigiani di sua scelta, tra i quali spiccava la sua grande sposa, la bellissima Snefru. La scelta di trasferirsi proprio a Lisht, nel Medio Egitto, non era casuale: Sesostri I, infatti, era intenzionato a rafforzare i legami tra il Sud e il Nord del paese. La vecchia capitale, comunque, non fu mai del tutto abbandonata: l'amministrazione della città fu affidata ad uno dei più fedeli dignitari, e il faraone non mancò di attirarsi i favori del già potentissimo clero di Amon, che continuò da Tebe ad esercitare la sua influenza su tutto il regno.

La scelta del visir
Sempre seguendo i consigli paterni, Sesostri I selezionò con cura i suoi più stretti collaboratori: a cominciare dal visir, che rappresentava la seconda carica dello Stato dopo il faraone. A quanto sembra, la scelta del sovrano fu particolarmente felice: il visir Montuhotep era un uomo attento agli interessi del paese e avvezzo alle questioni si Stato, conosceva perfettamente i meccanismi del potere e fu un servitore scrupolo e intelligente, oltre che un ottimo consigliere. Con lui la gestione delle finanze divenne molto rigorosa: tutte le spese, persino quelle che riguardavano il re in persona, dovevano essere registrate da uno scriba e giustificate. Con misure di questo tipo il governo di Sesostri I riuscì a ristabilire tra i sudditi la fiducia nello Stato, favorendo il ritorno alla prosperità.
Montuhotep si dimostrò molto accorto anche nella nomina degli alti funzionari, scelti tra coloro che dimostravano di possedere le sue stesse doti: rettitudine, competenza e volontà di fa eseguire gli ordini del sovrano senza perdere mai di vista l'interesse pubblico.
Ben presto, Sesostri I poté ammirare i risultati di questa saggia condotta: il popolo lo venerava e lo osannava, celebrandolo come e più di un dio. A volte, la devozione che circondava la sua figura era più intesa di quella riservata ad alcune divinità locali, tanto che gli egizi vissero la sua morte come una grave perdita.

Frontiere più sicure
Il secondo grande sovrano della XII dinastia fu Sesostri III, pronipote di Sesostri I. Nel periodo che intercorse tra questi due regni si succedettero due faraoni, Amenemhat II e Sesostri II. Questi non brillarono in modo particolare ma, se non altro, ebbero il merito di non sciupare quanto di buono avevano fatto i primi due re della XII dinastia: quando toccò a Sesostri III salire al trono, l'Egitto era ancora un paese prospero, potente e rispettato.
Anche il nuovo sovrano capì l'importanza degli scambi commerciali. Durante il suo regno molte ricchezze affluirono in Egitto dal paese di Punt, verso il quale furono organizzate diverse spedizioni. Il re decise di concentrare la sua attenzione sulle miniere d'oro e di altri metalli preziosi: non solo sfruttandole appieno, ma garantendo la sicurezza dei trasporti dei materiali estratti. Questi infatti, dovevano attraversare deserti infestati da banditi, i quali attaccavano e derubavano le carovane. In Nubia, soprattutto, le razzie dei predatori terrorizzavano carovanieri e mercanti. Per proteggere le piste desertiche, Sesostri III fece costruire delle fortificazioni, dall'alto delle quali i militari potevano controllare che non vi fossero pericoli nei paraggi. Le stesse piazzeforti servivano anche da rifugio per le carovane che avevano necessità di sostare. Ben tredici fortificazioni furono costruite tra Elefantina e Semma, ognuna sormontata da una torre: questa permetteva di godere di una visuale amplissima e, dominando la valle del Nilo, simboleggiava la potenza del regno.
Artefice di grandi opere architettoniche e preoccupandosi di lasciare tracce  del suo passaggio sul trono d'Egitto, Sesostri III fu uno dei faraoni più raffigurati dagli artisti dell'epoca. Si tratta, anzi, del sovrano di cui oggi conosciamo meglio volto. Una giusta ricompensa per un re che seppe portare il proprio popolo all'apice dello splendore.

lunedì 15 dicembre 2014

Gli scavi della tomba di Sennefer

Gli scavi del sepolcro di Sennefer, alto funzionario dell'antico Egitto, sono cominciati nel 1992 a opera di un'equipe di egittologi di Cambridge. Facciamo il punto sulle ricerche.


