mercoledì 13 maggio 2015

Il mistero del Re Scorpione

Nell'Ashmolean Museum di Oxford, in Inghilterra, è conservata una reliquia straordinaria: rinvenuta nel tempio di Hierancopolis, risalirebbe al periodo predinastico. Si tratta della parte superiore di una mazza da guerra in pietra calcarea, su cui sono magnificamente scolpite diverse scene. Una di queste, particolarmente eloquente, sembra avere un significato ben preciso: raffigura, infatti, un personaggio di imponente statura, cinto con la corona dei sovrani dell’alto Egitto. Un re, dunque: è vestito con il tipico gonnellino da cui pende una coda di toro, simbolo di potenza; tra le mani, inoltre, stringe un utensile per arare la terra. Intorno a lui vi sono numerosi altri personaggi, di statura più bassa, una convenzione egizia per esprimere la superiorità del sovrano rispetto ai sudditi: uno di loro regge un cesto in cui è raccolto il terreno scavato dal re. All'altezza del viso di quest’ultimo, risaltano due immagini: una stella a sette raggi (o fiore) e uno scorpione. Poiché non si era interpretare il significato di questi due simboli, il gigantesco e misterioso personaggio è passato alla storia con il nome di “Re Scorpione”.

Molte domande, poche risposte
Noi esperti non siamo ancora riusciti a dare una risposta certa a diverse domande riguardanti il Re Scorpione; e forse non ci riusciremo mai. Per esempio, non si sa ancora con esattezza quando sia vissuto. Alcuni egittologi ritengono che il suo regno risalga a tremila anni prima di Cristo; tuttavia, i dubbi mano a mano che si approfondisce la conoscenza della cronologia dei Faraoni. Chi era, dunque, il Re Scorpione? In quale parte dell’Egitto regnò? Che potere aveva, e quanto durò il suo regno? Sono tutte domande alle quali è davvero difficile dare risposte definitive: spesso, ci si deve limitare a formulare delle ipotesi.
Nel III secolo a.C., lo storico greco-egizio Manetone si occupò per primo di suddividere la storia egizia in trenta dinastie, classificazione ancora utilizzata dagli egittologi moderni. Il termine “Dinastia” adottata per la storia dell’antico Egitto, in realtà, non indica propriamente una successione di sovrani appartenenti alla stessa famiglia. Nella civiltà dei faraoni, la Dinastia corrisponde invece ad un periodo storico ben definito. In genere, gli specialisti riuniscono tutti i Re sepolti ad Abydos nella Dinastia 0. Per questo anche Re Scorpione. Se si osserva con attenzione la scena scolpita nella mazza precedentemente descritta, si può cercare di interpretare l’immagine raffigurata. Il Re è intento a scavare la terra, ma cosa sta facendo esattamente? Sta tracciando un solco, una strada, un canale di navigazione o di irrigazione? Prepara le fondamenta di un palazzo o di un tempio? È un mistero. Quel che è certo è che l’azione compita dal Re, qualunque essa sia, ha un carattere costruttivo ed esemplare: il gesto di scavare la terra, infatti, può essere associato ai concetti di "rendere fertile",  "bonificare", "edificare" e "fondare". Un atto positivo dunque che descrive il sovrano come un benefattore del popolo. Un’altra scena presenta una seria di bandiere di città e provincie, decorate con uccelli e simboli degli dei Seth e Min. È possibile che si tratti di una rappresentazione delle contrade dell’alto Egitto, di cui Seth, dio del caos, era il protettore e sulle quali il sovrano estendeva la propria autorità.
Per quanto riguarda gli uccelli, si potrebbe trattare di una raffigurazione delle popolazioni e delle tribù nomadi sulle quali regnava il Re Scorpione. Una terza scena scolpita sulla testa di mazza offre altri indizi significativi sull'enigmatico personaggio: si tratta, infatti, della sinuosa rappresentazione del Nilo, fonte di fertilità e di vita per il paese. Ogni anno, nei mesi estivi, il fiume si gonfiava d’acqua e tracimava nel suo corso inferiore, inondando tutto il terreno circostante. In autunno, le acque defluivano lasciando il terreno ricoperto di limo, straordinario concime naturale che dava vita a una vegetazione rigogliosa e ricompensava il duro lavoro dei contadini.

Il popolo del Re Scorpione
I sudditi di questo faraone erano sicuramente formati dall'unione di diverse etnie, avvenuta durante i secoli precedenti, quando i primi abitanti della valle del Nilo si erano mescolati con le popolazioni provenienti dal Sahara orientale. Per molto tempo si è affermato che l'unificazione politica dell'antico Egitto avvenne per opera di Narmer, chiamato anche Menes, sovrano della I dinastia che regnò intorno al 3000/3100 a.C. In realtà, questo dato non è affatto confermato. Alcuni studiosi pensano che, ben prima di Narmer, sia esistita in Egitto una civiltà unificata da una scrittura comune, e che l'unione dell'Alto e del Basso Egitto fosse già stata attuata. Questo processo, ovviamente lungo e complesso, avrebbe coinvolto diversi regni. Il re Scorpione, quindi, non sarebbe stato una singola persona, ma un simbolo scelto per rappresentare i diversi sovrani vissuti durante il processo di unificazione. Altri egittologi ritengono di poter attribuire al periodo predinastico precedente Narmer due nomi sovrani: quello del re Scorpione e quello di un sovrano chiamato Ka. Tuttavia, vi sono anche altre tradizioni, che farebbero risalire l'inizio della monarchia dell'Alto Egitto al 5500 a.C.
Vista l'incertezza di diversi miei colleghi, queste ipotesi vanno accolte con cautela. Tuttavia, si può affermare che una certa unità culturale e politica, opera del re Scorpione, sia effettivamente esistita prima di Narmer. Mentre l'unificazione del paese in senso stretto, invece, sarebbe stata opera di quest'ultimo: fu lui a porre definitivamente l'Alto e il Basso Egitto sotto uno stesso governo.


giovedì 7 maggio 2015

I testi degli Ushabti

Quest'oggi affrontiamo un discorso che riguarda il mondo funerario egizio: cioè i testi geroglifici degli Ushabti, le statuette funerarie "rispondenti" (è questo il significato della parola "ushabti"), che venivano posti nelle tombe per rispondere al posto del defunto. 
Quando apparvero nel Medio Regno, di Ushabti ve n'era uno in ogni tomba, poi il senso della sostituzione cambia e la statuetta, che doveva sostituire fisicamente il defunto, diviene un servitore. Di conseguenza il numero salì sempre di più e alla fine, nelle tombe di chi poteva permettersi la spesa, gli Ushabti furono centinaia, sino a uno per ogni giorno dell'anno o più. Se si era in possesso di 365 Ushabti "operai", dovevano esserci anche i supervisori per le squadre (generalmente 10). Si dice che vi fossero più di 700 Ushabti nella tomba di Sethi I, e almeno 414 in quella di Tutankhamon. 

Di seguito l'inizio della formula geroglifica:


Dopo le generalità del defunto inizia la formula vera e propria dell'Ushabti, che era simile per tutti: essa in effetti era tratta dal Sesto Capitolo del Libro dei Morti. Ovviamente si trovano lievi variazioni a seconda delle epoche e dei laboratori artigianali dove venivano prodotte le statuette. Esse potevano esser prodotte in serie, come quelle di pasta vitrea, con la formula identica per tutte, in cui veniva cambiato il nome del defunto, oppure quelle - ovviamente più care - create per i più ricchi personaggi, in legno dipinto, pietre dure o, per i re, in materiali più preziosi.


Più sotto vedremo come continua la formula iscritta sugli Ushabti. Prima però vale la pena fornire qualche informazione sulle iscrizioni geroglifiche di queste statuine. Quelle che fornisco in questo post è la formula standard, generalmente iscritta in più linee orizzontali sul corpo degli Ushabti. Tuttavia sono comuni anche iscrizioni più brevi: esse si trovano generalmente sulle statuette dell'Epoca Tarda, fornite di pilastrino dorsale. È appunto su quest'ultimo che, in un'unica colonnina di testo si trova la breve frase "Risplenda l'Osiride X, figlio di Y", prima frase della formula che abbiamo già visto. A volte la formula si limita ai nomi: "L'Osiride X, figlio di Y". Ma vediamo invece come continua la formula standard, dopo aver ricordato che la prima parte della frase era: "O se questo Ushabti è chiamato..."


