venerdì 20 marzo 2015

I monumenti del periodo Protodinastico ad Abydos

Abydos, la necropoli di This, si trova fra Assiut e Luxor, nell’Alto Egitto. La planimetria dell’abitato di This non è stato ancora chiaramente definita. Gli strati più antichi risalgono al Protodinastico, ma durante i secoli successivi la città conobbe una rapida espansione. A questo periodo risale la costruzione di due cinte murarie: quella del tempio consacrato alla divinità locale Khentymentiu, signore dei morti, e quella rettangolare in mattoni crudi che racchiude il centro abitato. Il prestigio di Abydos come centro religioso fu notevole. Secondo la tradizione, in questa località, si trovava la tomba del dio Osiride: essa pertanto ritenuta uno dei centri di culto più importanti del Paese. Durante la V e la VI Dinastia, Khentymentiu venne infatti identificato con il dio Osiride, la cui personalità andò costantemente affermandosi sino a quando cancellò quella del suo predecessore. Il pellegrinaggio ad Abydos divenne un rito importantissimo e le grandi cerimonie che vi si svolgevano erano considerate tra le principali dell’Egitto.


La madre dei vasi
Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Esse erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni;  la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq. Stando alla ricostruzione fornita dall'archeologo Inglese Friends Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, esse consistevano di camere scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto a un intelaiatura di pannelli in legno. All'epoca, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un basso tumulo di sabbia o ghiaia circondato da un muro di cinta di mattoni. Qui erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto. Oltre a questa stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.
I sigilli e le piastrine, oltre ad essere le più antiche iscrizioni che ci giungono dall'Egitto Dinastico, sono di importanza storica fondamentale, in quanto recano i nomi di alcuni sovrani regnanti e di diversi funzionari a loro contemporanei. Tutto questo materiale era stato gettato e disperso dagli archeologi francesi che avevano scavato nell'area tra il 1895 e il 1896, e che avevano deliberatamente distrutto la maggior parte degli oggetti trovati per aumentare il valore commerciale delle poche opere selezionate.
Grazie ad uno studio dei sigilli e delle steli, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una valida successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro Re. Nelle tombe, comunque, non vi era nessuna traccia di resti umani, il che venne spiegato come il risultato di saccheggi sin dall’antichità e dall’attività di animali predatori. Petrie trovò solo il braccio di una mummia, la maggior parte degli oggetti rinvenuti si trovano oggi custoditi al Museo del Cairo, mentre quelli ritrovati dagli archeologi francesi furono venduti all’asta e finirono nelle collezioni di antichità Egizie del Louvre e soprattutto del Museo di Berlino.

Il braccio della mummia
Le tombe di Abydos presentano alcune differenze a seconda del periodo al quale risalgono. Le più antiche, per esempio, erano formate da una o più stanze, mentre le più tarde consistevano in una sala centrale circondata da magazzini. Per ragioni a noi ignote, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. La sua importanza come centro di culto è testimoniata dal fatto che intorno a essa furono trovati vasi votivi deposti millecinquecento anni dopo. In questa tomba, Petrie trovò un braccio mummificato. L’archeologo ritenne che appartenesse alla sposa di Djer, poiché era adorno attorno al polso di braccialetti in oro, turchese, perline di ametista e amuleti. Tuttavia, è mia opinione, che non si può escludere che esso fosse invece il braccio del Re. L’arto era avvolto in parecchi strati di stoffa di lino e rappresenta il più antico esempio, datato con certezza, di una tecnica che potremmo definire “raffinata” di mummificazione in Egitto. Sfortunatamente, l’allora curatore del Museo del Cairo, E. Brugsch, conservò i braccialetti ma gettò via il braccio, ritenendolo del tutto privo di importanza dal punto di vista storico.


Tombe di pietra
A partire dal regno i Den si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo esempio noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni. Nel complesso, queste tombe avevano dimensiono modeste, ed erano collocate l’una vicino all'altra. A questo proposito, vale la pena di sottolineare che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia e forse ospitava le tombe dei Re predinastici. Pertanto è possibile che i Re della I Dinastia stimassero Umm el-Qaab  come un sito particolarmente sacro, in quanto luogo di sepoltura degli antenati.

Le mura di Khasekhemwy
Vicino alle coltivazioni, appena dietro il sito dell’antica città di This, ciascuno dei sovrani che vi furono sepolti eresse una cinta in mattoni crudi, a pianta rettangolare, al cui interno sorgevano forse edifici dedicati a cerimonie funebri in onore del sovrano defunto. Le cinte murarie in migliore stato di conservazione sono quelle fatte costruire dagli ultimi due Re della II Dinastia e in particolare la Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. Si tratta di una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara.
La Shunet El-Zebib misura 122 x 65 metri all'esterno ed è circondata da un doppio muro in mattoni crudi. Quello interno, tuttora conservato per un altezza di circa 11 metri, è spesso 5,5 metri. Le superfici esterne di questo muro vennero decorate con delle nicchie al fine di rendere un effetto a pannelli. La facciata a pannelli sul lato di fronte alle coltivazioni era inoltre enfatizzata dall'inserzione, a intervalli regolari, di una profonda nicchia. L’interno della Shunet El-Zebib era completamente vuoto, eccetto per un edificio eretto vicino all'angolo est, che conteneva un insieme di camere dove erano conservate alcune giare in ceramica. Le facce esterne di questo edificio erano decorate con lo stesso stile a pannelli del grande muro di cinta.

Funerali e stragi
Tutte le cinte erette dai sovrani di Abydos, così come le tombe regie, erano circondate da sepolture più modeste. Le steli funerarie qui rinvenute indicano che i proprietari di queste camere sussidiarie erano membri del seguito del sovrano: donne dell’harem regale, funzionari di Palazzo di secondo rango, ma anche nani di corte e artigiani. In alcune di esse erano sepolti dei cani, presumibilmente i prediletti del sovrano quando costui era in vita. Sembra certa che alcuni di questi personaggi morirono poco prima che la tomba reale venisse definitivamente chiusa. Ciò potrebbe essere inteso come una prova a favore dell’ipotesi che essi venissero uccisi nel momento della morte del sovrano affinché continuassero a servirlo nell'aldilà. Se questa usanza era veramente praticata, essa raggiunse il suo apice durante il regno di Djer, il quale fu sepolto ad Abydos con tutto il suo seguito, composto da quasi seicento persone. Tuttavia, occorre sottolineare che non esiste nessuna prova definitiva a riguardo. Che i cortigiani fossero seppelliti assieme al sovrano non significa necessariamente che essi furono costretti a seguire il loro signore nell'oltretomba. E’ anche possibile, infatti, che durante la I Dinastia fosse stata inaugurata un usanza che avrebbe trovato piena espressione nelle necropoli delle epoche successive e che vedeva le tombe dei sovrani legate strettamente a quelle dei loro subordinati. Tuttavia, non esistono indizi che suggeriscano che i membri della famiglia reale o i funzionari di alto rango venissero sepolti ad Abydos. Ad esempio, fa eccezione Merneith, “l’amata da Neith”, che tuttavia fu forse una regina regnate. Diversamente dai loro predecessori, alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara. Non di meno, come già detto, Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos, forse per sottolineare l’autonomia del sud dell’Egitto da quella del nord, o forse a causa di disordini che si verificarono in Egitto verso la fine della II Dinastia. Va notato che in questa località il Re Khasekhemwy adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo.

giovedì 12 marzo 2015

Il carro da guerra egizio

L'introduzione del carro da guerra provocò un'autentica rivoluzione nel campo della tecnologia militare ed ebbe importanti ripercussioni nel panorama politico del mondo antico.


Sembra che fu lungo le sponde del fiume Oxus, che separa l'Asia centrale dalla Persia e dal Medio Oriente, il luogo in cui l'uomo domò il cavallo, lo sellò, lo montò e lo mise a tirare il carro. Da lì, infatti, partirono i popoli conquistatori che formarono i cosiddetti "regni dei carri". Il carro apparve nella civiltà sumera, verso il 2800-2400 a.C., e fu portato in Egitto dagli hyksos, un insieme eterogeneo di semiti e asiatici che piombò nel paese del Nilo nel Secondo Periodo Intermedio, verso il 1644 a.C. 
Questi guerrieri erano in possesso di una tecnologia militare superiore a quella egizia, soprattutto per quel che riguarda l'uso del carro. La loro vittoria fu totale ma, col tempo, i vinti seppero fare propria la nuova arma per poi rivolgerla vittoriosamente contro gli stessi che l'avevano introdotta. 
Il carro da combattimento era un arma tattica che sul campo di battaglia aveva funzioni molto precise: attaccare frontalmente la fanteria o aggirarla, romperne l'ordine, affrettarne la fuga e, infine, mettersi all'inseguimento dei fuggitivi. Il successo di questa "macchina da guerra"  si basava sulla creazione di una piattaforma di tiro che si muoveva a grande velocità e che si combinava con unità simili fino a formare un rullo in grado di schiacciare la fanteria. Contro i carri esistevano poche difese: un uso intelligente del terreno, la costruzioni di fossi e ostacoli e l'azione di soldati specializzati  nell'atterrare i cavalli nemici. Potevano essere utilizzati anche carri per fermare altri carri, ma la loro efficacia risultava dubbia. La prima battaglia di carri documentata è quella di Megiddo, nel nord della Palestina, combattuta nel 1468 a.C. tra il faraone Thutmosi III e un'alleanza capitanata dagli hyksos.