Sennefer svolse il suo incarico sotto il regno di Amenhotep II (1450-1425 a.C.). Era un periodo di grande prosperità per il paese: ogni anno affluivano verso l'Egitto abbondanti tributi, parte dei quali venivano offerti dal faraone al dio Amon come ringraziamento per le brillanti vittorie riportate. Vissero in quegli anni molte grandi personalità, conosciute soprattutto grazie alle magnifiche sepolture fatte costruire a ovest di Tebe, e tra di esse lo stesso Sennefer. I titoli a lui attribuiti dalle iscrizioni rinvenute nella sua tomba sono innumerevoli, ma il principale è senz'altro quello di governatore di Tebe. Incaricato di amministrare la città i porti sul Nilo e i distretti rurali, curava anche la raccolta dei tributi (cereali e derrate alimentari) e ne rispondeva al visir. Era, inoltre, responsabile dei lavori nelle necropoli, della manutenzione dei templi, direttore dei granai di Amon, degli armenti di Amon, dei campi, dei giardini e degli orti del dio.
L'originalità della "dimora dell'eternità" Sennefer, nell'ambito della XVIII dinastia, risiede proprio nel fatto che le pareti della camera funeraria sono decorate: un fatto eccezionale per l'epoca e un'ulteriore riprova della grande notorietà di cui godeva Sennefer.

La tomba
Il complesso funerario di Sennefer occupa la parte alta della fiancata meridionale della collina di Sheikh Abu el-Qurna: si trova nello stesso settore in cui sono ragruppate molte altre sepolture del periodo di Amenhotep II.
La tomba si trova a dodici metri di profondità: vi si accede chinandosi tra le pareti appena abbozzate di una scala-tunnel formata da quarantaquattro scalini irregolari scavati nella roccia. Le pareti sono rivestite da uno spesso strato di un impasto di limo e paglia frantumata, che può arrivare fino a due centimetri di spessore e sul quale  stata passata una mano di calce grigio-bluastro pallido, caratteristica del periodo. La camera funeraria è divisa in due stanze: un'anticamera dal soffitto basso, di 3,50 metri per 2,35, e la stanza del sepolcro, che misura 6,70 metri di larghezza e 7,50 nel punto di massima lunghezza, con pareti lavorate a sbalzo e decorata con quattro pilastri.
Nell'anticamera vi sono le prime due immagini di Sennefer, schiena contro schiena: una delle due figure, piuttosto rovinata, si dirige verso l'uscita; la seconda, subito a sinistra della prima, raffigura il funzionario "mentre entra in pace nella necropoli, dopo aver raggiunto l'età venerabile per riposare in pace tra coloro che hanno ricevuto le lodi di Amon-Ra". A torso nudo, adorno di gioielli e vestito con tre gonnellini sovrapposti, Sennefer avanza appoggiandosi sul bastone da alto dignitario, con un fazzoletto bianco piegato nella mano sinistra. 

La tomba delle vigne
Il passaggio che conduce alla sala dei pilastri è alto 1,50 metri, e invita quasi ad entrare con rispetto. Il soffitto è decorato con una vigna lussureggiante curva sotto il peso dei grappoli d'uva nera e pronta per la vendemmia. L'originalità della decorazione è la magistrale raffigurazione dei rituali funerari fanno della "tomba delle vigne" uno dei più grandi capolavori della riva occidentale di Tebe. La mummia di Sennefer occupa la parte centrale della camera funeraria: stesa su un letto a forma di leone e protetta da un baldacchino, riceve le cure del dio Anubis. Sotto il letto, che è appoggiato su delle colonnine, è raffigurata l'anima vivente del defunto, mentre ai piedi e al capo del catafalco si trovano, rispettivamente, Isis e Nefti che assicurano la loro protezione al governatore Sennefer. 