Di seguito riporto il resto della costruzione dei testi degli Ushabti, il problema è che queste strutture sono difficili da rendere in italiano, visto che la costruzione è più complessa. Tuttavia fornirò sia la traduzione letterale che l'interpretazione. 


Il senso della frase è dunque il seguente: per gli egizi nell'aldilà bisognava svolgere i lavori che avrebbero permesso il giusto trascorrere della vita eterna. Nel momento in cui il defunto, messo in nota per compiere i lavori che si devono compiere nell'oltretomba, fosse stato chiamato al suo posto, avrebbe dovuto rispondere l'Ushabti, assumendo per sé l'incarico come avrebbe farebbe ogni uomo ligio al proprio dovere, e assolvendo così alla propria funzione il defunto non sarebbe dunque stato costretto a compiere lavori faticosi. La frase si conclude con l'istruzione e l'esortazione alla giusta risposta per l'Ushabti: Tu, dì "eccomi".

Con queste ultime frasi concludiamo le formule degli Ushabti, ricordando però che si tratta della versione di base: oltre a piccole variazioni, si possono incontrare formule più lunghe, specie nei passaggi che riguardano la lista dei lavori da compiere o in ripetizioni della frase sulla risposta da dare quando il defunto messo in lista viene chiamato. Inoltre, nel caso di personaggi importanti, si trovano anche i titoli del defunto. Nell'ultima frase abbiamo visto l'esortazione del defunto verso il servitore a compiere dei lavori, qui vediamo di quali compiti dovesse assolvere. 


Questa frase accenna a quale fosse il lavoro principale del defunto e cioè "trasportare la sabbia da Occidente a Oriente e viceversa", questo trasporto della sabbia si riferisce al lavoro quotidiano dello svuotamento dei canali poiché essi fossero mantenuti puliti. Vi erano però altri lavori agricoli da svolgere nell'aldilà, elencati da formule più complete: "far crescere i campi", "far si che essi siano pieni di canali". Per questa ragione gli Ushabti erano spesso raffigurati con le braccia incrociate e le mani che tenevano la zappa (o due zappe) e la corda del cesto, che era raffigurato sulle spalle. Altri Ushabti possono tenere invece la piuma di Maat, la verità.

Infine ricapitoliamo quindi l'intera iscrizione:


venerdì 1 maggio 2015

Le divine adoratrici di Amon

Durante il Terzo Periodo Intermedio, che fece seguito al Nuovo Regno, l’Egitto cadde sotto il controllo di sovrani stranieri. Per conquistare le simpatie del clero di Amon, i nuovi faraoni riportarono in auge un antica tradizione, ripristinando la figura della “divina adoratrice”. Le principesse investite di questa carica diventarono così un tramite tra il potere spirituale e quello temporale.


Alla morte di Ramsess XI, ultimo faraone a portare questo nome e ultimo re della XX Dinastia, un sovrano di nome Smendes prese il potere nel nord dell’Egitto e fissò la sua capitale a Tanis. Da quel momento, si stabilì un clima di tensione tra il nuovo potentato e il clero di Tebe, che continuava a esercitare l’autorità nel sud del paese. Lo stato faraonico entrava così in una delle sue fasi critiche, caratterizzata dall'indebolimento del potere centrale e, di conseguenza, dal riemergere degli egoismi particolari. Nel sud del paese, infatti, non tardarono a verificarsi i primi disordini: il risultato fu la nascita di piccoli territori autonomi, i cui capi si auto proclamarono sovrani.

Più potere alla figlia del faraone
Intanto, già durante il regno di Ramsess XI, ma soprattutto con il faraone Smendes, cominciava a prendere piede una nuova pratica religiosa, destinata ad avere importanti ripercussioni sul piano politico. Fino ad allora, il ruolo di “sposa divina” di Amon era stato considerato una prerogativa esclusiva delle consorti dei sovrani: nell'antico e nel medio regno, infatti, erano già depositarie di poteri religiosi equiparabili a quelli dei faraoni, che a loro volta erano considerati il tramite tra cielo e terra. Con la fine del nuovo regno, si cominciò ad assegnare la prestigiosa carica non più alla sposa reale, ma a una delle figlie del faraone: in questo modo, la principessa investita del titolo di “sposa divina” (o “divina adoratrice”) diventava di fatto una sorta di regina. La conseguenza più immediata e concreta di questo nuovo costume religioso fu il moltiplicarsi della pratica delle adorazioni, e questo per due motivi: in primo luogo, perché non tutti i faraoni avevano una figlia da destinare a questo tipo di funzione; in secondo luogo, perché investire una principessa di una parte del potere reale serviva ad aumentare l’autorità e l’influenza del faraone. 

Il potere centrale va in frantumi
Col passare degli anni, la situazione politica dell’Egitto divenne, se possibile, sempre più complicata. La XXII e la XXIII Dinastia, formate anche da sovrani di origine libica o etiope, seguirono corsi paralleli: la prima, sulla scia di Smendes, continuò a regnare da Tanis; la seconda, invece, stabilì a Bubastis la propria roccaforte. Ancora una volta, per via dei contrasti tra i diversi potentati, l’autorità centrale andò in frantumi. Iniziava così una nuova fase di anarchia e disordine, denominata dagli storici: Terzo Periodo Intermedio. Fu Osorkon III, sovrano della XXII Dinastia, a tentare di riprendere il controllo del sud del paese, e lo fece proprio facendo leva sul prestigio associata alla carica di “divina adoratrice”: dopo aver abolito la trasmissione ereditaria della funzione di gran sacerdote di Amon, il faraone scelse sua figlia Shepenupet come sposa del dio. Di fatto, agendo in questo modo, Osorkon III aggravò la crisi della sua dinastia: essendo legata ad un dio, infatti, la divina adoratrice non poteva sposare un uomo; questo creò nuovi problemi di successione e indebolì ancora di più il già precario potere reale. A ogni modo, l’autorità di Shepenupet fu più o meno riconosciuta nell’alto Egitto: la divina adoratrice, anzi, inaugurò una stirpe di spose divine che sarebbe durata per ben due secoli. Negli anni in cui la principessa svolse la sua funzione, la dinastia paterna si estinse, e sul trono d’Egitto salirono i faraoni venuti dal regno di Kush, cioè dalla Nubia. Intanto, però, Shepenupet  compì un gesto destinato a ribadire la legittimità del suo ruolo: ordinò la costruzione di una sontuosa cappella dedicata a Osiride presso il tempio di Karnak. Facendo erigere un edificio sacro, la principessa riaffermava il suo potere sovrano. 

Il regno dei “faraoni neri”
Fu in quel momento che i re di Kush presero il comando dell’Egitto e, in particolare, della regione tebana. Il fondatore della dinastia nubiana si chiama Kashta: per prima cosa, volle far adottare sua figlia Amenirdis da Shepenupet; in questo modo, dimostrava di riconoscere nella figlia di Osorkon III la legittima discendente e continuatrice del potere faraonico. Amerindi, dunque, divenne a sua volta divina adoratrice e sposa del dio Amon. Sul suo conto non si sa molto, ma è lecito supporre che questa principessa affiancò Shepenupet in una sorta di coreggenza. Una statua che la immortala è oggi custodita al museo egizio del Cairo: in origine ricoperta d’oro, raffigura la sposa divina nel costume tradizionale da sacerdotessa, adornato da oggetti e paramenti sia divini che regali. In seguito, Amenirdis adottò una nipote che prese il nome di Shepenupet, probabilmente per affermare la continuità della dinastia regnante. La nuova sacerdotessa era la sorella dei faraoni Piankhy e Shabaka. Il primo salì sul trono intorno al 747 a.C. e vi restò per circa trent'anni. Signore di Tebe e dell’alto Egitto, approfittò della divisione del paese per tentare la conquista: nelle sue mani caddero prima la regione del Fayum e il medio Egitto, poi Menfi e la zona del Delta. Piankhy riuscì così a diventare il sovrano di tutto l’Egitto. Stranamente, invece di godere di questo trionfo, preferì ritornare nella sua lontana capitale nubiana, Napata. Questo, forse, perché temeva i suoi rivali, ancora silenziosi e apparentemente sottomessi, ma che in realtà aspettavano solo la prima occasione per impugnare le armi e ribellarsi al potere reale.