Il carro egizio
In Egitto esistevano due tipi di carri: quelli destinati al trasporto di persone importanti (dal faraone ai nobili più in vista), che fungevano in combattimento da postazione mobile di comando, e quelli comuni, che formavano un corpo a parte all'interno dell'esercito. Il carro da combattimento portava due uomini: un auriga o conduttore, armato solo di una frusta e che a volte è raffigurato mentre impugna uno scudo, e il combattente armato di arco. Le armi del combattente erano principalmente un arco e un giavellotto; era più raro l'uso di pugnali, ace o spade. Non si utilizzava l'elmo né altra protezione, tranne un piccolo scudo leggero. L'uso del carro richiedeva forza e destrezza, che si acquistavano durante l'addestramento ma anche con la pratica della caccia, che era nello stesso tempo passatempo e allenamento.
I carristi costituivano un corpo nobile ed erano ufficiali che raggiungevano i gradi più alti nell'esercito. Il carro costituiva un elemento di prestigio sociale.
Persino i figli del sovrano si fregiavano di titoli come "primo conduttore del carro del faraone" o "conduttore dei cavalli". Il faraone si poneva alla guida delle truppe sul suo carro; quando il re-dio moriva, questo stesso carro veniva smontato e collocato nella sua tomba perché il defunto potesse utilizzarlo nell'aldilà.  Esistono raffigurazioni di carri (sia pitture che rilievi) che illustrano per lo più una battaglia oppure una sfilata dopo la vittoria. Ne sono esempi le molteplici raffigurazioni della battaglia di Kadesh o le diverse immagini di Ramses II su un carro, con le redini fermate alla vita e le mani libere per maneggiare l'arco.  


Poiché il carro, così come il cavallo, fu introdotto in Egitto in un secondo momento, fu necessario creare un vocabolo per designare questa nuova invenzione, e così fu introdotta nella lingua la parola: wrrt. Il simbolo che la rappresenta è un disegno molto vicino alla realtà. 



domenica 8 marzo 2015

Chi riposa ancora nella Valle dei Re?

Spesso, quando si affrontano questioni riguardanti l'antico Egitto, il punto di partenza è dato da una situazione non chiara o da una situazione paradossale; ma infondo, è proprio questo che amiamo dell'archeologia. Quella sensazione che il passato sia da scoprire con la stessa trepidazione ed enfasi del nostro futuro: nulla è certo, nulla è scontato e tutto può essere scritto, o in questo caso, riscoperto.
La Valle dei Re non fa certo eccezione a questa regola. Sembra quasi incredibile, ma di questo sito archeologico si sa ancora relativamente poco, nonostante le ricerche siano iniziate da oltre due secoli. I ricercatori non escludono che nuove sepolture possano ancora essere riportate alla luce. D'altra parte, molte tombe erano già state individuate e violate nell'antichità: soprattutto durante il periodo ramesside, la profanazione e il saccheggio delle sepolture reali divenne un'attività molto praticata.


Uno dei paradossi a cui si accennava prima è che nella Valle non sembra esserci traccia della tomba di Amenhotep I, la cui mummia fu ritrovata nel 1881 nel nascondiglio di Deir el-Bahari. In passato, alcuni egittologi hanno ritenuto di poter attribuire a questo faraone la tomba classificata con la sigla KV 39 (dove KV sta per Kings Valley), ma non è stato possibile verificare questa ipotesi. La prima sepoltura della Valle dei Re certamente appartenuta a un sovrano della XVIII dinastia, quindi, è la tomba KV 20, fatta costruire per Thutmosi I; di conseguenza, dove è sepolto Amenhotep I?

Ipotesi I: KV 39
L'archeologo John Rose, che scavò in questa tomba per circa cinque anni, si convinse che questo sepolcro potesse effettivamente essere l'ultima dimora di Amenhotep I. Rose era convinto che ogni nuovo faraone facesse scavare la propria tomba a sud-ovest di quella del suo predecessore. Questa teoria regge a tastoni solo per le sepolture dei primi re della XVIII dinastia. Di conseguenza, se dovessimo prenderla per buona e considerassimo come attendibile questa idea, dovremmo considerare l'ipotesi che la tomba di Ahmosi (predecessore di Amenhotep I) è probabilmente collocata nei pressi delle rampe dei templi di Deir el-Bahari.
Ipotesi II: K93.11
Questa sepoltura, che si trova a nord-ovest dalla tomba di Shuroy (TT 13), nella necropoli di Dra Abu el-Naga, è stata candidata dall'archeologo Daniel Polz come probabile sepoltura di Amenhotep I. A sostegno della sua ipotesi, sono state ritrovate alcune ceramiche databili all'inizio della XVIII dinastia. Inoltre, nel papiro Abbott, la tomba di Amenotep, viene indicata con il termine: 'kai, che alcuni hanno tradotto con: "l'alto luogo"; in effetti, la K93.11, si trova in posizione elevata.
Ipotesi III: AN-B
Questa tomba è incastonata nella montagna tebana, alle spalle della collina di Dra Abu el-Naga, non lontanissimo da Deir el-Bahari. Quando nel 1914 Howard Carter sostenuto da Lord Carnarvon, era ancora sulle tracce della tomba di Tutankhamon, scrisse un articolo poi edito nel 1916, in cui sosteneva che tale sepoltura non solo era lo stereotipo di tutte le tombe della XVIII dinastia, ma che doveva per forza appartenere ad Amenhotep I. Carter si convinse di questo anche in seguito alla misurazione della tomba, che corrisponde esattamente alle misure date nel papiro Abbott. Inoltre sono state ritrovate delle ceramiche che riportano diversi nomi di personaggi illustri dell'inizio della XVIII dinastia.

Infine, potremmo anche arrivare a prendere in considerazione una quarta ipotesi: e se l'ultima dimora eterna di Amenhotep I è ancora là fuori da qualche parte? Questo al momento non ci è dato saperlo. Tuttavia, ci sono diverse tombe che mancano all'appello, come quella di Ramses VIII, per approfondire segnalo un articolo precedente: L'enigmatico Ramses VIII.
Nondimeno, in archeologia, la ricerca è altrettanto importante. Molti dei cantieri di scavo e di restauro della Valle dei Re resteranno aperti ancora a lungo. Dopo oltre due secoli di ricerche, infatti, c'è ancora tanto da fare. Non si tratta solo di portare alla luce nuove tombe, poiché la Valle non potrà mai essere considerata una "storia finita", come erroneamente si pensava all'inizio del XX° secolo; ma anche di salvare quelle a rischio di deterioramento o di distruzione. Tra i lavori ancora in corso, ricordiamo quelli della tomba KV 56, la famosa "tomba d'oro", ma anche quelli della KV 5, l'enorme sepoltura dei figli di Ramses II.
Quanto alla tomba stessa di Ramses, la KV 7, una squadra di egittologi francesi è all'opera dal 1993 per renderla più stabile (fu costruita su una falda acquifera) e ripulirla dai sedimenti che si sono depositati sulle ricche decorazioni murali, una parte delle quali è purtroppo andata distrutta. Una cosa è certa: la Valle dei Re ha ancora tanto da rivelare agli studiosi e agli appassionati. È lecito chiedersi, semmai, se tutti i suoi segreti verranno mai svelati. Ma proprio in questo aspetto, forse, risiede il fascino di questa necropoli, in grado di tenere vivo l'interesse di generazioni di archeologi e ricercatori.

