sabato 28 giugno 2014

Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: QV66

La tomba della regina Nefertari, grande sposa di Ramses II e una delle regine più importanti dell'intera storia egizia, è da sempre considerata come la "Cappella Sistina" dell'antichità. Le bellissime immagini e i ricchi particolari che le impreziosiscono, fanno delle raffigurazioni della tomba QV66 (Queen Valley numero 66) il gioiello dell'arte funeraria dell'antico Egitto. Tuttavia, oltre al valore artistico, possiamo prendere in esame anche le varie scene e cercare di capirne il significato tramite la lettura dei geroglifici; di seguito sono riportate tre raffigurazioni tra le più famose.

Scena 1: Maat garantisce la protezione della regina



Scena 2: Nefertari gioca una partita che non può perdere


Scena 3: Nefertari reca onori a Thot


(clicca sull'immagine per ingrandirla)





Traduzioni di A.G.Napoli

lunedì 9 giugno 2014

Viaggio in Egitto 2015

Con questo post voglio condividere con chiunque segua il mio blog, che sto organizzando un nuovo viaggio in Egitto per Settembre 2015.
Con il mio amico e collega Sandro Biagi ho creato uno straordinario itinerario, il sogno di chiunque ami la storia egizia. Di seguito riporto il percorso che seguiremo.
Naturalmente questo viaggio è costruito secondo dei prerequisiti:
  1. Ottima tenuta fisica (ci saranno grandi camminate ed escursioni lunghissime e faticose)
  2. Buona conoscenza della società egizia 
  3. Un minimo di conoscenza della lingua inglese
  4. Curiosità per siti meno eclatanti ma di grande importanza archeologica 
  5. Serietà 


Giorno 0 - Giovedì 03 Settembre
Riunione all'aeroporto di Roma Fiumicino entro le 10.00, disbrigo delle formalità, imbarco dei bagagli da stiva e successiva partenza per il Cairo alle 12.45. Arrivo all'aeroporto internazionale del Cairo alle 17.00, cena in battello e pernottamento.
Giorno 1 - Venerdì 04 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento per Alessandria. Arrivo e registrazione in hotel. Nel pomeriggio visita del forte di Qaitbay e sosta alla biblioteca di Alessandria. Cena, rientro in hotel e pernottamento.
Giorno 2 - Sabato 05 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita della Colonna di Pompeo e del Serapeum. Nel pomeriggio, visita dell'anfiteatro romano e della moschea di An-Nabi Daniel, tempo libero. Cena e pernottamento.
Giorno 3 - Domenica 06 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. In mattinata visita delle catacombe di Kom Ash-Shuqqafa.  Nel pomeriggio visita delle Catacombe di Chatby. Rientro in hotel e pernottamento.
Giorno 4 - Lunedì 07 Settembre
Sveglia e colazione in hotel.  Proseguimento per il Cairo. Durante il percorso sosta a Wadi Natrun, visita dei monasteri Copti e dell'intera area. Arrivo al Cairo e pomeriggio libero. Pernottamento.
Giorno 5 - Martedì 08 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita alla piana di Giza, del Museo della barca solare, della Sfinge e della necropoli dell'Antico Regno. Ritorno in hotel, cena e pernottamento.
Giorno 6 - Mercoledì 09 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Secondo giorno di visita alla piana di Giza con l'interno delle piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Cena e pernottamento.
Giorno 7 - Giovedì 10 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita alla Necropoli di Saqqara, con il Museo di Imhotep, Serapeum e la necropoli del Nuovo Regno. Dopo pranzo visita del piccolo museo di Menfi e del tempietto di Sethi I. Ritorno in hotel. Pernottamento.
Giorno 8 - Venerdì 11 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Partenza per Avaris e Tanis. Durante il ritorno al Cairo, visita di Bubastis. Cena libera e pernottamento in albergo.
Giorno 9 - Sabato 12 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita del vecchio Museo egizio del Cairo e della sala delle mummie, pranzo al ristorante del Museo e nel pomeriggio continua la visita al Museo (facoltativo). Per cena, visita di Khan el Khalili e del famoso caffè Fishawi. Ritorno in hotel e pernottamento.
Giorno 10 - Domenica 13 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Visita delle piramidi di Lisht e Meidum di mattina. Di pomeriggio visita di Abusir e Dashur. Ritorno in hotel e recupero dei bagagli. Proseguimento alla stazione di Giza e treno Abela notturno per Aswan alle 20.00. Cena e pernottamento a bordo.
Giorno 11 - Lunedì 14 Settembre
Sveglia e colazione in treno. Arrivo in hotel e disbrigo delle formalità.Visita delle tombe dei Nobili e nel pomeriggio visita del Museo Nubiano. Ritorno in hotel, cena e pernottamento.
Giorno 12 - Martedì 15 Settembre
Sveglia e colazione in hotel.  Visita dell'isola di  Elefantina. Ritorno in hotel e nel pomeriggio partenza in autobus per Abu Simbel. Arrivo in hotel, cena e pernottamento. Possibilità di una prima visita ad Abu Simbel (a seconda dell'orario di arrivo) o in serata spettacolo suoni e luci (facoltativo).
Giorno 13 - Mercoledì 16 Settembre
All'alba visita dei Templi di Abu Simbel. Proseguimento in autobus e ritorno ad Aswan. Sistemazione in hotel.
Giorno 14 - Giovedì 17 Settembre
Sveglia e colazione. Visita al tempio di Philae e di quello di Kalabsha. Cena e pernottamento.
Giorno 15 - Venerdì 18 Settembre
Sveglia e colazione. Visita del tempio di Kom Ombo e di Gebel Silsila. Cena e pernottamento.
Giorno 16 - Sabato 19 Settembre
Sveglia e colazione. Visita dell'Isola di Sehel. Pranzo. Pomeriggio libero. Cena e pernottamento.
Giorno 17 - Domenica 20 Settembre
Sveglia presto e partenza per Luxor. Colazione e pranzo a sacco. Soste a Edfu, El Kab e Esna. Arrivo in serata a Luxor, cena e pernottamento.
Giorno 18 - Lunedì 21 Settembre
All'alba giro in mongolfiera (facoltativo). Colazione al sacco e primo giorno di visite delle Necropoli tebane: Valle delle Regine, Ramesseum, Malkata e Medinet Habu. Cena e pernottamento.
Giorno 19 - Martedì 22 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento con il secondo giorno di visite delle Necropoli tebane: Valle dei Re, Valle Ovest (Tomba di Ay) e Deir el Medina (Tombe, villaggio et ecc..). Cena e pernottamento.
Giorno 20 - Mercoledì 23 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento con il terzo giorno di visite dedicato a Tebe ovest: Deir el Bahari e una seconda visita alla Valle dei Re. Cena e pernottamento.
Giorno 21 - Giovedì 24 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento con il quarto giorno di visite dedicato a Tebe ovest: Valle dei nobili, con le tombe di Ramose, Sennefer ecc..ecc.. Cena e pernottamento in un hotel della riva Est.
Giorno 22 - Venerdì 25 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Intera giornata dedicata alla visita del  Tempio di Karnak e di quello di Luxor. Cena e pernottamento.
Giorno 23 - Sabato 26 Settembre
Sveglia e colazione. Visita del Museo di Luxor e del Museo di Mummificazione. Pomeriggio libero. Cena e pernottamento.
Giorno 24 - Domenica 27 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Partenza per Abydos, pranzo al sacco e durante il tragitto sosta a Dendera. Arrivo e visita del tempio di Abydos, cena e pernottamento.
Giorno 25 - Lunedì 28 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Seconda visita al tempio di Abydos e proseguimento per la necropoli predinastica. Cena e pernottamento.
Giorno 26 - Martedì 29 Settembre
Sveglia e colazione, pranzo al sacco. Partenza per Minya e sosta ad Akhmin, dove ammireremo i resti del tempio di Min. Proseguimento per Minya, arrivo, sistemazione in hotel, cena e pernottamento.
Giorno 27 - Mercoledì 30 Settembre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento per la prima visita di Tell el Amarna, l'antica capitale del faraone eretico. Pranzo al sacco, ritorno in hotel. Cena e pernottamento.
Giorno 28 - Giovedì 01 Ottobre
Sveglia e colazione in hotel. Proseguimento per la seconda visita di Tell el Amarna. Pranzo al sacco. Cena e pernottamento.
Giorno 29 - Venerdì 02 Ottobre
Sveglia e colazione in hotel. Partenza per il Cairo, ma prima visita della tomba di Petosiris e delle tombe di Beni Hassan. Deviazione e sosta fotografica a Lahun e Hawara. Arrivo al Cairo, sistemazione al hotel Cityview del Cairo, cena al ristorante Sequoia e pernottamento.
Giorno 30 - Sabato 03 Ottobre
Sveglia e colazione in hotel. Seconda visita del Museo Egizio del Cairo, inclusa la sala delle Mummie reali. Dopo pranzo, proseguimento per l'aeroporto internazionale del Cairo, disbrigo delle formalità, imbarco dei bagagli da stiva e partenza per Roma alle 17.00. Arrivo a Roma alle 20.30 e scioglimento del gruppo.