Assurbanipal sconfigge l’esercito di Taharqa
Come abbiamo visto Piankhy era intimorito dai suoi rivali, di fatto, egli morì senza che i suoi timori si realizzassero, e gli succedette il fratello Shabaka. Intanto, Shepenupet II continuava a esercitare il suo ruolo di divina adoratrice, presiedendo alle cerimonie quotidiane e alle grandi festività annuali, e regnando su un assemblea di sacerdotesse. Il suo potere era indiscusso. Come già aveva fatto Amenirdis, Shepenupet II adottò una principessa che assunse il nome di Amenirdis II.  Le due esercitarono congiuntamente il potere per molti anni. Nel frattempo, Shabaka morì lasciando il posto sul trono al faraone Taharqa. Apparentemente, questo avvicendamento non modifico le prerogative delle due spose divine. Fu durante questo regno, però, che il re assiro Assurbanipal cercò di impossessarsi dell’Egitto. Gli invasori presero Menfi e avanzarono progressivamente verso il sud, conquistando anche Tebe. Sconfitto, l’esercito del faraone dovette ritirarsi: le due divine adoratrici si trovarono così a dover affrontare l’invasore. Non è chiaro quale fu il loro ruolo durante l’occupazione assira, ma tutto lascia presumere che le due spose divine furono trattate con grande rispetto, perché parteciparono anche alle negoziazioni politiche che accompagnarono il ritiro degli Assiri. Nel frattempo, il faraone Taharqa, che si era rifugiato in nubia morì. Ciò nonostante, preoccupato di essersi spinto troppo oltre in terra straniera, Ashurbanipal preferì continuare l’evacuazione di gran parte del territorio ripiegando verso il delta. Fu Tanuatamun, figlio e successore di Taharqa, a inseguire gli invasori e a riconquistare poco per volta il paese. Mentre occupavano l’Egitto, però, gli assiri avevano già riconosciuto come faraone Psammetico I, re di Sais e fondatore della XXVI Dinastia: fatalmente, i due sovrani egizi giunsero allo scontro diretto. Nella circostanza, Assurbanipal corse in aiuto di Psammetico I. Sconfitto, Tanuatamun non poté che tornare a Napata, come già aveva fatto suo padre. Con lui si concluse la XXV Dinastia.

Una rinascita culturale ed economica
In tutti quegli anni, le divine adoratrici avevano assistito agli eventi dalla loro città, Tebe. Con le sconfitte di Taharqa e Tanuatamun, e con la fine della XXV dinastia, Amenirdis II e Shepenupet II si ritrovarono a fronteggiare una situazione analoga a quella già vissuta da Shepenupet I: erano, infatti, le ultime rappresentanti di una stirpe reale bruscamente conclusasi con la fuga di Tanuatamun in Nubia. Amenirdis II, allora, pensò bene di adottare la figlia di Psammetico I, Nitrocri I, che divenne a sua volta adoratrice divina. L'episodio è descritto anche nella cosiddetta "stele dell'adozione". 
La pratica dell’adozione delle divine adoratrici era già in uso durante il nuovo regno, in particolare durante la XVIII e XIX Dinastia, ma sembra essere stata ufficializzata con l’ascesa al potere della XXVI Dinastia. Lo dimostrano le iscrizioni della cosiddetta “stele dell’adozione”. Il testo, destinato in origine ad essere esposto nel tempio di Amon, riferisce dell’adozione di Nitocris I, figlia di Psammetico I, da parte di Amenirdis II. Sono riportati dei particolari di accordi diplomatici che prepararono l’evento e l’inventario dei beni lasciati in eredità alla nuova sposa divina. 
Dopo un periodo così turbolento, il regno di Psametico I coincise con una sorta di rinascita dell'Egitto: alla ritrovata stabilità politica, corrisposero un nuovo periodo di prosperità economica e un rifiorire della cultura. A questo proposito, gli storici parlano di un vero e proprio "rinascimento saita": Quanto al ruolo di divina adoratrice, a Nitocris I succedette Ankhenesneferibre, la figlia di Psammetico II. Dopodiché, ancora una volta, il caos riprese il sopravvento: il faraone Apries, successore di Psammetico II, fu destituito dal generale Iahmes, che si proclamò faraone. Puntuali, i popoli stranieri approfittarono della nuova crisi interna: toccò ai Persiani, stavolta, invadere l'Egitto e prendere il potere. Psammetico III, ultimo re della XXVI dinastia, fu arrestato, deportato e ucciso. Al suo posto, salì al trono Cambise, primo faraone persiano e fondatore della XXVII dinastia.

I Persiani fondano la XXVII dinastia
Testimone del crollo della XXVI dinastia e dell'avvento dei dominatori persiani fu Nitocris II, figlia di Iahmes, adottata da Ankhenesneferibre come nuova sposa di Amon. Da quel momento in poi, non è chiaro quale sia stato il destino delle divine adoratici, né se questa funzione fu conservata dai Persiani durante la loro permanenza sul trono d'Egitto. Si può solo presumere che gli invasori, come fecero in altri campi, accolsero anche questa usanza locale. Probabilmente, quindi, la pratica dell'adozione continuò, ma non sappiamo se riguardò delle principesse persiane o delle giovani egizie.

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martedì 28 aprile 2015

La tomba di Ramses I: KV16


Misure
Altezza massima: 4,96 m
Larghezza minima: 1.28 m
Larghezza massima: 6.26 m
Lunghezza totale: 49.34 m
Superficie totale: 147,94 m²
Volume totale: 283,83 m³

Reperti
Resti umani
Sculture
Equipaggiamento da tomba


Scavi
Belzoni, Giovanni Battista (1817): Discovery
Belzoni, Giovanni Battista (1817): Excavation (conducted for Henry Salt)
Burton, James (1825): Mapping/planning
Lane, Edward William (1826-1827): Visit
Franco-Tuscan Expedition (1828-1829): Epigraphy
Lepsius, Carl Richard (1844-1845): Epigraphy
Piankoff, Alexandre (1957): Epigraphy

