martedì 1 novembre 2016

I primi geroglifici

L'invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3100 a.C., fu uno degli eventi più importanti nella storia dell'antico Egitto. Essa fu ispirata dalla necessità di comunicare ciò che non era possibile esprimere visivamente, come nomi propri, numeri e concetti astratti. L'avvento di questa forma di comunicazione fu preparato dall'uso continuato di diversi sistemi di segni grafici. Anche se per le decorazioni dei vasi e oggetti di uso comune di epoca predinastica non si può ancora parlare di una scrittura vera e propria, esse possono infatti già essere considerate forme di comunicazione visiva. In breve, la scrittura ebbe inizio quando a immagini simili a quelle che comparivano, per esempio, sui vasi furono aggiunti segni che implicavano la loro traduzione nei suoni della lingua: figure che si distinguevano chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche e che riproducevano oggetti materiali di ogni genere. Tali segno sono chiamati "geroglifici" (dal greco, "segni sacri"). In Mesopotamia, la scrittura era stata inventata e sviluppata soprattutto al fine di facilitare la contabilità dei templi e dei palazzi. Per quanto riguarda l'antico Egitto, invece, si può notare come l'evoluzione della scrittura sia stata strettamente legata alla rappresentazione del potere e delle sue esigenze pratiche: i sovrani avevano infatti bisogno di rendere più espliciti i cerimoniali legati alla loro persona, come anche di documentare gli avvenimenti importanti dei loro regni. Poiché non ci sono pervenuti testi scritti su papiro risalenti all'epoca Protodinastica (cioè al periodo delle prime dinastie), la più antica storia della scritture deve necessariamente basarsi sulle impronte di sigillo, etichettate e iscrizioni incise sui monumenti regali. Fino al regno di Den, quarto re della I dinastia, i sigilli recavano in genere soltanto il nome del re e dei suoi funzionari. Successivamente, iniziarono a comparirvi anche titoli e annotazioni burocratiche finché, verso la fine della I dinastia, intere frasi poterono essere formulate attraverso sequenze di segni, spesso accostati con il principio del rebus. 

venerdì 28 ottobre 2016

Il tempio di Ramses II ad Abydos

Circa 300 metri a nord del tempio di Sethi I sorgono le vestigia di un santuario eretto da Ramses II, un cenotafio, come l'Osireion, che tuttavia, per planimetria, riecheggiava un tempio tebano del Nuovo Regno e non una tomba reale. Il tetto e la parte superiore delle pareti sono mancanti, ma le scene incise sulle rimanenti superfici sono di particolare interesse poiché conservano la policromia. L'esterno del tempio mostra, su parte della parete sud, un elaborato calendario delle feste e rappresentazioni della battaglia di Qadesh sulle altre pareti. All'interno, un cortile a cielo aperto presenta pilastri osiriaci perimetrali e scene d'offerta sulle pareti. In fondo al cortile, dietro un piccolo portico, quattro cappelle erano dedicate, da destra a sinistra, a Ramses II, all'Enneade, agli antenati regali e a Sethi I. Dietro queste, a destra, un'altra cappella era votata a Osiride. Intorno alla seconda di due sale a otto pilastri, altre cappelle, molte delle quali decorate con fini rilievi, erano dedicate a Osiride, alla Triade Tebana, a Thot e Min. Una stele, collocata di recente al centro della parete di fondo del tempio, cela l'ingresso di una camera che custodisce un grande gruppo statuario composto dalle statue di Ramses, Sethi, Amon e da quelle di due dee.


sabato 22 ottobre 2016

Le trentanove tombe di Beni Hassan

Situata sulla riva destra del Nilo, la necropoli di Beni Hassan conserva uno dei monumenti più preziosi dell'antico Egitto: trentanove tombe scavate in una falesia calcarea, a una ventina di metri sul livello del fiume. Alcune di esse appartenevano ai governatori della provincia dell'Orice, XVI "nomo" dell'Alto Egitto.


Come tutte le città egizie dell'epoca dei faraoni, Beni Hassan fu costruita lungo il Nilo, sulla riva orientale: si trova a circa 270 chilometri a su del Cairo, e fu la capitale della provincia dell'Orice durante tutto il Medio Regno. Il sito archeologico che domina la vallata ospita un complesso funerario scavato nella falesia. In questi luoghi sostò nel 1822 l'egittologo francese Jean-François Champollion: vi ritrovò numerosi affreschi, purtroppo in pessimo stato di conservazione.

La necropoli dei governatori
Come sappiamo, gli antichi egizi attribuivano quasi più importanza alla vita dopo la morta che non all'esistenza terrena. Per le concezioni religiose dell'epoca, vivere significava prima di tutto prepararsi ad accedere nell'aldilà. Anche per questo, gli uomini cercavano di lasciare di sé il miglior ricordo possibile, predisponendo sepolture adeguate al proprio rango. La tomba era per loro la "casa per l'eternità", e dunque doveva essere allestita in modo che il defunto si sentisse come nella propria abitazione. Chiaramente, i membri delle classi più abbienti erano più avvantaggiati in questo senso. Le sepolture di Beni Hassan, per esempio, sono veri e propri "palazzi" fatti costruire dai governatori locali, i "nomarchi": si tratta di almeno trentanove tombe, disposte lungo il fianco scosceso della falesia, a strapiombo sul villaggio. Uno dei nomarchi qui sepolti è Khnumhotep: morì intorno al 1990 a.C., dopo aver amministrato la provincia dell'Orice per molti anni; nell'esercizio del potere locale si era dimostrato un fedele servitore dei faraoni Amenemhat II e Sesostri II, sovrani della XII dinastia. Nella tomba che si era fatto preparare lo attendevano meravigliosi tesori, tra quei gioielli e altri preziosi che furono poi in gran parte trafugati; mi si trovavano anche mobili, stoffe, armi, cibo e bevande, cioè tutto quanto era necessario per affrontare la nuova vita nelle migliori condizioni possibili. Ricordiamo, infatti, che per gli antichi egizi la morte non poneva fine alla esistenza terrena. Si pensava invece che ogni essere vivente umano animale possedesse due anime: il ka, la forza vitale che caratterizza l'individuo e che dopo la morte torna nel mondo degli dei, e il ba, che in certe circostanze può rimanere legato alla terra. Proprio per questa ragione, le tombe erano sempre tenute in perfette condizioni e il defunto veniva commemorato una volta al giorno: si temeva, infatti, che il morto potesse lamentarsi con gli dei per essere stato trascurato, abbandonando e maledicendo la sua dimora.

