domenica 31 marzo 2013

I Vasi Canopi


La necessità di preservare il corpo per la vita nell'aldilà sembra essere una costante nella storia egizia, con il passare del tempo, gli egizi, si resero conto che il corpo del defunto si conservava molto meglio se privato degli organi interni. I vasi in cui venivano custoditi tali organi vengono oggi chiamati canopi. I vasi in questione, sono menzionati nei Testi delle Piramidi come “amici del re”, poiché aiutavano il faraone nella sua ascesa al cielo. Nel XVIII secolo, il vaso dalla testa umana venne rappresentato con un personaggio mitologico greco, Canopo, timoniere di Menelao, che fu sepolto a Canopo, nel Delta, e adorato sotto tale forma.


La prima traccia dei vasi canopi fu rinvenuta nel corredo della regina Hetepheres, madre di Cheope, in cui vi era una cassa divisa in quattro parti contenente resti di organo. Nel Primo Periodo Intermedio comparvero vasi con testa umana e, al loro interno, organi mummificati. Questa pratica si diffuse nel Medio Regno; a partire dalla XIX dinastia, ogni coperchio aveva la forma di uno dei figli di Horo. Ma dalla XXI dinastia gli organi furono mummificati e lasciati all'interno  con una piccola figura di cera del figlio di Horo a cui l’organo erano collegato. Anche così si continuarono a fabbricare i vasi canopi, benché in un unico pezzo e senza nulla dentro. Essi mantennero il loro valore simbolico di protezione fino all'epoca romana.


mercoledì 20 marzo 2013

La vegetazione magica

Per gli egizi, gli alberi erano simboli di vita e fertilità. Nell'ambito funerario erano legati alla rinascita, alla reincarnazione di un dio o di un essere amato, per cui alcune specie vennero divinizzate. Il sicomoro e la persea, per esempio, furono rappresentati per metà come alberi e per metà come dei. Prima di raffigurare le loro divinità come esseri antropomorfi, gli egizi adoravano alcuni animali. In quest'epoca antica si inserisce il culto degli alberi e delle piante magiche. Proprio per la loro scarsità, alcune specie di alberi furono venerate e collegate a divinità. Il sicomoro fu la pianta di Iside, Nut e Hathor o "signora del sicomoro". Nel Libro dei Morti sono raffigurati due sicomori di turchese che custodiscono la porta attraverso la quale esce Ra, il dio sole. Questo albero era associato anche a Nut, la sua raffigurazione nelle tombe è legata all'aspetto funerario di tale divinità, poiché essa era la protettrice dei morti. Nut, rappresentata come un albero da cui esce una figura femminile (sotto), offriva al defunto cibo e acqua divina. La persea o ished fu associata a Thot e a Seshat nel calcolo degli anni di regno del faraone, così come il ramo della palma che portava il dio Heh. Altri alberi erano legati a un mito, come il loto di Nefertum  o il salice di Osiride, al quale era dedicata una festa. Questi alberi, conosciuti dal Periodo Predinastico, furono adorati fino alla fine del regno egizio. A partire della XVIII dinastia, si ritenne che nell'aldilà vi fosse una persea sacra, sulle cui foglie gli dei Thot e Seshat annotavano il nome dei faraoni e gli anni di regno. Simboleggiava anche l'eternità dell'universo. Nel mondo degli dei, la persea era protetta da un grande gatto armato di coltelli, che impediva al serpente Apophis di attaccarla. 

Curiosità: La lettuga era un ortaggio legato al dio Min. Per il liquido bianco che perdeva quando veniva tagliata, era messa in relazione al seme e si credeva che fosse afrodisiaca.