Per qualsiasi info potete contattarmi all'indirizzo e-mail: kemet@live.it
Successivamente vi fornirò il mio contatto skype o il mio numero di cellulare. Oppure potete contattarmi tramite Facebook, mi raccomando di inviarmi un messaggio perché non accetto amicizie indistintamente. 

sabato 31 maggio 2014

Keperkara Senuseret: Sesostri I



Secondo faraone della XII dinastia, Sesostri I rientra nella grande tradizione dei sovrani fondatori, amministratori capaci di portare splendore e prosperità alla civiltà egizia. Sesotri I è stato uno dei più gloriosi sovrani della XII dinastia: un merito ancor più grande se si considera che questa fu una delle più prestigiose dinastie nella storia dell’antico Egitto. Fu la seconda del Medio Regno e resse il paese per quasi due secoli (all’incirca dal 2000 al 1800 a.C.) per mezzo di due stirpi di sovrani, gli Amenemhat e i Senuseret, nome originale del grecizzato “Sesotri”.
La storia dell’Egitto abbonda di paradossi. Non stupisce, dunque, che Sesostri I, il cui regno coincise con un periodo di pace e di prosperità, sia stato un soldato: egli condusse all’esterno dei confini una guerra vittoriosa contro i Libici e portò la battaglia fino in Asia. Furono, comunque, soprattutto le sue geniali doti di amministratore e costruttore a dare lustro al suo regno, nel periodo compreso tra il 1970 e il 1936 a.C. Sesotri I era figlio di un altro grande sovrano, Amenemhat I, fondatore della XII dinastia. Amenemhat iniziò suo figlio al ruolo di faraone molto presto; non lesinando consigli e raccomandazioni (come si evince dagli insegnamenti di Amenemhat, i quali furono attribuiti a questo faraone, ma che presumibilmente furono composti dopo la morte del re), gli insegnò a essere vigile e diffidente nei confronti dei cortigiani, senza mai rinunciare alla saggezza e alla generosità. Durante il regno di suo padre, Sesostri apprese il mestiere delle armi e l’esercizio del comando, diventando capo dell’esercito nel corso delle spedizioni che lo portarono in Asia, in Libia e in Nubia.

Non si conoscono le circostanze esatte della morte di Amenemhat I: forse, nonostante la sua nota prudenza, fu vittima di un complotto fomentato all’interno del suo harem. È certo, ivece, che il figlio imparò bene la lezione paterna e riuscì a sventare una congiura organizzata contro di lui da suo fratello. Appena salito al potere, Sesostri I, che aveva sposato la regina Neferu, si avvalse dei servigi di un dignitario illuminato e potente che gli era assolutamente devoto, il visir Mentuhotep. Seconda personalità dello stato dopo il sovrano, questi seppe saggiamente consigliare il suo signore, ne fece eseguire fedelmente la volontà anche a dispetto delle forti tradizioni vigenti e raggruppò un buon numero di funzionari competenti e zelanti. È in parte a questa amministrazione rigorosa che si deve la prosperità del regno di Sesostri I, le cui finanze erano oggetto di una cura particolare: ogni spesa doveva essere registrata da uno scriba e giustificata, anche se era fatta direttamente dal re.
Sesostri I intendeva evitare sopra ogni cosa il ritorno al disordine che era seguito all'Antico Regno, durante il Primo Periodo Intermedio: era stata una parentesi terribile, durante la quale la nazione egizia aveva rischiato di sparire perché, ancora una volta, il Basso e l'Alto Egitto si erano separati e una forte rivalità era sorta tra loro. Di tutto questo Sesostri I era venuto a conoscenza da suo padre, che a sua volta lo aveva appreso dai suoi predecessori. Il caos nel paese era stato orribile: lo Stato era ridotto alla totale impotenza; anarchia e confusione regnavano ovunque. I funzionari attingevano dal tesoro e i banditi arrivavano fin nelle città per derubare gli abitanti. Le città si facevano guerra tra loro e si distruggevano; ma ormai tutto questo era passato. Il paese era nuovamente unificato e l'autorità dello Stato restaurata. Il faraone Amenemhat I, infine, per rinforzare definitivamente i rapporti tra il sud e il nord del regno, lasciò la capitale Tebe e andò a stabilirsi a El-Lisht, nel nord del Medio Regno, l'antica Iti Tawy. Da lì, Sesostri I avrebbe consolidato ancor di più la sua organizzazione, portando al suo popolo: pace, benessere e giustizia.

Sesostri I istituì un sistema fiscale più adeguato alla sua epoca. Fece emanare leggi nuove e più eque, soprattutto in materia di debiti. Rese la libertà ai prigionieri di guerra. L'educazione e la cultura ebbero una nuova spinta. Furono intraprese importanti opere d'irrigazione: sotto il suo regno fu scavato il grande canale che unisce il Nilo al mar Rosso. Allo stesso tempo il sovrano limitò i poteri, spesso eccessivi, dei nomarchi, potenti dignitari che volevano dominare incontrastati sulle province, i cosiddetti ''nomi''. Anche in campo architettonico Sesostri I dimostrò il proprio valore. L'Egitto gli deve numerosi templi, edifici e luoghi di culto: a El-Lisht, a Karnak, ad Abydos e a Eliopoli. Il faraone diede avvio a ciò che sarebbe diventata la sontuosa opera architettonica del Medio Regno. Sempre sotto il suo regno fu intrapresa la bonifica e la valorizzazione della magnifica oasi del Fayyum, sita ad ovest del Nilo.