Ipotesi sulla costruzione della tomba
La costruzione della tomba di Sennefer risalirebbe al 1420 a.C. Probabilmente, il funzionario fu sepolto nel pozzo più profondo della corte. Nel 1400 a.C., il genero Amenhotep pose nella tomba la sua statua. È probabile che altri componenti della famiglia siano stati sepolti in altri pozzi della corte nel corso della XX e XXII dinastia, poiché vi sono menzionate quattro diverse generazioni. In epoca più tarda, si aggiunsero le tombe di altri personaggi importanti, come il sacerdote Wedjahor, nel 705, e suo figlio Priest, nel 680. Secondo alcune ipotesi, la tomba di Sennefer fu riutilizzata per seppellire personaggi rimasti anonimi del periodo tolemaico e per la sepolture romane: è una teoria avvalorata dal ritrovamento di resti di braccialetti corrispondenti a questo periodo, cioè al 300 a.C. circa. Durante il medioevo, il sepolcro è stato forse utilizzato dagli arabi come abitazione. Nessuna di queste ipotesi è certa, anche perché, durante il XVIII e XIX secolo, la crescita del villaggio di el-Qurna ha attirato innumerevoli saccheggiatori di tombe. Nel 1896, il sepolcro di Sennefer fu menzionato per la prima volta dalla letteratura specializzata; nel 1903, Robert Mond cominciò i primi scavi e nel 1908 gli "inquilini", probabilmente dei tessitori, furono espropriati dalle autorità, che istallarono davanti al sepolcro una porta di ferro, rimasta fino al 1991. Nel 1992, il Cambridge Theban Project ha cominciato i lavori di ricerca già menzionati, tuttora in corso. 

lunedì 8 dicembre 2014

Alla scoperta di Tanis

Oltre a essere una delle città più grandi e importanti dell’antico Egitto, Tanis era anche una delle più belle. Il sito da cui sono riemerse le sue rovine ha cominciato ad attirare l’attenzione degli studiosi fin dall'inizio del XVIII secolo.


L’antica città di Tanis è forse meno conosciuta di altri centri politici e religiosi dell’antico Egitto come Menfi, Tebe o Eliopoli. Eppure, il suo nome compare nelle opere di illustri autori del passato: Erodoto cita Tanis come capitale del XIV Nomo del Basso Egitto; Manetone, nella sua cronologia dei Faraoni Egizi, si sofferma anche sulla cosiddetta dinastia “tanita”; Plutarco, infine, racconta che proprio in questa città il Dio Tifone (cioè Seth) gettò nel Nilo il sarcofago in cui Osiride era stato rinchiuso vivo. Anche la Bibbia contiene ripetuti riferimenti ai “campi di Tanis” Ssalmi, 77) e agli “stolti principi” della città (Isaia, 19).

Una partenza in sordina
Nel 1722, Padre Claude Sicard individuò per primo la possibile ubicazione dell’antica Tanis nel sito di Tell San El-Hager. Perché il luogo venisse esplorato, però, si dovette attendere la campagna d’Egitto di Napoleone: furono i geologi Dolomieu e Corbier, nel 1798, e poi Jaspotin, nel 1800, a tracciare una prima mappa di questo Tell (l’altura prodottasi col passare tempo dallo stratificarsi di diversi insediamenti). La quantità di obelischi, e la dimensione dei blocchi di granito e delle rovine disseminate ovunque facevano supporre che in quel punto doveva sorgere una grande città, se non addirittura una capitale dell’antico Egitto. A riportare alla luce i primi capolavori dell’antichità furono alcuni ricercatori inglesi (come Hamilton e Salt) e poi la squadra francese guidata da Bernardino Drovetti. Fu così che riemersero due sfingi (oggi al Museo del Louvre di Parigi) e undici statue reali (poi suddivise tra il Louvre e il museo egizio di Berlino).
Nonostante le prime, allettanti scoperte, inizialmente il sito non attirò quella folla di studiosi, antiquari e collezionisti che cominciava ad invadere l’Egitto. Solo a partire dal 1860 furono organizzati degli scavi approfonditi: i lavori furono diretti dal celebre Auguste Mariette ed eseguiti da un numero considerevole di operai e addetti.