Riferimenti: In alto a sinistra, un dipinto nella tomba di Thutmosi III, nella Valle dei Re, mostra il faraone mentre viene allattato da un albero. Quest'ultimo rappresenta la dea Iside, com'è indicato dai geroglifici accanto all'immagine, i quali affermano:
"Menkheperra (Thutmosi III) viene allattato da sua adre Iside"

giovedì 28 febbraio 2013

Petrie, il padre degli egittologi

Flinders Petrie fu senza dubbio uno dei primi studiosi a impostare lo scavo con criteri sistematici. Il suo metodo di analisi, ancora oggi pienamente accettato, formò un'intera generazione di archeologi. William Matthew Flinders Petrie nacque a Charlton, in Inghilterra, il 3 giugno 1853. 
Era figlio di William Petrie, ingegnere civile e di Anne Flinders, figlia di un esploratore australiano. La sua formazione fu complessa, apprese dal padre la misurazione e la planimetria. Il giovane William si interessò di chimica, matematica, e scienze naturali; in seguito ampliò le proprie conoscenze con un geologo e un paleontologo. Iniziò il suo duro lavoro di ricercatore in Inghilterra, pubblicando una dettagliata relazione sul sito di Stonehenge. Nel 1880 si recò a Giza, inviato da suo padre per misurare i monumenti e analizzare i rilievi. Nei successivi 46 anni Flinders Petrie effettuò scavi in Egitto fino al 1926. Nel 1884, l'Egypt Exploration found lo incaricò di compiere scavi a Tanis, uno dei siti più importanti del basso Egitto. Petrie ricevette inoltre l'aiuto economico della scrittrice Amelia Edwards.
Negli anni 1884-85 scoprì la colonia greca di Naucrati. Petrie ricostruì la prima storia dell Egitto a partire dai ritrovamenti più insignificanti, scavando siti predinastici, come Nagada, Akhmin o Badari. Fu così respinta la teoria che attribuiva la nascita della civiltà egizia a popoli stranieri. Ad Abido, Petrie trovò le tombe dei primi sovrani egizi e stabilì una seriazione cronologica delle prime dinastie della storia egizia. Inoltre fece conoscere molti aspetti della vita quotidiana quando, nel 1989-90, effettuò scavi nel villaggio dei costruttori delle piramidi della XII dinastia a Kahun; compì scavi anche nelle metropoli di Illahun. Nella città di Aton, cioè Hakhetaton, trovò le famose Lettere di Amarna; qui scavò e analizzò le strutture e i rilievi degli edifici. Ad Hauara entrò nella piramide e nel complesso funerario di Amenemhat III. Nel 1893 ottenne la cattedra di egittologia all'University College di Londra. Nell 1894 fondò l'Egyptian Research Account, che nel 1905 si trasformò nella British School of Archeology in Egypt. Ai suoi scavi in Egitto seguirono molte pubblicazioni l'opera scientifica di Petrie comprende 90 volumi. Sono soprattutto noti il libro intitolato: Dieci anni di scavi in Egitto 1981-1891 e la sua opera definitiva Metodi ed obiettivi dell'archeologia (1904), Flinders Petrie morì nel 1942 a Gerusalemme.

martedì 19 febbraio 2013

L'Alfabeto Meroitico


Agli inizi del VI° secolo a.C., i Nubiani trasferirono la capitale da Napata a Meroe e iniziarono un processo di “africanizzazione”. Dapprima usarono la scrittura egizia, ma in seguito crearono il meroitico. I primi scritti in meroitico furono scoperti agli inizi del XIX secolo in un tempio di el-Dakka. Nel 1909 l’egittologo Francis L.Griffith cercç di decifrarli. Egli riuscì a trascrivere i simboli grazie a un’iscrizione bilingue nella quale i nomi dei sovrani di Meroe erano scritti sia in geroglifico egizio sia in meroitico. Non è stato ancora possibile decifrare questa lingua, poiché i testi bilingui sono pochissimi e quelli esistenti assai brevi. Il meroitico apparteneva a un gruppo di idiomi africani scomparsi e non può essere comparato con nessuna lingua attuale. La scrittura constava di 23 simboli; i testi si dividevano in frammenti (stiches), divisi da due o tre punti, e la maggior parte di essi era di tipo funerario. Le iscrizioni dei templi venivano realizzate con geroglifici meroitici, per gli altri documenti di ricorreva al corsivo. I geroglifici erano in colonne, il corsivo in file e il verso da destra a sinistra. Durante l’epoca cristiana nella scrittura nubiana furono uniti l’alfabeto greco e i segni meroitici. 