Non stupisce, dunque, che il popolo venerasse e cantasse le lodi di Sesostri I. Egli era la "stella che illumina il doppio paese", il "falco conquistatore" e il "maestro universale". In alcune città il culto tributato al faraone superava quello riservato al dio locale. Presenza familiare a corte, il poeta Sinuhe, nel suo ''romanzo'', descrive il sovrano come: "un dio senza eguali, un maestro di saggezza, perfetto nei piani". Una glorificazione che testimonia l'armonia che caratterizzò la civiltà del Medio Regno.

martedì 20 maggio 2014

La storia di Hatshpsut attraverso le sue opere


“Ed ecco, io ero seduta nel mio palazzo e pensavo a colui che mi aveva creata.  E il mio cuore mi indusse a fare per lui due obelischi in oro fino, i cui pyramidion si confondono col cielo …”
Hatshepsut, Obelisco di Karnak

La storia dell’antico Egitto è piena di istanti importanti, ma senza dubbio, il momento che ha determinato maggiormente il corso di tale cultura è il Nuovo Regno. Con questo termine si usa indicare il lasso di tempo intercorso tra la cacciata degli Hyksos (1543 a.C. circa) e il Terzo Periodo Intermedio (1078 a.C.). Durante questo eccezionale periodo regnarono in Egitto le dinastie: XVIII, XIX e XX, in cui si avvicendarono sul trono di Horus faraoni dalla personalità straordinaria. Uno di questi era Hatshepsut. Nell’antico Egitto non era di certo una novità il regno di un faraone donna, prima di lei si annoverano i re: Nitocri, Sobekneferu e Neferuptah, tuttavia secondo la legge egizia, erano gli uomini a dover regnare. Con la morte di Thutmosi I si verificò la mancanza di un erede maschio, infatti Thutmosi II, suo successore, era figlio di una concubina, quindi non legittimato a regnare, e fu per questi motivi che sposò Hatshepsut, garantendosi così il trono di suo padre. In questo caso assunse l’appellativo di Grande sposa reale, così come fecero tutte le regine d’Egitto. Il regno dei due fratellastri durò poco o più di cinque anni, alla sua morte Thutmosi II lasciò due figlie avute dal matrimonio con Hatshepsut e un figlio nato dal rapporto con la seconda moglie, Isis. Il piccolo non fu destinato a regnare da suo padre, che probabilmente pensava di vivere abbastanza da poter avere un figlio maschio dalla sposa principale, infatti, fu affidato all’inizio ai sacerdoti di Amon. Una leggenda racconta che durante una processione nel tempio del dio tebano, Amon avrebbe sussurrato al giovane principe d essere destinato a regnare, avvenimento che fu immortalato in seguito e descritto in questo modo:

“ sembrava che il dio cercasse qualcuno, poi si fermò davanti al giovane principe, che si chinò pieno di rispetto.. ma il dio lo sollevò e lo portò con sé dove solo i re possono entrare.. “

Il nome di questo fanciullo era Thutmosi, passato alla storia come il Napoleone d’Egitto, un faraone leggendario dalla fama di guerriero imbattuto. Tuttavia all’epoca della morte del padre, Thutmosi era solo un bambino e la reggenza fu affidata alla zia e matrigna Hatshepsut, che riuscì così a diventare faraone e a mantenere il potere per molto tempo, almeno fino al 1457 a.C.
Durante il suo regno il clero tebano promulgò una legge teocratica, per la quale la successione doveva essere garantita e appoggiata dai sacerdoti di Amon. Per questi e altri motivi, Hatshepsut fece scolpire a Deir el-Bahri, un tempio funerario che si trova ancora oggi sulla riva ovest del Nilo a Luxor, la storia della sua nascita; mettendosi in linea diretta di discendenza con Amon stesso. Questo stratagemma gli consentì di mantenere il potere ai danni di Thutmosi anche quando quest’ultimo arrivò all’età giusta per regnare. In numerosi documenti è possibile vedere Hatshepsut in testa alle processioni e alle spalle il nipote. Per rafforzare il proprio potere, iniziò a indossare vesti maschili e la barba posticcia, simbolo di regalità e dominio.  Hatshepsut così rafforza il proprio dominio sull’Egitto grazie alla religione, attraverso una teogamia reale, secondo la quale essendo lei nata direttamente dal dio aveva di conseguenza lei sola il diritto di rappresentarlo in terra. Fatto sta, che questo diede inizio allo strapotere del clero tebano, che porterà poi all’indebolimento dell’influenza faraonica, che costringerà Akhenaton, il faraone eretico, al distacco da Tebe e da Amon. La vita di questo faraone non fu di certo immune ai pettegolezzi, infatti, molti sostennero che il secondo sacerdote di Tebe, tale Senmut fosse anche il suo amante e vero padre della principessa Neferura, con la quale è stato ritratto in diverse occasioni. Nondimeno, Senmut fu anche un architetto geniale, artefice del tempio funerario di Deir el-Bahri, che diede il via a una vera e propria catena di ricostruzioni sulle rovine lasciate dal dominio degli Hyksos, che sarà poi sottolineata dalla stessa Hatshepsut:

“Ho ricostruito ciò che fu distrutto e ho portato a buon termine quello che non era finito. Gli asiatici con altri barbari hanno abitato nel nord del paese, dove hanno distrutto ciò che era stato costruito una volta, in disprezzo del dio Ra …”

Mentre si occupava di politica interna e di opere edilizie, lasciò completamente da parte l’espansione geografica, mantenendo rapporti tranquilli con i paesi vicini. Le relazioni con tali popoli furono anche agevolate dal commercio e da alcune spedizioni coloniali. Durante il nono anno di regno di Hatshepsut, si dice che fu lo stesso Amon a volere un’esplorazione nel paese di Punt, che aveva come scopo quello di approvvigionare il santuario della regina-faraone.  Negli anni il suo potere crebbe a dismisura, fino ad affermare:

“Tutti i paesi stranieri mi sono soggetti. I miei confini arrivano a sud fino a Punt, a est fino alle paludi dell’Asia. Gli abitanti del Sinai sono sotto il mio dominio. A occidente il mio regno arriva fino a Manu. Io domino sulla Libia. A nord il confine è segnato dalle isole del mare … Dominio sui beduini dominatori del deserto … “


Non sappiamo esattamente com’è morta Hatshepsut, molti hanno ipotizzato che Thutmosi stanco del ruolo secondario nelle vicende dell’Egitto, abbia poi deciso di ucciderla. Tuttavia, non c’è nulla che ci faccia pensare ad una tale ipotesi, quindi, presumibilmente, possiamo parlare di morte naturale. Nondimeno sappiamo però che Thutmosi cercò invece di distruggerne la memoria, infatti una volta diventato faraone, mise in opera una massiccia campagna di damnatio memoriae ai danni della matrigna, arrivando a distruggere e usurpare i suoi monumenti. Nonostante i vari sforzi egli non riuscì nel suo intento, tanto che oggi Hatshepsut rimane la più famosa regina-faraone dell’intera storia egizia.

giovedì 15 maggio 2014

Lessico religioso: Lettere B & C


B

Ba
Entità assimilabile al nostro concetto di “anima”. Per gli egizi era una parte invisibile dell’essere umano; a differenza della carne, era incorruttibile. Il ba veniva rappresentato per mezzo di un uccello dalla testa umana, e si differenziava dal ka, che era un vero e proprio “duplicato” dell’anima e del corpo. Ogni dio e ogni uomo possedevano un proprio ba e un proprio ka.

Benben
Roccia o “collina” primordiale legata al culto elio polita: era la terra miracolosamente emersa dalle acque il giorno della creazione e sulla quale il sole posò i suoi raggi durante la prima alba della storia. A questo mitico molite erano ispirati gli obelischi, che simboleggiavano al tempo steso il benben e il raggio solare pietrificato. 

C

Canto
Accompagnava le cerimonie religiose in cui, al suono di flauti, tamburelli e crotali, giovani donne intonavano inni liturgici e preghiere. Placando le ire del dio, il canto delle fanciulle lo rendeva più propenso ad accogliere le invocazioni dei fedeli. Le donne preposte a cantare le lodi di Amon godevano di una particolare considerazione.

