domenica 9 agosto 2015

Le sembianze del dio Seth

Avevo precedentemente parlato della figura del dio Seth, affascinante divinità del caos che per gelosia e vendetta assassinò il suo stesso fratello. Questa divinità ha attratto particolari attenzioni nel corso degli anni perché a differenza dei suoi colleghi, come Anubis e Bastet, le sembianze della sua testa non ci sono familiari. Da sempre gli egittologi si interrogano sulle sue strane fattezze, tanto da arrivare a bollarle come "testa di animale fantastico", mentre altri ci hanno addirittura visto un formichiere, animale per altro non conosciuto dagli egizi, visto che la famiglia da cui derivano è esclusiva del Sud America. E quindi da dove arriva quella strana conformazione? Proviamo a dare una risposta logica e basata su una mia personale deduzione, o teoria che dir si voglia.

Dal Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto di Mario Tosi, alla voce Seth, pag.122:

"Era un dio teriomorfo, raffigurato come uno strano quadrupede accovacciato sulle zampe, con il muso appuntito e ricurvo, con grandi orecchie dritte al cielo e una coda verticale a guida di freccia: forse un formichiere, un asino selvatico, un okapi o un levriero del Caucaso; aveva gli occhi neri per il suo rapporto con l'oscurità".

Gli egizi non concepivano l’arte nello stesso modo in cui la vediamo noi e nei loro dipinti o bassorilievi non si rivolgevano all'uomo osservatore, ma a coloro che avevano uno strumento differente con cui guardare: le divinità.  Nell'antico Egitto, l’arte non era fatta per i vivi, ma era un insieme di canoni per comunicare con il mondo degli dei, e con questo codice cercavano di trasmettere l’essenza delle figure che rappresentavano. Pertanto i visi e le gambe degli uomini erano dipinti di profilo, con le spalle diritte e il busto a tre quarti, in modo che il dio che osservasse quella raffigurazione potesse riconoscerne l’uomo o la donna rappresentati. È dunque possibile che questo possa valere anche per le fattezze di Seth? 

Nella loro storia gli egizi non hanno mai fatto qualcosa o riprodotto un'immagine che non venisse direttamente dal loro mondo, dalla loro fauna o flora e questo, forse, vale anche per Seth. Questa divinità aveva delle caratteristiche prettamente violente: aggressività, controllo delle tempeste, dei fulmini e di tutti quegli elementi che lo rendevano l'incarnazione stessa del male. Di conseguenza, quale animale, vicino agli egizi, potrebbe unire tali caratteristiche? O almeno in parte? 

La risposta è quantomeno ironica: l'ossirinco, proprio quel pesce che secondo la leggenda mangiò il fallo di Osiride e che fu assimilato e associato proprio a Seth, in particolar modo nella città di Oxyrhynchon Polis, cioè la "città del pesce dal naso aguzzo", così soprannominata da Alessandro Magno. Questo toponimo all'inizio aveva il nome di Per-Medjed: "Città di Medjed", termine egizio con cui ci si riferiva al pesce in questione. Quali sono dunque le caratteristiche del pesce Medjed? 
Per questo consultiamo una delle tante enciclopedia di biologia fluviale che possiamo trovare in ogni biblioteca o libreria:

"A causa della curiosa conformazione del muso (per la quale vengono comunemente chiamati "pesci elefanti") sono assai ricercati dagli acquariofili, malgrado non si tratti di pesci ideali per l'acquario di comunità, dove restano quasi sempre nascosti al buio e nell'oscurità. (...) Carnivori, accettano solo prede vive o surgelate... Gli adulti sono molto aggressivi tra loro, è possibile allevare più individui insieme solo in vasche molto grandi. (...) Possiedono organi speciali che emettono piccole scariche elettriche in rapida successione, fino a un migliaio al minuto. (...) e hanno occhi piccoli e neri".

Il grande libro dei pesci - Parisse - De Vecchi Editore - pag.69



E le orecchie? Forse gli egizi, così come facevano con gli altri esseri, hanno rappresentato gli aspetti principali dell'animale, e quelle che noi oggi consideriamo orecchie, altro non erano che pinne. In effetti, il cosiddetto "pesce elefante", ha nelle sue pinne proprio quell'organo elettrico che gli permette di trasmettere scosse. Anche nelle scettro Uas, probabilmente ipostasi del dio Seth, possiamo notare una sorta di striatura nelle cosiddette orecchie molto simile a quelle dei pesci, e inoltre, lo scettro termina proprio con due estremità, così come la coda del Medjed.


Seth è anche associato ad una particolare forma di "simbolismo acquatico": egli, che si manifesta nel tuono, nella pioggia e nella tempesta, che ha potere sull'acqua come quando "recò danno ad Osiride in quella notte di grande tumulto", è un "dio che sputa". Non vi è dubbio che Seth assunse nel corso della storia egizia diverse sfaccettature, ma in origine il suo culto era perpetrato proprio a Per-Medjed, e in età predinatisca vi era venerato nella forma di un pesce, il Mormyrus kannume, cioè lo stesso tipo di pesce che divorò il fallo di Osiride, dunque una scelta appropriata. 

Questa è forse solo e unicamente una teoria, ma resta comunque un'ipotesi concreta, tanto è vero che era il patrono di Oxyrhynchos, la città del "pesce dal naso aguzzo". 


martedì 21 luglio 2015

I Testi dei Sarcofagi

I fatti accaduti durante il Primo Periodo Intermedio ebbero una chiara ripercussione sulle credenze funerarie degli egizi. In tempi di anarchia politica e crisi spirituale, la comparsa dei Testi dei Sarcofagi rappresentò in modo diretto un risveglio della cultura egizia.


I cosiddetti Testi dei Sarcofagi sono formule funerarie scritte in geroglifico sui sarcofagi di legno dal Primo Periodo Intermedio alla fine del Medio Regno. Si tratta di un insieme eterogeneo di rituali, inni, preghiere e formule magiche, derivati dai Testi delle Piramidi, il cui scopo era quello di assicurare al defunto il favore degli dei. Con il passaggio dei testi dai muri ai sarcofagi, questo tipo di formule non era più una prerogativa del faraone ed era alla portata di principi, nobili e, più tardi, di chiunque potesse permetterselo. Una delle caratteristiche fondamentali di questi testi era la manifestazione dei desideri e delle preoccupazioni dell'essere umano, in contrapposizione al tono dogmatico e regale dei Testi delle Piramidi.

La "democratizzazione" dei destini dell'oltretomba
Le agitazioni socio-politiche della fine dell'Antico Regno ebbero una chiara influenza sullo sviluppo della religione funeraria. Il potere del faraone si indeboliva e cresceva quello dei governatori di provincia. L'Egitto viveva una situazione di miseria, disordine collasso e crisi spirituale, che sfociò in una sorta di "rivoluzione democratica". Si ritenne allora che anche i semplici cittadini potessero godere nell'oltretomba di una vita fino ad allora riservata al sovrano e furono utilizzati anche per loro i testi funerari regali, al punto da identificare il comune defunto con Osiride. In tal modo tutti avrebbero avuto lo stesso destino e le stesse possibilità di raggiungerlo attraverso riti magici e funerari, che rimasero fissati nei Testi dei Sarcofagi. Innovativa fu la presenza di scene illustrative - che non sono presenti nei Testi delle Piramidi, riservati solo al re - e che ora erano riprodotte sui sarcofagi di defunti appartenenti anche alla classe media, prova evidente della "democratizzazione" del rituale funerario. In un capitolo scritto su sei sarcofagi di el-Bersha è affermata l'originaria uguaglianza di tutti gli uomini, ai quali il creatore ha concesso le stesse possibilità in un mondo perfetto. Inoltre, l'esistenza del male viene imputata alla colpa degli uomini, che hanno trasgredito il comando divino della fraternità.