©Theban Mapping Project



Saggio di Erik Hornung da "La Valle dei Re" pag.32/34 - Einaudi

"Questo fondatore della XIX dinastia, designato da Horemheb come suo successore, arrivò sul trono ormai in età molto avanzata e non poté dunque contare di regnare a lungo; in effetti vi riuscì solo per un anno e quattro mesi. La progettazione della sua tomba ne tenne conto fin dall'inizio e ridusse la pianta e la decorazione al minimo. A una scala, a un corridoio e a una seconda scala segue subito la relativamente piccola camera del sarcofago. Solo questa fu completamente dipinta, su un costante sfondo azzurro; si rinunciò all'esecuzione al rilievo e anche il sarcofago di granito del re ha solo una decorazione dipinta. Nel programma figurativo manca l'Amduat, sostituito, come nel caso di Horemheb, da una parte del Libro delle Porte. Su ognuno dei lati minori dell'ambiente e riportata un'ora notturna tratta da questo testo: a destra la terza, a sinistra la quarta, entrambe senza il registro superiore poiché le parti basse non offrivano spazio a sufficienza.
Nella terza ora la barca solare è tirata attraverso una struttura allungata che è definita la "Barca della Terra" e incarna il mondo degli inferi che il dio sole percorre nella sembianza notturna con la testa di ariete. Il suo viaggio è continuamente minacciato dal gigantesco serpente Apophis che è raffigurato sotto la barca. Nella quarta ora la barca del dio sole passa davanti ad una serie di sarcofagi con mummie dipinte di nero; sono ancora immerse nel sonno della morte, dunque prima che il richiamo del dio le svegli e le provveda di un nuovo corpo che non avrà più l'aspetto della mummia. Sotto c'è una rappresentazione simbolica del tempo: è raffigurato come il corpo dalle spire multiple di un serpente, dal quale le singole ore sono via via "partorite" e infine di nuovo "ingoiate". Le dodici ore della notte si incarnano in dodici dee che spiccano su strutture triangolare, dipinte a metà con linee che raffigurano l'acqua e a metà di nero (che indicano l'oscurità), e rimandano in tal modo al buio mondo degli inferi pieno dell'acqua primordiale.
A sinistra rimase ancora posto per una scena che mostra il re fra Horus-figlio di Iside e Anubi. Anche le due pareti maggiori della camera rettangolare sono dipinte con scene di dei. Su entrambi i lati dell'ingresso la dea Maat accoglie il re che sta entrando: impersona la giustizia, la verità e l'ordine che si vuole governino anche il regno dei morti. Dietro la dea, Ramses prega oppure sacrifica: a sinistra a cospetto di Ptah (che è davanti ad un grande amuleto Djed), a destra a cospetto di Nefertum (con l'amuleto Tit) che ha un fiore di loto in testa. Al centro della parete di fondo troneggiano, schiena contro schiena, Khepri (con lo scarabeo al posto della testa) e Osiride; Khepri è la rappresentazione mattutina, ringiovanita dal dio sole, mentre Osiride, nel Nuovo Regno appare come la sua forma notturna. Davanti ad Osiride, con una pelle di leopardo addosso, c'è una piccola figura del sacerdote Inmutef, che ha il ruolo del figlio ideale di Osiride; da destra, tenendosi per mano, Horus figlio di Iside, Atum e la dea Mehit conduco il re davanti al dio. A sinistra Ramses sacrifica sopra quattro contenitori di indumenti davanti a Khepri, e compare poi, subito accanto, fra un'anima dalla testa di falco di Nekhen (Ieracompoli) e un'anima dalla testa di sciacallo di Pe (Buto), antiche potenze divine delle due metà del paese che eseguono qui, assieme al re, un gesto di giubilo. Sotto questa scena si apre una piccola nicchia in cui si scorge Osiride in piede su un serpente, protetto da un ureo (il cobra egizio, simbolo centrale della regalità faraonica) e assistito da Anubi, il quale - rara eccezione - ha qui una testa di ariete (immagine a destra) che una testa di sciacallo; altre nicchie nella parete di destra e in quella di sinistra sono senza decorazione."





Traduzione della scena di Ramses I con Horus e Anubi (cliccare per ingrandire):


domenica 12 aprile 2015

L'omicidio di Ramses III

Tutti noi abbiamo sentito parlare della congiura dell'Harem di Ramses III, recentemente degli studi hanno dimostrato che il faraone è stato assassinato, proprio per quella congiura ardita dai suoi cari.


Le prime TAC effettuate per esaminare la mummia del re hanno rivelato un taglio abbastanza profondo da essere fatale all'altezza del collo. Il segreto è stato nascosto per secoli dalle bende che ricoprivano la gola della mummia, che non erano state rimosse per non arrecare danni alla mummia.
Antichi documenti, tra cui un papiro giudiziario conservato a Torino, raccontano la storia del suo assassinio. Il problema che ha scatenato diverse discussioni è che alcuni resoconti indicavano che il re era deceduto in seguito al complotto, altri invece raccontavano una storia diversa. Questo ha creato diversi dibattiti tra gli storici. Di conseguenza questi nuovi studi rivelano un'importante verità. 
Gli esami hanno evidenziato un'ampia ferita di 7 cm appena sotto la laringe, i medici e gli scienziati hanno ipotizzato quindi che il re sia morto sgozzato. Il Dr Zink ha detto:
"Prima di adesso non sapevamo nulla di certo sul destino di Ramses III, molte persone avevano esaminato il suo corpo prima, utilizzando anche le radiografie, ma non hanno notato nessun trauma. Questo perché non avevano di certo accesso al tipo di TAC effettuata da noi. "
Un'altra mummia esaminata è quella del cosiddetto "Individuo E", il team ha scoperto che il corpo apparteneva ad un ragazzo giovane, 18 anni, e che era imparentato con Ramses III, probabilmente suo figlio Pentawere; colui che mise in atto la congiura.
"Intorno al collo del giovane abbiamo riscontrato delle ferite compatibili con un strangolamento mortale."
Inoltre sembra che la mummificazione dell'individuo E sia di pessima qualità per essere così strettamente imparentato con il re.



mercoledì 1 aprile 2015

Il trono della principessa Satamon

La principessa Satamon, figlia di Amenhotep III e della regina Ty, depose come dono funerario nella tomba dei suoi nonni Yuia e Tuya una raffinata sedia lignea che le era appartenuta. Sorretta da quattro gambe che imitano muscolose zampe leonine, la sedia è formata da parti in legno sapientemente assemblate per mezzo di mortase, tenoni e chiodi di bronzo. La parte frontale è impreziosita da due protomi femminili che hanno il volto, il collo, la collana e la corona ricoperti di foglia d’oro, mentre la parrucca è lasciata del colore naturale del legno. I due alti braccioli sono istoriati da pennelli con scene dorate. I riquadri interni rappresentano una processione di quattro fanciulle, sul cui capo sono riprodotte piante di papiro. Le donne sorreggono vassoi colmi di gioielli in oro, “dono dei Paesi stranieri del Sud”, e incedono verso lo schienale, dove si conclude la processione. Qui, in due scene speculari, è raffigurata una fanciulla che porge una grande collana a una donna seduta, identificata dall'iscrizione geroglifica soprastante come “la figlia de re, la grande, la sua amata Satamon”. La principessa, ornata con collana, orecchini e bracciali, indossa una parrucca cinta da un nastro e sormontata dall'immagine di una pianta di papiro, emblema di rinascita e fecondità. Nelle mani impugna un sistro e una collana-menat, consueti strumenti femminili usati dalle suonatrici nel corso delle processioni religiose. Satamon, come le fanciulle che le porgono omaggio, indossa una lunga gonna plissettata. Nei riquadri esterni dei braccioli compaiono le figure di Bes e Tueris impegnate in una danza apotropaica al ritmo di tamburelli. Le due divinità erano strettamente connesse con l’universo femminile, per la funzione magica e protettiva da loro accordata alle donne gravide e partorienti.


Dati

MATERIALI: legno stuccato, foglia d’oro e fibre vegetali
ALTEZZE: altezza sedia 77 cm, altezza del sedile 34 cm
LUOGO DEL RITROVAMENTO: Valle dei Re, Tomba di Yuia e Tuya
ARCHEOLOGO: Th. M. Davis
ANNO DEL RITROVAMENTO: 1905
DINASTIA: XVIII
REGNO: Amenhotep III (1387-1350 a.C.)
SALA IN CUI E’ CONSERVATO IL REPERTO: n. 43


venerdì 20 marzo 2015

I monumenti del periodo Protodinastico ad Abydos

Abydos, la necropoli di This, si trova fra Assiut e Luxor, nell’Alto Egitto. La planimetria dell’abitato di This non è stato ancora chiaramente definita. Gli strati più antichi risalgono al Protodinastico, ma durante i secoli successivi la città conobbe una rapida espansione. A questo periodo risale la costruzione di due cinte murarie: quella del tempio consacrato alla divinità locale Khentymentiu, signore dei morti, e quella rettangolare in mattoni crudi che racchiude il centro abitato. Il prestigio di Abydos come centro religioso fu notevole. Secondo la tradizione, in questa località, si trovava la tomba del dio Osiride: essa pertanto ritenuta uno dei centri di culto più importanti del Paese. Durante la V e la VI Dinastia, Khentymentiu venne infatti identificato con il dio Osiride, la cui personalità andò costantemente affermandosi sino a quando cancellò quella del suo predecessore. Il pellegrinaggio ad Abydos divenne un rito importantissimo e le grandi cerimonie che vi si svolgevano erano considerate tra le principali dell’Egitto.