Per approfondire: 
G.L.Franchino - Alla ricerca della tomba di Amenhotep I - Ananke
N.Reeves/R.H.Wilkinson - The Complete Valley of the Kings - Themes & Hudson - pag.88-91

giovedì 19 febbraio 2015

Il tempio di Kom Ombo

Durante le grandi epoche faraoniche in questa zona fioriva una borgata. Le più antiche testimonianze di occupazione risalgono alla XVIII dinastia. All'epoca di Thutmosi III vi venne senza dubbio innalzato un santuario del quale sono state ritrovate alcune rovine. Tuttavia, fu solo con lo sviluppo dell'agricoltura e la conquista di nuove terre arabili sotto i Tolomei, che l'insediamento - sotto il nome greco (o ellenizzato) di Ombos - acquisì importanza. Vi venne senza dubbio eretto un tempio verso la metà del II secolo a.C. da Tolomeo VI Filometore, la cui decorazione venne portata a termine solo un secolo più tardi, sotto Tolomeo XII Aulete. Il tempio era già dedicato a due triadi di divinità: la prima di esse era costituita da Sobek, Hathor e Khonsu, dove Sobek, il dio coccodrillo, e Hathor sembrano essere state divinità primordiali della regione; la seconda triade, Horoeris (Horus il vecchio), Tesenet-nofret (sorella divina di Horus) e Panebtaui (il signore dei due paesi) venne insediata a Kom Ombo solo in Epoca Tarda. Il tempio presenta la particolarità di essere dotato di due nàos* e di una serie di doppie entrate ad essi corrispondenti; tali nàos sono dedicati ciascuno a una triade. Oltre a questo doppio santuario, il tempio presenta ancora altri tratti originali; un doppio corridoio che racchiude il complesso, uno interno e l'altro esterno, aggiunti durante il periodo romano, due pozzi in muratura di cui uno, dotato di una scala interna a chiocciola, è situato in corrispondenza di una galleria d'accesso sotterranea. Il complesso architettonico, in discrete condizioni di conservazione, domina tuttora il corso del Nilo da una bassa collina. Il mammisi*, situato a sud-ovest, è ora in rovina, ma a sud-est una cappella dedicata ad Hathor è praticamente intatta: serviva a dar riparo ai coccodrilli mummificati. 


*Nàos s. m. [adattam. del gr. ναός, der. di ναίω «abitare»]. – Nell’architettura classica, l’«abitazione» di un dio, cioè il tempio o la parte più interna del tempio greco dove era posta la statua del dio. 

*Mammisi - In copto "luogo del parto", è il nome che vien dato ai piccoli edifici annessi ad alcuni templi egiziani; là si immagina si ritiri la dea titolare del santuario quando deve dare alla luce il dio figlio. L'esempio più antico risale a Nectanebo (XXX dinastia) e sorge a Dendera, dove un altro m. è di epoca romana. Gli altri sono tolemaici, e fra questi i meglio conservati sono quelli di Edfu e di File. Spesso sono edifici peripteri; sui dadi delle colonne si hanno figure di Bes, il dio protettore delle partorienti. Scene della nascita e dell'infanzia divina sono i temi della decorazione parietale.

venerdì 13 febbraio 2015

Le colonne egizie

Quando pensiamo ai templi egizi uno degli elementi architettonici principali che ci ritorna in mente è la colonna. In effetti è difficile immaginare un tempio come Karnak senza pensare ai suoi enormi colonnati, o al tempio di Dendera senza le meravigliose colonne hathoriche. Quindi cerchiamo di capirne le differenze:


Colonna Scanalata: Detta anche protodorica, perché ricorda nel fusto le colonne greche di ordine dorico, essa imitava probabilmente tronchi di conifere scortecciati. I primi esempi (ca 2700 a.C.) sono quelli del complesso di Djoser a Saqqara. Gli esemplari successivi mostrano generalmente sulla fronte una banda verticale iscritta.

Colonna Papiriforme a capitello chiuso: È simile nell'aspetto a quella lotiforme, dalla quale si distingue per la parte inferiore più stretta e avvolta dal motivo di cinque foglie lanceolate. Il fusto è composto dal motivo di sei-otto steli a tre nervature legati a fascio sotto il capitello, il quale raffigurava ombrelli (corimbi) socchiusi di papiro. Alla triplice nervatura venne dato particolare risalto plastico fino alla XVIII dinastia. I fusti appaiono invece quasi lisci in epoca ramesside (XIX-XX dinastia), dando origine alla cosiddetta colonna "monostile", così chiamata perché secondo alcuni studiosi rappresenta un solo stelo di papiro a gemma chiusa. Le più antiche colonne papiriformi a capitello chiuso sono quelle del tempio della piramide del faraone Sahura della V dinastia.

Colonna Lotiforme: Di diametro uniforme per tutta la sua altezza, il fusto rappresenta un fascio di quattro-sei e più tardi anche di otto steli di fiori di loto legati sotto il capitello. Questo è formato da sei calici leggermente aperti, tra i quali figurano sei fiori più piccoli, il cui stelo si prolunga sul fusto. Leggermente impiegata durante l'Antico Regno, a partire dalla V dinastia e nel Medio Regno, ritornò di moda in Epoca Tarda. Il loto era legato al culto solare: fu infatti il fiore dal quale il sole uscì sulle acque primordiali il giorno della creazione.

Colonna Palmiforme: Rappresenta un tronco di palma decorato con foglie di palma strette al fusto da diverse legature che terminano in un triplice laccio, visibile sul davanti. La prima attestazione è nel tempio della piramide del faraone Sahura menzionata sopra. Il palmizio, dimora del dio Sole, era anche pianta araldica dell'Egitto. Per questo motivo la colonna palmiforme era utilizzata di preferenza nei palazzi reali e nei templi funerari.

Colonna Papiriforme a corolla aperta: Detta anche campaniforme, ha un fusto liscio arrotondato, che rappresenta forse un unico stelo di papiro. Il capitello, che nasconde alla vista dal basso il piccolo abaco, è decorato con serie di corimbi aperti di papiro, avvolti in foglie lanceolate. Questo tipo di colonna, nata come supporto di lampada nel Medio Regno, è attestato in raffigurazioni dell'inizio del Nuovo Regno e come elemento architettonico in pietra per la prima volta nelle costruzioni di Thutmosi III a Karnak. Viene utilizzato di preferenza in chioschi aperti e nelle navate centrali delle sale ipostile, a rappresentare l'aprirsi delle piante al passaggio del dio solare che porta la luce (il giorno) nel tempio, simbolo dell'intero universo. I capitelli a boccioli chiusi, sia papiriformi sia lotiformi, alludano invece alla notte, al viaggio del Sole nell'aldilà dopo il tramonto, nel corpo di sua madre Nut.


Colonna Hathorica (sopra un video che la mostra a 360°): È costituita da un fusto cilindrico su cui poggia il capitello che raffigura quattro facce della dea Hathor con orecchie bovine, che guardano i quattro punti cardinali. Sopra le teste sono collocati altrettanti sistri, generalmente in forma di grande portale. Testimoniata per la prima volta nel Medio Regno, questa colonna è presente in edifici consacrati al culto di Hathor e raffigura il feticcio della dea portato in processione nelle feste a lei dedicate.

Colonna Composita: È così chiamata perché per lo più è formata da vegetali diversi, anche se alcuni esemplari rappresentano steli di sola palma o papiro. Tipica dei templi di Epoca Tarda, la colonna composita ha origine nelle colonne, soprattutto palmiformi, dei palazzi reali di epoca amarniana e ramesside, che presentano variazioni originali su motivi classici.

Colonna a forma di picchetto di tenda: Utilizzata nel tempio funebre di Thutmosi III a Karnak, è la trasposizione in pietra del picchetto ligneo di tenda o baldacchino, costituita da un fusto di dimensione crescente dal basso verso l'alto, che nella parte superiore termina in un capitello campaniforme ornato da foglie lanceolate. Incerto è il legame di questo tipo di colonna con quelle simili dei palazzi minoici a Creta.