Clero
Insieme delle persone consacrate al culto di un dio e che risiedevano in un tempio o nelle proprietà a questo collegate. Comprendeva, in primo luogo, i sacerdoti, veri e propri servitori del dio; vi erano poi gli addetti alle funzioni religiose, gli scribi, e così via. Spesso, dopo un mese di servizio i membri del clero potevano ritornare alla vita laica ed erano sostituiti da un nuovo gruppo di sacerdoti; trascorsi un mese o due di pausa, riprendevano a vivere nel tempio. Questa osmosi tra mondo religioso e mondo laico contribuì ad accentuare il carattere religioso della società egizia.

Cosmogonia
Dottrina che cerca di spiegare l’origine dell’universo (il cosmo) basandosi su credenze mitologiche o religiose, oppure su nozioni scientifiche. Quella egizia poteva variare a seconda del centro religioso in cui era stata elaborata: secondo la dottrina di Eliopoli, Ra aveva creato il mondo; a Menfi invece, questo ruolo veniva attribuito a Ptah.

Criocefalo
Riferito a un essere dalla testa di ariete. Khnum, e Amon in alcune raffigurazioni, erano divinità criocefale.

Crotalo
Strumento musicale a percussione, costituito da due pezzi di osso o di avorio, a forma di mani o di avambracci: sbattendoli uno sull’altro, si dava il ritmo alle melodie suonate per gli dei. Sono stati ritrovati dei crotali che venivano utilizzati dalle sacerdotesse addette al culto di Hathor e di Heket. 

Ctonio
Dal greco chthònios (della terra): si riferisce a tutto ciò che riguarda il mondo sotterraneo (cioè i defunti) e il mondo disorganizzato (associato al caos e ali inferi). Questo aggettivo caratterizzava, in particolare, gli dei e gli spiriti legati all'aldilà. Il serpente Apep era una delle più famose entità ctonie.

Cuore (Ib)
Per gli egizi era la sede dell’intelligenze e svolgeva funzioni che noi attribuiamo al cervello. Nel giudizio finale, durante la cerimonia della psicostasia, veniva pesato per verificare se la confessione del defunto era veritiera, ponendolo su una bilancia accanto alla dea Maat.

domenica 4 maggio 2014

L'avorio


Dopo l’argento e l’oro, l’avorio era una delle materie più preziose dell’antico Egitto: per questa ragione, i sovrani lo affidavano solo agli artigiani più abili, capaci di realizzare raffinati oggetti di ogni tipo. La necessità di procurarsi l’avorio fu anche uno dei motivi per cui vennero organizzate le prime spedizioni in Nubia, con cui ben presto si stabilirono relazioni commerciali stabili.
Gli antichi egizi ricavavano l’avorio in almeno due modi: i più utilizzati allo scopo erano i denti di ippopotamo, che fornivano un materiale di buona qualità e piuttosto facile da trovare; questi animali, infatti, li perdono e sostituiscono regolarmente quando diventano troppo grandi e fastidiosi. Quanto alle zanne di elefante, bisogna tenere presente che questo pachiderma viveva molto più a sud, nei territori nubiani: i faraoni poterono godere di questo pregiato materiale solo a partire del Medio Regno, prima grazie alle spedizioni commerciali, poi con l’occupazione militare.
La lavorazione dell’avorio richiedeva molta pazienza e grande precisione da parte degli artigiani. Per questo motivo, considerando anche la difficoltà nel reperirlo, l’avorio di elefante era destinato solo ai lavoratori di corte, gli unici ad avere il privilegio di intagliarlo e ricavarne oggetti preziosi. Peraltro, in virtù del suo colore bianco crema, spesso opaco, l’avorio era considerato un simbolo di purezza assoluta: pertanto, solo mani esperte e di fiducia potevano maneggiare questa sorta di “dono degli dei”. Con l’avorio, gli artigiani egizi realizzavano soprattutto piccoli oggetti di uso quotidiano, come monili e accessori per il trucco, pettini, spatole per il fard e contenitori per i più svariati unguenti, che sono stati ritrovati in molte tombe, deposti accanto al defunto, di cui, secondo le credenze dell’epoca, continuava a servirsene nell'aldilà. Tutti gli oggetti erano finemente intagliati con motivi geometrici o figure di animali.

L’avorio arrivava sul banco di lavoro dell’artigiano allo stato grezzo. Le lunghe zanne ricurve venivano tagliate in piccoli cilindri, poi cominciava il lavoro vero e proprio dell’artigiano. Innanzitutto, questi esaminava molto attentamente ogni pezzo per coglierne al meglio le caratteristiche: in questo modo, decideva la destinazione finale della materia prima, in base agli ordini che doveva evadere. Per esempio, un blocco lungo e stretto poteva essere adatto per realizzare una statuetta o un oggetto da toilette, un altro più compatto poteva prestarsi per creare un portagioie, e così via. In ossequio alla concezione dell’arte diffusa a quei tempi, l’artigiano si serviva quindi del suo estro per “liberare” la forma finale dell’oggetto da un blocco di materia. Un po’ alla volta, scheggia dopo scheggia, si avvicinava alla forma intuita fin dall’inizio: con gli utensili adeguati, l’artista continuava a definire i dettagli e la decorazione. Alla fine, l’oggetto veniva lucidato per mezzo di una polvere abrasiva, che conferiva al prodotto finito il suo caratteristico bagliore lattiginoso. Gli scarti di lavorazione non venivano gettati, ma riutilizzati per magnifici lavori di intarsio. Nel corso dell’intero procedimento, semplice solo i apparenza, l’artigiano doveva tenere conto che l’avorio è estremamente friabile, se lavorato con un attrezzo: per non sbriciolarlo, quindi, era necessaria una grande esperienza e la capacità di sapere istintivamente fino a che punto ci si poteva spingere senza compromettere il risultato finale.

sabato 26 aprile 2014

Stele di Semna di Sesostri III


Quale sistema difensivo contro i Nubiani, che minacciavano l'Egitto da Sud, il faraone Sesostri III (circa 1877-1843), della XII dinastia, fece collocare una roccaforte militare in Nubia, all'estremità meridionale della seconda cateratta del Nilo.
Una catena di tre forti (a Semna, sulla riva occidentale del fiume, sull'isola di Uronarti, e a Kumma, sulla riva orientale) era completata da due muraglie: una a Nord, a Serra, e l'altra a Sud, a Sai.
Alcune iscrizioni, incise sulle rocce presso il fiume, ci danno testimonianza di questa attività del faraone. Una prima stele, risalente all'anno otto di regno, dimostra che erano state prese le più severe misure per impedire il passaggio dei Nubiani. Con tono più solenne e orgoglioso, la sottomissione della Nubia è commemorata in una seconda stele, dell'anno sedici, incisa su una roccia presso il forte di Semna e su di un'altra di identico contenuto, colloca nell'isola di Uronarti. 
In questo post si prenderà in considerazione solo la seconda stele, visto l'interessante descrizione che Sesostri III fa di se stesso.










Nell'immagine successiva potete notare a quali parti dell'iscrizione si fa riferimento. Affianco la stessa suddivisione su una copia in bianco e nero per facilitare il riconoscimento dei geroglifici.


Prima parte (gialla)

Seconda parte (verde)




Traduzioni di Alberto Elli

domenica 20 aprile 2014

Il Museo Egizio del Cairo: Statua di Tjay e Naia




I coniugi sono assisi su un sedile con schienale alto: l'uomo ha il palmo destro aperto poggiato sul ginocchio e la mano sinistra chiusa a pugno e appoggiata sulla coscia. La donna ha il palmo sinistro aperto sul ginocchio, mentre con la mano destra cinge la schiena del marito. Tra le due figure, sullo schienale è raffigurato Osiride in trono sotto un baldacchino; sulla parte inferiore del sedile stanno seduti, uno di fronte all'altra, odorando fiori di loto. Sul retro del sedile è scolpito un uomo assiso, che nella mano sinistra reca un drappo e un bastone-sekhem e nella destra un fiore di loto. I geroglifici incisi a bassorilievo sulla gonna di Tjay, sulla base d'appoggio dei piedi delle due statue, sopra la figura di Osiride e sul retro dello schienale contengono formule di offerta per Ra-Horakhti e per Ptah-Sokaris in favore del ka dei due coniugi. 