Mura, papiri e sarcofagi... 
Non sempre questi testi si trovavano sui sarcofagi di legno: alcuni erano riprodotti sui muri della camera sepolcrale. Il colore dell'inchiostro sui muri era nero, a limitazione di manoscritti su papiro. Da Ermopoli proveniva una parte dei testi usati nella decorazione dei sarcofagi. Anche un papiro - oggi conservato a Torino - riproduce rituali utilizzati nei testi dei sarcofagi. Si tratta, dunque, di una letteratura abbastanza vasta, dotata di proprie caratteristiche; il linguaggio è meno classico e conciso di quello dei testi precedenti. Le idee sono confuse e, spesso, vengono utilizzati termini inadeguati e imprecisi ad una prima occhiata. I temi principali sono l'immortalità e il combattimento e la vittoria sul nemico nell'aldilà. Le allusioni alla realtà terrena vengono progressivamente abbandonate e sostituite da altre che fanno riferimento alla vita degli dei, da cui il defunto ottiene favori, nel suo desiderio di vivere eternamente con loro. Sebbene i Testi si basino sulla fiducia nella magia e nei riti, essi elogiano anche la virtù morale del defunto.


...le divinità
La mitologia raccolta in questi Testi è molto varia. Comprende passi tratti dalla dottrina eliopolitana, in cui è descritta la lotta tra Ra ed Apophis. Hathor, anche lei inserita in questa tradizione solare, era la dea principale del centro di Gebelein. Vi sono anche tracce della dottrina ermopolitana, che si riferiscono all'origine del mondo a partire dalle quattro coppie di divinità primordiali. Inoltre, troviamo contenuti a carattere naturalistico riguardo al ciclo della vita, composizioni poetiche adatte all'uso funerario, come La canzone dei quattro venti, o descrizioni introduttive al mondo dei defunti. Nei Testi si fa riferimento a Iside decapitata o alla resurrezione di Osiride. Questa divinità compare nei formulari delle offerte, un rituale di origine regia, che rappresentava in quel periodo una credenza viva che avrebbe ottenuto sempre più il favore del popolo. Nella tradizione funeraria dell'aldilà, il dio dell'oltretomba finirà per chiamarsi Osiride-Ra.

Dai testi dei Sarcofagi al Libro dei Morti
I Testi dei Sarcofagi, come insieme destinato a un uso funerario, in gran parte ispirarono e furono il punto di partenza del Libro dei Morti del Nuovo Regno. Sui sarcofagi di el-Bersha è riportata una mappa degli inferi, in cui sono indicate diverse entità demoniache e i precetti da seguire per superare i pericoli corrispondenti. Ciò costituisce una fase di transazione verso i testi del Libro dei Morti. Allo stesso modo, altri passi dei Testi dei Sarcofagi contengono un abbozzo della "confessione negativa", la stessa che si svilupperà in quelli dei papiri sacri del Nuovo Regno: il defunto doveva menzionare le mancanze di cui non si sentiva colpevole e nel testo si diceva che egli era puro, innocente e giusto nel palare, supponendo che avesse superato il giudizio del tribunale degli dei, che questi ultimi lo avessero riconosciuto innocente e che, quindi, potesse accedere all'aldilà.


  1. Un'offerta che il re dà a Osiride, signore di Djedu, Khentimentiu, il dio grande, signore di Abydos, affinché egli dia ogni cosa buona e pura: mille pani e birre, buoi e uccelli, (vasi di) alabastro e abiti, di cui vive un dio, per il Ka del venerato, Nakhtankh giustificato (presso Osiride).
  2. Il venerato presso Amset, Nakhtankh.
  3. Il venerato presso Shu, Nakhtankh, giustificato.
  4. Il venerato presso Geb, Nakhtankh, giustificato.
  5. Il venerato presso Duamutef, Nakhtankh, giustificato. 
Per un approfondimento sui geroglifici: 1; 2.

martedì 14 luglio 2015

La stele del sogno di Thutmosi IV

"Oh, figlio mio Thutmosi! Io sono tuo padre Horakhty, Khepri, Ra, Atum". Coì parlò la Sfinge a un giovane principe, spingendolo a rimuovere la sabbia che la copriva, in cambio del trono. Egli regnò in Egitto con il nome di Thutmosi IV.


Il regno di Thutmosi IV (1412-1402 a.C.) fu breve, ma segnò un'epoca di pace per l'Egitto. Suo padre, Amnehotep II, lo aveva associato al trono anche se non era il primogenito. I due fratelli maggiori erano morti prima del padre e così il regno spettò al più giovane. Per consolidare il suo trono, i sacerdoti tebani del dio Amon elaborarono una serie di predizioni dell'oracolo, che lo legittimavano come faraone. Nonostante tutto, secondo una leggende, Thutmosi IV doveva il trono alla Sfinge di Giza. Un giorno, mentre era a caccia, si sedette alla sua ombra. A quell'epoca la Sfinge era coperta di sabbia. Il giovane fece un sogno in cui essa gli parlò: "Io ti porrò a capo del regno dei viventi; tu porterai la corona bianca e quella rossa sul trono di Geb, principe degli dei. (...) Ora la sabbia del deserto mi tormenta, quella sabbia che un tempo era sotto di me. Occupati di me, affinché tu possa realizzare tutto ciò che desidero. Io so che tu sei mio figlio e mio protettore". Così, Thutmosi fece rimuovere la sabbia e restaurare la Sfinge. Tra le sue zampe fece erigere una stele sulla quale si raccontava il sogno. In cambio la Sfinge, come rappresentazione del dio Harmakhuis, lo trasformò nel faraone Thutmosi IV.
Così come risultava nella stele della Sfinge di Giza, Thutmosi favorì il culto di Eliopoli. Tolse al sommo sacerdote di Amon la carica di visir e di ministro delle finanze, e per evitare che aumentasse il suo potere lo nominò lui stesso. In politica estera, soffocò una ribellione nella Nubia con l'aiuto di Amon, con cui parlò a Konosso. Non abbiamo notizie di campagne militari in Asia, anche se Thutmosi conquistò una fortezza siriaca dove si limitò a esercitare funzioni di polizia. Conosciamo i rapporti tesi con i vicini asiatici grazie alla corrispondenza cuneiforme con i Mitanni. Per rafforzare l'alleanza con quest'ultimi, fu combinato un matrimonio con Mutemuya, una figlia di Artatama I, quando Thutmosi era ancora principe. Da questa unione nacque il suo erede: Amenhotep III.

Di seguito riporto la traduzione della Stele del Sogno di Breasted:

  1. Anno I, terzo mese della prima stagione, giorno diciannove, sotto la maestà di Horo, toro possente che genera splendore, le due dee, duraturo nella sovranità come Atum, Horo d’oro, potente di spada, che respinge i nove archi, Re dell’alto e del basso Egitto, MenkheperwRa, figlio di Ra, Tothmosis, splendente nelle sue corone, amato da ……, da vita, stabilità, soddisfazione come Ra per l’eternità.
  2. Vita al dio degli dei, figlio di Atum, protettore di Horhaket, immagine vivente del Signore dell’universo, sovrano generato da Ra, eccellente erede di Khepri, bello di viso come suo padre, che uscì dotato della forma di Horo su di lui, un Re che… gli dei, che …. il favore dell’enneade degli dei, che purifica Eliopoli; 
  3. Che soddisfa Ra, che abbellisce Menfi, che presenta la verità ad Atum, che la offre a colui che è a sud del suo muro (Ptah), che fa un monumento per fare offerta giornaliera ad Horo, che fa tutte le cose cercando benefici per gli dei del sud e del nord, che costruisce le loro case in calcare, che da in dotazione tutte le loro offerte, figlio di Atum, del suo corpo Tothmosis, splendente nelle sue corone come Ra; 
  4. Erede di Horo sul suo trono, MenkheperwRa, da vita. Quando sua maestà era un giovanetto come Horo, la gioventù in Khemmis, la sua bellezza come il “protettore di suo padre”, egli appariva come il dio stesso. L’esercito si rallegrava per amore verso di lui, i figli del Re e tutti i dignitari. A quel tempo la sua forza era straripante, ed egli
  5. Ripeteva il circuito della sua potenza come il figlio di Nut. Guarda! Egli fece una cosa che gli diede piacere sugli altipiani del distretto di Menfi, sulle sue strade del sud e del nord, tirando a bersaglio con frecce di rame, cacciando leoni e capre selvagge, correndo sul suo carro, essendo il suo cavallo più rapido
  6. del vento, insieme con due del suo seguito, mentre non una persona lo conosceva. Ora, quando venne l’ora di far riposare i suoi accompagnatori, era sempre sulla spalla di Harmakhis, accanto a Soqar in Rosetau, Renutet in …. nei cieli, Nut… del settentrionale… la Signora del muro del sud, Sekhmet
  7. che presiede su Khas… lo splendido posto della prima volta del tempo, di fronte ai signori di Kherakha, la sacra strada degli dei verso la necropoli ad ovest di On (Eliopoli). Ora, la grandissima statua di Khepri (la grande Sfinge - la sfinge è una incarnazione del sole e khepri è il nome del solo che viene in esistenza) riposa in questo posto, la grande in valore, la splendida in forza, sulla quale l’ombra di Ra indugia. I quartieri di Menfi e tutte le città che sono presso di lui (si riferisce a Khepri) vengono a lui, levando le loro mani per lui in preghiera al suo viso, 
  8. Portando grandi oblazioni per il suo Ka. Uno di questi giorni venne ad accadere che il figlio del re, Tothmosis, giunse correndo all’ora del mezzogiorno, ed egli si riposò all’ombra di questo grande dio. Una visione del sonno si impadronì di lui nell’ora di quando il sole è allo zenith, 
  9. ed egli trovò la maestà di questo riverito dio che parla con la propria bocca, come un padre parla con suo figlio, dicendo: Ascoltami! Guardami! Figlio mio Tothmosis. Io sono tuo padre, Horemhaket-Khepri-Ra-Atum, che darà a te il mio reame
  10. in terra alla testa dei viventi. Tu indosserai la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il principe ereditario. Il Paese sarà tuo nella sua lunghezza e larghezza, su quello che l’occhio del signore dell’universo risplende. Il cibo delle due terre sarà tuo, il grande tributo di tutti i paesi, la durata di un lungo periodo di anni. Il mio viso è tuo, il mio desiderio è verso di te. Tu dovrai essere verso di me un protettore
  11. per il mio stato che è di essere sofferente in tutte le mie membra… la sabbia di questo deserto sul quale io sono, mi ha raggiunto, datti da fare per me, in modo che sia fatto ciò che io ho desiderato, sapendo che tu sei mio figlio, il mio protettore, vieni qui, guarda, io sono con te, io sono
  12. la tua guida. Quando ebbe finito questo discorso, questo figlio di re si risvegliò udendo questo…; egli capi le parole di questo dio, ed egli tacque nel suo cuore. Egli disse: “Venite, affrettiamoci alla nostra casa nella città, saranno garantite le oblazioni per questo dio
  13. che noi portiamo per lui: bovini… ed ogni sorta di vegetali freschi, e noi adoreremo Uennefer… Khafra, la statua fatta per Atum Horemhakhet....
Purtroppo il testo leggibile finisce qui, ci sono ancora alcuni frammenti di righe successive, fino alla 19, ma si leggono solo poche parole sparse relative ad ulteriori offerte.



giovedì 9 luglio 2015

L'Inno "cannibale"

Benché i testi egizi più antichi risalgono alle prime dinastie, alcuni riflettono nella loro composizione un'arcaicità che fa supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. L'inno cannibale è uno di questi.


Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e testi funerari. Di questi ultimi, i più antichi sono i Testi delle Piramidi, riservati ai faraoni, ai quali consentivano di accedere al paradiso. Il più antico è quello della piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia; appare anche in tombe di alcuni faraoni della VI e delle loro regine. Tra le varie formule che compongono questi testi vi è il cosiddetto Inno cannibale, che si trova solamente nei Testi delle Piramidi di Unas e Teti (Manetone lo chiamò Otoes), primo faraone della VI dinastia. L'antichità di questo testo, redatto in stile oratorio, si riflette nella scrittura, molto arcaica, e negli dei che vi sono inclusi: elementi celesti, pianeti e Orione. La teofagia (ovvero l'atto del mangiare la divinità) è un altro di questi particolari aspetti arcaici.

Il contenuto dell'inno cannibale
Il destino dei faraoni dell'Antico Regno era l'ascesa al cielo, che consisteva in un assalto al paradiso degli dei; per raggiungerlo era necessaria la magia, poiché si dovevano superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell'aldilà. Il corpo degli dei era pieno di magia, cosicché, per ottenere tale forza, i faraoni dovevano divorarli. Questo tipo di "cannibalismo", praticato soltanto dai faraoni, è stato considerato una forma rituale per impadronirsi della forza degli dei. Divorando questi ultimi, la loro forza magica passava al faraone, che in tal modo si trasformava in una divinità. Alcuni ritengono che i testi facciano riferimento a un'epoca anteriore in cui si praticava il cannibalismo e prendono come esempio alcune società africane che compivano tale rito o risalgono agli inizi del regno egizio quando si effettuava forse qualche tipo di sacrificio umano a carattere rituale. Tuttavia queste restano solo ipotesi non suffragate da prove concrete.
Il tono dell' "Inno cannibale" è certamente pretenzioso; nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per non essere divorate da lui:
"Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Tra essi i grandi sono per la sua prima colazione, quelli medi per il suo pranzo, quelli piccoli per la sua cena, quelli vecchi per il suo incensamento. (...) Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. (...) Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. La durata della vita di Unas è l'eternità, il suo limite è la perpetuità (...) Ecco che l'anima degli dei è nel corpo di Unas, (...) Unas possiede il loro spirito (...) Ecco che l'anima degli dei appartiene a Unas".

mercoledì 1 luglio 2015

I testi delle Piramidi

Il desiderio di avere accesso alla nuova vita nell'aldilà ha la sua più antica testimonianza nei Testi delle Piramidi, passaporto dei faraoni per l'eternità. Si tratta della raccolta di testi religiosi più importante dell'Antico Regno.
I testi delle Piramidi sono una raccolta di formule destinate a facilitare l'ascesa al cielo del defunto, grazie al potere magico della scrittura. Per il luogo in cui furono scritti - le piramidi - il privilegio doveva essere esclusivo del faraone. Questi testi, che non compaiono in tutte le piramidi, hanno il loro riferimento più antico nella piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia, ma vi sono testi anche in quelle di sovrani della VI e della VII, come Teti, Pepi I, Merenra I, Pepi II e tra regine spose di quest'ultimo. Si conoscono in totale 800 formule, anche se non sono state trovate tutte in un'unica piramide. La compilazione di questi testi indica che furono scritti in diversi periodi storici; lo stile arcaico della scrittura e l'uso della seconda o della terza persona sono testimonianze dell'evoluzione della lingua egizia. Vi sono formule risalenti ai primissimi tempi dell'Egitto faraonico, e anche precedenti, come nel caso dell'Inno Cannibale, databile al Periodo Predinastico. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi , alcuni egittologi ritengono che i faraoni dubitassero della loro salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi il cammino verso il cielo.
Sebbene la provenienza delle formule incluse nei Testi delle Piramidi sia varia e in esse si riflettano idee appartenenti a diverse teologie, nella redazione complessiva si nota l'influenza dei sacerdoti eliopolitani. La salvezza del sovrano si trova nel cielo, mentre i sudditi hanno un paradiso terrestre. Il destino finale del faraone poteva essere salire sulla barca di suo padre Ra, dio Sole, o trasformarsi in una stella e divenire eterno. Nei Testi di trova riflesse la politica del momento poiché, oltre al crescente potere dei sacerdoti, rappresentato dal culto di Ra, il defunto viene identificato con Osiride, dio dei morti, mentre il faraone regnante con Horus. Nei Testi delle Piramidi vengono menzionate alcune leggende che saranno sviluppate in seguito, come la morte di Osiride. Altri testi riguardano culti del faraone o rituali che venivano compiuti durante la vita del re, e scongiuri magici contro le forze del male che erano in agguato nell'aldilà.