Avaris o Pi-Ramses?
Per prima cosa, si cercò di ricostruire l’asse del grande tempio locale. Durante i lavori, riemerse una grandissima quantità di reperti: pochi colpi di piccone bastavano a liberare dalla sabbia statue di faraoni, sfingi e iscrizioni in cui ricorreva sempre il nome di Ramses. I primi tasselli della storia di Tanis cominciavano così ad essere ricomposti, anche se non nel modo più corretto. Lo stile di alcune raffigurazioni, infatti, sembrava ricordare quello del periodo in cui gli Hyksos erano padroni della regione; inoltre, un iscrizione faceva riferimento “Seth, Signore di Avaris”. Questi indizi portarono gli studiosi a credere che l’antica capitale degli Hyksos, citata anche da Manetone, sorgesse proprio nella zona di Tell San El-Hager. D’altra parte, questa ipotesi era contraddetta dalle statue e dalle iscrizioni che recavano il nome di Ramses II. Gli scavi condotti dall'inglese Flinders Petrie nel 1884 portarono a formulare una nuova supposizione: forse, sotto le macerie del sito giacevano i resti di Pi-Ramses (la città di Ramses), la città costruita dagli Ebrei durante la loro prigionia, secondo quello che diceva la Bibbia. 

I primi dubbi
L’identificazione di Tell San El-Hager con Avaris o con Pi-Ramses presentava dei punti deboli, che ben presto attirarono l’attenzione degli esperti. L’Egittologo tedesco Lepsius, per esempio, osservò che la capitale degli Hyksos non poteva essere stata costruita così lontano dal limitare del Delta; quanto a Pi-Ramses, trattandosi di un antico porto militare, doveva senza dubbio sorgere nelle vicinanze del mare; pur tenendo conto delle modifiche geologiche sopravvenute col passare dei secoli, il sito in questione non poteva aver ospitato la città di Ramses.
Mentre le congetture più disparate continuavano ad essere formulate, nel 1928 un docente dell’Università di Strasburgo, già studente dell’istituto del Cairo, decise di intraprendere nuovi scavi: il suo nome, destinato a rimanere per sempre legato a quello di Tanis, era Piet Montet. Il professore francese era particolarmente interessato a ricostruire le relazioni intercorse tra gli abitanti della regione e i popoli del Vicino Oriente, e riteneva che in questo modo si sarebbe riusciti a dare un nome alla misteriosa città sepolta. Gli scavi da lui condotti furono fin troppo energici, e questo portò a trascurare molti ritrovamenti. Tuttavia, era la prima volta in Egitto che un Tell veniva studiato con un reale interesse archeologico.

Nuovi indizi su Pi-Ramses
Tra il 1929 e il 1940, la missione archeologica diretta da Montet si occupò di dissotterrare, misurare e catalogare i numerosi frammenti di edifici e i blocchi di pietra che, uno dopo l’altro, emergevano dagli scavi. Sulle rovine dei cosiddetti templi di “Anta” e “dell’Est” furono ritrovate nuove iscrizioni con il nome di Ramses II, e nel corso della stessa campagna ritornò alla luce anche una splendida scultura che assimila il glorioso faraone ad Anat (oggi esposta al Museo Egizio del Cairo). Se bene vi fossero degli elementi architettonici di epoca più recente, l’ipotesi secondo cui la città sepolta corrispondeva a Pi-Ramses sembrò tornare nuovamente in auge. Non solo, ma il ritrovamento della base di uno Ziqqurat (una torre a terrazze) pareva confermare le origini asiatiche dei resti più antichi, e portò nuovamente a credere che nella stessa località fosse sorta anche Avaris. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, insomma, la storia del sito era stata ricostruita in modo definitivo; o così sembrava.