venerdì 15 febbraio 2013

La Casa della Vita

L'importanza di queste scuole dal nome così bello, era dovuta al fatto che gli scribi che là si formavano, erano gli uomini più istruiti d'Egitto, oltre che consiglieri del faraone. Le Case della Vita erano centri di studio legati ai templi, dove gli scribi, i sacerdoti e i bambini di classi elevate apprendevano l'astronomia, la geografia, la matematica, le leggi, la storia, la religione e altre materie. In questo luogo si copiavano testi riguardanti la liturgia o la magia, che si conservavano poi nelle biblioteche, o Case dei libri. Coloro che frequentavano questa scuola, apprendevano a scrivere in ieratico. Gli alunni sedevano a erra e poggiavano la tavoletta sul banco. L'attrezzatura degli scribi era costituita da una paletta, con fori per l'inchiostro, e dei calami.
La maggior parte dei testi ritrovati appartengono all'Antico Regno, poiché gli egizi ritenevano che ciò che era scritto dovesse prevalere sul nuovo. La Casa di vita era legata anche alla medicina, e vi studiavano i dottori. Gli Scribi della Casa della Vita formulavano l'oroscopo dei bambini appena nati che venivano presentati al tempio. Le più famose furono quelle di Tebe, Menfi, Akhmin, Coptos e Abido. 

lunedì 4 febbraio 2013

Iconografia egizia & Pop Rock


Il fascino dell’Egitto ha colpito anche i musicisti pop rock e gli artisti che hanno disegnato le copertine dei loro dischi, che in qualche caso sono davvero molto belle. In questo articolo presento una carrellata di artisti e illustratori che si sono ispirati al paese del Nilo.
Il mondo musicale del pop rock si è ispirato spesso all’arte dell’antico Egitto, adattandola in differenti modi. Da un lato, l’indubbio fascino emanato dalle piramidi e dai geroglifici ha ispirato sia i gruppi di rock progressivo (Pink Floyd, The Alan Parsons Project, Asia) sia alcune formazioni di heavy metal (Judas Priest). Tuttavia, sono stati soprattutto i gruppi funk-soul a ispirarsi più di altri a questo filone estetico (cito tra tutti gli Earth, Wind & Fire), grazie a un uso del tutto cosciente della simbologia dell’antico paese dei faraoni per i loro fini: predicare il ritorno alle radici africane, imperante nella musica nera statunitense a partire dagli anni settanta. L’antico Egitto ha ispirato anche riletture terrificanti dei suoi antichissimi miti e delle numerosissime leggende più o meno conosciute, che narrano elle orribili maledizioni e vendette delle mummie, come è possibile ascoltare, tra l’altro, nell'album Powerslave, del gruppo metal britannico degli Iron Maiden.

L’influenza della Piramide
La piramide è in genere uno dei riferimenti iconografici più usati. Tuttavia, mentre alcuni ne davano un’interpretazione minimalista e quasi geometrica (Pink Floyd), altri la ponevano al centro dell’attenzione; il caso più rappresentativo di quest’ultima tendenza è costituito da Pyramid (1978), degli Alan Parsons Project, che rappresenta la piramide come “l’ultima meraviglia che ancora ci resta del mondo antico”, tra l’altro, cosa assolutamente vera se diamo retta una poesia di Antipatro di Sidone. Altri artisti, invece, hanno preferito mantenere questa costruzione in secondo piano, sebbene sempre con un ruolo rilevante, in mezzo a un’immaginaria pianura africana in Mysteries of the world (1980), degli M.F.S.B., o a sovrastare un luogo di sogno come in Alpha (1983), degli Asia.

Il Prisma del suono
I Pink Floyd incaricarono lo studio Hipgnosis di realizzare una copertina per il loro disco The dark side of the moon del 1973. Il risultato ha prodotto un prisma che interrompe un fascio di luce che sta simboleggiare la diversità e la purezza della musica. Al disco era accluso un adesivo, che prestava un’iconografia più vicina all'Egitto  con un rebus per comporre il nome del gruppo.