sabato 7 febbraio 2015

La condizione sociale della donna egizia

Nella società egizia si evidenzia, più che in qualsiasi altra civiltà antica, il ruolo predominante della donna nei vari aspetti della vita quotidiana e lavorativa. Nell'antico Egitto, gli uomini e le donne vivevano una condizione di parità, che tutt'oggi sfugge a civiltà a noi coeve.
Quando i greci visitarono l’Egitto, arrivarono a pensare alla società egizia come ad un matriarcato, talmente rimasero sconvolti dalla libertà di costumi delle egizie. Bisogna specificare dunque, che nell’antica Grecia, le società matriarcali non erano viste di buon occhio; basti pensare allo sdegno che i greci provavano per le amazzoni. Tale termine sta a significare: “senza seno” ( α= alfa privativo e μαζός= mazos, cioè seno), e andava a rimarcare l’abitudine secondo la quale le amazzoni si mutilassero del seno destro per poter tendere meglio l’arco.
Secondo i greci, questa non era neanche l’unica popolazione a carattere matriarcale con abitudini “barbare”. Le Lemnie, le antiche abitanti dell’isola di Lemno, addirittura arrivavano a mangiare carne cruda, simbolo di inciviltà. Considerando tutti questi fattori si può arrivare a comprendere l’immaginario collettivo del mondo classico per i costumi egizi, e la naturale diffidenza dei greci e dei romani per gli abitanti della valle del Nilo.
Tuttavia i greci avevano torto, in Egitto, gli uomini e le donne avevano uguali diritti e medesimi doveri, soprattutto a partire dalla III dinastia. Prima di questo periodo, la condizione della donna era più simile a quella della donna romana di epoca repubblicana. La famiglia era di stampo patriarcale e sottoposta ad un vero e proprio pater familias. Tra la III e la IV dinastia il diritto familiare subì una svolta importante. La donna non era solo la padrona indiscussa della casa, ma poteva ereditare o decidere a chi lasciare i propri beni.Come testimonianza del rapporto speciale che vigeva fra madre e figlio in Egitto, possiamo ricordare l’insegnamento numero sette del saggio Ani, (versi 15-8,1):
“Rendile in misura doppia il pane che ti chiede tua madre e portala, come lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante. Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. Il suo dorso ti portò. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare? Quando ti condusse a scuola, allorché ti si insegnava a scrivere, ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua.”
L’età adulta delle donne iniziava con la comparsa del ciclo mestruale, perché significava che la fanciulla era pronta per diventare madre. Le egizie però non avevano nessun tipo di obbligo a contrarre matrimonio per essere considerate come individuo dalla legge. Di conseguenza la donne nell’antico Egitto avevano anche la massima libertà di scelta del proprio sposo. In una stele conservata al Museo del Louvre, la donna libera Takamenet decise di sposare lo schiavo Amenyiu, facendolo adottare dalla sua famiglia; un matrimonio che sicuramente non portava lustro o vantaggi, ma che fu ampiamente accettato.
In Egitto i rapporti matrimoniali non erano regolati secondo la legge, ma solo e soltanto da questioni sociali. Un uomo e una donna che decidevano di vivere insieme come marito e moglie, potevano scegliere anche di contrarre un accordo a tempo; una sorta di matrimonio di prova. In alcuni documenti ritrovati a Tebe, si è potuto constatare che il periodo di prova era di circa sette anni, dopodiché si dovevano ristabilire le proprie intenzioni. Se dopo sette anni gli sposi decidevano di non continuare la loro unione, ognuno portava con sé i beni portati in dote durante il matrimonio. Ma come si svolgeva la cerimonia di un matrimonio egizio?
Per essere considerati marito e moglie, nell’antico Egitto, bastava semplicemente che la coppia vivesse sotto lo stesso tetto. Non c’erano rituali religiosi o giuridici, ma solo atti sociali. Durante il matrimonio, le donne non avevano l’obbligo di prendere il nome del marito come succede nelle unioni a noi più familiari. L’importanza del nome in Egitto era vitale, gli egizi ritenevano che in esso risiedesse l’essenza stessa della persona; per questo motivo, durante le damnatio memoriae, il primo atto ad essere compiuto era quello di cancellare proprio il nome del malcapitato.
Un altro aspetto del matrimonio in Egitto, che ha spesso suscitato dissensi e polemiche è la poligamia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che le varie spose che un uomo poteva avere non erano contemporanee ma successive; vale a dire, che una volta rimasto vedovo si poteva successivamente risposare. Altri studiosi, hanno teorizzato invece, che la poligamia in Egitto prevedesse una sposa principale con il ruolo di “Signora della casa” (nebet per) e altre spose secondarie. In ogni caso, queste restano ipotesi non confermate. Tutto ciò che sappiamo di certo è che la poligamia era ampiamente accettata in ambito reale, al fine di procreare più eredi possibili, a garanzia della salvaguardia del paese stesso.
Per quanto riguarda la poliandria, non ci sono fonti certe o attestate. In passato, due donne vissute nel Medio Regno (2060-1785 a.C.), Menkhet e Kha, furono all'inizio sospettate di essere sposate a più mariti, ma successivamente si è potuto accertare che furono sposate ai due uomini in periodi diversi della loro vita.
Esiste un altro aspetto della società egizia che deve essere riformulato nell'immaginario collettivo, oltre alla poligamia, vale a dire: l’incesto. Racconta Diodoro Siculo:
“Si dice che gli egizi, contrariamente a quanto si usa fare, avessero stabilito una legge che permetteva all’uomo di sposare la sorella, seguendo l’esempio di Iside che aveva sposato Osiride, suo fratello e che, dopo la morte di lui, non aveva voluto accettare nessun altro uomo.”
È necessario chiarire però che l’incesto in Egitto era una pratica accettata solo nella famiglia reale, per fattori che non valevano per l’uomo comune, come la conservazione della regalità attraverso la purezza della linea di sangue.
Il divorzio invece proteggeva in particolare la donna. Le motivazioni che potevano portare al divorzio, non differiscono dalle nostre: incomprensioni, prole o adulterio. Gli scritti ritrovati nel villaggio di Deir el-Medina ci regalano un imponente quadro dei rapporti tra uomini e donne. Su di un ostraka ritrovata all’interno del villaggio degli operai, un testo geroglifico riporta le motivazioni dell’assenza di un operaio da lavoro; il testo ci informa infatti, che lo sventurato non aveva potuto recarsi a lavoro quel giorno perché era stato malmenato dalla moglie.
Un altro racconto che ci viene sempre da Deir el-Medina, è quello del servo Hesy, che sposò una certa Hanur e dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima si chiamava Ubekhat. Madre e figlia frequentarono contemporaneamente un perditempo di nome Paneb e il figlio di questi. Così Hesy decise di divorziare durante l’anno II del regno di Sethnakht (XX dinastia). Tuttavia, il poveretto, dovette anche sborsare un “assegno mensile” in grano per il sostentamento dell’ex moglie. La moglie poteva anch'essa richiedere il divorzio. In un caso accaduto durante il Medio Regno, un uomo ripudiato dalla moglie, poté avere indietro i due terzi dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Per quanto riguarda l’adulterio, non solo non era tollerato, ma veniva anche presentato ai futuri sposi come il “grande crimine”. Tuttavia, c’era una disparità tra la condanna teorica e quella pratica; come abbiamo visto nel caso di Hesy. Nondimeno, i giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Tali esortazioni erano rivolte non solo ai giovani egizi, ma anche alle fanciulle. Difatti, nell’antico Egitto, la verginità non era necessaria o obbligatoria; ma poteva essere un dono che una giovane donna portava in dote al marito. In ambito lavorativo le egizie hanno ricoperto quasi ogni incarico possibile; da faraone a sacerdotessa. C’erano naturalmente dei lavori considerati più adatti alle donne, come quello di ostetrica o di balia; ma in generale nessun ruolo era precluso al sesso femminile.
In Egitto si sono registrati casi di donne visir, come nel caso di Nebet, che oltre ad essere forse la suocera di Pepi I (VI dinastia), fu anche “capo direttore”, così come veniva indicato nei suoi titoli. Altri casi da segnalare come esempio, sono quelli della scribe Idut, forse figlia di Djoser (III dinastia) e della regina Meresankh III, moglie di Chefren (IV dinastia), che nei bassorilievi della sua tomba a Giza, viene chiamata come: “l’amata di Thot, signora del pennello”. Molte altre donne ricoprirono il ruolo di medico, di funzionario reale o di sacerdotessa.
Sono giunti fino a noi molti nomi di queste donne, come quelli di Peseshet, capo dei medici, ricordiamo Hemetra, una vera imprenditrice, e Urnero, amministratrice dei beni di un ricco signore. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l’ambiente sacerdotale non era affatto precluso alle donne, anzi, era uno degli ambiti più aperti al sesso femminile. Il dio Amon di Tebe, aveva a sua disposizione un vero e proprio corpo scelto di sacerdotesse, chiamate: le divine adoratrici di Amon; che ricoprivano il ruolo di moglie terrena del dio. Ciò che non è ancora del tutto chiaro è se gli egizi conobbero il fenomeno della “prostituzione sacra”, come accadeva a Cartagine e a Babilonia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che tale pratica, anziché essere esercitata nei templi, venisse perpetuata per strada e che fosse legata al culto di Iside e Osiride. Nulla di questo è però accertato. Bisogna però dire che esiste un mito legato alla dea Iside, che narra la ricerca della dea del corpo smembrato del marito. Durante queste peregrinazioni, Iside arrivò a Babilonia, dove si dice che la dea si prostituì nel tempio della dea Ishtar. Considerando tutto ciò, è giusto specificare che sarebbe comunque sbagliato fondare una certezza solo su un mito.
La prostituzione, ad ogni modo, era una pratica comune anche in Egitto. Le prostitute potevano sia esercitare per strada che in casa. Molte di loro erano delle straniere, provenienti dalla Fenicia, dalla Mesopotamia o dalla Nubia. Un segno distintivo di una meretrice erano i tatuaggi sulle cosce, così come è possibile riscontrare nelle statuetta rinvenute all’interno delle tombe, che così come gli ushabti, avevano la funzione di realizzare i desideri dei defunti. Un ultimo aspetto femminile di cui è necessario parlare per una visione ad ampio spettro della condizione delle egizie è la gravidanza. Per fare ciò, è necessario evidenziare la bravura degli egizi in campo medico, riuscivano non solo a fornire alle donne contraccettivi efficaci, alcuni di indiscusso stampo moderno, come una sorta di “diaframma vaginale”, ma erano capaci anche di stabilire il sesso del nascituro, come testimonia il papiro n° 199 di Berlino:
“Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela, che la donna innaffierà della sua urina tutti i giorni, e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e ilgrano germogliano entrambi, ella genererà. Se germoglia prima l’orzo, sarà un maschio; se germoglia per primo il grano, sarà una femmina. Se non germogliano né l’uno né l’altro, ella non genererà.”
Traendo quindi le somme dell’universo femminile egizio, ci ritroviamo davanti a donne libere, emancipate e autrici del proprio destino.