Un nuovo colpo di scena
A dare una svolta inattesa a questo intricato caso archeologico fu uno studioso austriaco di nome Manfred Bietak. A partire dagli anni ’60, le sue ricerche nel sito di Tell El-Dab, posto circa 30 Km più a sud lungo il ramo pelusiaco del Nilo, portarono a una nuova, sorprendente conclusione: i resti sepolti a Tel San El-Hager non appartenevano né a Pi-Ramses né ad Avaris, poiché era ormai dimostrato che queste antiche città sorgevano ai margini orientali del Delta. In seguito, si stabilì anche che Tanis svolte un ruolo di primo piano nella storia Egizia solo in epoca successiva a quella in cui le due antiche capitali erano divenute altrettanti centri di potere; non prima, cioè, della fine della XX Dinastia, quindi verso l’anno 1.000 a.C.

Una capitale costruita con i resti
Furono i sovrani della XX Dinastia, dunque, e poi quelli della Dinastia successiva, a fare di Tanis una grande città e a conferirle il suo massimo splendore. La particolarità è che, per raggiungere il loro scopo, questi faraoni utilizzarono i resti di altri monumenti. Ecco svelato, dunque, il mistero di Tanis: re come Psusenne I non si fecero nessuno scrupolo a smontare pezzo per pezzo interi edifici costruiti altrove dai loro predecessori. Una volta tagliati e adattati, questi blocchi di granito ripresero vita sotto forma di nuovi palazzi e templi fatti innalzare dai faraoni Taniti. Col passare dei secoli, ovviamente, anche questi monumenti caddero in rovina e i loro resti si dispersero nel sito: ecco perché gli archeologi hanno impiegato così tanto tempo a ricostruire la vera storia della città. A ogni modo, scartate definitamente le altre ipotesi, si è giunti infine ad accertare la verità storica: nel sito, intorno all’anno 1.000 a.C., sorgeva l’antica Djanet (la Tanis dei Greci). Capitale dei faraoni della XXI Dinastia.

Il complesso funerario
Il momento culminante degli scavi di Tanis condotti da Montet fu costituito dalla scoperta di un complesso funerario in cui erano sepolti i re della XXII Dinastia. Il 27 febbraio 1939 fu ritrovata la tomba di Osorkon II (870 - 847 a.C. circa); come testimoniava il disordine degli arredi e degli oggetti funerari, la sepoltura era già stata profanata e saccheggiata: l’immagine che si presentò agli archeologi evocava quasi il crollo di una civiltà. Il 17 Marzo 1939, poi, fu definito dallo stesso Montet “un giorno meraviglioso, da Mille e una notte”. In quella data, infatti, ritornò alla luce un altro importante sepolcro. L’ingresso della tomba era rimasto inviolato per secoli: una volta liberato dalla sabbia, rivelò agli studiosi una serie di iscrizioni dedicate a Psusenne I; al centro, appoggiato su un basamento di pietra, giaceva intatto un magnifico sarcofago d’argento dalla testa di falco. Il Re Faruk in persona volle assistere all'apertura del feretro, ed ebbe modo di condividere lo stupore dei presenti, tra i quali vi era lo stesso Montet: la salma, ancora adornata dall’intera parure funeraria, non apparteneva a Psusenne I, ma a Heka-Kheper-Ra Sheshonq II, un faraone della XXII Dinastia fino ad allora sconosciuto. La scoperta della sua mummia, con la splendida maschera d’oro, l’ampia collana e il pettorale, aprì un nuovo interrogativo: dov'era finito il corpo di Psusenne I?