Anche altri generi musicali hanno reso omaggio all'antico Egitto, come dimenticare Michael Jackson? o le Bangles? Però di questo, ne parlerò in un altro articolo. 

sabato 26 gennaio 2013

Le Tombe di Abido

L'importanza di Abido, la città in cui ebbe origine il culto di Osiride, risale alle origini della storia d'Egitto. Qui furono sepolti i sovrani protodinastici (appartenenti alla dinastia 0), che realizzarono l'unificazione del Doppio Paese, e la maggior parte dei faraoni del Periodo Tinita. La necropoli reale di Abido si trova nella zona desertica di Umm el-Qaab (Alto Egitto); le sepolture più remote corrispondono al cosiddetto "cimitero U". Per la dimensione e per il corredo funerario, queste tombe appartenevano senz'altro a persone di alto rango, probabilmente capi predinastici (fine V millennio-3200 a.C.). 
Le tombe più arcaiche sono di forma ovale, prive di rivestimento e con uno scarno corredo funebre. Un altro gruppo è costituito da tombe a fossa allungata, dotate di un corredo più consistente. Le tombe successive, di forma rettangolare, presentano una camera funeraria semplice, non di rado a due compartimenti. Il corredo era più ricco di quello precedente e comprendeva anche vasi provenienti da Canaan. La caratteristica di tali sepolture sta nel passaggio della tomba a pozzo a quella a camera. Le tombe che cronologicamente precedevano quelle della dinastia 0 avevano stanza multiple Si questo gruppo fa parte la tomba U-J, in cui sono state rinvenute le testimonianza di scrittura più antiche d'Egitto. Nella zona di transizione e nel "cimitero B" erano le tombe dei sovrani della dinastia 0 (3200-3065 a.C.), come Iri-hor, Ka e Narmer, dalla struttura semplice; è probabile che esistesse anche una cinta funeraria situata in un'altra zona. La tomba del re Aha, della I dinastia (3065-2890 a.C.), anch'essa nel cimitero B, è molto più complessa di quelle precedenti.


Nel cimitero principale di Abido, si trovano le tombe dei re della I dinastia, successori di Aha, oltre a quelle di Sekhemib/Peribsen e di Khasekhem/Khasekhemui, della II dinastia (2890-2686 a.C.). Le tombe di Abido erano situate nella zona desertica di Umm al-Qa'ab, anche se i recinti funerari erano ubicati più a sud. Le tombe presentavano una sovrastruttura formata da una stanza sotterranea quadrangolare e altre camere deposito. Alcune tombe avevano un etto con un tumulo a coprire la sovrastruttura. A differenza delle tombe coeve di Saqqara, quelle di Abido non presentavano i muri di rientranze. La mastaba, invece, era circondata da un muro, e nella parte esterna di quest'ultimo erano disposte in fila alcune piccole tombe sussidiarie, nelle quali sono stati rinvenuti i resti di donne appartenenti all'harem reale e di cortigiani, nani e servi, sacrificati allo scopo di costituire il seguito ultraterreno del faraone. Infine, i recinti funerari, detti anche "palazzi funerari", avevano forma rettangolare, con l'accesso nel lato sud-orientale. Questi possedevano anche i muri di rientranze, tipici della residenza reale.

domenica 20 gennaio 2013

domenica 13 gennaio 2013

Il tempio di Debod a Madrid


La Missione Archeologica Spagnola partecipò all'operazione di salvataggio dei monumenti della Nubia. Come ricompensa per questa collaborazione, il governo egiziano donò alla Spagna il tempio nubiano di Debod, che fu collocato in un parco di una zona centrale di Madrid (Cuartel de la Montaña).
Come quelli di Abu Simbel e File, il piccolo tempio di Wadi Debod correva il rischio di restare sommerso sotto le acque del lago Nasser, quando fu costruita la grande diga di Assuan. Grazie all’intervento dell’UNESCO, esso fu recuperato e smantellato tra il 1960 e il 1961. I pezzi che costituivano questo tempio furono temporaneamente conservati nell’isola di Elefantina. In seguito il governo egiziano lo donò alla Spagna in segno di gratitudine per l’aiuto prestato nelle operazioni di salvataggio dei monumenti nubiani. 