Dati 
Materiali: calcare
Altezza: 90 cm

Dati della scoperta
Luogo del ritrovamento: Saqqara
Epoca: Nuovo Regno (1550-1075 a.C.).
Archeologo: A. Mariette (1862).
Sala in cui è attualmente custodito: n°14

mercoledì 16 aprile 2014

Il fiore di Loto

In Egitto si trovavano due specie di ninfee, chiamate dai Greci e dai Latini "loti": il loto bianco e il loto azzurro. Il primo presenta delle foglie dal bordo dentellato, boccioli arrotondati e petali larghi e aperti; il secondo ha invece foglie dal bordo lineare, boccioli appuntiti e petali stretti. Il loto azzurro fu il più sacro e il più rappresentato nell'arte egizia. Poiché il fiore di loto alla sera si chiude e si immerge sotto la superficie dell'acqua, per poi risollevarsi e dischiudersi nuovamente al mattino, esso divenne facilmente un simbolo del sole e della creazione, oltre che della rinascita. Secondo un mito della città di Hermopolis, fu un grande loto che si sollevò dalle acque primordiali (Nun) e da cui, per la prima volta, sorse il sole. L'idea del giovane dio sole che appare come un fanciullo su un fiore di loto è ben descritta nel capitolo XV del Libro dei Morti e fu di frequente rappresentata nell'arte egizia. Questo giovane dio si chiamava Nefertum e portava spesso il titolo di ''signore dei profumi'', evidente allusione alla fragranza del loto stesso. Come simbolo di rinascita, il fiore venne anche strettamente associato al culto funerario. 
I quattro figli di Horus, che si prendevano cura del defunto, sono spesso raffigurati su un fiore che spunta da uno specchio d'acqua dinanzi al trono del dio Osiride, signore dei morti per eccellenza. Il Libro dei Morti contiene poi delle formule che permettevano al defunto di trasformarsi in un fiore di loto, al fine di resuscitare dopo la morte. Un piccolo busto di Tutankhamon (sopra) esprime questo concetto e mostra la testa del giovane faraone che si innalza sopra un fiore di loto a una nuova vita. Il loto appare in scene in cui esso viene offerto agli dei e, durante il Nuovo Regno, viene dipinto nelle tombe in scene di banchetto, sopra delle giare di vino (l'essenza del fiore di loto era forse usata nella preparazione del vino per le sure leggere proprietà narcotiche). Nello stesso periodo il loto divenne un simbolo dell'Alto Egitto. 

sabato 12 aprile 2014

Il trattato di pace tra egizi e hittiti: testo geroglifico dell'intestazione

Con una serie di post andrò a presentare l'intero testo del trattato di pace tra egizi e hittiti in seguito alla battaglia di Kadesh, il trattato risale al 1268 a.C circa; iniziamo con l'intestazione.

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

Per avere una maggiore comprensione del testo è necessario suddividerlo in quattro parti e analizzare parola per parola, in modo che possiate individuarla nell'intestazione completa.  Nell'immagine vedrete la riga di riferimento, mentre sotto si trova la scomposizione in parole.

Riga 1:


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Riga 3:


Riga 4:


Per ingrandire i testi, basta semplicemente cliccare sull'immagine. Buona lettura.




Traduzioni di Alberto Elli

venerdì 14 marzo 2014

Tabù, divieti e sacrilegi

Nel pensiero religioso dell'antico Egitto sono molte le divinità che hanno come prerogativa quella di colpire con un tabù una determinata categoria di esseri, di animali, di oggetti o di azioni. Queste proibizioni sacrali sono numerose e devono probabilmente essere ritenute un'eredità di pratiche tribali comuni nei tempi della preistoria delle terre del Nilo. La loro osservanza faceva parte della complessa rete di relazioni che legavano i mortali ai loro padroni ultraterreni. Per la maggior parte, i tabù variavano da città a città, a seconda della divinità dominante e delle specifiche forme del culto locale e potevano essere esercitati in due diversi modi, ossia "a favore" o "contro" qualcosa o qualcuno.
Nel primo caso il tabù serviva in particolar modo per proteggere alcune specie sacre di animali. In alcune località era vietato pescare qualsiasi pesce, maltrattare una mucca, oppure era proibito presentarsi dinanzi a una divinità indossando le spoglie della sua ipostasi o manifestazione terrena.
Ad esempio, nell'isola di Elefantina, sede del dio ariete Khnum, era vitato indossare, in presenza della divinità, abiti fatti con prodotti ricavati dal corpo del dio, come cuoio o lana. Il fatto che l'azione contraria avrebbe potuto suscitare orrore tra gli dei è dimostrato dai maghi, che con questi argomenti, potevano arrivare a minacciare direttamente le divinità affinché queste facessero funzionare i loro incantesimi a loro vantaggio. Le formule rituali di minaccia contengono infatti frasi di questo tipo:

"Se non ascolti le mie parole farò in modo che Sobek si sieda avvolto nella pelle di un coccodrillo, farò si che Anubis si sieda avvolto nella pelle di uno sciacallo..".

A volte l'esigenza del rispetto di questo bizzarro sistema di proibizioni rituali poteva creare delle tensioni tra gli egizi e gli stranieri residenti in Egitto. Sempre a Elefantina, ad esempio, vi era una colonia di Giudeo-Aramaici, i quali sacrificavano arieti a Javeh, con evidente scandalo degli egizi (fenomeno continuo nella storia, si pensi a quante emozioni negative e incontrollabili dia tutt'ora origine in India, la questione della vacca sacra nel rapporto tra induisti e musulmani). 
Nell'antico Egitto, il divieto poteva essere anche "contro" qualcosa; in tal caso non si trattava più di proteggere un animale sacro, bensì di vietare qualcosa che era ritenuto abominevole: un'azione, come accendere il fuoco in un dato luogo, un certo tipo di nutrimento o la presenza di una certa categoria di animali (tipo il maiale). A volte lo studio dei culti delle città e dei molteplici riferimenti sulla mitologia locale contenuti nelle opere d'arte figurativa permette di comprendere il significato di un tabù, in molti casi, tuttavia, i divieti e le proscrizioni restano inspiegabili; le loro radici sono così sepolte in un passato a noi ignoto, che non ci permettono di coglierne le motivazioni.
La cosa, forse, non deve stupirci più di tanto, se pensiamo che ancora oggi ci sono persone che, senza sapere perché, preferiscono evitare di passare sotto una scala o proseguire lungo una strada se questa è stata attraversata da un comune gatto nero.

domenica 9 marzo 2014

Il Museo Egizio del Cairo: Scrigno con bracciali di Hetepheres I



Gli unici gioielli di Hetepheres scampati agli appetiti dei ladri sono questi vivaci braccialetti d'argento, ricavati da un'unica lamina di metallo ricurva e aperta all'interno. Le pietre dure sono incastonate negli alveoli praticati sulla superficie secondo la tecnica dello champlevé e riproducono con felici effetti cromatici la vivacità di quattro farfalle con le ali spiegate. In origine i bracciali erano venti, suddivisi in due file di dieci e inseriti nei cilindri centrali del cofanetto. Sul coperchio, ai lati del pomolo, compaiano le iscrizioni:
"Scatola contenente bracciali" e "Madre del Re dell'Alto e del Basso Egitto, Hetepheres"
Ed è vergata con l'inchiostro l'ulteriore precisazione: "bracciali".