domenica 1 febbraio 2015

Bracciale della regina Ahhotep


La maggior parte degli oggetti rinvenuti nella tomba della regina Ahhotep reca il nome dei suoi figli, Kamose e Ahmose, i sovrani che cacciarono dall'Egitto gli invasori Hyksos. La regina ebbe un ruolo di primo piano durante la guerra di liberazione, come testimoniano i numerosi oggetti che i figli le offrirono in dono, fra i quali anche alcune armi, presenza insolita in una sepoltura femminile. Questo bracciale è costituito da due semicerchi. Oro e lapislazzuli formano la mirabile bicromia della decorazione. Sulle metà destra, un ventaglio posato sul segno shen, emblema di eternità, divide la superficie in due parti, occupate da due scene simmetriche: il Dio della terra Geb, che da un lato indossa la corona rossa del Basso Egitto e dall'altro la doppia corona, è seduto su un trono e posa le mani in segno di protezione sulla spalla e sul braccio del Re inginocchiato davanti a lui. I geroglifici riportano il nome del Dio e i cartigli del Re. Sull’altra metà del bracciale sono rappresentate figure a testa di falco e di sciacallo, le anime di Pe (Buto) e di Nekhen (El-Kab) mitici antenati dei sovrani dell’Egitto prima dell’unificazione.

Dati
Materiale: oro e lapislazzuli.
Diametro: 5,5 cm.
Altezza: 3,4 cm.
Luogo del ritrovamento: Tebe, Dra Abu el-Naga.
Tomba: Ahhotep.
Scavi: Mariette (1859).
Dinastia: XVIII, Regno di Ahmose (1550 - 1525 a.C.).
Sala in cui è conservato: n°4

martedì 20 gennaio 2015

La lista Gardiner 4: i segni della lettera D

Dopo una lunga pausa, dovuta a diversi approfondimenti della società egizia, riprendiamo lo studio della lista Gardiner con i segni della lettera D


Segni D:
D1 Ideogramma in tp "testa" - Determinativo in azioni e nei verbi relativi ad azioni che implicano movimenti del capo.
D2 Ideogramma in hr "faccia", da cui trae il valore fonetico.
D3 Determinativo in iny "capelli", "peli" e parole connesse - Det. in inm "pelle" e nei verbi e sostantivi concernenti la nozione di lutto.
D4 Ideogramma in irt "occhio", da cui foneticamente ir - Determinativo nelle parole relative all'azione di vedere e all'organo della vista.
D5 Determinativo in azioni o condizioni dell'occhio, dgi "guardare".
D6 Rappresenta un occhio truccato ed è determinativo di azioni o in particolari stati dell'occhio che riguardano il truccarsi, il mascherarsi. 
D7 Determinativo in msdjmt "galena", usato come cosmetico per gli occhi, e in an "bello", da cui foneticamente an.
D8 Determinativo in an "bello".
D9 Determinativo in rmi "piangere". 
D10 Ideogramma o determinativo in wdjat, letteralmente "l'occhio sano" - Nome dell'occhio di Horus.
D11 Uno dei simboli della frazione della misura dei cereali. 
D12 Determinativo in djfdj "pupilla".
D13 Ripetuto due volte è inh "sopracciglia". 
D14 Usato come simbolo per 1/16.
D15 Usato come simbolo per 1/32.
D16 Usato come simbolo per 1/64.
D17 Ideogramma o determinativo in tit "immagine", "figura".
D18 Ideogramma o determinativo in msdjr "orecchio".
D19 Ideogramma o determinativo in fndj/fnd e shrt, ambedue significanti "naso" - Determinativo nelle parole connesse al naso, all'odorato e alla gioia. Da hnt "faccia", di cui è determinativo, deriva il dal valore fonetico hnt.
D20 Variante di D19, ma raramente in sculture e pitture. 
D21 Ideogramma in r3 "bocca", da cui foneticamente r.
D22 Ideogramma in rwy, 2/3.
D23 Ideogramma in khmt-ru, 3/4.
D24 Ideogramma o determinativo in spt "labbro", "confine". 
D25 Ideogramma o determinativo spty "labbra".
D26 Determinativo in psgbshika3, "sputare", "vomitare" e in snk "sangue". 
D27 Ideogramma o determinativo in mndj "mammella" e nelle azioni ad essa connessa (es. snk "succhiare"). 
D28 Ideogramma in ka "spirito", da cui deriva il valore fonetico. 
D29 Combinazione del segno del ka con uno stendardo divino: esprime la natura divina del ka.
D30 Simbolo di Neheb-ka, serpente mitico e ipostasi del dio creatore. 
D31 Combinazione dei segni D32 e U36: "servitore del ka".
D32 Determinativo per abbracciare: ink "circondare", hpt "abbracciare" etc. Ideogramma o determinativo in skhn "cercare". 
D33 Ideogramma o determinativo in khni "remare", da cui foneticamente khn
D34 Ideogramma in aha "combattere". 
D34* Variante del precedente
D35 Ideogramma negli avverbi di negazione n e nn e nel pronome relativo negativo iwty "che non"; determinativo in vari verbi negativi e nel verbo khm "ignorare, essere ignorante", da cui l'uso come determinativo fonetico khm.
D36 Ideogramma in 'w "braccio", da cui foneticamente ' (a).
D37 Ideogramma per "dare", anticamente per imi, imperativo del verbo "dare".
D38 Braccio con pane tondo, grafia dell'imperativo , imi. Da qui deriva il valore fonetico mi, più spesso attestato nella forma m.
D39 Braccio con ciotola: determinativo nel verbo hnk "offrire". 
D40 Ideogramma o determinativo in khai "misurare". Sostituisce spesso come determinativo l'uomo che colpisce nei verbi e sostantivi  denotanti la forza, il potere. 
D41 Ideogramma o determinativo in rmnw "braccio" e sinonimi. Determinativo per i movimenti del braccio. Da "respingere", valore fonetico
D42 Ideogramma o determinativo in mh "cubito". 
D43 Ideogramma in khui "proteggere". 
D44 Determinativo in khrp "presiedere", "controllare", "amministrare" e i suoi derivati. 
D45 Ideogramma o determinativo in djsr "essere sacro", "segregare". 
D46 Ideogramma in drt "mano". Valore fonetico d (cfr. il semetico yad "mano")
D47 Determinativo di mano (djrt, djat), quando scritta foneticamente.
D46 * Ideogramma o determinativo in ìdt "fragranza", "rugiada", "sudore". 
D48 Ideogramma in shsp "palmo", o nell'unità di misura del palmo
D49 Determinativo per afferrare: amm, hefa
D50 Ideogramma o determinativo in djba "dito".
D51 Variante orizzontale del precedente D50, può anche indicare la parola ant "unghia". 
D52 Determinativo di virilità, usato sia per gli uomini che per gli animali. Valore fonetico: mt.
D53 Dopo il Medio Regno il segno assunse le stesse funzioni del D52, mentre in epoca più antica, designava le funzioni dell'organo. 
D54 Ideogramma in ann "tornare indietro", sbha "far ritirare" etc.
D55 Ideogramma in ìw "venire". Determinativo nei verbi di moto.
D56 Ideogramma o determinativo in rd "gamba". Determinativo per i nomi di parti di gamba. Da altri nomi per "gamba e sue parti" derivano i valori fonetici pds, wart, sbk.
D57 Determinativo in iatj "essere mutilato" e parole connesse. 
D58 Fonogramma b.
D59 Fonogramma ab (esempio: ab "corno") 
D60 Ideogramma in wab "puro". 
D61 Ideogramma o determinativo in sah, "dito del piede", da cui il valore fonetico sah.
D62 Variante del precedente D61 (XVIII dinastia).
D63 Variante dei precedenti D61 - D62 (XVIII dinastia).