I blocchi, circa 1350, arrivarono in Spagna nel 1970. Furono svolti i lavori di documentazione del tempio per procedere al suo corretto montaggio. Si rivelò un compito difficile, poiché i dati forniti dal Servizio di Antichità dell’Egitto erano incompleti. Non si avevano nemmeno indicazioni sullo stato del tempio prima di essere smontato. L’inizio delle operazioni di montaggio fu possibile soprattutto grazie a uno studio dei documenti fotografici esistenti. Fu necessaria, inoltre, un’analisi dettagliata delle condizioni ambientali in cui si trovava il tempio, allo scopo di garantire la sua conservazione.
Il tempio era stato costruito nella Bassa Nubia, a 20 km a sud di Assuan. Il nucleo originario fu realizzato dal re Adikhalamani di Meroe, che all’inizio del II secolo a.C. eresse una cappella per il dio Amon di Debod. Poi Tolomeo VI modificò il monumento e riconsacrò il tempio a Iside. Altri cambiamenti furono apportati da Tolomeo VIII e Tolomeo XIII. Nel 13 a.C. Augusto e poi Tiberio fecero decorare la sala ipostila. Gli Antonini eressero una cappella laterale. Con l’avvento del cristianesimo il tempio fu chiuso, in seguito venne occupato da nomadi e musulmani. All’inizio del XX secolo il Servizio di Antichità dell’Egitto lo dichiarò monumento del patrimonio nazionale. 

domenica 6 gennaio 2013

Le Catacombe di Alessandria

La città di Alessandria vanta resti di necropoli risalenti al tempo della sua fondazione e altri ascrivibili a periodi addirittura anteriori. Di particolare importanza sono le catacombe scavate nel sottosuolo, dove vennero seppelliti i notabili alessandrini, che a loro modo, volevano mantenersi fedeli alla tradizione egizia di sepoltura. Accanto al muro orientale di Alessandria si trova la necropoli di Chatby che risale al IV e III secolo a.C. Le necropoli più famose appartengono a notabili greci o romani di Alessandria, il cui desiderio era quello di coniugare motivi egizi con quelli ellenistici e romani. Nell'isola di Pharos c'è la necropoli di Anfushi, la cui cronologia copre un periodo che va dal III al I secolo a.C. Le tombe sono decorate in evidente stile pompeiano, anche se i temi sono tipicamente egizi. Per entrarvi bisogna passare per un atrio sotterraneo da dove si accede alle sale in cui venivano sepolti i defunti, non cremati bensì inumati. Le più importanti sono le catacombe di Kom el-Shuqafa, con tombe del I secolo e del II secolo d.C. Da notare che, partendo dalla tomba di una famiglia o dal rappresentante di una corporazione, si è finito per dare vita a una specie di labirinto su più piani. Un'altra necropoli alessandrina, peraltro scoperta recentemente, è quella di Gabbani, con tracce di inumazioni e cremazioni in loculi o nicchie.

Agathosdaimon: Questo genio, che compare in numerose tombe sotterranee di Alessandria, era legato a Shay, un popolare dio egizio raffigurato in forma di serpente. Esso era un protettore e un benefattore, dotato della doppia corona, del caduceo di Ermes e di un tirso di Dionisio. Sopra di lui veniva posta la testa della Medusa, con un chiaro riferimento alla dea Atena.

Triclinium: Il triclinium era la sala da pranzo romana. Nelle tombe era il luogo deputato ai banchetti funerari, e alle feste o anniversari di una certa importanza. Era costituito da quattro pilastri, lavorati nella roccia come il resto della tomba.