Dati dello scrigno
Materiali: legno dorato
Altezza: 21,8 cm
Lunghezza: 41,9 cm
Larghezza: 33,7 cm

Dati dei bracciali
Materiali: argento, cornalina, lapislazzuli e turchese
Diametro: 9/11 cm

Dati della scoperta
Luogo del ritrovamento: Giza, Tomba di Hetepheres I
Epoca: IV dinastia, regno di Snefru (2575-2551 a.C.).
Archeologo: G. Reisner (1925).
Sala in cui è attualmente custodito: n°37

mercoledì 5 marzo 2014

L'enigmatico Ramses VIII

All'enigmatico Ramses VIII spetta certamente un record negativo: il suo regno durò solo qualche mese. Eppure, a distanza di tremila anni dalla sua morte, gli studiosi continuano a interrogarsi su questa misteriosa figura: chi era veramente? E da chi discendeva?


Tutte le dinastie reali, in tutte le epoche e in tutte le civiltà, hanno il loro “anello debole”. Bastano pochi anni di regno di un sovrano mediocre, troppo insicuro o, semplicemente, poco attento agli affari di Stato e improvvisamente, il caos prende il sopravvento, e tutto ciò che è stato acquisito o costruito dai predecessori vacilla o crolla miseramente. L’Egitto non fa eccezione a questa regola, e la dinastia dei Ramses ce ne offe un esempio. La stirpe ramesside cominciò ad accusare segni di indebolimento già verso la fine del regno di Ramses III, ma la situazione divenne più grave con Ramses V. Figlio di Ramses IV, questi rimase sul trono solamente per quattro anni, e morì in giovane età. Le analisi effettuate sulla mummia hanno rivelato che il re doveva essere affetto da una malattia, e dunque era poco adatto a governare. Il suo successore fu Ramses VI, uno dei figli di Ramses III: il suo regno fu un po’ più lungo, ma non durò più di sette anni e lasciò un’impronta molto labile nella storia del paese. Sette anni durò anche il regno di Ramses VII, figlio del faraone defunto; di questo sovrano si sa molto poco, la sua grande sposa si chiamava Isis, e un suo figlio morì in tenere età.
Sette anni non sono molti, ma in teoria possono bastare a una grande personalità per lasciare il segno del suo passaggio. Non fu il caso dei due Ramses appena citati, e neanche del loro successore, il cui regno, come già detto, durò pochissimo: neanche un anno o, secondo alcuni, non più di tre mesi. Ma chi era Ramses VIII e da dove veniva? Gli storici hanno appurato che Ramses VII non aveva lasciato eredi, si ritiene, perciò, che il nuovo re fosse un nipote di Ramses III e figlio di un certo Setherkopeshef. Ma se questi, a sua volta, era figlio di Ramses III, come mai non salì mai sul trono d’Egitto? Su questo argomento gli egittologi discutono da tempo, senza riuscire a trovare un accordo. Infatti, è noto che la successione di Ramses III, il sovrano più importante della XX dinastia, fu tutt’altro che agevole, ma gli eventi che la caratterizzarono sono a tutt’oggi avvolti dal mistero. Si è riusciti a stabilire soltanto che il futuro Ramses IV era senz’altro un principe ereditario, e che il grande faraone aveva anche un altro figlio, il quale avrebbe poi regnato con il nome di Ramses VI. Bisogna anche ricordare che, poco prima della morte di Ramses III, la nota cospirazione dell’harem aveva scosso profondamente gli ambienti di corte. Attraverso quella congiura, alcuni grandi dignitari avevano cercato di sbarazzarsi del sovrano e del suo erede legittimo. Tuttavia, quest’ultimo seppe reagire in modo rapido: non solo chi aveva organizzato la congiura, ma anche i loro complici furono arrestati, giudicati e puniti; tra cui un principe e sua madre. Nella fermezza dimostrata dal futuro Ramses IV molti hanno voluto vedere un modo per riconfermare la legittimità della successione. D’altra parte, ci si potrebbe chiedere: se il principe era l’erede naturale al trono, che bisogno aveva di sottolineare con tale forza i propri diritti? Fu solo un modo per “riprendere in mano” la corte o, piuttosto, un espediente per liberarsi di pericolosi concorrenti? E se è così, tra i nemici in grado di ostacolare la sua ascesa al potere vi era forse quel Setherkopeshef citato poc'anzi? Naturalmente, si tratta solo di ipotesi, che nulla hanno di scientifico o di archeologico.

(clicca sull'immagine per ingrandirla)

La nostra indagine ci porta ora a Medinet Habu, dove sorge l’edificio sacro più imponente tra quelli voluti da Ramses III: è il suo tempio dei milioni di anni, uno degli edifici meglio conservati dell’antica Tebe. Costruito sul modello del Ramesseum, il celebre tempio funerario di Ramses II. Le sue mura sono ricoperte di magnifici dipinti che illustrano scene di battaglia e di caccia. Vi sono, poi, delle immagini più enigmatiche e delle liste reali che hanno aperto interrogativi non del tutto risolti: secondo gli esperti, si tratta di un elenco di principi reali. In tutto, compaiono trentadue iscrizioni suddivise in due liste, ciascuna delle quali è scolpita su una diversa parete: la prima comprende tredici iscrizioni, la seconda diciannove. Le trentadue diciture sono state raggruppate in tre categorie: i nomi di coloro che sono diventati faraoni, i nomi dei principi morti prima di poter salire sul trono e, infine, dodici iscrizioni “anonime”. Colpisce, innanzitutto, il fatto che il nome di Ramses VI compaia più volte su entrambe le liste: sembra quasi che questo re abbia voluto sottolineare la legittimità della propria ascesa al trono, in qualità di figlio del faraone Ramses III. Una vera e propria ossessione.  Anche il nome di Setherkopeshef compare due volte per ciascuna lista: in due casi è da solo, negli altri è seguito dal nome di Ramses VIII. Si può dedurre, quindi, che due principi portavano questo nome, e che uno dei due era proprio l’effimero Ramses VIII. Questo, però, non risolve il problema da cui siamo partiti: chi era davvero questo re, e da chi discendeva?

Il poco che sappiamo, dunque, è legato a questa ipotesi: il principe Setherkopeshef (futuro Ramses VIII) era figlio di un altro Setherkopeshef, a sua volta figlio maggiore di Ramses III. Ramses VIII, perciò, sarebbe stato un nipote del grande Ramses III. Se ciò fosse vero, resterebbe da chiarire come mai il più anziano dei Setherkopeshef non sia mai salito al trono: si può solo pensare a una morte prematura, oppure a un suo allottamento dalla corte. Quanto al giovane Setherkopeshef, si deve ipotizzare che alla morte del nonno fosse ancora troppo giovane, per regnare da solo, e che pertanto fu uno zio a essere Incoronato con il nome di Ramses IV. Questi, a sua volta, lasciò il trono a un suo figlio, Ramses V, che tuttavia morì senza eredi. A quel punto, la corona toccò al secondogenito di Ramses III, che regnò con il nome di Ramses VI, e poi al figlio di quest’ultimo, Ramses VII. Come abbiamo già visto, anche questo re morì senza discendenti: era logico, quindi, che il nuovo faraone dovesse essere il figlio del terzogenito di Ramses III, in modo da assicurare la continuità della dinastia. Un intreccio apparentemente complicato, dunque. In realtà, se si considera la breve durata dei singoli regni, si può stimare che tra la morte di Ramses III e l’incoronazione di Ramses VIII non passarono più di vent’anni. Resta il fatto che la vita e le gesta di questo misterioso re costituiscono un grosso punto interrogativo nella storia dell’antico Egitto; esattamente come la collocazione di una sua eventuale sepoltura. 


domenica 2 marzo 2014

L'Egitto tra le vie degli arrondissement parigini

Fino a qualche tempo fa ho vissuto nella capitale francese e Parigi è piena di "souvenir" dell'antico Egitto: non solo celebri monumenti, ma anche piccoli reperti ed edifici ispirati alla civiltà dei faraoni. Ecco allora qualche suggerimento per scoprire il volto egizio di Parigi.