Le tombe di Beni Hassan e il rispetto della tradizione
In base alle tradizionali credenze egizie, la tomba non serviva solo a soddisfare le esigenze della persona che vi veniva sepolta. Questa, infatti, divideva l'ambiente funebre con i vivi, che vi si recavano regolarmente per rendere omaggio al defunto. La zona riservata al culto, quindi, poteva essere costituita da ampie sale sotterranee, sorrette da colonne e ricoperte da affreschi dei colori vivaci; altari per l'offerte erano collocati davanti alla piccola nicchia che racchiudeva l'effige del defunto, e vi era sempre dell'incenso che bruciava. In altre tombe la struttura era più tradizionale e seguiva i canoni dell'architettura funeraria delle "mastaba" dell'Antico Regno. Queste si componevano di una cappella a volta in cui sacerdote officiava i riti funebri. Nella parte posteriore, ben nascosta e inaccessibile, si trovava una piccola stanza, il serdab, con una statua che rappresentava il ba del defunto. Una falsa porta munita di uno spioncino permetteva al morto di rimanere in contatto con il mondo dei vivi e di servirsi delle offerte. La parte più segreta della tomba, anch'essa ovviamente inaccessibile, custodiva la salma, trasformata nell'immagine di Osiride: vi si accedeva tramite un pozzo funerario abilmente dissimulato, che portava alla sala sotterranea contenente il sarcofago. A differenza di quanto previsto dal modello classico di sepoltura che fiorirà qualche secolo più tardi, la necropoli di Beni Hassan fu eretta in modo che l'ingresso fosse rivolto a ovest. Secondo le antiche credenze, infatti, la nuova vita del morto cominciava quando egli girava il volto verso il tramonto: con il termine "Amenti", infatti, si indicava sia l'occidente che la dimora dei defunto. Tuttavia, la gran parte dei sepolcri è orientata verso est, nella direzione del sole che sorge e, dunque, dell'immortalità. D'altra parte, più importante della direzione simbolica era quella astronomica che legava il defunto alle stelle: a questo proposito, già la mitologia egizia parlava di ascesa del corpo verso il cielo; a quest'idea era collegata la forma delle piramidi, come pure quella del pozzo verticale delle mastaba e delle cappelle funebri del Nuovo Regno: anche la forma architettonica dell'ultima dimora, insomma, doveva agevolare il cammino verso il cielo.

Decorazioni classiche
Gli affreschi delle tombe di Beni Hassan sono di stile classico e raffigurano scene di vita quotidiana all'epoca di Khnumhotep: si riconosco, tra l'altro, contadini impegnati nel lavoro dei campi, battute di pesca e di caccia nelle paludi, artigiani nei loro laboratori, un uomo che sorregge una sorta di boomerang, un altro che suona la lira, giovani atleti impegnati negli esercizi fisici e fanciulle che danzano. Nell'insieme, tutte queste scene restituiscono con molto realismo la vita della popolazione egizia nel periodo del Medio Regno. Champollion individuò anche delle immagini che ritraevano popolazioni nomadi dell'Asia. Rispetto ai temi tradizionali del periodo precedente, sembra esservi stata una certa evoluzione. Le scene sono distribuite lungo tutte le pareti: oltre a quelle che riprendono i diversi aspetti della civiltà del tempo, ve ne sono altre che raffigurano i riti funebri e le offerte riservate al defunto per garantirgli la sussistenza nell'aldilà; altri affreschi a tema mitologico, invece, sono accompagnati da formule che servivano a proteggere il morto durante il lungo viaggio nell'oltretomba. Sembrano scomparse le scene di guerra, indice forse di un periodo di calma o anche del carattere poco bellico del defunto. I primi re del Medio Regno, infatti, si erano prefissi di ricondurre l'Egitto verso l'ordine primordiale della creazione, dopo la travagliata fase del Primo Periodo Intermedio. Alcuni geroglifici incisi e dipinti sulle pareti fanno riferimento ai primi faraoni della XII dinastia: questi arrivarono nella regione per delimitare con precisione i confini tra la quindicesima e la sedicesima provincia "con la precisione del cielo", cioè seguendo la direttiva degli dei, per riprendere il controllo del paese.

A Beni Hassan non riposano solo notabili
Le tombe dei governatori locali sono certamente le più sontuose tra quelle ritrovate a Beni Hassan, ma non sono le uniche ad essere state studiate dagli archeologi. La maggior parte delle sepolture locali, infatti, apparteneva a membri del ceto medio e anche a persone di modesta condizione. Tra la necropoli "popolare" e le tombe dei notabili vi sono evidenti differenze, sia nelle dimensioni sia per il valore degli oggetti contenuti. Non a caso, le seconde sono rimaste indenni ai saccheggi: interessanti per gli studiosi delle antiche civiltà, lo erano certamente di meno per i ladri!