I Testi della piramide di Pepi I
Nella zona a nord di Saqqara si trova la piramide di Pepi I, faraone della Vi dinastia. Questa tomba, successiva a quella di Unas, fu scoperta prima. Su tutte le pareti interne c'erano formule scritte con geroglifici verdi riguardanti appunto i sacri Testi. Alcune di esse figurano già nella piramide di Unas, ma altre apparivano per la prima volta. Il grande lavoro di Maspero e, più tardi, di Kurt Sethe, ha permesso di conoscerne il contenuto. Il testo, che probabilmente veniva recitato da un sacerdote durante la cerimonia funebre, aveva uno stretto legame con il luogo in cui veniva scritto. Secondo alcuni egittologi, i testi devono essere letti dalla camera sepolcrale verso l'esterno, a indicare la resurrezione del defunto che, uscendo dal sarcofago abbandonava il mondo sotterraneo attraverso un corridoio. Altri parlano di una processione fino al sarcofago, come nel caso della piramide di Pepi I. Il vestibolo assomiglia al tempio della valle, dove veniva accolto il sarcofago del defunto. Il corridoio si identifica con la stra maestra che saliva al tempio alto, qui identificato con l'anticamera, dove venivano compiuti diversi rituali; la sala del sarcofago è il recinto in cui solo il faraone o il sacerdote avevano l'autorità di celebrare il culto. Nonostante il lavoro di Maspero e Sethe, l'opera di copiatura e di traduzione dei Testi della piramide di Pepi I è ancora in fase di elaborazione e di studio.

domenica 21 giugno 2015

Oltre il Gineceo: la storia antica al femminile

Quest'oggi esce finalmente il mio primo libro, un testo pensato per ogni tipo di lettore e che ho voluto scrivere al fine di incrementare la conoscenza generale della condizione femminile nelle antiche civiltà del mediterraneo.


(clicca sulla scritta)



Ecco alcuni estratti in anteprima:

Dal capitolo su Nefertiti...

"Che questo nuovo "re" potesse essere la regina Nefertiti fu ipotizzato per la prima volta da Henri Gauthier nel 1912, poi da Campbell nel 1964 e infine da Nicholas Reeves in tempi più recenti. Gauthier affermava che: "il primo nome, e l'originale, del coreggènte di Akhenaton era Neferneferuaton, e... che l'adozione del nome alternativo Smenkhara fu una modifica posteriore"."

 pagina 33

Dal capitolo sulle donne mesopotamiche...

"La separazione era comunemente voluto dal marito, ma anche le mogli erano autorizzate a divorziare dai loro compagni se vi fossero prove di abusi o di negligenza, così come abbiamo visto nel codice di Hammurabi. Un marito poteva ripudiare sua moglie se ella risultava sterile, ma poiché avrebbe poi dovuto ripagare la dote era più pratico che il consorte prendesse una concubina, magari scelta proprio dalla moglie."

pagina 54 

Dal capitolo sulle donne greche...

"Una caratteristica insolita della vita spartana era la pratica della  "condivisione della moglie", usanza testimoniata da diversi storici antichi. Un numero indefinito di spartani potevano spartirsi la stessa sposa, sia come mezzo di unione e sia per facilitare la procreazione. Infatti essi consideravano i figli nati da queste relazioni come propri, indistintamente da chi fosse il padre naturale."

pagina 92


Dal capitolo su Elena, madre di Costantino...
"Elena riportò a Roma una gran quantità di reliquie, dai chiodi usati per trafiggere la carne di Cristo alle scale adoperate da Gesù per salire all'aula del tribunale di Ponzio Pilato, cimeli che ancora oggi vengono conservati a Roma. "

pagina 196

In anteprima mostro anche l'indice:

 Per acquistare il libro, sia in formato cartaceo che in quello ebook, cliccare qui: Oltre il Gineceo

sabato 13 giugno 2015

I testi delle Steli funerarie 2

Abbiamo parlato precedentemente degli epiteti principali delle divinità (clicca qui) presenti sulle steli funerarie. Adesso vedremo come continua la formula funeraria standard più impiegata nel corso della XVIII dinastia, molto spesso troverete le stesse iscrizioni con la formula estesa della parola, in questo caso affidatevi al determinativo della parola. Ricordiamo dunque che la formula inizia con: "Offerta fatta dal re al (nome della divinità) (epiteti del dio)" e continua come segue:


Fornisco ora altri elementi della lista delle offerte funerarie più comuni, che si trovano nelle iscrizioni di tali steli:


Ricapitolando, onde comprendere meglio la parte finale, ricordo che la formula funeraria standard recita: "Offerta del re (al) dio X (epiteti). Si dia a lui (al defunto) un'offerta funeraria consistente in (segue lista delle offerte)". Generalmente le steli funerarie si concludono con quanto segue:




mercoledì 10 giugno 2015

I testi delle Steli funerarie 1

Quest'oggi iniziamo lo studio geroglifico dei testi delle steli funerarie d'offerta. Questi reperti sono ovunque nel mondo, in ogni museo quindi vi potrete cimentare nella lettura e nella comprensione di questa straordinaria civiltà. Iniziamo dunque con la prima frase di una tipica stele funeraria egizia:


A questa formula iniziale seguono generalmente una o più divinità con i loro epiteti più comuni, formando dunque la frase: "Offerta fatta dal Re al dio X", esempio:


Tuttavia, questi sono i titoli più comuni di Osiride, ma potreste incontrare anche altri epiteti a lui connessi. Osiride appare sovente nelle stele funerarie in quanto divinità posta a capo dell'aldilà, quindi andiamo a dare un'occhiata agli altri titoli:


Abbiamo visto come, nelle steli funerarie la formula "Offerta del re" venga spesso seguita dai nomi di una divinità e dagli epiteti più comuni, per ora sono stati illustrati quelli di Osiride. Adesso vedremo invece un'altra divinità dalla forte connessione con l'aldilà: Anubi, il cui nome egizio era Inpw e che era il dio funerario per eccellenza, preposto fra le altre cose all'imbalsamazione. Vediamo di seguito i titoli del dio delle necropoli.



domenica 7 giugno 2015

Le lampade di Dendera

L'antico Egitto ha da sempre attirato le simpatie di coloro che cercano misteri o enigmi extraterrestri, per questo motivo, nonostante gli sforzi degli esperti, esistono decine di false leggende legate agli egizi che trovano ancora una difficile "risoluzione". La difficoltà non sta per noi specialisti nel dare delle risposte ma è nell'abbattere il preconcetto generale, perché è più facile, così come facevano gli uomini primitivi, imputare ciò che non comprendiamo o non conosciamo a fenomeni divini o alieni, invece di rimboccarsi le maniche e lavorare per trovare una risposta.  
Seguendo questo concetto ho deciso finalmente di affrontare una di queste leggende metropolitane: le cosiddette "lampade" di Dendera. Per fare ciò, a differenza dello standard morfologico che uso di solito, fornirò delle risposte a delle ipotetiche domande che potrebbero essermi poste da coloro che cercano delle informazioni al riguardo.


In altri luoghi dell'Egitto possiamo trovare qualcosa di simile alla famosa scena scoperta da Mariette?