sabato 22 dicembre 2012

Le Triadi di Micerino

Le triadi di Micerino, capolavori dell'Antico Regno, raggiungono un alto livello artistico e rappresentano l'affermazione di un canone nella scultura. Le opere, che dovevano far parte di un vasto complesso, conseguenza di un elaborato programma, mostrano anche la grandezza, il potere e l'essenza divina del sovrano. Le triadi furono trovate dall'egittologo statunitense Reisner a Giza, nel magazzino sud del tempio della valle del recinto funerario del sovrano. Sotto otto, di cui quattro ben conservate ed esposte oggi nei musei del Cairo e di New York. Sono lavorate in scisto e di grandezza inferiore a quella naturale. Il monarca occupa la parte centrale della triade, con la corona dell'Alto Egitto e la barba posticcia propria degli dei. Alla sua destra si trova Khamerernebti, che si identifica nella dea Hathor, con la pettinatura simmetrica e il disco solare tra le corna. Alla sua sinistra vi è una dea che personifica una delle province egizie e che è diversa in ognuno dei gruppi conosciuti. Le figure sono frontali e ieratiche. Stanno in piedi ed escono dall'ampia lastra di pietra alle loro spalle. Il pilastro dorsale ha permesso allo scultore di realizzare in rilievo i motivi che ornano l'acconciatura sul capo e sulle spalle dei personaggi. Allo stesso modo le insegne delle divinità che indicano i nomoi sarebbero state molto complicate da scolpire a tuttotondo. Nel gruppo scultoreo vi è una relazione di interdipendenza tra il Micerino e la dea Hathor, uguale al legame tra uomo e donna. In quest'opera, dunque, viene messo in risalto il ragno divino del faraone. Questo è uno dei gruppi trovati a Giza da Reisner nel 1908, all’interno del ‘’covo del ladro’’ del tempio della valle del recinto funerario di Micerino; è conservato nel Museo del Cairo. Le triadi si trovavano nel coretile del tempio, dove furono rinvenuti anche altri frammenti. Il re, elevato a rango di dio, ha la gamba sinistra in avanti come se stesse camminando. Le sue mani sono attaccate al corpo. L’artista ha fatto un ritratto del faraone nel suo massimo splendore, dotandolo di eterna giovinezza. Alla sinistra c’è la del settimo nomos dell’Alto Egitto, Diospoli Parva, che personifica la fecondità della terra, base materiale del potere del re. Le dee, che esprimono per la prima volta la bellezza della donna nell'arte, indossano tuniche sottili che lasciano intravedere la loro femminilità.

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martedì 18 dicembre 2012

La Tomba di Sennedjem

Se la scoperta della tomba di Tutankhamon scatenò un'autentica passione per l'egittologia, un posto d'onore nell'archeologia merita quella di Sennedjem, che fu ritrovata intatta, con oggetti funerari, mummie e grandi ricchezze.
Thustmosi I, della XVIII dinastia, fondò, vicino alle necropoli tebane, la città di Deir el-Medina per alloggiare gli artigiani e gli architetti della sua tomba. Le colline circostanti si riempirono dei sepolcri di questi lavoratori e delle loro famiglie, che li costruirono nel tempo libero. Sennedjem fu un artigiano della Valle dei Re che visse durante la XIX dinastia al servizio di Sethi I e Ramses II. Nella sua tomba appare il titolo di ''servitore del luogo della verità''. Nel febbraio del 1886, quattro egiziani della città di Qurna trovarono il pozzo del suo sepolcro, che appariva intatto. Questo lavoro era seguito da un funzionario del Servizio di Antichità, che diede notizia del ritrovamento. Gaston Maspero, il direttore del Servizio di Antichità, affidò gli scavi allo spagnolo Toda, console in Egitto. Lo studio da lui realizzato su questi lavori è fondamentale per conoscere lo stato della tomba al momento della scoperta, poichè molti pezzi portati alla luce dopo circa 3000 anni furono rubati o si deteriorarono per le loro cattive condizioni di conservazione. Oltre a venti mummie, nel sepolcro furono rinvenuti anche numerosi Ushabti di pietra calcarea, fango e legno con i nomi dei proprietari.

Le tombe avevano un pilone di entrata e uno o due cortili terminanti in una cappella che finiva con una piramide. Alla camera sepolcrale si accedeva attraverso un pozzo verticale. Della parte esterna della tomba non resta nulla; si è conservata solo quella sotterranea. I quattro egiziani trovarono l'imboccatura quadrata del pozzo nel cortile esterno; essa misurava 1 metro di ampiezza per circa 4 metri di profondità. L'orientamento dei lati coincideva con i quattro punti cardinali. Alla fine del pozzo, al lato ovest, si apriva una galleria che conduceva a un'anticamera, anch'essa scavata nella roccia. Un'altra galleria portava alla camera sepolcrale. In quest'ultima la porta di legno che la chiudeva era rimasta intatta, così come l'aveva lasciata il sacerdote che si occupava del sepolcro dopo aver sepolto l'ultimo membro della famiglia. Quando fu scoperta la tomba, sul pavimento c'erano vasi, elementi di mobilia, fiori secchi, pane e frutta. La sala misura 5 metri di lunghezza per 2,5 di ampiezza e ha un soffitto a volta. Tutte le pareti, compreso il soffitto, presentano una ricca decorazione, con scene della vita quotidiana di Sennedjem e sua moglie Inyferti, e di mitologia egizia legate al passaggio nell'aldilà. Lo sfondo delle scene è di color ocra-oro.