venerdì 14 ottobre 2016

Anello a castone con i nomi di Ramses II e Nefertari


Il tipo di anello qui presentato, assai pesante, a castone piatto inciso con una decorazione, generalmente d'oro, fa la sua comparsa all'inizio del Nuovo Regno e riscuote un notevole successo fino all'epoca di Ramses II. Il monile è in corniola traslucida di colore aranciato pallido. L'anello vero e proprio è piuttosto spesso e solcato da una leggera incisione nella quale è stato appiattito un fiore d'oro; questo trattiene un sottile rettangolo d'oro che, applicato attorno al castone, dà maggiore risalto a quest'ultimo.
Durante il Nuovo Regno, diffondendosi sempre più l'impiego di paste di vetro colorate, la corniola resta la sola pietra semi-preziosa ad essere ancora utilizzata. Le pietre rosse, corniola o diaspro rosso, evocanti il fuoco e il sangue, erano molto apprezzate, anche perché si credeva fossero dotate di un immenso potere magico in grado di assicurare protezione. 
Il castone, rettangolare, reca un'incisione eseguita con tratto rapido e poco accurato. Raffigura due cartigli accostati e sormontati da grandi piume di struzzo ornate dal disco solare. Il nome ufficiale del re Ramses II, User-Maat-Ra è inciso nel cartiglio di sinistra, affiancato a quello di Nefertari, iscritto in quello di destra.
Questo modello di castone decorato con due cartigli giustapposti è assai diffuso fin dalla XVIII dinastia. Generalmente recanti l'incisione di nomi regali, i cartigli potevano anche ospitare la figura del re al cospetto di divinità, o anche soltanto l'immagine di due divinità accostate. All'epoca di Ramses II il motivo dei cartigli sormontati da alte piume diviene molto frequente. Tra le numerosissime spose di Ramses II, Nefertari occupa una posizione unica. In onore della donna amata, Ramses fece costruire un tempio ad Abu Simbel accanto al proprio e fece scavare, nella Valle delle Regine, la tomba più grande e più riccamente decorata. Poche sono le regine che ebbero il loro nome tanto spesso accostato sui monumenti a quello del re, se si eccettua Ty, sposa del faraone Amenhotep III e naturalmente Nefertiti, perennemente affiancata alla persona di Akhenaton.


Dati
Provenienza: sconosciuta
Collezione: Emile Guimet poi Louvre
XIX dinastia - Ramses II
Corniola rossa e oro
2,35x1,3 x x 2,13 cm
Musée du Louvre, Inv.n. E 31890

sabato 1 ottobre 2016

Il tempio di Iside a Pompei

È  l’unico iseo meglio conservato fuori dall'Egitto ed è a Pompei. Parliamo del tempio dedicato alla dea Iside situato nella regio VIII, insula 7. Da che venne riportato alla luce, tra il 1764 ed il 1766, ha catturato l’attenzione sia per le architetture rinvenute in un ottimale stato conservativo che soprattutto per la ricca decorazione parietale, affreschi che furono da subito staccati e dislocati al Museo di Portici, oggi custoditi all’interno del Museo Archeologico nazionale di Napoli insieme a sculture ed altri oggetti di culto rinvenuti in loco. Fu soggetto di numerosi disegni, stampe e incisioni da parte di eruditi e viaggiatori secondo le moda del ‘grand tour d’Italie‘.
Edificato in epoca tardo-sannitica, tra il terzo-quarto del II secolo a.C. e l’80 a.C., verrà poi restaurato a seguito di uno dei tanti terremoti che scossero la città tra il 62 ed il 79 d.C., forse quello del 5 febbraio del 62 d.C.. Il benefattore, il liberto Numerius Popidius Ampliatus, come si legge nell'iscrizione un tempo in bella vista all'ingresso del recinto del tempio ed ora conservata anch'essa al Museo Archeologico nazionale di Napoli, ne attribuirà il merito a suo figlio Celsinus, di appena sei anni, per avviarlo così alla carriera politica. Il tempio è ubicato nel settore sud-occidentale della città, nel cosiddetto “Quartiere dei teatri” mentre l’ingresso è posto lungo la via del Tempio di Iside, strada parallela a sud del più famoso decumano inferiore, la via dell’abbondanza, quasi all'incrocio con la via Stabiana.