Nella  raffigurazione in  questione, che  si trova all'interno della quarta Cripta, ci ritroviamo davanti ad immagini cosmogoniche, che non hanno nulla di anacronistico o di unico. Quindi  nessun precursore di Thomas Edison  e Joseph Wilson Swan abitava nell'antico Egitto. Infatti è possibile vedere figure identiche non solo all'interno del Tempio di Dendera, nella camera che Mariette chiama "chambre V", ma anche in altri luoghi. Possiamo trovare qualcosa di simile a Edfu ad esempio, proprio per testimoniare che certe rappresentazioni non  sono  insolite, anche quando si parla di miti differenti. Nondimeno,  bisogna specificare che queste scene sono tipiche di Dendera perché lì ha origine il mito della nascita di Horus Sematawi, visto che ci ritroviamo nel tempio della madre. In generale le persone credono che il politeismo egizio fosse diffuso costantemente e ugualmente in tutto l’Egitto, quando in realtà ogni città aveva i propri principali esseri divini da adorare. Per fare qualche esempio, posso citare Osiride ad Abydos, Amon a Tebe o Ptah a Menfi.  Conseguentemente è normale che in altri templi ci imbattiamo solo in raffigurazioni simili, è un po’ come se un cattolico trovasse un dipinto greco-ortodosso al Vaticano,  possibile, ma poco probabile. Inoltre, occorre dire che molto di quello che ci hanno lasciato gli Egizi è andato perso, quindi non potremmo mai stabilire una stima di quante rappresentazioni simili o identiche avremmo potuto  vedere all'epoca.

Mariette scrisse che  i  testi della quarta cripta descrivono la scena in argomento, «ma non ne danno il senso». Perché non riuscì a comprendere, nonostante la lettura dei geroglifici, ciò che vide?

Nell'opera che Mariette dedica a Dendera, Description generale du grand temple de cette ville, possiamo leggere che la scena delle cosiddette lampade è catalogata come Planche III 44. Continuando a  leggere la  nota, scopriamo che Mariette scrive “I testi descrivono la scena, ma non danno il senso” e poi ci suggerisce di andare a leggere il riferimento della Tavola II 49, che si trova a pagina 176. Tornando  quindi  ai riferimenti della Chambre V,  scopriamo che anche in questo caso lo studioso esprime perplessità, poiché ancora una volta i geroglifici descrivono solo la scena. Tuttavia, bisogna chiedersi se questo è dovuto a rappresentazioni misteriose, o più semplicemente all'approccio scientifico di un ricercatore che lavorava agli albori dell’egittologia. Tra noi e Mariette ci sono oltre centocinquant'anni di ricerca scientifica e di studio metodico, di conseguenza, le affermazioni dell’archeologo vanno riviste alla luce di nuove consapevolezze. Fino a poco tempo fa si credeva erroneamente  che le piramidi fossero state costruite da schiavi, perché così ci ha tramandato Erodoto, mentre il Dr. Hawass ha scoperto che non erano schiavi ma operai salariati. Ritengo quindi che fondare delle teorie anacronistiche sull'opera di uno studioso, per quanto illustre, morto oltre un secolo fa, sia improvvisazione e speculazione.

Abbiamo prima nominato Horus e Hathor, cosa puoi dirci di loro in merito a Dendera?

Horus e Hathor, così come le altre divinità del pantheon egizio, hanno una caratteristica particolare, cioè l’incarnazione di aspetti e sfaccettature diverse. Partiamo dal nome della dea dell’amore, Hathor,  il suo significato  è  “dimora  di  Horus”, cioè il cielo dove nasce il sacro falcone. Tuttavia, a Edfu invece è anche madre di  tutti gli dei, oltre che moglie di Horus.  Stesso discorso vale anche per quest’ultimo, il quale non solo è marito della dea, ma incarna anche il loro figlio, Horus Sematawy; cioè il protagonista delle rappresentazioni della Cripta IV.  Nondimeno, nella tradizione classica, Horus  è figlio di Osiride e Iside, oltre che vendicatore di suo padre. Pertanto, il dio Horus di Edfu è sposato alla  dea  Hathor   di  Dendera  e ogni anno, durante la festa della “buona unione”, la statua della dea arrivava in processione fino a Edfu, dove si celebrava il loro matrimonio divino.

Mariette ebbe diverse difficoltà nell'esplorare i “profondi misteriosi recessi” del tempio di  Hathor,  come mai?

Per prima cosa bisogna specificare che l'accesso a queste cripte era celato al popolo, poiché servivano per custodire oggetti preziosi, ed è quindi naturale che non sia facile entrarvi. In effetti, raggiungere queste cripte non è per nulla comodo, vi si accede passando per un  antro stretto e angusto. Le cripte poi sono illuminate solo con la luce artificiale, quindi possiamo immaginare la difficoltà di Mariette nel capirne il significato, diciamo che per questioni logistiche e pratiche, se l'archeologo fosse vissuto oggi, non avrebbe scritto le stesse  cose. Durante  il mio ultimo viaggio in Egitto ho passato molto tempo a Dendera e con alcuni colleghi abbiamo in programma un  viaggio in Egitto  a settembre, progetto nato anche per completare la nostra decifrazione dei testi delle cripte, proprio perché, a differenza di quanto si crede, e chi è stato a Dendera lo può confermare, queste immagini girano in tondo per tutta la cripta. Di conseguenza, al mio ritorno dall'Egitto, fornirò la decifrazione completa dei geroglifici.

Poniamo ora però l’attenzione solo sulla famosa immagine con le “lampade”, presentando la spiegazione delle tre frasi che compongono la traduzione dei geroglifici posti a descrizione della scena. Iniziamo con il primo passo?

La traduzione iniziale è: "Horus Sematawy è il serpente di rame che sta nel loto nella barca notturna, altezza 4 palmi, barca notturna e loto in oro". Sono d'accordo nel porre l’attenzione su questa immagine in particolare, poiché è quella più discussa e dibattuta, tuttavia bisogna porre l’accento sul contesto, dato che è necessario per capirne il significato. Il testo a cui ci si riferisce indica parte del contenuto della cripta, poiché questo luogo serviva per conservare oggetti preziosi, tra cui anche immagini sacre, rappresentate  sulle  pareti per  essere eternamente presenti, quindi le iscrizioni precisano le misure e i materiali di cui erano fatte. Ricordiamoci anche che la stessa Hathor appare sotto la forma di una statua dentro una barca, cioè la stessa statua che poi veniva trasportata a Edfu. Tornando all'iscrizione, sappiamo quindi  che  nella cripta doveva trovarsi un’immagine sacra in rame, che rappresentava  il dio Horus  Sematawy che nasce dal loto. Questa versione del  dio  Horus  non  significa altro che “Horus unificatore delle due terre".


Soffermiamoci sul fiore di loto (le famose “lampade”), cosa rappresentano in realtà?

Il fiore di loto è un simbolo antichissimo, fin dagli albori della civiltà egizia era usato per indicare l’Alto Egitto, associandolo alla dea Nekhbeth, mentre per il Basso Egitto abbiamo il papiro con corrispondenza alla dea Uadjet. Questo fiore è associato anche a concetti come rinascita e generazione, come ad esempio accade con il mito dell’oceano primordiale, il Nun.  Non  molto tempo fa ho letto un articolo di Diego  Barucco, uno studioso appassionato di egittologia, che dava questa stessa definizione,  cioè quella di un loto che sia donatore di vita e di luminosità; una luce quindi che non ha nulla a che fare con delle lampade, come accenna nei suoi studi Marco Chioffi. Naturalmente, queste argomentazioni di teologia egizia andrebbero approfondite maggiormente in modo individuale attraverso la lettura di libri del settore.

La presenza di oggetti sacri all'interno delle cripte di  Dendera  è testimoniata altrove? 

Oltre che dalle descrizioni parietali, è visibile a Dendera anche il trasporto degli stessi immortalato in una scena processuale, vicino alla terrazza del tempio, dove, ad esempio, si vedono sacerdoti con degli scrigni. Nella prima sala ipostila, sul lato destro ci sono delle scale a rampa, mentre a sinistra si trovano delle scale rettilinee che conducono direttamente al tetto; le stesse che erano usate dai sacerdoti per trasportare gli oggetti sacri in occasione della Festa dell’Anno. Presumibilmente, queste raffigurazioni rappresentano gli oggetti conservati all'interno delle cripte e in altre sale del complesso di Dendera e che ogni anno venivano trasportati tramite una processione fino al tetto. Anche all'esterno del santuario vi sono scene di una processione di donne, raffigurate mentre portano le ricchezze delle province che incarnano al tempio.