venerdì 23 novembre 2012

La Maledizione di Tutankhamon su Facebook

Sulla scia della divertentissima pagina di Antonio Plescia: ''Apostrofare Catilina in Senato'', nasce un'esilarante pagina facebook sul mondo egizio, dove le storie dei faraoni, vengono riviste in chiave ironica e dissacrante. Sono sicura che troverete questa pagina non solo innovativa, ma anche accattivante, infatti è bello poter pensare che la storia può essere insegnata anche con sarcasmo.
E questa è una delle vignette più divertenti che ho trovato...
Non mi resta che augurarvi un buon divertimento lasciandovi il link della pagina: Maledire Tutankhamon mentre ci grattiamo gli zebedei

domenica 4 novembre 2012

Ramses IX e il saccheggio delle tombe

''Abbiamo saccheggiato le tombe, ma ci sono tanti altri che lo fanno!''. Con questa spiegazione i ladri di tombe processati al tempo di Ramses IX giustificavano azioni che risalivano all'inizio del regno egizio. Il saccheggio dei sepolcri reali fu solo uno dei moltissimi fatti che segnarono la fine dello splendore raggiunto durante il Nuovo Regno. Anche se il Nuovo Regno fu una delle epoche di maggior splendore della storia dell'Egitto, i governanti non si distinsero soltanto per le loro gesta. Uno dei faraoni della XX dinastia, Ramses IX (1127-1109 a.C.), che portava il nome di uno dei suoi predecessori, il grande Ramses II, ci è noto, infatti, per un processo avvenuto durante il suo regno. La ricchezza dei corredi con cui venivano sepolti i sovrani per gioire nell'aldilà attirava i ladri di tombe. Già all'epoca del faraone Cheope, della IV dinastia, si ha notizia del saccheggio del sepolcro di sua madre, Hetepheres. I cambiamenti del luogo di sepoltura o della struttura dell'edificio funerario nono ostacolarono i ladri. Il saccheggio di tombe, aumentato durante i periodi di instabilità o di debolezza della corona, raggiunse il punto critico nel regno degli ultimi ramessidi. La depredazione del sepolcro di Ramses VI, nel 16° anno di regno di Ramses IX, diede inizio al processo contro i ladri. Il regno di Ramses IX fu caratterizzato da una certa instabilità politica e sociale. Il clero di Amon, a Tebe, aveva aumentato il proprio potere. Il sommo sacerdote, Amenhotep, fu rappresentato grande quanto il faraone in alcuni rilievi di Karnak. I cattivi raccolti provocarono un'epoca di carestia, insieme ai disordini provati da mercenari stranieri e dalle incursioni dei libici nel Delta. Questa situazione creò scontento, che crebbe con l'antagonismo tra due alti funzionari tebani. Approfittando dell'aumento dei saccheggi nelle tombe, il sindaco di Tebe, Paser, accusò Pawraa, sovrintendente di Tebe ovest, di essere complice dei ladri. Iniziò un processo, con un tribunale formato dal visir, dal sommo sacerdote di Karnak e dal sacerdote funerario del faraone, più due maggiordomi reali, un generale dei carri, un portabandiera e Paser. Il processo è raccolto in diversi papiri, come quello Amherst. Alcune tombe erano intatte, ma la maggior parte era stata già saccheggiata: ''Ci appropriamo dell'oro che troviamo sulla nobile mummia di questo dio, sui suoi amuleti a occhio e sui suoi ornamenti, posti sulla nuca e all'interno delle bare in cui riposava''. Nonostante gli interrogatori e le confessioni, all'epoca degli ultimi rappresentanti della XX dinastia si arrivò a un saccheggio totale.
Il papiro Abbott Il processo iniziato da Ramses IX fu raccontato in diversi papiri, come il papiro Abbott, riprodotto nella foto. In questi testi è raccolto lo svolgimento degli interrogatori, torture comprese, e delle visite alle tombe, insieme alla descrizione dettagliata del loro stato. Delle dieci tombe esaminate dal visir che si occupava del processo, solo una, quella del faraone Amenhotep I, non era stata violata. Di seguito riporto un frammento del papiro in questione: ''Fu condotto lo scriba dell'esercito Ankhenefamon, figlio di Ptahemheb. Fu interrogato dopo essere stato bastonato e gli furono messe catene ai piedi e alle mani; gli fu imposto un giuramente sotto pena di mutilazione, affinché non dicesse il falso''.