Le strutture sacre che oggi è possibile visitare sono il frutto del restauro “popidiano” e quindi pertinenti all'ultima fase di vita prima che l’eruzione vesuviana ne seppellisse le vestigia. L’area del tempio si presenta cinta da un portico quadrangolare contornato da colonne che sappiamo un tempo, stuccate in rosso e in bianco con capitelli tuscanici in rosso decorati con motivi vegetali, sormontato da una copertura in tegole con antefisse raffiguranti maschere di gorgone. Lungo le pareti interne si aprivano diversi varchi di passaggio che davano su vari ambienti tutti pertinenti al culto della dea, esse inoltre erano abbellite da nicchie ospitanti statue di divinità e decorate con pitture di IV stile con la fascia mediana ospitante scorci architettonici e paesaggistici, battaglie navali e nature morte. Il tempio vero e proprio, la aedes, nucleo principale del culto, si colloca al centro del porticato. Di tipo italico, ad esso si accedeva mediante una gradinata che conduceva nel pronaos (una sorta di anticamera) adorno di quattro colonne sulla facciata, da cui si procedeva nel naos (cella) dov'era custodito il simulacro (statua) della dea, verosimilmente realizzato in parte in marmo (testa, mani e piedi) mentre il corpo era in legno addobbato con stoffe e accessori preziosi. L’ingresso della cella, sui lati, era fiancheggiato da due nicchie in cui erano alloggiate le statue di Horus/Arpocrate e Anubis, divinità in stretto legame con Iside. Sulla parete di fondo del naos era presente un alto podio con due piedistalli laterali che ospitavano le statue di Iside e di Serapide o di Osiride mentre un’altra statua di culto, quella di Dioniso con la pantera, rimando associativo tra culti isiaci e dionisiaci, si trovava nella nicchia aperta sulla parete esterna della cella, dove nell'angolo sud-ovest una scala permetteva la comunicazione con l’interno. Le pareti erano inoltre decorate riccamente da stucco bianco e pitture di I stile, mentre i pavimenti, purtroppo perduti, erano, come dimostrato da disegni dell’epoca, in cocciopesto e mosaico.
Dinanzi alla gradinata di accesso, sul lato sud-est, si trova l’altare maggiore, sul quale si compivano i sacrifici in onore delle divinità: durante gli scavi furono rinvenuti resti dei sacrifici ancora poggiati su di esso. Ai piedi è stata rinvenuta una fossa sacra che conteneva inoltre gli avanzi carbonizzati dei sacrifici, mentre altri due altari più piccoli si trovano ai lati del pronao. Davanti al tempio, sul lato meridionale si trova un’altra architettura sacra, dalle sembianze di un tempietto. La struttura, di piccole dimensioni, è abbellita all'esterno da pannelli decorati da candidi stucchi con motivi vegetali e soggetti legati al culto della dea e all'ambito egizio. All'interno si trova inoltre una piccola cavità ipogea accessibile mediante una scala. Probabilmente questo piccolo ambiente custodita l’acqua sacra forse portata direttamente dal fiume Nilo e utilizzata durante sconosciute pratiche rituali, da cui il termine purgatorium, oppure come indicato dal nome, come stanza in cui gli iniziati al culto passavano la notte prima della cerimonia dal termine greco megaron, altro nome con cui è noto l’edificio. Non deve stupire la presenza a Pompei dell’acqua del Nilo che verosimilmente veniva portata direttamente dall'Egitto a Pozzuoli, importante approdo, porto di Roma, prima dell’inaugurazione dello scalo traianeo di Ostia.
Durante la ristrutturazione post-terremoto furono associati al recinto sacro nuovi ambienti che comportarono un ampliamento dell’area sacra. Dalla parete di fondo occidentale del portico per mezzo di cinque varchi si accedeva ad un grande ambiente, noto come ekklesiasterion, di cui se ne ignora la funzione, mentre un’altra apertura nell'angolo sud-ovest dava accesso al sacrarium, una sorta di odierna sacrestia, dove venivano custoditi oggetti e paramenti sacri. Mentre dalla parete meridionale del portico si accedeva ad un triclinium ed un cubiculum.
Ed è proprio dall’ekklesiasterion che provengono i dipinti più famosi dell'iseo pompeiano: Io, Argo ed Hermes e Io a Canopo che vedono protagonista la ninfa Io prigioniera ad Argo che viene liberata dal dio Hermes e che giunge poi in Egitto, nella città di Canopo sul delta del Nilo.
Alcuni studi hanno cercato di ricostruire gli ultimi drammatici momenti vissuti all'interno del tempio: l’eruzione, avvenuta verso l'ora di pranzo sorprese sacerdoti e aiutanti verosimilmente in cucina. Alcuni, dopo aver raccolto in un sacco gli oggetti di maggior valore, scapparono via ma durante la fuga il sacco scivolò dalle mani di colui che lo portava spargendo a terra il contenuto. Riuscirono però a proseguire la loro corsa fino al vicino foro triangolare dove morirono a causa del crollo del porticato. Altri sacerdoti invece non riuscirono o non vollero abbandonare il tempio e pagarono ugualmente con la vita la fedeltà alla dea, travolti dalle esalazioni tossiche che il Vesuvio alitò impietoso sulla città.

domenica 18 settembre 2016

Zenobia: Regina dell'Oriente

"Zenobia regina dell'Oriente ad Aureliano Augusto! Nessuno ha osato fino ad oggi chiedermi ciò che pretendi tu nella tua lettera. 
In guerra tutto viene deciso dal coraggio. Hai desiderato che io mi arrenda, che conservi vita e onori, ma sottomessa a un padrone. 
Aspetto senza indugi l'aiuto dei persiani e degli armeni che non sono tanto lontani. 
I nomadi del deserto non ti hanno forse sconfitto? O Aureliano, cosa accadrà quando verrai attaccato da tutte le parti? 
Senza dubbio lascerai questo tuo atteggiamento di comando, come se le tue armate dovessero essere sempre vittoriose".

Flavio Vopisco - Vita di Aureliano - 26, in Storia Augusta


Palmira come nome evoca leggende e miti di ogni tempo, un luogo straordinario che sorge al centro del deserto siriano, il nome originario era Tadmor, poi modificato dai romani in Palmira: "città dei palmizi". Tutt'oggi è una città isolata, ben protetta dal deserto e, nell'antichità, era un centro carovaniero di grande importanza, assicurandosi così grandi profitti. In città l'industria principale era quella orafa e quando l'imperatore Aureliano, III secolo, trascinò la regina Zenobia dietro al suo carro, la sovrana era completamente ricoperta di gioielli, ma andiamo con ordine.
La vita di Zenobia interessò molti scrittori latini e greci, la sua storia per certi tratti ricorda quella di Cleopatra, paragone che piaceva soprattutto a Zenobia, la quale regnò anche negli stessi territori di Semeramide. Gli autori antichi trassero quindi dalla sua sorte una serie di leggende che poi raccolsero in numerose opere, testi come la Vita di Zenobiae, inclusa nella Historia Augusta. Il nome arabo di questa regina era Bat-Zabbai, che significa "figlia di Zabbai", che era un principe dell'aristocrazia palmirena. I lineamenti della regina non ci sono pervenuti tramite sculture o altre opere artistiche, ma solo tramite la numismatica. Infatti sono state ritrovate molteplici monete che recano la sua effige, che tuttavia non ci permettono di ricostruirne con precisione le fattezze, ciononostante, secondo le svariate informazioni pervenute fino a noi, sappiamo che non era molto alta, labbra strette e capigliatura bruna. Se le informazioni sul suo aspetto fisico scarseggiano, ne abbiamo invece in abbondanza sulla sua indole. Pare che fosse pervasa da un'ambizione senza freni, coraggiosa e con una forte tenacia.
Aveva sposato il re di Palmira, Settimio Odenato, che aveva mantenuto un atteggiamento da vassallo nei confronti dei romani per tutta la vita, tentando sempre di non urtare la politica dell'Impero. Alla morte del marito, Zenobia prese il potere e non ci pensò due volte a proclamarsi nemica di Roma. Questa politica indispettì subito l'imperatore Gallieno, che però non poté recarsi a Palmira, affrontava infatti già l'invasione dei Goti. In seguito Zenobia firmò quindi un trattato con il successore di Gallieno, Claudio II, che tuttavia non rispettò quando si autoproclamò Augusta, titolo onorifico che difatti era concesso solo alle donne vicine all'imperatore.
In seguito a questa autocelebrazione, Zenobia iniziò una serie di campagne di conquista volte a sottrarre territori a Roma stessa. Invase la Giudea, l'Egitto e l'Arabia, dove riportò rilevanti vittorie grazie all'intelligenza tattica del suo fedele generale Zabdas. Successivamente Zenobia decise di invadere l'intera Siria e di portare l'estensione del regno di Palmira fino in Turchia, queste conquiste la resero senza alcun dubbio una vera e propria regina guerriera, tanto che il neo imperatore Aureliano fu costretto ad accettare l'autonomia di Palmira.
Questa situazione però non durò molto a lungo, l'ambizione di Zenobia l'aveva portata a compiere un passo falso, quello di raccogliere denaro per Palrmira con il nome di Imperatrix Romanorum, un titolo che offuscava l'imperatore stesso, e per questo Aureliano decise che fosse arrivato il momento di intervenire. Dapprima invase l'Egitto riconquistandolo, per poi combattere in tutta l'Asia Minore, fino alle porte di Palmira, dove Zenobia stava riorganizzando un potente esercito per affidarlo al suo generale. Una volta radunate le truppe, Zabdas volse verso Antiochia, dove si trovavano le legioni romane. In seguito avvennero due scontri decisivi: la battaglia di Immae e quella di Emesa, ed entrambe le volte Zenobia ebbe la peggio.
Ormai non le restava altro che resistere a Palmira stessa, anche se fu tutto inutile, Aureliano assediò la città e la depredò. Zenobia tentò la fuga ma fu poi catturata e dopo diverse peripezie (cercò di accusare i suoi consiglieri delle proprie azioni) fu condotta e mostrata sconfitta in ogni città che Aureliano attraversò fino a Roma, dove venne esibita come bottino di guerra sfilando dietro al carro dell'imperatore.