Una gita a Parigi può essere l'occasione per scoprire gli innumerevoli monumenti che, più o meno direttamente, derivano dalla civiltà dei faraoni o s'ispirano all'antico Egitto. Benché questi siano molto numerosi, a volte bisogna saperli cercare: oltre al celebre obelisco di place de la Concorde e alla piramide del Louvre, infatti, vi sono anche costruzioni meno appariscenti, che si rivelano solo al visitatore più attento. Molte di esse risalgono all'Impero napoleonico e alla vera e propria "moda" scatenata  della campagna d'Egitto nell'architettura, nella pittura e nelle arti decorative. Riferimenti all'antica civiltà si trovano, però, anche nei luoghi più singolari, come ad esempio, il cimitero di Père-Lachaise o in un cinema degli anni venti.
Ma cominciamo dagli edifici più celebri. Nella famosa place de la Concorde, l'antico Egitto convive con il XVIII secolo, con l'epoca dei Lumi e con il XIX secolo, in un insieme perfettamente armonico. Qui si trova uno dei due obelischi voluti in origine da Ramses II per abbellire l'ingresso del tempio di Luxor. Nel 1829, alla vista di quei monumenti, Jean-François Champollion ne fu talmente affascinato da chiederne uno in regalo al governatore Mehmet Ali e in cambio di un orologio che poi si ruppe solo pochi anni dopo. L'obelisco scelto dall'egittologo francese prese così la via di Parigi, affrontando un viaggio lungo e avventuroso: le tappe del trasferimento sono descritte sul attuale piedistallo dell'obelisco. Viste le eccezionali dimensioni del monolite, si pensò anche di tagliarlo in più parti per agevolare il trasporto, ma alla fine si costruì una nave apposita, la Luxor. Salpata dalla città omonima nel 1831, l'imbarcazione giunse in Francia solo due anni dopo, ma si dovette attendere fino al 1836 per poter ammirare l'obelisco nella sua nuova collocazione. Dopo qualche tempo, sulla sommità del monolite fu aggiunto uno sfavillante puntale d'oro. L'obelisco fu posizionato esattamente nello stesso punto in cui, circa quarantacinque anni prima, fu eretta la ghigliottina che mise fine alla vita di Luigi Capeto e Maria Antonietta, oltre a quelle di Robespierre, Danton e Saint-Just.
La piramide di vetro che funge da ingresso al Museo del Louvre è stata costruita dall'architetto statunitense di origine cinese Ieoh Ming Pei tra il 1984 e il 1988. Come i modelli a cui è ispirata, anche questa possiede un edificio satellite. Interamente realizzata in vetro e acciaio, è alta 21,5 metri, mentre la base quadrata misura 35,50 metri di lato. Da notare che le proporzioni sono le stesse della piramide di Cheope; in scala naturalmente. La sua costruzione fu concepita nell'ambito del progetto "Grand Louvre" e risponde a un assetto urbanistico che vede allinearsi su un unico "asse storico" i più celebri monumenti parigini: oltre al Louvre e alla sua piramide, l'Arco di trionfo del Carrousel, place de la Concorde con l'obelisco di Luxor, l'ampio viale degli Champs-Elyées, l'Arco di trionfo di place de l'Etoile, il Grand Arche e le torri della Deéfense. Il profilo moderno della piramide di Pei, si integra benissimo con gli edifici più antichi, a differenza della costruzione in vetri che Richard Meier ha progettato per il Museo dell'Ara Pacis a Roma, dove la struttura moderna entra in aperto conflitto con le facciate barocche delle chiese di San Rocco all'Augusteo e San Girolamo dei Croati. Tuttavia, la piramide di vetro, non è l'unico monumento d'ispirazione egizia che si trova nei paraggi: passeggiando tra i giardini delle Tuileries, infatti, si possono scoprire due sfingi maestose. La prima si trova di fronte al Louvre e, sebbene assomigli nei tratti a una sfinge greca, tradisce nella forma della testa l'influenza egizia. La seconda scultura invece, si trova di fronte a un grande bacino artificiale.


Dopo l'obelisco e la piramide, place du Chatelet è il luogo di Parigi a più alta concentrazione di simboli legati all'antico Egitto. Al centro della piazza, spicca una sontuosa fontana del 1808, ricca di riferimenti alla civiltà del Nilo: è sormontata da una colonna in stile egizio, a forma di palma e decorata con scene ispirate alla vittoria di Napoleone (a cominciare da quella riportata nella battaglia delle piramidi). La base della fontana è circondata da quattro sfingi: questo tipo di decorazione, agli occhi degli uomini del XVIII secolo, riassumeva perfettamente lo spirito della civiltà egizia, poiché in essa si fondevano mistero, forza e sobrietà.

Anche nella zona della Sorbona si possono trovare diverse tracce della civiltà egizia, in particolare all'interno del Collège de France, il cui cortile ospita una piccola meraviglia: la statua di un colosso. Ai suoi piedi, curiosamente, vi sono i resti di una testa di faraone, simile a quella che si può ammirare nel Ramesseum. Un po' più in là, sulla rue de Sèvres, si trovano due importanti reperti che spesso passano inosservati agli stessi parigini, così come mi hanno dato modo di capire i miei compagni di studi. Si tratta, innanzitutto, di una bellissima fontana (una delle poche del Primo Impero che siano giunte fino a noi), composta di due elementi: da un lato una cornice che riprende la forma del naos di un tempio egizio, dall'altro una grande statua in stile egizio. Purtroppo, alcune parti di questo monumento stanno andando incontro a un prematuro degrado.

Fin dagli esordi della storia del cinema, e soprattutto durante l'età d'oro negli anni 1920-1950, l'antico Egitto ha offerto inesauribili spunti per storie e ambientazioni esotiche, come quelle che hanno reso celebri cineasti del calibro di Cecil B. de Mille. Il paese dei faraoni, divenne simbolo d'evasione, associato ad atmosfere di sogno e pericolo al tempo stesso. Persino i proprietari delle sale cinematografiche, quindi, sceglievano di ispirarsi allo stile egizio per lo stile architettonico e per gli arredi. Le facciate dei cinema, infatti, servivano anche da insegne, ed erano in grado di attirare gli spettatori con il fascino delle loro colonne e degli stucchi dorati. A Parigi c'è ancora un cinema che presenta tracce di questo splendore ormai appartenente al passato: è le Louxor, che si trova al n°170 di boulevard de Magenta, costruito nel 1921, è raggiungibile con la metro, linee 2 e 4, fermata Barbès-Rochechouart. Oggi è prevalentemente chiuso, ma rimane una tappa obbligata per i cinefili; classificato come monumento storico per salvaguardarlo da un degrado irrimediabile, ospita saltuariamente ancora degli eventi.


Gli interni sono stati rimaneggiati nel corso degli anni, ma la facciate è sempre rimasta la stessa: ancora oggi s'intravede il mosaico dorato, ispirato ai fregi egizi, che ricopre la parte superiore del cornicione. L'edificio fu progettato dagli architetti Ripey e Tiberi, e fu quest'ultimo a firmare le splendide decorazioni in cui lo stile egizio si fondeva perfettamente con l'Art Déco. Purtroppo, gran parte degli interni si è deteriorata col tempo, ma non è detto che l'edificio non torni al suo antico splendore: le autorità parigine lo hanno acquistato qualche tempo fa con l'intenzione di farne un Museo della cultura mediterranea.