giovedì 15 gennaio 2015

Gli obelischi egizi

La parola “obelisco” deriva dalla parola greca ὀβελίσκος  (obeliskos), che significa “spiedo”. Indica un lungo blocco di pietra, di sezione quadrangolare, che, innalzandosi, si restringe e si trasforma in una piccola piramide: il pyramidion.
I pyramidion d’oro scintillante, in molti casi scomparsi, traggono la loro origine dalla pietra sulla quale Ra, il Dio Sole, comparve all'origine del mondo. Spesso eretti per festeggiare i giubilei dei faraoni, gli obelischi sono esclusivamente consacrati a Ra o alle divinità solari ad esso collegate (come Amon). L’idea della pietra innalzata verso l’alto è sicuramente precedente alle prime dinastie, ma bisogna aspettare la V dinastia (2.500 - 2.350 a.C.) e l’attrazione dei suoi Faraoni per le divinità solari per vedere apparire dei monumenti che assomigliano all'obelisco (teken egizio) che noi conosciamo.

L’obelisco più vecchio
Se questo obelisco esistesse ancora, si innalzerebbe al centro delle rovine del tempio solare di Abu Gurab, fatto costruire dal faraone Niuserra (2.453 - 2.420 a.C.) in onore di Ra: l’obelisco troneggiava al centro dello spazio antistante il tempio. Posato su uno zoccolo di 16 metri di altezza, il tozzo obelisco, murato e fabbricato con un solo blocco di pietra, misurava 36 metri di altezza. I suoi fianchi erano rivestiti da lastre incise di fine calcare. Fino al 1972 l’esistenza di obelischi monolitici non era testimoniata che da un unica iscrizione. Attentamente posizionato all’entrata di una tomba nella necropoli di Qubbat-al-Hawa (databile verso il 2.300 a.C.) il testo dice: “la grandezza del mio Signore (Faraone) mi ha mandato a costruire due navi al Paese di Ouaouat (la Bassa Nubia) per trasportare verso Nord due obelischi a Eliopoli”. Nel Nuovo Regno gli obelischi venivano posizionati uno sopra l’altro, una pratica che diventò più consueta durante il regno di Tothmosis III (1479-1425 a.C.). Questo faraone adorava gli obelischi come noi li conosciamo oggi: i testi raccontano che ne fece costruire uno di 57 metri di altezza: un record per l’epoca!

Eliopoli, la  città degli obelischi
E’ nel 1972 che venne scoperta, nella città del Dio Ra, la parte superiore di un obelisco con una dedica al Faraone Teti I, VI Dinastia (2.350 - 2.340 a.C.). Era la prova che erano esistiti obelischi monolitici fin dall’Antico Regno. Oggi Eliopoli conserva l’obelisco più antico rimasto in Egitto: tagliato nel granito per un altezza di 20 metri, fiancheggiava il tempio di Ra-Horakhty che Sesostri I (1.934 - 1.898 a.C.) fece costruire nella città di Ra. Altri due obelischi costruiti da Tothmosis II (1.492 - 1.479 a.C.) si innalzavano nella città: come altri, anche questi hanno poi lasciato la terra dei Faraoni.

Gli obelischi nel mondo
Gli obelischi hanno “viaggiato” molto: attualmente non meno di 25 obelischi provenienti dalla più lontana antichità sono disseminati nel mondo. Lo testimonia il seguente elenco (non completo):
  • Londra: Ago di Cleopatra; di Tothmosis II, proveniente da Eliopoli, poi da Alessandria, eretto nel 1.878 (21 metri).
  • Parigi: Place de la Concorde.
  • Roma: Piazza San Giovanni in Laterano; Piazza San Pietro; Piazza del popolo; Villa Cerimontana; Piazza dei cinquecento; Piazza della Rotonda; Villa Torlonia.
  • Firenze: giardino di Boboli.
  • Istanbul: obelisco di Thutmosi III, arrivato dall'Egitto nel 390 a.C., attualmente conservato all’Ippodromo.
  • Eliopoli: obelisco di Sesostri I.
  • Luxor: obelisco gemello di quello conservato a Parigi.
  • Karnak: due obelischi, quella della regina Hatshepsut (1.479 - 1.457 a.C.) e quello di Tothmosis III.
  • Assuan: obelisco incompiuto (42 metri, 1.000 tonnellate). Il monolite è pieno di fessure e per questo fu abbandonato in tempi antichi.


venerdì 9 gennaio 2015

La schiavitù nell'Antico Egitto

La società egizia dell’antico Egitto non era fondata sulla schiavitù, al contrario di quanto si potrebbe pensare. Tuttavia è vero, però, che i prigionieri di guerra e gli egizi di più umili condizioni potevano essere obbligati a svolgere compiti di ogni sorta.


Il termine “schiavo” deriva dal latino slavus, che significa “slavo”: in origine, infatti, alludeva ai numerosi slavi ridotti in schiavitù dalle popolazioni germaniche nel corso dell’alto medioevo. Nell'eccezione moderna, invece, uno schiavo è un individuo che viene considerato come proprietà altrui, e che pertanto non gode dei più elementari diritti. Partire da questa definizione è importante, perché non sempre è facile circoscrivere la nozione di schiavitù quando si parla dell’antico Egitto. Nel paese dei faraoni, infatti, alcune persone sottomesse ai voleri di un padrone potevano ciononostante possedere dei beni propri o, a loro volta, avere dei servitori. D’altra parte, vi erano uomini “liberi” i cui diritti erano tuttavia limitati. 

Liberi lavoratori
Una volta fatta questa premessa, è opportuno sfatare una sorta di mito tramandato per secoli fino ai nostri giorni: quello, cioè, secondo cui nell'antico Egitto faraonico pullulava di schiavi utilizzati soprattutto per costruire i suoi edifici monumentali. In realtà, almeno nel periodo in cui furono innalzate le grandi piramidi, cioè durante l’Antico Regno, non esistevano affatto la schiavitù. Le grandi opere architettoniche erano affidate a squadre scelte di architetti, astronomi e altri lavoratori altamente qualificati, i quali erano assistiti da operai e artigiani specializzati e consapevoli della sacralità insita nella loro attività. Ciò non toglie che in alcuni cantieri venissero utilizzati anche i prigionieri di guerra. Gli operai erano raggruppati in “sindacati” che osservavano regole ferree e che li proteggevano da eventuali abusi di potere. Un’incisione attribuita al faraone Micerino (IV dinastia) recita: “Sua Maestà vuole che nessun uomo sia costretto ai lavori forzati e che ognuno tragga soddisfazione del proprio lavoro”.


Prigionieri di guerra
Fu solo a partire dal Nuovo Regno, con le campagne militari condotte dai faraoni in Nubia e in Asia, che si verificò un aumento della manodopera di tipo servile. Schiavi stranieri provenienti dai paesi sconfitti venivano offerti come ricompensa ai soldati più valorosi, oppure donati ai templi o messi a servizio nelle dimore dei faraoni. A questi prigionieri di guerra si aggiungevano anche schiavi egizi. Questi potevano essere asserviti per periodi limitati, per esempio se dovevano ripagare un debito, o anche per tutta la vita, come accadeva ad alcune ragazze che vendevano se stesse per fuggire dalla povertà. 

Donne in schiavitù
Molte delle donne fatte prigioniere dagli egizi prestavano servizio nei magazzini dei templi, ma la maggior parte di esse lavorava come serva nelle case. La testa di queste ragazze veniva rasata, e rimaneva solo un ciuffo a “coda di porcellino”. Le prigioniere di guerra più belle erano destinate agli harem e ai palazzi signorili, mentre le meno seducenti entrano spesso a far parte del personale dei templi, come cantanti o danzatrici. I bambini non venivano mai separati dalle madri. In generale, sembra che queste donne possedessero alcuni beni e godessero anche di una certa libertà, come si evince da un antico componimento: “Vedete, i servi ora possono parlare. Quando la padrona comanda, i domestici non sono sull'attenti. Vedete, colei che non possedeva nemmeno una scatola ora possiede un scrigno, e colei che poteva guardarsi solo nell'acqua ora possiede uno specchio”. 