La madre dei vasi
Le tombe dei sovrani della I Dinastia si trovavano in una zona della necropoli oggi chiamata Umm el-Qaab (che significa “madre dei vasi”, dal gran numero di ceramiche qui rinvenute). Esse erano relativamente varie sia per forma che per dimensioni;  la più ampia copriva una superficie di circa 340 mq. Stando alla ricostruzione fornita dall'archeologo Inglese Friends Petrie, che scavò la necropoli fra il 1899 e il 1901, esse consistevano di camere scavate nel terreno e rivestite in mattoni crudi che servivano da supporto a un intelaiatura di pannelli in legno. All'epoca, le sovrastrutture delle tombe erano ormai distrutte; pare tuttavia che ognuna di esse fosse ricoperta da un basso tumulo di sabbia o ghiaia circondato da un muro di cinta di mattoni. Qui erano inoltre erette due stele in pietra recanti il “nome di Horus” del sovrano defunto. Oltre a questa stele i reperti ritrovati da Petrie includevano una serie di piccoli oggetti: frammenti di recipienti in pietra e di mobili, sigilli in argilla e piastrine in avorio o ebano.
I sigilli e le piastrine, oltre ad essere le più antiche iscrizioni che ci giungono dall'Egitto Dinastico, sono di importanza storica fondamentale, in quanto recano i nomi di alcuni sovrani regnanti e di diversi funzionari a loro contemporanei. Tutto questo materiale era stato gettato e disperso dagli archeologi francesi che avevano scavato nell'area tra il 1895 e il 1896, e che avevano deliberatamente distrutto la maggior parte degli oggetti trovati per aumentare il valore commerciale delle poche opere selezionate.
Grazie ad uno studio dei sigilli e delle steli, Petrie riuscì a stabilire il nome del proprietario di quasi tutte le tombe. Egli fu poi in grado di proporre una valida successione cronologica delle tombe e, di conseguenza, dei loro Re. Nelle tombe, comunque, non vi era nessuna traccia di resti umani, il che venne spiegato come il risultato di saccheggi sin dall’antichità e dall’attività di animali predatori. Petrie trovò solo il braccio di una mummia, la maggior parte degli oggetti rinvenuti si trovano oggi custoditi al Museo del Cairo, mentre quelli ritrovati dagli archeologi francesi furono venduti all’asta e finirono nelle collezioni di antichità Egizie del Louvre e soprattutto del Museo di Berlino.

Il braccio della mummia
Le tombe di Abydos presentano alcune differenze a seconda del periodo al quale risalgono. Le più antiche, per esempio, erano formate da una o più stanze, mentre le più tarde consistevano in una sala centrale circondata da magazzini. Per ragioni a noi ignote, la tomba di Djer, successore di Aha, fu in seguito considerata la tomba del dio Osiride. La sua importanza come centro di culto è testimoniata dal fatto che intorno a essa furono trovati vasi votivi deposti millecinquecento anni dopo. In questa tomba, Petrie trovò un braccio mummificato. L’archeologo ritenne che appartenesse alla sposa di Djer, poiché era adorno attorno al polso di braccialetti in oro, turchese, perline di ametista e amuleti. Tuttavia, è mia opinione, che non si può escludere che esso fosse invece il braccio del Re. L’arto era avvolto in parecchi strati di stoffa di lino e rappresenta il più antico esempio, datato con certezza, di una tecnica che potremmo definire “raffinata” di mummificazione in Egitto. Sfortunatamente, l’allora curatore del Museo del Cairo, E. Brugsch, conservò i braccialetti ma gettò via il braccio, ritenendolo del tutto privo di importanza dal punto di vista storico.


Tombe di pietra
A partire dal regno i Den si inaugurò l’uso di far precedere la sala sepolcrale da uno scalone intagliato nella roccia. Inoltre, nella tomba di questo sovrano, la sala sepolcrale era pavimentata con blocchi di granito provenienti da Assuan: è questo il primo esempio noto di impiego della pietra nella costruzione delle tombe, fino a quel tempo realizzate esclusivamente in mattoni. Nel complesso, queste tombe avevano dimensiono modeste, ed erano collocate l’una vicino all'altra. A questo proposito, vale la pena di sottolineare che la necropoli di Abydos risale ad un periodo precedente alla I Dinastia e forse ospitava le tombe dei Re predinastici. Pertanto è possibile che i Re della I Dinastia stimassero Umm el-Qaab  come un sito particolarmente sacro, in quanto luogo di sepoltura degli antenati.

Le mura di Khasekhemwy
Vicino alle coltivazioni, appena dietro il sito dell’antica città di This, ciascuno dei sovrani che vi furono sepolti eresse una cinta in mattoni crudi, a pianta rettangolare, al cui interno sorgevano forse edifici dedicati a cerimonie funebri in onore del sovrano defunto. Le cinte murarie in migliore stato di conservazione sono quelle fatte costruire dagli ultimi due Re della II Dinastia e in particolare la Shunet El-Zebib, appartenuta a Khasekhemwy. Si tratta di una massiccia cinta in mattoni che sorge nel deserto e può essere ritenuta una sorta di antenata del recinto della piramide a gradoni di Djoser a Saqqara.
La Shunet El-Zebib misura 122 x 65 metri all'esterno ed è circondata da un doppio muro in mattoni crudi. Quello interno, tuttora conservato per un altezza di circa 11 metri, è spesso 5,5 metri. Le superfici esterne di questo muro vennero decorate con delle nicchie al fine di rendere un effetto a pannelli. La facciata a pannelli sul lato di fronte alle coltivazioni era inoltre enfatizzata dall'inserzione, a intervalli regolari, di una profonda nicchia. L’interno della Shunet El-Zebib era completamente vuoto, eccetto per un edificio eretto vicino all'angolo est, che conteneva un insieme di camere dove erano conservate alcune giare in ceramica. Le facce esterne di questo edificio erano decorate con lo stesso stile a pannelli del grande muro di cinta.

Funerali e stragi
Tutte le cinte erette dai sovrani di Abydos, così come le tombe regie, erano circondate da sepolture più modeste. Le steli funerarie qui rinvenute indicano che i proprietari di queste camere sussidiarie erano membri del seguito del sovrano: donne dell’harem regale, funzionari di Palazzo di secondo rango, ma anche nani di corte e artigiani. In alcune di esse erano sepolti dei cani, presumibilmente i prediletti del sovrano quando costui era in vita. Sembra certa che alcuni di questi personaggi morirono poco prima che la tomba reale venisse definitivamente chiusa. Ciò potrebbe essere inteso come una prova a favore dell’ipotesi che essi venissero uccisi nel momento della morte del sovrano affinché continuassero a servirlo nell'aldilà. Se questa usanza era veramente praticata, essa raggiunse il suo apice durante il regno di Djer, il quale fu sepolto ad Abydos con tutto il suo seguito, composto da quasi seicento persone. Tuttavia, occorre sottolineare che non esiste nessuna prova definitiva a riguardo. Che i cortigiani fossero seppelliti assieme al sovrano non significa necessariamente che essi furono costretti a seguire il loro signore nell'oltretomba. E’ anche possibile, infatti, che durante la I Dinastia fosse stata inaugurata un usanza che avrebbe trovato piena espressione nelle necropoli delle epoche successive e che vedeva le tombe dei sovrani legate strettamente a quelle dei loro subordinati. Tuttavia, non esistono indizi che suggeriscano che i membri della famiglia reale o i funzionari di alto rango venissero sepolti ad Abydos. Ad esempio, fa eccezione Merneith, “l’amata da Neith”, che tuttavia fu forse una regina regnate. Diversamente dai loro predecessori, alcuni sovrani della II Dinastia si fecero seppellire a Saqqara. Non di meno, come già detto, Peribsen e Khasekhemwy tornarono a far costruire le loro tombe ad Abydos, forse per sottolineare l’autonomia del sud dell’Egitto da quella del nord, o forse a causa di disordini che si verificarono in Egitto verso la fine della II Dinastia. Va notato che in questa località il Re Khasekhemwy adottò la pietra da taglio per erigere le pareti della camera centrale della sua tomba: è questo, forse, il più antico esempio dell’utilizzo di pietre squadrate e disposte in file regolari conosciuto in Egitto e probabilmente nel mondo.

giovedì 12 marzo 2015

Il carro da guerra egizio

L'introduzione del carro da guerra provocò un'autentica rivoluzione nel campo della tecnologia militare ed ebbe importanti ripercussioni nel panorama politico del mondo antico.