"Era così carica di ornamenti preziosi, da sembrare quasi schiacciata dal loro peso(...)Una catena d'oro le teneva legate le caviglie e una le stava attorno al collo".

Trebelio Pollione - Vita di Zenobia - 29, in Storia Augusta
La morte
La sua sorte è incerta, si dice che morì poco dopo imprigionata o che venne perdonata da Aureliano, il quale fu talmente colpito dalla sua bellezza da concederle addirittura una villa in cui vivere e che in seguito abbia poi sposato un senatore, divenendo dunque una rispettabile matrona romana. Quale sia stata la sua sorte in realtà non ci è dato sapere, quello che è certo, è che così come Cleopatra, Zenobia fu a tutti gli effetti una delle più grandi spine nel fianco dell'Impero Romano.

sabato 10 settembre 2016

I colossi di Memnone

Le due statue (m.16,60 + 2,30 di piedistallo) fiancheggiavano l'ingresso del tempio funerario di Amenhotep III, oggi quasi completamente scomparso. Rappresentano entrambi il re seduto, con ai lati, di proporzioni ben più piccole, due donne, la madre Mutemuia e la "grande sposa" Ty.

Memnone è un personaggio omerico; figlio dell'Aurora, re etiope, accorse in aiuto di Troia e perì sotto le sue mura per mano di Achille. Nell'immaginazione dei visitatori di età classica, l'eroe, raffigurato nella statua spezzata, all'alba salutava la madre con quel suono "come di corde di cetra che si spezzassero”. La cosa risale al 27 a.C., quando in uno dei due colossi si determinò, per un terremoto, una fenditura. Nel 120 d.C. visitò il sito anche l'imperatore Adriano, accompagnato dalla moglie Sabina e dalla poetessa Julia Balbilla, di cui sono rimasti incisi sulle gambe dei colossi quattro epigrammi.


Sui colossi di Memnon, è possibile leggere addirittura la testimonianza di un probabile sopravvissuto all'eruzione vesuviana del 79 d.C., proprio quella che spazzò via Pompei e Ercolano:
"Suedius Clemens Praefectus castrorum audi Memnonem, III idus novembres, anno III imperatoris nostri".
"Suedio Clemente. Praefectus castrorum (Responsabile del Castrum ), udì Memnone, il 12 novembre del III anno (80 d.C.) del nostro imperatore".


Suedio Clemente era presumibilmente a Pompei durante l'eruzione, poiché è possibile datarne la presenza certa fino al 77 d.C., quando prese parte alla campagna politica dell'aspirante duoviro Epidio Sabino.

lunedì 22 agosto 2016

La cerimonia dell'apertura della bocca


Nell'antico Egitto la morte era considerata una fase di transizione in cui l'essere umano passava a un nuovo stato di esistenza nell'aldilà. Perciò bisognava aiutare il defunto a resuscitare nel mondo dei morti. L'ingresso del defunto nell'aldilà non dipendeva soltanto dal fatto che egli si fosse comportato correttamente durante la sua vita e che, nella pesatura dell'anima, o psicostasia, il tribunale di Osiride lo avesse considerato degno di entrare nel mondo dei morti. Era necessario, infatti, che anche il fisico del defunto si trovasse in ottime condizioni. Egli doveva essere in grado di muoversi da sé nel "mondo inferiore", per cui le estremità dovevano essere rianimate. Allo stesso modo doveva poter mangiare, bere, parlare e avere rapporti sessuali. La cerimonia di apertura della bocca consisteva in un insieme di riti compiuti sulla mummia o su una statua del defunto e volti a far riprendere le sue funzioni vitali. Durante il suo svolgimento, il morto riacquistava anche la vista. Per gli Egizi - come anche in altre culture - "vedere" era sinonimo di "vivere". La vista è uno dei principali mezzi a disposizione dell'essere umano per percepire le cose e la conoscenza di ciò che c'era intorno significava essere vivi. Perciò, il nome completo del rituale era "cerimonia di apertura della bocca e degli occhi".
Dopo che il corteo funebre era arrivato alla necropoli, il rituale veniva compiuto dai sacerdoti, che conoscevano le pratiche necessarie. In base alle rappresentazioni, sappiamo che esso si svolgeva davanti alla tomba. Quest'ultima circostanza è attualmente oggetto di polemica, poiché alcuni egittologi ritengono che la cerimonia si svolgesse all'interno del sepolcro, o al coperto, dopodiché si chiudeva la tomba. Comunque, una volta giunti davanti al sepolcro, o al suo interno, la mummia o la statua del defunto veniva sistemata con il volto rivolto a sud su un monticello di sabbia che simboleggiava la collina primigenia. Secondo la mitologia egizia, questo era il luogo della creazione e la cerimonia di apertura della bocca era un rito creatore, mediante il quale veniva data nuova creazione e si considerava appena nato nell'aldilà. Dopo essersi purificato con acqua, incenso e natron, il sacerdote sem, seguendo le istruzioni del sacerdote lettore, rianimava il defunto. Dopo la consegna delle offerte, la tomba veniva chiusa per l'eternità. 