I “diritti degli schiavi”
Durante il Nuovo Regno, i compiti degli schiavi potevano essere i più diversi: occuparsi degli aspetti più duri del lavoro nei campi, svolgere mansioni non religiose nei templi, occuparsi di faccende domestiche o amministrative. A quanto sembra, però, il lavoro servile non costituiva un elemento fondamentale dell’economia del paese. A ogni modo, vi erano categorie di persone che erano proprietà di altri egizi, i quali potevano venderle, affittarle o lasciarle in eredità. Anche questi uomini, però, potevano avere dei diritti, sebbene limitati. Alcuni di loro possedevano case e servitori che venivano trasmessi di padre in figlio, erano sposati con donne libere e i loro figli non erano necessariamente degli schiavi. D’altra parte, se uno di essi fuggiva e veniva poi ritrovato, rischiava pene pesanti, che andavano dalle bastonate alla condanna a morte.

Un commercio ufficiale
Da un certo punto in poi, si sviluppò una sorta di commercio ufficiale degli schiavi, soprattutto a opera di mercanti siriani che offrivano manodopera servile reclutata a basso prezzo nel loro paese. Il valore di scambio di uno schiavo era di due deben d’argento per un uomo e quattro deben d’argento per una donna; l’acquisto era ufficializzato da un giuramento davanti a testimoni e registrato da un funzionario. Uno schiavo poteva anche essere venduto a giornata, a un prezzo piuttosto oneroso. Gli schiavi di origine straniera ricevevano dei nomi egizi. Tutti potevano affrancarsi rivolgendosi a un tribunale, e a volte potevano ottenere di cambiare padrone anche senza il consenso di quest’ultimo. Il modo più frequente per affrancarsi era comunque il matrimonio. Una testimonianza in questo senso è offerta da un testo conservato al Museo del Louvre di Parigi, secondo cui una donna libera di nome Takamenet sposò lo schiavo Amenyiu, che era un prigioniero di guerra di Thutmosi III e che finì con l’essere “adottato” dalla famiglia della ragazza.

giovedì 1 gennaio 2015

Gaston Maspero e le mummie reali

Il contributo di Gaston Maspero alla conoscenza dei tesori dei faraoni è stato davvero rilevante. Egittologo, ma anche filologo e storico, egli continuò gli scavi archeologici avviati da Auguste Mariette e fondò l'Istituto Francese di Archeologia Orientale al Cairo.


Gaston Maspero nacque il 24 giugno 1846. Ad appena dodici anni fu travolto dal fascino dell'Egitto, dopo aver scoperto un testo in geroglifico nel Manuale di storia antica di Duruy: da allora, la sua passione per questa civiltà e per i suoi misteri non sarebbe mai diminuita. Nel 1868 ottenne un posto di insegnante privato di egittologia presso il Collège de France e impartì delle lezioni all'imperatrice Eugenia per prepararla all'inaugurazione del Canale di Suez.
Quell'incarico gli aprì le porte dell'élite parigina: conobbe così la sua futura moglie, Ettie Yapp, musa dei poeti più alla moda di quel periodo. Alla fine del 1872 sostenne la tesi di dottorato, intitolata "Il genere epistolare nell'antico Egitto", e ottenne poi la cattedra di Filologia e Antichità egizie del Collège de France, che avrebbe conservato fino alla morte. Nel 1873, qualche giorno dopo la nascita del terzo figlio, Maspero perse la moglie. Questa disgrazia lo avvicinò ad Auguste Mariette, celebre egittologo in servizio al Cairo, che aveva conosciuto un identico lutto.

Le scoperte in terra egiziana
Nel 1880 Gaston Maspero sposò Louise Balluet d'Estournelles e partì per l'Egitto per raggiungere Mariette, allora direttore delle Antichità d'Egitto e del museo di Boulaq.
Accompagnato da alcuni egittologi apprendisti, Maspero decise di organizzare una missione permanente dedicata agli scavi archeologici: era il nucleo di quella che nel 1898 sarebbe diventata la Scuola di Archeologia del Cairo. Alla morte di Mariette, nel 1881, Maspero gli succedette alla direzione degli scavi, continuando la sua battaglia contro i saccheggiatori di necropoli. La sua prima scoperta avvenne nel sito di Saqqara: erano i testi della camera mortuaria di Unas, ultimo sovrano della V dinastia. Si trattava della più antica composizione funeraria dell'umanità, e conteneva migliaia di geroglifici che Maspero poté copiare, tradurre e, in seguito, pubblicare.
La sua seconda scoperta fu il nascondiglio delle undici mummie di altrettanti prestigiosi sovrani dalla XVIII alla XX dinastia, a Deir el-Bahari. Tra di esse vi erano le spoglie di Ahmose, Thutmosi I, II e III, Amenhotep I, Ramses I, II e III, Sethi I e nonché della regina Amasi Nefertari e di numerosi principi e principesse. Queste mummie erano state portate via dalle tombe originarie e nascoste dai sacerdoti della XXI dinastia (tra il 1150 e il 1080 a.C.) per proteggerle dai saccheggiatori. Maspero liberò il corpo di Ramses II dalle bende e ne verificò il nome scritto da Herihor, ultimo dei grandi sacerdoti ad aver toccato la mummia. Si occupò anche della sistemazione del grande tempio di Luxor e del consolidamento del complesso di templi imperiali nel sito di Karnak.

Un'opera immensa
Nel 1886, Maspero ritornò a Parigi, dove riprese la cattedra al Collège de France, dedicandosi completamente alla redazione e pubblicazione delle sue ricerche scientifiche. Tra il 1886 e il 1899, produsse un numero enorme di testi e articoli. Della sua opera colossale vanno ricordati Le iscrizioni delle piramidi di Saqqara, Storia antica dei popoli dell'Oriente classico, L'archeologia egiziana e, ancora, Le tombe tebane. Nel 1899 lo studioso si recò in Egitto, occupando nuovamente la funzione di direttore delle Antichità. Si dedicò alla museologia e pubblicò opere come la guida per i visitatori del museo di Boulaq, con la descrizione delle opere esposte. Nel 1914, rientrò a Parigi: stanco e indebolito da un infarto provocato, nel 1915, dalla morte in guerra di uno dei suoi figli, Maspero si spense il 30 giugno 1916 all'età di settant'anni.

lunedì 22 dicembre 2014

La prestigiosa stirpe dei Sesostri

Il Medio Regno fu sicuramente un età importantissima e quest'epoca dell'oro fu a sua volta dominata da una prestigiosa dinastia, la XII, all'interno della quale si distinsero brillanti sovrani come Sesostri I e Sesostri III.


L'importanza di questa dinastia nella storia dell'antico Egitto è stata pienamente riconosciuta solo in tempi recenti. A lungo, infatti, sovrani del calibro di Seostri I e Sesostri III sono stati confusi con Ramses II e Ramses III. In un dizionario enciclopedico dell'inizio del XXsecolo, la voce dedicata ai Sesostri si concludeva con queste parole: "In realtà, il Sesostri citata da Erodoto altri non era che Ramses II". Su quest'ultimo, nella stessa opera si legge: "(Ramses II) fu venerato come un dio in Egitto e in Nubia, e attorno alla sua figura si creò tutta una leggenda che i greci ci hanno trasmesso in due versioni: una tebana secondo la quale il suo nome era Osymandyas; l'altra menfita, secondo cui questo re si chiamava Sesostri".
Gli storici moderni sono meno propensi ad attribuire particolari responsabilità ad Erodoto, che in passato ha già ricevuto sufficienti critiche. Spesso, peraltro, non si è considerato che lo storico greco fece tutto quello che era nelle sue possibilità, visiti i mezzi che aveva a disposizione. Si può immaginare, infatti, quanto sia stato difficile per lui ricostruire tre millenni di storia sulla base di testimonianze per lo più orali Le incertezze che ancora oggi gravano su alcuni avvenimenti relativi al nostro Medioevo, per fare un esempio improprio, dovrebbero farci riflettere e ispirarci una maggiore indulgenza verso gli "errori" degli antichi storici. Nella fattispecie, la confusione generata da Erodoto derivò semplicemente da un'errata traslitterazione dei nomi dall'egizio al greco.