Sembra che fu lungo le sponde del fiume Oxus, che separa l'Asia centrale dalla Persia e dal Medio Oriente, il luogo in cui l'uomo domò il cavallo, lo sellò, lo montò e lo mise a tirare il carro. Da lì, infatti, partirono i popoli conquistatori che formarono i cosiddetti "regni dei carri". Il carro apparve nella civiltà sumera, verso il 2800-2400 a.C., e fu portato in Egitto dagli hyksos, un insieme eterogeneo di semiti e asiatici che piombò nel paese del Nilo nel Secondo Periodo Intermedio, verso il 1644 a.C. 
Questi guerrieri erano in possesso di una tecnologia militare superiore a quella egizia, soprattutto per quel che riguarda l'uso del carro. La loro vittoria fu totale ma, col tempo, i vinti seppero fare propria la nuova arma per poi rivolgerla vittoriosamente contro gli stessi che l'avevano introdotta. 
Il carro da combattimento era un arma tattica che sul campo di battaglia aveva funzioni molto precise: attaccare frontalmente la fanteria o aggirarla, romperne l'ordine, affrettarne la fuga e, infine, mettersi all'inseguimento dei fuggitivi. Il successo di questa "macchina da guerra"  si basava sulla creazione di una piattaforma di tiro che si muoveva a grande velocità e che si combinava con unità simili fino a formare un rullo in grado di schiacciare la fanteria. Contro i carri esistevano poche difese: un uso intelligente del terreno, la costruzioni di fossi e ostacoli e l'azione di soldati specializzati  nell'atterrare i cavalli nemici. Potevano essere utilizzati anche carri per fermare altri carri, ma la loro efficacia risultava dubbia. La prima battaglia di carri documentata è quella di Megiddo, nel nord della Palestina, combattuta nel 1468 a.C. tra il faraone Thutmosi III e un'alleanza capitanata dagli hyksos.

Il carro egizio
In Egitto esistevano due tipi di carri: quelli destinati al trasporto di persone importanti (dal faraone ai nobili più in vista), che fungevano in combattimento da postazione mobile di comando, e quelli comuni, che formavano un corpo a parte all'interno dell'esercito. Il carro da combattimento portava due uomini: un auriga o conduttore, armato solo di una frusta e che a volte è raffigurato mentre impugna uno scudo, e il combattente armato di arco. Le armi del combattente erano principalmente un arco e un giavellotto; era più raro l'uso di pugnali, ace o spade. Non si utilizzava l'elmo né altra protezione, tranne un piccolo scudo leggero. L'uso del carro richiedeva forza e destrezza, che si acquistavano durante l'addestramento ma anche con la pratica della caccia, che era nello stesso tempo passatempo e allenamento.
I carristi costituivano un corpo nobile ed erano ufficiali che raggiungevano i gradi più alti nell'esercito. Il carro costituiva un elemento di prestigio sociale.
Persino i figli del sovrano si fregiavano di titoli come "primo conduttore del carro del faraone" o "conduttore dei cavalli". Il faraone si poneva alla guida delle truppe sul suo carro; quando il re-dio moriva, questo stesso carro veniva smontato e collocato nella sua tomba perché il defunto potesse utilizzarlo nell'aldilà.  Esistono raffigurazioni di carri (sia pitture che rilievi) che illustrano per lo più una battaglia oppure una sfilata dopo la vittoria. Ne sono esempi le molteplici raffigurazioni della battaglia di Kadesh o le diverse immagini di Ramses II su un carro, con le redini fermate alla vita e le mani libere per maneggiare l'arco.  


Poiché il carro, così come il cavallo, fu introdotto in Egitto in un secondo momento, fu necessario creare un vocabolo per designare questa nuova invenzione, e così fu introdotta nella lingua la parola: wrrt. Il simbolo che la rappresenta è un disegno molto vicino alla realtà. 



domenica 8 marzo 2015

Chi riposa ancora nella Valle dei Re?

Spesso, quando si affrontano questioni riguardanti l'antico Egitto, il punto di partenza è dato da una situazione non chiara o da una situazione paradossale; ma infondo, è proprio questo che amiamo dell'archeologia. Quella sensazione che il passato sia da scoprire con la stessa trepidazione ed enfasi del nostro futuro: nulla è certo, nulla è scontato e tutto può essere scritto, o in questo caso, riscoperto.
La Valle dei Re non fa certo eccezione a questa regola. Sembra quasi incredibile, ma di questo sito archeologico si sa ancora relativamente poco, nonostante le ricerche siano iniziate da oltre due secoli. I ricercatori non escludono che nuove sepolture possano ancora essere riportate alla luce. D'altra parte, molte tombe erano già state individuate e violate nell'antichità: soprattutto durante il periodo ramesside, la profanazione e il saccheggio delle sepolture reali divenne un'attività molto praticata.


Uno dei paradossi a cui si accennava prima è che nella Valle non sembra esserci traccia della tomba di Amenhotep I, la cui mummia fu ritrovata nel 1881 nel nascondiglio di Deir el-Bahari. In passato, alcuni egittologi hanno ritenuto di poter attribuire a questo faraone la tomba classificata con la sigla KV 39 (dove KV sta per Kings Valley), ma non è stato possibile verificare questa ipotesi. La prima sepoltura della Valle dei Re certamente appartenuta a un sovrano della XVIII dinastia, quindi, è la tomba KV 20, fatta costruire per Thutmosi I; di conseguenza, dove è sepolto Amenhotep I?

Ipotesi I: KV 39
L'archeologo John Rose, che scavò in questa tomba per circa cinque anni, si convinse che questo sepolcro potesse effettivamente essere l'ultima dimora di Amenhotep I. Rose era convinto che ogni nuovo faraone facesse scavare la propria tomba a sud-ovest di quella del suo predecessore. Questa teoria regge a tastoni solo per le sepolture dei primi re della XVIII dinastia. Di conseguenza, se dovessimo prenderla per buona e considerassimo come attendibile questa idea, dovremmo considerare l'ipotesi che la tomba di Ahmosi (predecessore di Amenhotep I) è probabilmente collocata nei pressi delle rampe dei templi di Deir el-Bahari.
Ipotesi II: K93.11
Questa sepoltura, che si trova a nord-ovest dalla tomba di Shuroy (TT 13), nella necropoli di Dra Abu el-Naga, è stata candidata dall'archeologo Daniel Polz come probabile sepoltura di Amenhotep I. A sostegno della sua ipotesi, sono state ritrovate alcune ceramiche databili all'inizio della XVIII dinastia. Inoltre, nel papiro Abbott, la tomba di Amenotep, viene indicata con il termine: 'kai, che alcuni hanno tradotto con: "l'alto luogo"; in effetti, la K93.11, si trova in posizione elevata.
Ipotesi III: AN-B
Questa tomba è incastonata nella montagna tebana, alle spalle della collina di Dra Abu el-Naga, non lontanissimo da Deir el-Bahari. Quando nel 1914 Howard Carter sostenuto da Lord Carnarvon, era ancora sulle tracce della tomba di Tutankhamon, scrisse un articolo poi edito nel 1916, in cui sosteneva che tale sepoltura non solo era lo stereotipo di tutte le tombe della XVIII dinastia, ma che doveva per forza appartenere ad Amenhotep I. Carter si convinse di questo anche in seguito alla misurazione della tomba, che corrisponde esattamente alle misure date nel papiro Abbott. Inoltre sono state ritrovate delle ceramiche che riportano diversi nomi di personaggi illustri dell'inizio della XVIII dinastia.