Puoi darci notizie dei tesori celati nelle cripte, in particolare della statua di Horus?

Come  è facilmente intuibile, i saccheggiatori  non  hanno lasciato nulla di prezioso, ciò che è stato rinvenuto a Dendera sono pezzi di valore storico, come statue in pietra o resti di altri templi, ma così come in molti altri santuari in Egitto, i tesori conservati sono  andati  perduti per sempre.

Cosa pensi tu dell'idea collettiva che quelle ritratte a Dendera siano delle vere lampade?

Lasciando perdere la facile ironia, voglio dire anche che l’elemento essenziale del filamento delle lampadine è il tungsteno, elemento chimico ipotizzato solo nel 1779. Senza contare che per creare il processo chimico che porta  all'accensione di  una lampadina del genere ipotizzato a Dendera,   abbiamo  bisogno  di due gas: Azoto e Argon, entrambi scoperti a fine settecento. Inoltre, vi assicuro che se gli Egizi avessero avuto una tavola periodica, presumibilmente i Greci e di logica i Romani lo avrebbero saputo e di conseguenza anche noi. Devo dire poi che, per spiegare quest’abbaglio di massa, bisogna partire dall'idea che è tipico del cervello umano  cercare legami con  il proprio mondo, questo fenomeno viene chiamato "pareidolia", altrimenti lo potremmo ricondurre ad una sorta di criterio di Shepard sul riconoscimento di cose conosciute indotto da oggetti non familiari. Quindi, disponendo dei mezzi dati dallo studio costante di tale civiltà, occorre aggiungere che se questi “misteri” non  fossero osservati con   l'occhio   moderno, ma guardati da chi ha una visione diversa, cioè colui che è cresciuto nell’epoca egizia, sembrerebbero solo ciò  che sono. Per concludere, ripeto ciò che ho precedentemente dichiarato, bisogna guardare a egittologi moderni, che hanno a disposizione ottimi mezzi per poter interpretare il mondo egizio

mercoledì 13 maggio 2015

Il mistero del Re Scorpione

Nell'Ashmolean Museum di Oxford, in Inghilterra, è conservata una reliquia straordinaria: rinvenuta nel tempio di Hierancopolis, risalirebbe al periodo predinastico. Si tratta della parte superiore di una mazza da guerra in pietra calcarea, su cui sono magnificamente scolpite diverse scene. Una di queste, particolarmente eloquente, sembra avere un significato ben preciso: raffigura, infatti, un personaggio di imponente statura, cinto con la corona dei sovrani dell’alto Egitto. Un re, dunque: è vestito con il tipico gonnellino da cui pende una coda di toro, simbolo di potenza; tra le mani, inoltre, stringe un utensile per arare la terra. Intorno a lui vi sono numerosi altri personaggi, di statura più bassa, una convenzione egizia per esprimere la superiorità del sovrano rispetto ai sudditi: uno di loro regge un cesto in cui è raccolto il terreno scavato dal re. All'altezza del viso di quest’ultimo, risaltano due immagini: una stella a sette raggi (o fiore) e uno scorpione. Poiché non si era interpretare il significato di questi due simboli, il gigantesco e misterioso personaggio è passato alla storia con il nome di “Re Scorpione”.

Molte domande, poche risposte
Noi esperti non siamo ancora riusciti a dare una risposta certa a diverse domande riguardanti il Re Scorpione; e forse non ci riusciremo mai. Per esempio, non si sa ancora con esattezza quando sia vissuto. Alcuni egittologi ritengono che il suo regno risalga a tremila anni prima di Cristo; tuttavia, i dubbi mano a mano che si approfondisce la conoscenza della cronologia dei Faraoni. Chi era, dunque, il Re Scorpione? In quale parte dell’Egitto regnò? Che potere aveva, e quanto durò il suo regno? Sono tutte domande alle quali è davvero difficile dare risposte definitive: spesso, ci si deve limitare a formulare delle ipotesi.
Nel III secolo a.C., lo storico greco-egizio Manetone si occupò per primo di suddividere la storia egizia in trenta dinastie, classificazione ancora utilizzata dagli egittologi moderni. Il termine “Dinastia” adottata per la storia dell’antico Egitto, in realtà, non indica propriamente una successione di sovrani appartenenti alla stessa famiglia. Nella civiltà dei faraoni, la Dinastia corrisponde invece ad un periodo storico ben definito. In genere, gli specialisti riuniscono tutti i Re sepolti ad Abydos nella Dinastia 0. Per questo anche Re Scorpione. Se si osserva con attenzione la scena scolpita nella mazza precedentemente descritta, si può cercare di interpretare l’immagine raffigurata. Il Re è intento a scavare la terra, ma cosa sta facendo esattamente? Sta tracciando un solco, una strada, un canale di navigazione o di irrigazione? Prepara le fondamenta di un palazzo o di un tempio? È un mistero. Quel che è certo è che l’azione compita dal Re, qualunque essa sia, ha un carattere costruttivo ed esemplare: il gesto di scavare la terra, infatti, può essere associato ai concetti di "rendere fertile",  "bonificare", "edificare" e "fondare". Un atto positivo dunque che descrive il sovrano come un benefattore del popolo. Un’altra scena presenta una seria di bandiere di città e provincie, decorate con uccelli e simboli degli dei Seth e Min. È possibile che si tratti di una rappresentazione delle contrade dell’alto Egitto, di cui Seth, dio del caos, era il protettore e sulle quali il sovrano estendeva la propria autorità.
Per quanto riguarda gli uccelli, si potrebbe trattare di una raffigurazione delle popolazioni e delle tribù nomadi sulle quali regnava il Re Scorpione. Una terza scena scolpita sulla testa di mazza offre altri indizi significativi sull'enigmatico personaggio: si tratta, infatti, della sinuosa rappresentazione del Nilo, fonte di fertilità e di vita per il paese. Ogni anno, nei mesi estivi, il fiume si gonfiava d’acqua e tracimava nel suo corso inferiore, inondando tutto il terreno circostante. In autunno, le acque defluivano lasciando il terreno ricoperto di limo, straordinario concime naturale che dava vita a una vegetazione rigogliosa e ricompensava il duro lavoro dei contadini.

Il popolo del Re Scorpione
I sudditi di questo faraone erano sicuramente formati dall'unione di diverse etnie, avvenuta durante i secoli precedenti, quando i primi abitanti della valle del Nilo si erano mescolati con le popolazioni provenienti dal Sahara orientale. Per molto tempo si è affermato che l'unificazione politica dell'antico Egitto avvenne per opera di Narmer, chiamato anche Menes, sovrano della I dinastia che regnò intorno al 3000/3100 a.C. In realtà, questo dato non è affatto confermato. Alcuni studiosi pensano che, ben prima di Narmer, sia esistita in Egitto una civiltà unificata da una scrittura comune, e che l'unione dell'Alto e del Basso Egitto fosse già stata attuata. Questo processo, ovviamente lungo e complesso, avrebbe coinvolto diversi regni. Il re Scorpione, quindi, non sarebbe stato una singola persona, ma un simbolo scelto per rappresentare i diversi sovrani vissuti durante il processo di unificazione. Altri egittologi ritengono di poter attribuire al periodo predinastico precedente Narmer due nomi sovrani: quello del re Scorpione e quello di un sovrano chiamato Ka. Tuttavia, vi sono anche altre tradizioni, che farebbero risalire l'inizio della monarchia dell'Alto Egitto al 5500 a.C.
Vista l'incertezza di diversi miei colleghi, queste ipotesi vanno accolte con cautela. Tuttavia, si può affermare che una certa unità culturale e politica, opera del re Scorpione, sia effettivamente esistita prima di Narmer. Mentre l'unificazione del paese in senso stretto, invece, sarebbe stata opera di quest'ultimo: fu lui a porre definitivamente l'Alto e il Basso Egitto sotto uno stesso governo.


giovedì 7 maggio 2015

I testi degli Ushabti

Quest'oggi affrontiamo un discorso che riguarda il mondo funerario egizio: cioè i testi geroglifici degli Ushabti, le statuette funerarie "rispondenti" (è questo il significato della parola "ushabti"), che venivano posti nelle tombe per rispondere al posto del defunto. 
Quando apparvero nel Medio Regno, di Ushabti ve n'era uno in ogni tomba, poi il senso della sostituzione cambia e la statuetta, che doveva sostituire fisicamente il defunto, diviene un servitore. Di conseguenza il numero salì sempre di più e alla fine, nelle tombe di chi poteva permettersi la spesa, gli Ushabti furono centinaia, sino a uno per ogni giorno dell'anno o più. Se si era in possesso di 365 Ushabti "operai", dovevano esserci anche i supervisori per le squadre (generalmente 10). Si dice che vi fossero più di 700 Ushabti nella tomba di Sethi I, e almeno 414 in quella di Tutankhamon. 