Una pietra miliare nella storia egizia
Fatte queste premesse, bisogna ammettere che lo scarto temporale tra l'epoca in cui vissero i Sesostri e quella in cui regnarono i Ramses è notevole. Nella cronologia egizia, infatti, la XII dinastia si colloca all''incirca tra il 1995 e il 1800 a.C., mentre la XIX e la XX dominarono il paese verso il 1200 a.C.
A ogni modo, il tempo e gli studi archeologici hanno permesso agli storici di ristabilire l'esatta sequenza degli avvenimenti e di attribuire alla XII dinastia l'importanza che essa merita. Si fatto, i Sesostri furono i sovrani più importanti di tutto il periodo denominato Medio regno. Quest'ultimo durò circa tre secoli (dal 2150 al 1800 a.C.) e lasciando da parte le singole campagne espansionistiche o di preservazione del territorio, fu caratterizzato da un clima di pace, armonia e sviluppo culturale: corrispose, dunque, a una di quelle fasi di equilibrio che raramente ricorrono nella storia, sia in quella del'antichità sia in quella moderna o contemporanea. Per comprendere ancora meglio lo splendore di questa età dell'oro, bisogna oltretutto considerare che essa seguì a una parentesi particolarmente oscura, in cui l'esistenza stessa di una delle civiltà più evolute del mondo antico era stata messa in pericolo: il cosiddetto "Primo Periodo Intermedio", che aveva posto termine, a sua volta,, al glorioso Antico Regno.
Il precario equilibrio che contraddistinse il Primo Periodo Intermedio era il risultato di una effettiva decadenza del potere faraonico, paralizzato da una crisi di successione e ormai incapace di imporre la propria autorità. Soffocato dalla rivalità tra le diverse fazioni che volevano prendere in mano le redini dello Stato, il potere centrale era in uno stato di impotenza: l'organizzazione del paese andava alla deriva, e presto si sarebbe creata una frattura tra l'Alto e il Basso Egitto.
Proprio quando le cose sembravano essere precipitate in modo definitivo, però, l'Egitto trovò la forza di risollevarsi. Grazie al faraone Montuhotep II, le due parti del paese furono riunificate e si ebbe un lento ritorno a una situazione di equilibrio. Il merito della ricostruzione dell'Egitto fu dunque dei sovrani della XI dinastia, i quali prepararono il terreno per a XII: con i Sesostri l'Egitto avrebbe finalmente colto i frutti del ritorno alla normalità.

Le virtù dei faraoni: diffidenza e accortezza
Prima di soffermarci sulla figura di Sesostri I, e per comprenderla meglio, è bene spendere qualche parola sul suo predecessore, vale a dire suo padre Amenemhat I. Questi fu il fondatore della XII dinastia: era un uomo saggio, accorto, energico e giusto, ispirato da un'alta considerazione dei sacri doveri di un sovrano. L'Egitto sul quale regnò aveva ritrovato la quiete e la stabilità, ma il faraone sapeva che tutto questo aveva un prezzo: per garantire la pace era necessaria la prosperità, e per ottenere quest'ultima bisognava intensificare i commerci e farli fruttare. Il sovrano, inoltre, era consapevole di quanto fosse importante saper mostrare la propria forza: era l'unico modo per far rispettare l'autorità dello Stato e per scoraggiare ogni tentativo di aggressione dall'esterno o di sedizione interna.Ben presto, quando il giovane Sesostri era solo un adolescente, Amenmhat volle iniziarlo al difficile ruolo di faraone. Non lesinando consigli e raccomandazioni, gli insegnò la saggezza e la generosità, sena trascurare la circospezione: soprattutto la cerchia dei cortigiani doveva essere sempre considerata con una certa diffidenza. Ciò che il re voleva evitare, al di sopra di tutto, era che il paese andasse di nuovo incontro a un periodo da incubo come quello appena superato, durante il quale l'Egitto aveva visto l'orlo del baratro. Dalle persone più anziane della corte, Amenmhat aveva sentito parlare innumerevoli volte di quei tempi maledetti in cui l'anarchia e il disordine avevano regnato incontratati, quando i banditi arrivavano fin dentro le città per derubare gli abitanti e i funzionari reali attingevano a piene mani dalle casse dello Stato.

Il mestiere delle armi
Oltre a imparare a gestire gli affari di Stato, il giovane Sesostri coltivava insieme al padre anche l'interesse per le questioni militari: un faraone degno di questo nome doveva sapere tutto sul suo esercito, e in qualsiasi momento doveva essere in grado di prenderne la guida. Fu poi in Nubia e in Libia che Sesostri I ebbe modo di apprendere l'arte dell'alto comando. Una volta preso il posto di Amenemhat, Sesostri I ebbe subito modo di apprezzare i consigli paterni a proposito della circospezione da adottare a palazzo: appena salito al trono, il nuovo re dovette sventare un complotto ardito contro di lui dal suo stesso fratello. Forse, fu proprio questo episodio a spingere Sesostri I a trasferire la capitale del regno da Tebe a Lisht, nei pressi della regione del Fayum: qui il re si insediò circondandosi di brillanti cortigiani di sua scelta, tra i quali spiccava la sua grande sposa, la bellissima Snefru. La scelta di trasferirsi proprio a Lisht, nel Medio Egitto, non era casuale: Sesostri I, infatti, era intenzionato a rafforzare i legami tra il Sud e il Nord del paese. La vecchia capitale, comunque, non fu mai del tutto abbandonata: l'amministrazione della città fu affidata ad uno dei più fedeli dignitari, e il faraone non mancò di attirarsi i favori del già potentissimo clero di Amon, che continuò da Tebe ad esercitare la sua influenza su tutto il regno.

La scelta del visir
Sempre seguendo i consigli paterni, Sesostri I selezionò con cura i suoi più stretti collaboratori: a cominciare dal visir, che rappresentava la seconda carica dello Stato dopo il faraone. A quanto sembra, la scelta del sovrano fu particolarmente felice: il visir Montuhotep era un uomo attento agli interessi del paese e avvezzo alle questioni si Stato, conosceva perfettamente i meccanismi del potere e fu un servitore scrupolo e intelligente, oltre che un ottimo consigliere. Con lui la gestione delle finanze divenne molto rigorosa: tutte le spese, persino quelle che riguardavano il re in persona, dovevano essere registrate da uno scriba e giustificate. Con misure di questo tipo il governo di Sesostri I riuscì a ristabilire tra i sudditi la fiducia nello Stato, favorendo il ritorno alla prosperità.
Montuhotep si dimostrò molto accorto anche nella nomina degli alti funzionari, scelti tra coloro che dimostravano di possedere le sue stesse doti: rettitudine, competenza e volontà di fa eseguire gli ordini del sovrano senza perdere mai di vista l'interesse pubblico.
Ben presto, Sesostri I poté ammirare i risultati di questa saggia condotta: il popolo lo venerava e lo osannava, celebrandolo come e più di un dio. A volte, la devozione che circondava la sua figura era più intesa di quella riservata ad alcune divinità locali, tanto che gli egizi vissero la sua morte come una grave perdita.

Frontiere più sicure
Il secondo grande sovrano della XII dinastia fu Sesostri III, pronipote di Sesostri I. Nel periodo che intercorse tra questi due regni si succedettero due faraoni, Amenemhat II e Sesostri II. Questi non brillarono in modo particolare ma, se non altro, ebbero il merito di non sciupare quanto di buono avevano fatto i primi due re della XII dinastia: quando toccò a Sesostri III salire al trono, l'Egitto era ancora un paese prospero, potente e rispettato.
Anche il nuovo sovrano capì l'importanza degli scambi commerciali. Durante il suo regno molte ricchezze affluirono in Egitto dal paese di Punt, verso il quale furono organizzate diverse spedizioni. Il re decise di concentrare la sua attenzione sulle miniere d'oro e di altri metalli preziosi: non solo sfruttandole appieno, ma garantendo la sicurezza dei trasporti dei materiali estratti. Questi infatti, dovevano attraversare deserti infestati da banditi, i quali attaccavano e derubavano le carovane. In Nubia, soprattutto, le razzie dei predatori terrorizzavano carovanieri e mercanti. Per proteggere le piste desertiche, Sesostri III fece costruire delle fortificazioni, dall'alto delle quali i militari potevano controllare che non vi fossero pericoli nei paraggi. Le stesse piazzeforti servivano anche da rifugio per le carovane che avevano necessità di sostare. Ben tredici fortificazioni furono costruite tra Elefantina e Semma, ognuna sormontata da una torre: questa permetteva di godere di una visuale amplissima e, dominando la valle del Nilo, simboleggiava la potenza del regno.
Artefice di grandi opere architettoniche e preoccupandosi di lasciare tracce  del suo passaggio sul trono d'Egitto, Sesostri III fu uno dei faraoni più raffigurati dagli artisti dell'epoca. Si tratta, anzi, del sovrano di cui oggi conosciamo meglio volto. Una giusta ricompensa per un re che seppe portare il proprio popolo all'apice dello splendore.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...