sabato 20 ottobre 2012

L'antico Egitto nei colossal cinematografici

Nella storia del cinema non si contano le superproduzioni spettacolari, realizzate con incredibile dispendio di mezzi tecnici e artistici. Le molte pellicole di questo tipo ambientate nell'Egitto antico sono sia scadenti sia brillanti.

A iniziare il filone fu Cecil B.De Mille con I dieci comandamenti del 1923 girato con budget di 600.000 dollari, fu un tale successo che nel 1956 ne usci un'altra versione, più rigorosa della prima. Il budget, superiore a 13 milioni di dollari, fu il più alto della storia della Paramount, ma in pochissimi mesi il film incassò 80 milioni, collocandosi al secondo posto in tutto il mondo dopo Via col vento. Fu girato in parte sul monte Sinai e in parte negli studi della Paramount e dell'RKO a Hollywood. Alcune delle scene più straordinarie e applaudite dal pubblico, furono la trasformazione dell'acqua in sangue, l'arrivo di Mosè a Menfi, la costruzione dell'obelisco nella città di Pi Ramesse e naturalmente la separazione delle acque. 
Il grande successo del cinemascope spinse la Fox a produrre il film Sinuhe l'egiziano (1954), diretto da un regista specializzato in western, il veterano Michael Curtiz, e tratto dal popolare romanzo omonimo di Mika Waltari. Raccontava la storia di Sinuhe, un giovane medico, interpretato da Edmund Pardom, che viene raccolto dalle acque del Nilo, come Mosé, e adottato da un modesto medico, che ignora il suo sangue reale. Da adulto ricerca la verità alla corte di Amenhotep IV, anche noto come Akhenaton, personaggio interpretato dall'attore Michael Wilding. I buoni propositi di Sinuhe vengono ostacolati da Nefer, una seduttrice babilonese, impersonata da Bella Darvi, che tenta di separarlo a ogni costo da Merit(Jean Simmons). L'attore Victor Mature interpreta il guerriero Horemheb, che poi salirà al trono d'Egitto inseguito al matrimonio con Baketamon(Gene Tierney, a lato), sorella del faraone eretico.

Le riprese del film Cleopatra, nella sua versione del 1963, furono così dure e laboriose che la loro spettacolarità e la loro durata lasciarono la compagnia Fox, una delle grandi case produttrici di Hollywood, in mezzo a un caos finanziario, aggravato dalle difficoltà provocate dalla salute e dai capricci della bellissima Elizabeth Taylor, che interpretava il ruolo della regina macedone. Con scene grandiose, il film costò 37 milioni di dollari e, come altri grandi colossal dell'epoca, fu girato nei paesi mediterranei. Le riprese di Cleopatra, diretto da Ruben Mamouilian, iniziarono a Londra, dove la scenografia occupava tre etteri. Interrotte per la malattia della protagonista, ricominciarono alcuni mesi più tardi a Roma, con Joseph Mankiewicz come regista, e dopo numerosi scandali(nacque su questo set il burrascoso amore tra la Taylor e Richard Burton, che interpretava Marco Antonio)e problemi finanziari, terminarono finalmente in Almeria, dove vennero girate le scene della battaglia di Farsalo. Le pellicole dedicate all'antica civiltà egizia non terminarono con questo grande colossal, negli ultimi anni abbiamo assistito a diverse pellicole ambientate in luoghi e tempi lontani, come il film d'avventura La Mummia, al quale seguì un secondo film, entrambi raccontano la rinascita del principe Imhotep(Arnold Vosloo). Esotismo, maestosità e miglia di comparse sono gli elementi di un cinema spettacolare che si ispira alla grandezza dell'antico Egitto.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...