Infine, potremmo anche arrivare a prendere in considerazione una quarta ipotesi: e se l'ultima dimora eterna di Amenhotep I è ancora là fuori da qualche parte? Questo al momento non ci è dato saperlo. Tuttavia, ci sono diverse tombe che mancano all'appello, come quella di Ramses VIII, per approfondire segnalo un articolo precedente: L'enigmatico Ramses VIII.
Nondimeno, in archeologia, la ricerca è altrettanto importante. Molti dei cantieri di scavo e di restauro della Valle dei Re resteranno aperti ancora a lungo. Dopo oltre due secoli di ricerche, infatti, c'è ancora tanto da fare. Non si tratta solo di portare alla luce nuove tombe, poiché la Valle non potrà mai essere considerata una "storia finita", come erroneamente si pensava all'inizio del XX° secolo; ma anche di salvare quelle a rischio di deterioramento o di distruzione. Tra i lavori ancora in corso, ricordiamo quelli della tomba KV 56, la famosa "tomba d'oro", ma anche quelli della KV 5, l'enorme sepoltura dei figli di Ramses II.
Quanto alla tomba stessa di Ramses, la KV 7, una squadra di egittologi francesi è all'opera dal 1993 per renderla più stabile (fu costruita su una falda acquifera) e ripulirla dai sedimenti che si sono depositati sulle ricche decorazioni murali, una parte delle quali è purtroppo andata distrutta. Una cosa è certa: la Valle dei Re ha ancora tanto da rivelare agli studiosi e agli appassionati. È lecito chiedersi, semmai, se tutti i suoi segreti verranno mai svelati. Ma proprio in questo aspetto, forse, risiede il fascino di questa necropoli, in grado di tenere vivo l'interesse di generazioni di archeologi e ricercatori.

Per approfondire: 
G.L.Franchino - Alla ricerca della tomba di Amenhotep I - Ananke
N.Reeves/R.H.Wilkinson - The Complete Valley of the Kings - Themes & Hudson - pag.88-91

giovedì 19 febbraio 2015

Il tempio di Kom Ombo

Durante le grandi epoche faraoniche in questa zona fioriva una borgata. Le più antiche testimonianze di occupazione risalgono alla XVIII dinastia. All'epoca di Thutmosi III vi venne senza dubbio innalzato un santuario del quale sono state ritrovate alcune rovine. Tuttavia, fu solo con lo sviluppo dell'agricoltura e la conquista di nuove terre arabili sotto i Tolomei, che l'insediamento - sotto il nome greco (o ellenizzato) di Ombos - acquisì importanza. Vi venne senza dubbio eretto un tempio verso la metà del II secolo a.C. da Tolomeo VI Filometore, la cui decorazione venne portata a termine solo un secolo più tardi, sotto Tolomeo XII Aulete. Il tempio era già dedicato a due triadi di divinità: la prima di esse era costituita da Sobek, Hathor e Khonsu, dove Sobek, il dio coccodrillo, e Hathor sembrano essere state divinità primordiali della regione; la seconda triade, Horoeris (Horus il vecchio), Tesenet-nofret (sorella divina di Horus) e Panebtaui (il signore dei due paesi) venne insediata a Kom Ombo solo in Epoca Tarda. Il tempio presenta la particolarità di essere dotato di due nàos* e di una serie di doppie entrate ad essi corrispondenti; tali nàos sono dedicati ciascuno a una triade. Oltre a questo doppio santuario, il tempio presenta ancora altri tratti originali; un doppio corridoio che racchiude il complesso, uno interno e l'altro esterno, aggiunti durante il periodo romano, due pozzi in muratura di cui uno, dotato di una scala interna a chiocciola, è situato in corrispondenza di una galleria d'accesso sotterranea. Il complesso architettonico, in discrete condizioni di conservazione, domina tuttora il corso del Nilo da una bassa collina. Il mammisi*, situato a sud-ovest, è ora in rovina, ma a sud-est una cappella dedicata ad Hathor è praticamente intatta: serviva a dar riparo ai coccodrilli mummificati. 


*Nàos s. m. [adattam. del gr. ναός, der. di ναίω «abitare»]. – Nell’architettura classica, l’«abitazione» di un dio, cioè il tempio o la parte più interna del tempio greco dove era posta la statua del dio. 

*Mammisi - In copto "luogo del parto", è il nome che vien dato ai piccoli edifici annessi ad alcuni templi egiziani; là si immagina si ritiri la dea titolare del santuario quando deve dare alla luce il dio figlio. L'esempio più antico risale a Nectanebo (XXX dinastia) e sorge a Dendera, dove un altro m. è di epoca romana. Gli altri sono tolemaici, e fra questi i meglio conservati sono quelli di Edfu e di File. Spesso sono edifici peripteri; sui dadi delle colonne si hanno figure di Bes, il dio protettore delle partorienti. Scene della nascita e dell'infanzia divina sono i temi della decorazione parietale.

venerdì 13 febbraio 2015

Le colonne egizie

Quando pensiamo ai templi egizi uno degli elementi architettonici principali che ci ritorna in mente è la colonna. In effetti è difficile immaginare un tempio come Karnak senza pensare ai suoi enormi colonnati, o al tempio di Dendera senza le meravigliose colonne hathoriche. Quindi cerchiamo di capirne le differenze:


Colonna Scanalata: Detta anche protodorica, perché ricorda nel fusto le colonne greche di ordine dorico, essa imitava probabilmente tronchi di conifere scortecciati. I primi esempi (ca 2700 a.C.) sono quelli del complesso di Djoser a Saqqara. Gli esemplari successivi mostrano generalmente sulla fronte una banda verticale iscritta.

Colonna Papiriforme a capitello chiuso: È simile nell'aspetto a quella lotiforme, dalla quale si distingue per la parte inferiore più stretta e avvolta dal motivo di cinque foglie lanceolate. Il fusto è composto dal motivo di sei-otto steli a tre nervature legati a fascio sotto il capitello, il quale raffigurava ombrelli (corimbi) socchiusi di papiro. Alla triplice nervatura venne dato particolare risalto plastico fino alla XVIII dinastia. I fusti appaiono invece quasi lisci in epoca ramesside (XIX-XX dinastia), dando origine alla cosiddetta colonna "monostile", così chiamata perché secondo alcuni studiosi rappresenta un solo stelo di papiro a gemma chiusa. Le più antiche colonne papiriformi a capitello chiuso sono quelle del tempio della piramide del faraone Sahura della V dinastia.

Colonna Lotiforme: Di diametro uniforme per tutta la sua altezza, il fusto rappresenta un fascio di quattro-sei e più tardi anche di otto steli di fiori di loto legati sotto il capitello. Questo è formato da sei calici leggermente aperti, tra i quali figurano sei fiori più piccoli, il cui stelo si prolunga sul fusto. Leggermente impiegata durante l'Antico Regno, a partire dalla V dinastia e nel Medio Regno, ritornò di moda in Epoca Tarda. Il loto era legato al culto solare: fu infatti il fiore dal quale il sole uscì sulle acque primordiali il giorno della creazione.

Colonna Palmiforme: Rappresenta un tronco di palma decorato con foglie di palma strette al fusto da diverse legature che terminano in un triplice laccio, visibile sul davanti. La prima attestazione è nel tempio della piramide del faraone Sahura menzionata sopra. Il palmizio, dimora del dio Sole, era anche pianta araldica dell'Egitto. Per questo motivo la colonna palmiforme era utilizzata di preferenza nei palazzi reali e nei templi funerari.

Colonna Papiriforme a corolla aperta: Detta anche campaniforme, ha un fusto liscio arrotondato, che rappresenta forse un unico stelo di papiro. Il capitello, che nasconde alla vista dal basso il piccolo abaco, è decorato con serie di corimbi aperti di papiro, avvolti in foglie lanceolate. Questo tipo di colonna, nata come supporto di lampada nel Medio Regno, è attestato in raffigurazioni dell'inizio del Nuovo Regno e come elemento architettonico in pietra per la prima volta nelle costruzioni di Thutmosi III a Karnak. Viene utilizzato di preferenza in chioschi aperti e nelle navate centrali delle sale ipostile, a rappresentare l'aprirsi delle piante al passaggio del dio solare che porta la luce (il giorno) nel tempio, simbolo dell'intero universo. I capitelli a boccioli chiusi, sia papiriformi sia lotiformi, alludano invece alla notte, al viaggio del Sole nell'aldilà dopo il tramonto, nel corpo di sua madre Nut.