I faraoni della XXI Dinastia
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, molti archeologi furono distolti dai loro incarichi, e questo fece rallentare i lavori di ricerca. Montet, invece, non si diede per vinto e, il 16 febbraio 1940, scoprì un corridoio che partiva dalla tomba di Sheshonq. Dopo aver introdotto una torcia elettrica in una fessura creata nella parete, l’Egittologo francese, ebbe subito una certezza: “Oltre quel muro ci sono più cose di quanto non ne abbia mai ritrovate in tutta la mia vita di archeologo”, ebbe a dire. La ricchezza della nuova sepoltura, in effetti, era impressionante: oltre al sarcofago d’argento vi erano una maschera, dei braccialetti, anelli e pettorali d’oro, vasi canopi, ushabti e molto altro ancora. In seguito, gli scavi proseguirono nella zona meridionale del complesso funerario. Qui fu ritrovata la tomba di Amenemope, un faraone poco noto che regnò verosimilmente a cavallo dell’anno 1.000 a.C.
Sul fronte bellico, si era entrati nel conflitto mondiale vero e proprio: gli scavi, perciò, furono interrotti. Montet, però, ritornò in Egitto nel 1945, e riprese con la sua squadra a registrare i dati topografici del sito. Con l’occasione, riportò alla luce un’altra tomba intatta: quella di Undebaunded, generale di Psusenne. Il tesoro in essa contenuto era all'altezza di quello del suo signore.

Una collezione di maschere funerarie
La necropoli reale di Tanis ha restituito la più importante collezione di maschere funerarie d’oro mai ritrovata in Egitto. Quelle di Sheshonq II e del generale Undebaunded spiccano sia per la qualità del metallo sia per la raffinatezza e il realismo del viso. Pregevole è anche la maschera di Amenemope, raffigurato con il nemes e un ampia collana, ma la più bella di tutte è senz’altro quella di Psusenne: tutta d’oro, tempestata di lapislazzuli e decorata con inserti di pasta di vetro, è paragonabile quasi alla celeberrima maschera funeraria di Tutankhamon, pur non raggiungendo minimamente la perfezione di quest’ultima.
Oltre a immortalare il volto del defunto, la maschera funeraria serviva a garantire l’accesso all’aldilà. Una formula del Libro dei Morti, in proposito, recitava: “Salve a te, bel viso dotato della vista plasmato da Ptah-Soqar (…). Il tuo occhio destro è la barca della notte, il tuo occhio è la barca del giorno, le tue sopracciglia sono quelle dell’Enneade, il tuo cranio è quello di Anubis, la tua nuca è quella di Horus. Sei sulla fronte del defunto, ricco di magnifici onori accanto al gran Dio (Osiride), e grazie a te egli vede (…)”.

Una fonte inesauribile di informazioni
Negli anni successivi non furono scoperte altre sepolture. In compenso, le conoscenze sull’antica città aumentarono grazie agli scavi effettuati tra 1946 e il 1951. Dopo un tempio dedicato a Konsu, rimaneggiato sotto la XXX Dinastia, riemerse un santuario secondario consacrato all’Horus di Mesen, anch'esso di epoca tarda. A Nord-Est del tempio di Amon, fu liberato dai detriti un lago sacro: si scoprì così che anche i suoi argini erano stati costruiti con blocchi di pietra prelevati da altri monumenti. Grazie alle iscrizioni, si è potuto stabilire che alcuni di questi frammenti provenivano da un edificio costruito sotto Sheshonq V (XXII Dinastia) e da un edicola fatta erigere da Psametico I (XXVI Dinastia).
Anche in virtù di queste scoperte, il sito di Tanis si è rivelato una fonte di informazioni eccezionale sull’evoluzione della civiltà Egizia in questa parte del Delta. Alcuni misteri sul suo passato sono stati rivelati, ma molte altre risposte potranno emergere dagli scavi che ancora proseguono nella zona.

lunedì 1 dicembre 2014

Le statue delle regine del Medio Regno

Tra i reperti dell'antico Egitto, spiccano le numerose sculture che ritraggono le regine del Medio Regno. Non sempre il loro stato di conservazione è perfetto, ma si tratta di testimonianze preziose sul ruolo svolto dalle donne nell'esercizio del potere.