Alla diffusione dello stile egizio nell'architettura parigina alla fine del XVIII secolo contribuì anche la corrente massonica. Molti furono, di fatto, i simboli dell'antica civiltà ripresi dalla massoneria. Si pensi, per esempio, alla piramide parco Monceau: fu in questo spazio che il massone Louis-Philippe d'Orléans, il futuro Philippe Égalité, decise di farsi costruire un'elegante residenza; la progettazione del parco fu affidata al pittore Louis Carogis detto Carmontelle, mentre l'architetto Poyet lo decorò con monumenti, rovine, colonne e piccoli edifici di cui uno, appunto, a forma piramidale. Il parco comprendeva anche una "Valle delle tombe" e una costruzione, di cui oggi non rimane nulla, che fungeva da tempio. Simboli massonici di derivazione egizia si trovano anche nel Monumento ai Diritti dell'uomo, inaugurato nel 1989, bicentenario della Rivoluzione francese, nel cuore dei Champ-de-Mars, vicino alla torre Eiffel. L'opera dell'architetto Ivan Theimer si ispira ai templi dell'antico Egitto: all'attenzione del visitatore non sfuggiranno certamente il triangolo della facciata ovest e i piloni di bronzo ricoperti da una grande quantità di segni e simboli, oltre che da citazione della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino.


Per il turista forse può trattarsi di una sorpresa inaspettata, ma anche il celebre cimitero di Pèere-Lachaise è ricco di simboli e riferimenti all'antico Egitto. Si tratta, anzi, del luogo di Parigi in cui questo tipo di decorazioni sono  più abbondanti. Come abbiamo visto, dopo la campagna d'Egitto di Napoleone, la Francia visse un periodo di vera e propria infatuazione per l'antico Egitto, che si manifestò in campo letterario come nell'arte e nell'architettura. Anche l'arte funeraria fu influenzata dai nuovi gusti: tra i viali di Père-Lachaise, infatti, non è difficile incontrare le numerose piramidi che decorano le tombe dei personaggi illustri. Ricordiamo per esempio, quella del generale Hugo, padre del celeberrimo scrittore, o quella del famoso chirurgo Dominique Larrey, il cui nome è strettamente legato a Bonaparte: fu, infatti, a capo dei servizi sanitari dell'Esercito d'Oriente. Altre tombe presentano una decorazione simbolica costituita da un sole alato circondato da due cobra, è il caso, per esempio del tempietto che fune da sepolcro del matematico Gaspard Monge, il padre della geometria descrittiva: egli fu tra i partecipanti alla spedizione in Egitto, e questo gli permise di studiare e spiegare per primo il fenomeno dei miraggi. Riferimenti alle leggende e alle supersitioni legate all'antico Egitto si ritrovano sulle sepolture di celebri medium e alchimisti come Caron; ma molte altre sono le tombe che riflettono il fascino esercitato sui francesi dai misteri e dalla magia dell'antico Egitto. Nel cimitero si trovano anche diversi obelischi degni di nota, tra gli altri, quelli delle tombe dell'ingegnere nautico Le Bas (incaricato del trasporto nella capitale francese dell'obelisco di Luxor) e quello della tomba di Jean-François Champollion . Il famoso egittologo è presente anche a Versailles, infatti è raffigurato in uno dei busti dei grandi di Francia che allestiscono il corridoio d'uscita dal castello francese.


mercoledì 26 febbraio 2014

Il mondo animale nell'Antico Egitto, parte 3: rettili e aracnidi

Dopo aver analizzato pesci, insetti, mammiferi e tante altre specie animali, è arrivato il momento di parlare delle ultime due: rettili e aracnidi.



Rettili

Cobra
Un papiro ieratico d'età tarda, conservato al Museo di Brooklyn, contiene la descrizione di trentotto rettili. Ciascuna rubrica di questo vero e proprio trattato di Ofiologia, come lo ha chiamato Serge Sauneron suo editore, riporta un'accurata descrizione delle caratteristiche fisiche del serpente, al fine di poterlo riconoscere, dell'aspetto del morso e delle sue conseguenze con la relativa prognosi. In alcuni casi, aggiunge infine l'indicazione del rimedio, se esisteva. Ciascun serpente vi è considerato manifestazione di una qualche divinità. In una seconda parte del trattato, sono date più diffusamente le ricette dei rimedi e antidoti contro il veleno. In questo trattato, il cobra è descritto in questo modo: " Quanto al serpente cobra, ha il colore della sabbia. Se morde qualcuno, questi sentirà dolore nella metà del corpo dove non è stato morso e non proverà invece dolore nella metà che reca la ferita ... è una manifestazione di Seth ... ".

Coccodrillo
Il coccodrillo del Nilo, Crocodilus niloticus, oggi estinto in Egitto, era nei tempi antichi assai diffuso e infestava non solo le acque del fiume ma anche i canali, gli acquitrini e il grande lago Fayyum. Temibile per il bestiame e per gli uomini, fu perciò oggetto del venerando terrore degli antichi, che ne fecero insieme un simbolo di odiato abominio e una delle più importanti divinità. Tra le deprecate caratteristiche del coccodrillo, la sua avidità e ingordigia erano proverbiali al punto che il geroglifico che lo rappresentava serviva significativamente come determinativo per le parole: avaro e ingordo.

Lucertola
I membri di questa numerosa famiglia, fenotipicamente sospesi tra coccodrilli e serpenti, furono sentiti anche dagli egizi come animali ibridi, ora assimilati ai primi ora ai secondi, e a seconda dei casi, sacri alle divinità e nei luoghi, connessi al coccodrillo o ai serpenti. L'enorme diffusione dell'animale suggerì uno dei suoi stessi nomi, Asha, che significa: molteplici o innumerevoli. La sintetica astrattezza del geroglifico che rappresenta questa specie, non rende conto della capacità degli egizi di osservare e riprodurre le caratteristiche individuali dei vari membri della famiglia: ad esempio, il varano è distinto, nelle raffigurazioni egizie, dalla testa rovesciata all'indietro, movimento impossibile per il rettile acquatico ma tipico del comune coccodrillo terrestre.

Vipera cornuta
Da sempre è un segno geroglifico molto ricorrente, il suo valore fonetico è F ed è usato in parole come determinativo in parole come vipera, per l'appunto, che in egizio si diceva Fy. Il trattato di ofiologia egizio, ne dava questa descrizione: " Il suo colore è simile a quello di una quaglia, ha due corna sulla fronte, la testa è larga, il collo stretto e la coda spessa. Se l'orifizio del morso è ampio, il viso del ferito si gonfia, se il morso è piccolo, chi è stato morso diviene inerte ma [...] avrà febbre per nove giorni e sopravviverà ... è una manifestazione di Horus. Si può tirare fuori il veleno, facendolo vomitare abbondamene ... ".

Aracnidi

Scorpione
L'unico aracnide di questa lunga carrellata di animali è lo scorpione, tenuto in grande considerazione dagli egizi per paura e rispetto. Lo scorpione, così come molti altri animali già citati custodiva significati positivi e negativi. Associato alla dea Serket, lo scorpione, così come la divinità stessa erano simbolo di magia e guarigione. Infatti, la dea veniva invocata in caso di puntura e aveva un corpo di specialisti nella cura dei devastanti effetti della puntura dell'animale. La dea Serket era talmente venerata da essere considerata in alcune zone dell'Egitto, addirittura la sposa di Horus, oltre ad essere la protettrice del dio sole Ra.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...