lunedì 15 agosto 2016

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: Parte 2

Avevo già dedicato un post del genere alla bellissima tomba di Nefertari, ho pensato dunque di fornire ai miei lettori ulteriori traduzioni dei dipinti della QV 66.

L'Unione di Ra e Osiride
Nella parte sud della parete ovest dell'annesso, tra le dee Iside e Nefti è raffigurata una divinità a testa di ariete, con il volto verde, colore della rigenerazione, il capo sormontato da un disco solare rosso e una tunica bianca serrata alla vita da una fascia rossa, tipica dell'abbigliamento di Nefertari. Si tratta di una raffigurazione di Ra che si confonde con Osiride: è il tema del sole che muore e rinasce quotidianamente.


Il toro, le "sette vacche celesti" e i "quattro timoni del cielo"
Sulla parete ovest dell'annesso sono raffigurate le "sette vacche celesti" con un toro e, nel registro inferiore, i "quattro timoni del cielo". Tutta la scena è connessa con il capitolo 148 del Libro dei Morti, le cui formule permettono al defunto di ottenere magicamente i cibi necessari alla sua sussistenza. Il capitolo in questione è intitolato come: "Formula per procurare approvvigionamenti a uno spirito nel regno dei morti". Il defunto, ormai divenuto Horus figlio di Osiride, recitando questi passi nel giorno della luna nuova e conoscendo i nomi e l'identità delle vacche sacre apportatrici di nutrimento, poteva ricevere gli alimenti necessari alla sua sussistenza. 


L'offerta delle stoffe a Ptah
La parete ovest dell'annesso è occupata dalla scena dell'offerta di stoffe al dio Ptah, raffigurato in piedi all'interno di un'edicola, con il volto verde e il capo ricoperto da una calotta nera. Dietro il dio si vede un grande pilastro djed.


lunedì 8 agosto 2016

Statuina di Akhenaton con una delle sue figlie

La statuina è incompiuta ma decisamente di alta qualità artistica, riproduce Akhenaton che regge sulle sue ginocchia una delle figlie, forse la primogenita Meritaton, oppure, secondo ipotesi più recenti, addirittura la sposa secondaria Kiya. Il re, seduto su uno sgabello, indossa una tunica a maniche corte e la corona azzurra (kheperesh), mentre la fanciulla porta una parrucca non ben definita e volge il capo verso il re, in atteggiamento affettuoso. Sono proprio scene di vita di questo tipo, intime e rivelatrici della vita a corte, a caratterizzare l'arte amarniana, che sembra anch'essa orientarsi, come vuole la dottrina sostenuta dal sovrano, verso quell'idea di ''vivere secondo Maat'' che, sul piano dell'immanenza, significa aderire sempre più alla verità armoniosa delle cose. Così, una semplice statuina come questa, rivelatrice di un atto d'amore comune per le nostre aspettative, diventa programmaticamente un manifesto culturale di grande forza innovativa.

Dati
Materiali: Calcare
Altezza: 39,5 cm
Larghezza: 16 cm
Luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, atelier di uno scultore
Epoca: XVIII dinastia, regno di Akhenaton (1350 a.C-1333 a.C)
Scavi: L.Borchardt (1912)
Sala: n°3

lunedì 1 agosto 2016

Il poema di Pentaur, falso storico o resoconto attendibile?