Il Primo Periodo Intermedio vide succedersi sul trono d'Egitto un discreto numero di faraoni, più o meno noti. Tuttavia, le liste reali dell'epoca non riportano alcun nome femminile. Qualche nome di regina comparve invece nel corso del Medio Regno, cioè nel periodo in cui le dinastie dei Montuhotep e degli Antef portarono avanti la riunificazione del paese, anche se non sempre si è riusciti a stabilire con esattezza quali relazioni coniugali o di parentela legassero queste donne ai faraoni. Rispetto all'Antico Regno, comunque, divennero più frequenti anche le sculture che ritraevano le regine da sole, vale a dire senza il loro consorte regale. Tra le regine di questo periodo immortalate da sculture, dipinti o iscrizioni, le più celebri sono senza dubbio Nefru (sposa del faraone Antef II, da cui ebbe un figlio, Antef III), Iah (sposa di Antef III, da cui concepì Montuhotep II), Tem (prima sposa reale di Montuhotep II e madre di Montuhotep III), Neferu (seconda sposa reale e sorella di Montuhotep II; tra le altre, una statuetta in calcare la raffigura con la sua pettinatrice, Henut). Tutti i ritratti di queste donne sono accomunati da lineamenti tipici nell'arte di quest'epoca: gli occhi molto grandi rispetto al viso, il naso camuso, le labbra carnose.
Sempre al Medio regno risale un ritratto di Ashait, concubina di Montuhotep II e sacerdotessa di Hathor: una sua immagine dipinta su pietra calcarea è stata ritrovata nel tempio funerario di Montuhotep II. Questo faraone era particolarmente devo ad Hathor: probabilmente fu proprio lui a introdurne il culto a Tebe. Diverse sue concubine erano sacerdotesse della dea, e le loro tombe furono ricavate nel suo tempio funerario di Deir el-Baharai, nella parte occidentale di Tebe. In questo sito, infatti, oltre a quella di Ashait sono riemerse almeno altre cinque tombe di giovani donne della famiglia reale, la cui età va dai cinque ai vent'anni: i loro nomi erano Henhenet, Kemsit, Kauit, Sadeh e Muyet. La regina Kauit è rappresentata anche su una decorazione del sarcofago in compagnia della sua pettinatrice.

Una dedica sulla statua della regina Uret (in alto a sinistra)
Al museo del Louvre di Parigi è conservata una statua di Uret, sposa di Sesostri II. Sulla scultura è incisa questa dedica: "Un'offerta che il re presenta a Hathor, signora del sicomoro (affinché le porga) ogni offerta in pane, birra, carne e volatili, alabastro e tessuti e ogni oca buona e pura di cui vive un dio, per il ka della nobile, la grande, la prediletta, l'amata di Khnum (...) ogni cosa fatta per lei, la sposa che egli ama, Khenemet-nefer-hedjet-uret, che ella viva in eterno". 