Di seguito l'inizio della formula geroglifica:


Dopo le generalità del defunto inizia la formula vera e propria dell'Ushabti, che era simile per tutti: essa in effetti era tratta dal Sesto Capitolo del Libro dei Morti. Ovviamente si trovano lievi variazioni a seconda delle epoche e dei laboratori artigianali dove venivano prodotte le statuette. Esse potevano esser prodotte in serie, come quelle di pasta vitrea, con la formula identica per tutte, in cui veniva cambiato il nome del defunto, oppure quelle - ovviamente più care - create per i più ricchi personaggi, in legno dipinto, pietre dure o, per i re, in materiali più preziosi.


Più sotto vedremo come continua la formula iscritta sugli Ushabti. Prima però vale la pena fornire qualche informazione sulle iscrizioni geroglifiche di queste statuine. Quelle che fornisco in questo post è la formula standard, generalmente iscritta in più linee orizzontali sul corpo degli Ushabti. Tuttavia sono comuni anche iscrizioni più brevi: esse si trovano generalmente sulle statuette dell'Epoca Tarda, fornite di pilastrino dorsale. È appunto su quest'ultimo che, in un'unica colonnina di testo si trova la breve frase "Risplenda l'Osiride X, figlio di Y", prima frase della formula che abbiamo già visto. A volte la formula si limita ai nomi: "L'Osiride X, figlio di Y". Ma vediamo invece come continua la formula standard, dopo aver ricordato che la prima parte della frase era: "O se questo Ushabti è chiamato..."


Di seguito riporto il resto della costruzione dei testi degli Ushabti, il problema è che queste strutture sono difficili da rendere in italiano, visto che la costruzione è più complessa. Tuttavia fornirò sia la traduzione letterale che l'interpretazione. 


Il senso della frase è dunque il seguente: per gli egizi nell'aldilà bisognava svolgere i lavori che avrebbero permesso il giusto trascorrere della vita eterna. Nel momento in cui il defunto, messo in nota per compiere i lavori che si devono compiere nell'oltretomba, fosse stato chiamato al suo posto, avrebbe dovuto rispondere l'Ushabti, assumendo per sé l'incarico come avrebbe farebbe ogni uomo ligio al proprio dovere, e assolvendo così alla propria funzione il defunto non sarebbe dunque stato costretto a compiere lavori faticosi. La frase si conclude con l'istruzione e l'esortazione alla giusta risposta per l'Ushabti: Tu, dì "eccomi".

Con queste ultime frasi concludiamo le formule degli Ushabti, ricordando però che si tratta della versione di base: oltre a piccole variazioni, si possono incontrare formule più lunghe, specie nei passaggi che riguardano la lista dei lavori da compiere o in ripetizioni della frase sulla risposta da dare quando il defunto messo in lista viene chiamato. Inoltre, nel caso di personaggi importanti, si trovano anche i titoli del defunto. Nell'ultima frase abbiamo visto l'esortazione del defunto verso il servitore a compiere dei lavori, qui vediamo di quali compiti dovesse assolvere. 


Questa frase accenna a quale fosse il lavoro principale del defunto e cioè "trasportare la sabbia da Occidente a Oriente e viceversa", questo trasporto della sabbia si riferisce al lavoro quotidiano dello svuotamento dei canali poiché essi fossero mantenuti puliti. Vi erano però altri lavori agricoli da svolgere nell'aldilà, elencati da formule più complete: "far crescere i campi", "far si che essi siano pieni di canali". Per questa ragione gli Ushabti erano spesso raffigurati con le braccia incrociate e le mani che tenevano la zappa (o due zappe) e la corda del cesto, che era raffigurato sulle spalle. Altri Ushabti possono tenere invece la piuma di Maat, la verità.

Infine ricapitoliamo quindi l'intera iscrizione:


venerdì 1 maggio 2015

Le divine adoratrici di Amon

Durante il Terzo Periodo Intermedio, che fece seguito al Nuovo Regno, l’Egitto cadde sotto il controllo di sovrani stranieri. Per conquistare le simpatie del clero di Amon, i nuovi faraoni riportarono in auge un antica tradizione, ripristinando la figura della “divina adoratrice”. Le principesse investite di questa carica diventarono così un tramite tra il potere spirituale e quello temporale.


Alla morte di Ramsess XI, ultimo faraone a portare questo nome e ultimo re della XX Dinastia, un sovrano di nome Smendes prese il potere nel nord dell’Egitto e fissò la sua capitale a Tanis. Da quel momento, si stabilì un clima di tensione tra il nuovo potentato e il clero di Tebe, che continuava a esercitare l’autorità nel sud del paese. Lo stato faraonico entrava così in una delle sue fasi critiche, caratterizzata dall'indebolimento del potere centrale e, di conseguenza, dal riemergere degli egoismi particolari. Nel sud del paese, infatti, non tardarono a verificarsi i primi disordini: il risultato fu la nascita di piccoli territori autonomi, i cui capi si auto proclamarono sovrani.

Più potere alla figlia del faraone
Intanto, già durante il regno di Ramsess XI, ma soprattutto con il faraone Smendes, cominciava a prendere piede una nuova pratica religiosa, destinata ad avere importanti ripercussioni sul piano politico. Fino ad allora, il ruolo di “sposa divina” di Amon era stato considerato una prerogativa esclusiva delle consorti dei sovrani: nell'antico e nel medio regno, infatti, erano già depositarie di poteri religiosi equiparabili a quelli dei faraoni, che a loro volta erano considerati il tramite tra cielo e terra. Con la fine del nuovo regno, si cominciò ad assegnare la prestigiosa carica non più alla sposa reale, ma a una delle figlie del faraone: in questo modo, la principessa investita del titolo di “sposa divina” (o “divina adoratrice”) diventava di fatto una sorta di regina. La conseguenza più immediata e concreta di questo nuovo costume religioso fu il moltiplicarsi della pratica delle adorazioni, e questo per due motivi: in primo luogo, perché non tutti i faraoni avevano una figlia da destinare a questo tipo di funzione; in secondo luogo, perché investire una principessa di una parte del potere reale serviva ad aumentare l’autorità e l’influenza del faraone. 