La battaglia di Qadesh fu lo scontro cruciale fra i due principali antagonisti del tempo, l'Egitto di Ramses II e l'impero hittita di Muwatalli.
Il nome che è stato associato al poema, quello dello scriba Pentaur, è solo di colui che ci ha lasciato una delle copie su papiro, eseguita a Menfi durante il regno del successore di Ramses II, Merenptah, e conservata al British Museum di Londra.
La redazione del racconto dovette appoggiarsi al diario di guerra che è quanto si legge in forma sintetica nel cosiddetto ''bollettino'', inciso sulle pareti dei templi. Nel testo è la preghiera, vero testo lirico, con la quale Ramses II si rivolge al dio Amon, e ne invoca l'aiuto, trovandosi solo circondato dai nemici.
Dal racconto di Qadesh si evince l'importanza dei ''servizi segreti'', la battaglia si chiuse alla pari piano tattico, ma riusci vittoriosa per Ramses sul piano strategico, perché l'impero hittita si basava sulla guerra e l'espansionismo, una volta fermato entrò in decadenza. Lo stesso destino toccherà all'impero assiro. Venne collaudata la struttura dell'esercito per divisioni, ancora, appare stupefacente la puntualità dell'incontro a Qadesh, a 450 km dalle basi, dell'esercito di Ramses II col corpo speciale, i Naharin che soccorsero la ''Amon'' nel momento di massimo pericolo ittita.
Nell'anno di regno XXI di Ramses II, egizi e ittiti conclusero paritari il primo trattato di pace internazionale che ci sia noto, dove nella versione egizia si legge ''tu sei in pace con me ed io sono in pace e in fratellanza con te, per sempre''. Tuttavia le due versioni del trattato hanno qualche discordanza, le clausole prevedono eterna pace da salvaguardare con un patto di reciproca non aggressione e alleanza difensiva contro nemici esterni e contro rivolte interne. Sono molto articolate le disposizioni che riguardano l'estradizione di fuggitivi, distinti secondo gerarchie sociali, nessuno dei quali pero dovrà essere accolto dall'altro paese. Sebbene le clausole siano espresse rigorosamente in maniera reciproca, si constatano alcune divergenze che possono pesare nell'interpretazione. Solo nella versione hittita, che è stata riprodotta in Egitto, il re Hattusili III fa riferimento alla scomparsa di Muwatalli e alla sua successione al trono, tacendo di avere detronizzato Mursili III, ma assicurando la sua volontà di pace. Nella stessa versione a Ramses è richiesto di fornire il suo sostegno affinché sia garantita la legittima successione al trono di Hatti.
Tuttavia le fonti Hittite tacciono molti particolari importanti che ci possono indurre a pensare che il trattato di pace fu molto conveniente per la stabilità del regno di Hatti, tutto questo per dire che a Pentaur non va riconosciuto tanto il merito di aver contribuito alla redazione dei testi sulla battaglia di Qadesh, ma quello di aver trascritto su papiro il racconto della battaglia, che non è sicuramente un resoconto storico.

mercoledì 20 luglio 2016

Il ruolo della nutrice nell'antico Egitto

Molte nutrici occuparono un posto importante alla corte d' Egitto. Si pensi, per esempio, all'illustre Tiye, moglie del dignitario Ay, futuro faraone, che diede il seno a Nefertiti e la educò..''Grande nutrice'' è detto della donna che allatta il futuro re, ''colei che ha cresciuto il dio, dal dolce seno, vigorosa nell'allattamento, la cui pelle è stata toccata da Horo''. Disponendo di un servitore, la nutrice reale ha anche la possibilità di farsi scavare una tomba(ultimamente è stata ritrovata la mummia della regina Hatshepsut nella tomba della sua nutrice, Satre, che ebbe il grande onore di vedere erigere la sua statua all'interno della cinta del tempio di Deir el-Bahri).
Il saggio Paheri ha fatto rappresentare tre balie sui muri della sua dimora eterna, Meryt, moglie di un capo tesoriere(tomba tebana n°63), balia della figlia del faraone, venne assunta dal re in persona.
Anche la dea Iside venne molto spesso ritratta nell'atto di allattare il piccolo Horus.
Amenhotep II, il re definito ''sportivo'' per via delle sue prestazioni di tiro con l'arco e di canottaggio, era molto affezionato alla sua nutrice, la madre dell'alto dignitario Kenamon.
Nella tomba tebana(n°93)di quest'ultimo, il re si è fatto rappresentare sulle ginocchia della sua balia, seduta su una specie di trono, all'interno di un padiglione colonnato il cui tetto è decorato con melograni e fiori di loto, ai piedi della balia è accucciato un cane, due fanciulle portano da bere, mentre una terza suona il liuto.

Alcuni contratti di epoca tarda precisano che la nutrice si impegnava ad allattare il neonato o a occuparsi di lui per un determinato periodo in cambio di un certo compenso.
Svolgeva anche funzione medica e curava soprattutto l'enuresi del bambino, somministrandogli pillole composte di frammenti di pietra bollita o un liquido a base di canne.
La mancanza di latte era la cosa peggiore per una nutrice, che disponeva di un rimedio efficace per ovviare a questo inconveniente; ungersi la schiena con un unguento preparato con la spina di un pesce particolare, il lates niloticus, cotta nell' olio.
Dato che secondo le prescrizioni dei medici, i bambini andavano allattati per almeno tre anni, alle balie non mancava certo il lavoro; erano pagate meglio di alcuni terapeuti, in cambio dei suoi servizi una di loro ricevette tre collane di diaspro, un paio di sandali, una cesta, un blocco di legno, dell'avorio e mezzo litro di grasso, la sua collega, due paia di sandali, un vaso di rame, una stuoia, alcune ceste e un litro d'olio.
Ritenute ''il liquido che guarisce'', il latte veniva attentamente esaminato, doveva avere l'odore delle piante aromatiche o della farina di carrube; se, invece, sapeva di pesce era considerato cattivo. La lunga durata dell'allattamento spiega perchè non si è trovata traccia di rachitismo negli scheletri di bambini egizi, il ''prezioso latte'' poteva essere raccolto in recipienti d'argilla a forma di donna che si schiaccia il seno mentre tiene sulle ginocchia un neonato.
Curare il seno delle balie, in modo da evitare pruriti, emorragie o suppurazioni, era uno dei compiti fondamentali dei medici, che utilizzavano a questo scopo prodotti a base di canna, fibre vegetali, stami e pistilli di giunco.
Pensa che su una statua conservata al Metropolitan of Art di New York, è di una balia che per la sua fama fu chiamata a lavorare in Siria, il suo nome era Satnefrure, è un opera molto commovente, voluta dalla stessa nutrice, prima di lasciare l'Egitto fece scolpire quella statuetta perché fosse deposta nella sua dimora eterna, in modo da essere sicura che sarebbe stata sepolta in qualche modo nella sua terra invece che all'estero. Per un egizio era devastante abbandonare la propria terra.

domenica 10 luglio 2016

Introduzione ad Alessandria d'Egitto

Inizio oggi una nuova rubrica dedicata ai luoghi dell'Egitto e ai suoi monumenti, iniziamo con la prima città importante in ordine geografico, Alessandria.

Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno, dopo aver sconfitto le armate persiane, giunse in Egitto, si insediò nei pressi del villaggio di Rakotis, arroccato su un'altura di fronte alla vicina isola di Pharos. In quel luogo decise che avrebbe fondato una città, cui sarebbe stato assegnato il suo nome. Costretto a ripartire poco dopo, non sarebbe mai più tornato in Egitto, ma il progetto della futura città, che Alessandro aveva affidato all'architetto Dinocrate, fu portato a realizzazione. Morto Alessandro, i generali macedoni si spartirono l'impero e l'Egitto toccò a Tolomeo, ufficiale macedone e figlio di Lago, che scelse la nuova città di Alessandria come residenza e capitale del suo regno.

Durante il secolo seguente, i primi tre Tolomei, Sotere, Filadelfo ed Evergete (quest'ultimo morì nel 222 a.C), diedero un impulso determinante all'abbellimento della città, facendone anche il più brillante centro culturale e artistico del Mediterraneo, culla della civiltà ellenica. Loro fu l'idea di collegare l'isola di Pharos alla terraferma con una grande chiusa, l'Heptastadion, lunga 7 stadi (circa 1300 metri). La particolare conformazione dell'isola, estesa in lunghezza e parallela alla costa, permise la creazione di due porti naturali, separati dall'Heptastadion, che ancora oggi ritroviamo:il porto Est e il porto Ovest. All'estremità orientale dell'isola, Tolomeo I Sotere fece anche costruire una torre a più piani rientranti (prototipo dei moderni fari), che di notte veniva illuminata alla sommità con un fuoco a legna e con un sistema di specchi, faceva luce a 100 miglia di distanza, al fine di segnalare la presenza del porto alle imbarcazioni che navigavano alla luce delle stelle. Dinocrate aveva progettato la pianta della città a forma di quadrilatero, in modo che le strade, orientate verso nord, nonché i porti potessero d'estate venire rinfrescati dal vento di tramontana. Dietro la zona del porto Est si trovava il quartiere elegante della città, il Bruchion; è su quest'area della città in un ampio parco, che i Lagidi costruirono i loro sontuosi palazzi, un teatro, un mausoleo, destinato a ospitare il corpo di Alessandro, un tempio di Iside e Serapide, e un complesso di edifici dedicato alle Muse. Questo ''Museo'', una sorta di accademia comprendente una biblioteca con oltre un milione di libri, aule scolastiche, palestre e un giardino botanico, resterà uno dei luoghi più prestigiosi della cultura greca fino al trionfo del cristianesimo.
In seguito alla conquista araba, nel VII secolo, Alessandria cominciò a declinare, fino a ridursi a poco più di un villaggio al momento della campagna d'Egitto di Napoleone, nel 1799. Fu merito dei kedivè se Alessandria riprese poi una nuova vita. Nel 1819, Muhamed Alì fece scavare il Canale Mahmudiya, che permise di irrigare le terre vicine e collegò la città al Nilo. Alla fine del XIX secolo, Alessandria era tornata a essere una ricca e fiorente città. ingentilita da ridenti giardini lungo il lago Maryut. I sontuosi palazzi, descritti dai viaggiatori dell'epoca, sono stati sostituiti da costruzioni adibite alle attività commerciali e industriali di una moderna metropoli. Alessandria con i suoi 4 milioni di abitanti, è una città cosmopolita, piena di vita, soprattutto verso il centro, che si irradia da midan (piazza in arabo) Saad-Zaghlul, alle spalle del litorale del porto Est. Primo porto dell'Egitto. Alessandria si trova oggi a dover fronteggiare una forte crescita demografica. Per questo, ai piedi delle colline. vicino a el-Amiriya, sta sorgendo un nuovo insediamento urbano che, alla fine del secolo, potrà raggiungere 1 milione di abitanti.

venerdì 1 luglio 2016

Come misuravano il tempo gli egizi?

Gli antichi Egizi calcolavano il tempo in un modo simile e insieme dissimile al nostro:ogni anno infatti era diviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, con la aggiunta di 5 giorni supplementai (detti dai greci Epagomen), per un totale di 365 giorni. L'anno veniva diviso in tre stagioni di quattro mesi ciascuna; l'indondazione, l'Uscita e l'Estate. Facendo coincidere il Capodanno egizio con il primo giorno del mese dell'inondazione del Nilo (intorno al 20 luglio), le stagioni risultavano così divise:

1 Akhet (Inondazione:da metà luglio a metà novembre).
2 Peret (''Uscita''della terra dall'acqua:da metà novembre a metà marzo).
3 Shemu (Estate: da metà marzo a metà luglio).
4 Giorni Epagomani dedicati alla nascita di: Osiride, Iside, Horo, Seth e Nefti.



I nomi dei mesi erano:

1 stagione di Akhet: Thot, Phaophi, Abed e Khoiak.
2 stagione di Peret: Tybi, Mekhir, Phamenoth e Pharmuthi.
3 stagione di Shemu: Pakhon, Payni, Ephipi e Mesore.


Il giorno veniva suddiviso in 24 ore, 12 per il giorno e 12 per la notte. Ma gli egizi non misuravano esattamente le ore e accadeva perciò che le ore dei giorni estivi (cioè il tempo intercorso fra il sorgere e il calare del sole diviso per dodici)durassero più a lungo di quelle dei giorni invernali visto che in inverno le giornate si accorciano.
Ora vediamo come si faceva per stabilire una data precisa. Si usava fare riferimento agli anni dei regno del faraone sotto il cui dominio accadeva l'evento, che venivano calcolati a partire dal giorno dell'ascesa al trono. Per scrivere una data si procedeva dunque così:




Si legge: HAT SEP 2(SENU), ABED 3 (KHMET), AKHET, SU 1(UA)

Indico, tra parentesi, la probabile traduzione fonetica, poco usata e non certa dei numeri. Significa letteralmente:''secondo anno di regno, terso mese dell'inondazione, primo giorno'', e a queste parole si aggiungeva infine ''sotto la maestà del re tal dei tali'', includendo così nella data, tra le annotazioni utili all'indicazione del periodo, anche il nome del faraone che governava in quel momento.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...