Le regine della XII dinastia
Tra i nomi delle regine della XII dinastia spicca quello di Nofret (o Nefret). Purtroppo, le testimonianze sulla sua figura sono piuttosto confuse, e non si è riusciti a stabilire se due diverse spose reali abbiano portato questo nome o se si trattasse della stessa persona. A quanto sembra, Nofret non era di sangue reale ed era originaria di Elefantina; sposò un sacerdote di Tebe chiamato Sesostri (o Senuseret) e diede alla luce colui che sarebbe divenuto il primo re della XII dinastia rovesciando Montuhotep IV: il faraone Amenemhat I. La "grande sposa" di quest'ultimo era Nefrytatenen, che concepì Sesostri I. Probabilmente, Amenemhat I ebbe anche un'altra sposa di nome Deyet, forse sorella del sovrano. In quegli anni vissero anche Nefru (sposa di Sesostri I e madre di Amenmhat II) e Ikhnemet, figlia di Amenemhat II, il cui nome è legato soprattutto ai gioielli ritrovati nella sua tomba. Nofret, invece, era il nome di una consorte di Sesostri I che non si fregiò mai del titolo di "sposa reale", forse perché morì prima che il marito salisse al trono. Dopo di lei visse Uret, sposa reale di Sesostri II e madre di Sesostri III. Questi prese in moglie Mereret, i cui gioielli sono stati ritrovati nel sito archeologico di Dashur: tra i preziosi, è stato rinvenuto anche un pettorale. Nella stessa località è conservato anche un altro pettorale: apparteneva a Sithathor, figlia di Sesostri III (o forse sorella e sposa di questo faraone). Una delle figure femminili più note dell'epoca è Sobekneferu (o Nefrusobek), soprannominata "la bellezza di Sobek": figlia di Amenmhat III, sposò forse il fratello Amenemhat IV. Questi regnò per circa dieci anni, e alla sua morte fu la sua sposa a divenire faraone. Sobekneferu, infatti, fu la prima donna cui le liste reali attribuirono a pieno titolo questa carica. La durata del suo regno non è stata stabilita con certezza (si pensa cinque anni, o poco più di tre anni). A quanto pare, questa regina si fece costruire una piramide a Masghuna (a sud di Dashur), vicino a quella di Amenmhat IV, ma non la utilizzò. Questo indizio lascia supporre che il suo regno fosse finito in modo brusco, forse violento, ma non si hanno certezze a riguardo. In ogni caso, fu lei l'ultimo faraone della XII dinastia. 

Celebri regine e figure anonime
Le più antiche statue di regine tra quelle finora scoperte sono probabilmente quelle che ritraggono Nofret, figlia del faraone Sesostri II: risalgono all'incirca al 1900 a.C., e furono ritrovate nel 1863 da Auguste Mariette nel sito di Tanis. Si tratta di due sculture in granito nero che, in origine, erano collocate forse nel tempio di Amon. Sulla base recano un'incisione che recita:"La nobile, la prediletta, la graziosa, l'amata di Sesostri II, Nofret". Entrambe le statue raffigurano la regina seduta sul trono: nella prima (1), la donna ha la mano destra posata sulla coscia sinistra e la mano sinistra sul braccio destro; nella seconda (2), Nofret ha entrambe le mani aperte sulle cosce, mentre la scollatura del vestito lascia intravedere due serpenti che circondano il nome di Sesostri II. La capigliatura è divisa in due parti da un nastro che cade sul petto della donna e circonda un disco: si tratta della stessa acconciatura esibita dalla dea Hathor e da tutte le regine della XII dinastia. 
Diverse sono le immagini a noi pervenute della regina Uret (detta anche Khenemet-nefer-hedjet-uret), sposa di Sesostri II. Si tratta, infatti, di una delle figure più importanti del Medio Regno. Una sua statua è stata ritrovata a Hekaib, sull'isola di Elefantina, ed è oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi: sulla scultura è inciso l'epiteto "favorita e amata da Khnum" . 
Purtroppo, non tutte le sculture di questo periodo permettono di risalire all'identità delle donne raffigurate. In alcuni casi, per esempio, rimane solo il busto della statua, mentre la testa è andata perduta. Altre volte, si tratta di sculture risalenti al Medio Regno che, in epoche successive, furono modificate e rese di fatto irriconoscibili. 







Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...