Il potere centrale va in frantumi
Col passare degli anni, la situazione politica dell’Egitto divenne, se possibile, sempre più complicata. La XXII e la XXIII Dinastia, formate anche da sovrani di origine libica o etiope, seguirono corsi paralleli: la prima, sulla scia di Smendes, continuò a regnare da Tanis; la seconda, invece, stabilì a Bubastis la propria roccaforte. Ancora una volta, per via dei contrasti tra i diversi potentati, l’autorità centrale andò in frantumi. Iniziava così una nuova fase di anarchia e disordine, denominata dagli storici: Terzo Periodo Intermedio. Fu Osorkon III, sovrano della XXII Dinastia, a tentare di riprendere il controllo del sud del paese, e lo fece proprio facendo leva sul prestigio associata alla carica di “divina adoratrice”: dopo aver abolito la trasmissione ereditaria della funzione di gran sacerdote di Amon, il faraone scelse sua figlia Shepenupet come sposa del dio. Di fatto, agendo in questo modo, Osorkon III aggravò la crisi della sua dinastia: essendo legata ad un dio, infatti, la divina adoratrice non poteva sposare un uomo; questo creò nuovi problemi di successione e indebolì ancora di più il già precario potere reale. A ogni modo, l’autorità di Shepenupet fu più o meno riconosciuta nell’alto Egitto: la divina adoratrice, anzi, inaugurò una stirpe di spose divine che sarebbe durata per ben due secoli. Negli anni in cui la principessa svolse la sua funzione, la dinastia paterna si estinse, e sul trono d’Egitto salirono i faraoni venuti dal regno di Kush, cioè dalla Nubia. Intanto, però, Shepenupet  compì un gesto destinato a ribadire la legittimità del suo ruolo: ordinò la costruzione di una sontuosa cappella dedicata a Osiride presso il tempio di Karnak. Facendo erigere un edificio sacro, la principessa riaffermava il suo potere sovrano. 

Il regno dei “faraoni neri”
Fu in quel momento che i re di Kush presero il comando dell’Egitto e, in particolare, della regione tebana. Il fondatore della dinastia nubiana si chiama Kashta: per prima cosa, volle far adottare sua figlia Amenirdis da Shepenupet; in questo modo, dimostrava di riconoscere nella figlia di Osorkon III la legittima discendente e continuatrice del potere faraonico. Amerindi, dunque, divenne a sua volta divina adoratrice e sposa del dio Amon. Sul suo conto non si sa molto, ma è lecito supporre che questa principessa affiancò Shepenupet in una sorta di coreggenza. Una statua che la immortala è oggi custodita al museo egizio del Cairo: in origine ricoperta d’oro, raffigura la sposa divina nel costume tradizionale da sacerdotessa, adornato da oggetti e paramenti sia divini che regali. In seguito, Amenirdis adottò una nipote che prese il nome di Shepenupet, probabilmente per affermare la continuità della dinastia regnante. La nuova sacerdotessa era la sorella dei faraoni Piankhy e Shabaka. Il primo salì sul trono intorno al 747 a.C. e vi restò per circa trent'anni. Signore di Tebe e dell’alto Egitto, approfittò della divisione del paese per tentare la conquista: nelle sue mani caddero prima la regione del Fayum e il medio Egitto, poi Menfi e la zona del Delta. Piankhy riuscì così a diventare il sovrano di tutto l’Egitto. Stranamente, invece di godere di questo trionfo, preferì ritornare nella sua lontana capitale nubiana, Napata. Questo, forse, perché temeva i suoi rivali, ancora silenziosi e apparentemente sottomessi, ma che in realtà aspettavano solo la prima occasione per impugnare le armi e ribellarsi al potere reale.

Assurbanipal sconfigge l’esercito di Taharqa
Come abbiamo visto Piankhy era intimorito dai suoi rivali, di fatto, egli morì senza che i suoi timori si realizzassero, e gli succedette il fratello Shabaka. Intanto, Shepenupet II continuava a esercitare il suo ruolo di divina adoratrice, presiedendo alle cerimonie quotidiane e alle grandi festività annuali, e regnando su un assemblea di sacerdotesse. Il suo potere era indiscusso. Come già aveva fatto Amenirdis, Shepenupet II adottò una principessa che assunse il nome di Amenirdis II.  Le due esercitarono congiuntamente il potere per molti anni. Nel frattempo, Shabaka morì lasciando il posto sul trono al faraone Taharqa. Apparentemente, questo avvicendamento non modifico le prerogative delle due spose divine. Fu durante questo regno, però, che il re assiro Assurbanipal cercò di impossessarsi dell’Egitto. Gli invasori presero Menfi e avanzarono progressivamente verso il sud, conquistando anche Tebe. Sconfitto, l’esercito del faraone dovette ritirarsi: le due divine adoratrici si trovarono così a dover affrontare l’invasore. Non è chiaro quale fu il loro ruolo durante l’occupazione assira, ma tutto lascia presumere che le due spose divine furono trattate con grande rispetto, perché parteciparono anche alle negoziazioni politiche che accompagnarono il ritiro degli Assiri. Nel frattempo, il faraone Taharqa, che si era rifugiato in nubia morì. Ciò nonostante, preoccupato di essersi spinto troppo oltre in terra straniera, Ashurbanipal preferì continuare l’evacuazione di gran parte del territorio ripiegando verso il delta. Fu Tanuatamun, figlio e successore di Taharqa, a inseguire gli invasori e a riconquistare poco per volta il paese. Mentre occupavano l’Egitto, però, gli assiri avevano già riconosciuto come faraone Psammetico I, re di Sais e fondatore della XXVI Dinastia: fatalmente, i due sovrani egizi giunsero allo scontro diretto. Nella circostanza, Assurbanipal corse in aiuto di Psammetico I. Sconfitto, Tanuatamun non poté che tornare a Napata, come già aveva fatto suo padre. Con lui si concluse la XXV Dinastia.

Una rinascita culturale ed economica
In tutti quegli anni, le divine adoratrici avevano assistito agli eventi dalla loro città, Tebe. Con le sconfitte di Taharqa e Tanuatamun, e con la fine della XXV dinastia, Amenirdis II e Shepenupet II si ritrovarono a fronteggiare una situazione analoga a quella già vissuta da Shepenupet I: erano, infatti, le ultime rappresentanti di una stirpe reale bruscamente conclusasi con la fuga di Tanuatamun in Nubia. Amenirdis II, allora, pensò bene di adottare la figlia di Psammetico I, Nitrocri I, che divenne a sua volta adoratrice divina. L'episodio è descritto anche nella cosiddetta "stele dell'adozione". 
La pratica dell’adozione delle divine adoratrici era già in uso durante il nuovo regno, in particolare durante la XVIII e XIX Dinastia, ma sembra essere stata ufficializzata con l’ascesa al potere della XXVI Dinastia. Lo dimostrano le iscrizioni della cosiddetta “stele dell’adozione”. Il testo, destinato in origine ad essere esposto nel tempio di Amon, riferisce dell’adozione di Nitocris I, figlia di Psammetico I, da parte di Amenirdis II. Sono riportati dei particolari di accordi diplomatici che prepararono l’evento e l’inventario dei beni lasciati in eredità alla nuova sposa divina. 
Dopo un periodo così turbolento, il regno di Psametico I coincise con una sorta di rinascita dell'Egitto: alla ritrovata stabilità politica, corrisposero un nuovo periodo di prosperità economica e un rifiorire della cultura. A questo proposito, gli storici parlano di un vero e proprio "rinascimento saita": Quanto al ruolo di divina adoratrice, a Nitocris I succedette Ankhenesneferibre, la figlia di Psammetico II. Dopodiché, ancora una volta, il caos riprese il sopravvento: il faraone Apries, successore di Psammetico II, fu destituito dal generale Iahmes, che si proclamò faraone. Puntuali, i popoli stranieri approfittarono della nuova crisi interna: toccò ai Persiani, stavolta, invadere l'Egitto e prendere il potere. Psammetico III, ultimo re della XXVI dinastia, fu arrestato, deportato e ucciso. Al suo posto, salì al trono Cambise, primo faraone persiano e fondatore della XXVII dinastia.

I Persiani fondano la XXVII dinastia
Testimone del crollo della XXVI dinastia e dell'avvento dei dominatori persiani fu Nitocris II, figlia di Iahmes, adottata da Ankhenesneferibre come nuova sposa di Amon. Da quel momento in poi, non è chiaro quale sia stato il destino delle divine adoratici, né se questa funzione fu conservata dai Persiani durante la loro permanenza sul trono d'Egitto. Si può solo presumere che gli invasori, come fecero in altri campi, accolsero anche questa usanza locale. Probabilmente, quindi, la pratica dell'adozione continuò, ma non sappiamo se riguardò delle principesse persiane o delle giovani egizie.

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 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...