Colonna Hathorica (sopra un video che la mostra a 360°): È costituita da un fusto cilindrico su cui poggia il capitello che raffigura quattro facce della dea Hathor con orecchie bovine, che guardano i quattro punti cardinali. Sopra le teste sono collocati altrettanti sistri, generalmente in forma di grande portale. Testimoniata per la prima volta nel Medio Regno, questa colonna è presente in edifici consacrati al culto di Hathor e raffigura il feticcio della dea portato in processione nelle feste a lei dedicate.

Colonna Composita: È così chiamata perché per lo più è formata da vegetali diversi, anche se alcuni esemplari rappresentano steli di sola palma o papiro. Tipica dei templi di Epoca Tarda, la colonna composita ha origine nelle colonne, soprattutto palmiformi, dei palazzi reali di epoca amarniana e ramesside, che presentano variazioni originali su motivi classici.

Colonna a forma di picchetto di tenda: Utilizzata nel tempio funebre di Thutmosi III a Karnak, è la trasposizione in pietra del picchetto ligneo di tenda o baldacchino, costituita da un fusto di dimensione crescente dal basso verso l'alto, che nella parte superiore termina in un capitello campaniforme ornato da foglie lanceolate. Incerto è il legame di questo tipo di colonna con quelle simili dei palazzi minoici a Creta.

sabato 7 febbraio 2015

La condizione sociale della donna egizia

Nella società egizia si evidenzia, più che in qualsiasi altra civiltà antica, il ruolo predominante della donna nei vari aspetti della vita quotidiana e lavorativa. Nell'antico Egitto, gli uomini e le donne vivevano una condizione di parità, che tutt'oggi sfugge a civiltà a noi coeve.
Quando i greci visitarono l’Egitto, arrivarono a pensare alla società egizia come ad un matriarcato, talmente rimasero sconvolti dalla libertà di costumi delle egizie. Bisogna specificare dunque, che nell’antica Grecia, le società matriarcali non erano viste di buon occhio; basti pensare allo sdegno che i greci provavano per le amazzoni. Tale termine sta a significare: “senza seno” ( α= alfa privativo e μαζός= mazos, cioè seno), e andava a rimarcare l’abitudine secondo la quale le amazzoni si mutilassero del seno destro per poter tendere meglio l’arco.
Secondo i greci, questa non era neanche l’unica popolazione a carattere matriarcale con abitudini “barbare”. Le Lemnie, le antiche abitanti dell’isola di Lemno, addirittura arrivavano a mangiare carne cruda, simbolo di inciviltà. Considerando tutti questi fattori si può arrivare a comprendere l’immaginario collettivo del mondo classico per i costumi egizi, e la naturale diffidenza dei greci e dei romani per gli abitanti della valle del Nilo.
Tuttavia i greci avevano torto, in Egitto, gli uomini e le donne avevano uguali diritti e medesimi doveri, soprattutto a partire dalla III dinastia. Prima di questo periodo, la condizione della donna era più simile a quella della donna romana di epoca repubblicana. La famiglia era di stampo patriarcale e sottoposta ad un vero e proprio pater familias. Tra la III e la IV dinastia il diritto familiare subì una svolta importante. La donna non era solo la padrona indiscussa della casa, ma poteva ereditare o decidere a chi lasciare i propri beni.Come testimonianza del rapporto speciale che vigeva fra madre e figlio in Egitto, possiamo ricordare l’insegnamento numero sette del saggio Ani, (versi 15-8,1):
“Rendile in misura doppia il pane che ti chiede tua madre e portala, come lei ti portò. Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante. Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto. Il suo dorso ti portò. I suoi seni ti nutrirono per tre anni. Non si disgustò mai della tua sporcizia e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare? Quando ti condusse a scuola, allorché ti si insegnava a scrivere, ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento portando il pane e la birra da casa sua.”
L’età adulta delle donne iniziava con la comparsa del ciclo mestruale, perché significava che la fanciulla era pronta per diventare madre. Le egizie però non avevano nessun tipo di obbligo a contrarre matrimonio per essere considerate come individuo dalla legge. Di conseguenza la donne nell’antico Egitto avevano anche la massima libertà di scelta del proprio sposo. In una stele conservata al Museo del Louvre, la donna libera Takamenet decise di sposare lo schiavo Amenyiu, facendolo adottare dalla sua famiglia; un matrimonio che sicuramente non portava lustro o vantaggi, ma che fu ampiamente accettato.
In Egitto i rapporti matrimoniali non erano regolati secondo la legge, ma solo e soltanto da questioni sociali. Un uomo e una donna che decidevano di vivere insieme come marito e moglie, potevano scegliere anche di contrarre un accordo a tempo; una sorta di matrimonio di prova. In alcuni documenti ritrovati a Tebe, si è potuto constatare che il periodo di prova era di circa sette anni, dopodiché si dovevano ristabilire le proprie intenzioni. Se dopo sette anni gli sposi decidevano di non continuare la loro unione, ognuno portava con sé i beni portati in dote durante il matrimonio. Ma come si svolgeva la cerimonia di un matrimonio egizio?
Per essere considerati marito e moglie, nell’antico Egitto, bastava semplicemente che la coppia vivesse sotto lo stesso tetto. Non c’erano rituali religiosi o giuridici, ma solo atti sociali. Durante il matrimonio, le donne non avevano l’obbligo di prendere il nome del marito come succede nelle unioni a noi più familiari. L’importanza del nome in Egitto era vitale, gli egizi ritenevano che in esso risiedesse l’essenza stessa della persona; per questo motivo, durante le damnatio memoriae, il primo atto ad essere compiuto era quello di cancellare proprio il nome del malcapitato.
Un altro aspetto del matrimonio in Egitto, che ha spesso suscitato dissensi e polemiche è la poligamia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che le varie spose che un uomo poteva avere non erano contemporanee ma successive; vale a dire, che una volta rimasto vedovo si poteva successivamente risposare. Altri studiosi, hanno teorizzato invece, che la poligamia in Egitto prevedesse una sposa principale con il ruolo di “Signora della casa” (nebet per) e altre spose secondarie. In ogni caso, queste restano ipotesi non confermate. Tutto ciò che sappiamo di certo è che la poligamia era ampiamente accettata in ambito reale, al fine di procreare più eredi possibili, a garanzia della salvaguardia del paese stesso.
Per quanto riguarda la poliandria, non ci sono fonti certe o attestate. In passato, due donne vissute nel Medio Regno (2060-1785 a.C.), Menkhet e Kha, furono all'inizio sospettate di essere sposate a più mariti, ma successivamente si è potuto accertare che furono sposate ai due uomini in periodi diversi della loro vita.
Esiste un altro aspetto della società egizia che deve essere riformulato nell'immaginario collettivo, oltre alla poligamia, vale a dire: l’incesto. Racconta Diodoro Siculo:
“Si dice che gli egizi, contrariamente a quanto si usa fare, avessero stabilito una legge che permetteva all’uomo di sposare la sorella, seguendo l’esempio di Iside che aveva sposato Osiride, suo fratello e che, dopo la morte di lui, non aveva voluto accettare nessun altro uomo.”
È necessario chiarire però che l’incesto in Egitto era una pratica accettata solo nella famiglia reale, per fattori che non valevano per l’uomo comune, come la conservazione della regalità attraverso la purezza della linea di sangue.
Il divorzio invece proteggeva in particolare la donna. Le motivazioni che potevano portare al divorzio, non differiscono dalle nostre: incomprensioni, prole o adulterio. Gli scritti ritrovati nel villaggio di Deir el-Medina ci regalano un imponente quadro dei rapporti tra uomini e donne. Su di un ostraka ritrovata all’interno del villaggio degli operai, un testo geroglifico riporta le motivazioni dell’assenza di un operaio da lavoro; il testo ci informa infatti, che lo sventurato non aveva potuto recarsi a lavoro quel giorno perché era stato malmenato dalla moglie.
Un altro racconto che ci viene sempre da Deir el-Medina, è quello del servo Hesy, che sposò una certa Hanur e dalla quale ebbe due figli, un maschio e una femmina, quest’ultima si chiamava Ubekhat. Madre e figlia frequentarono contemporaneamente un perditempo di nome Paneb e il figlio di questi. Così Hesy decise di divorziare durante l’anno II del regno di Sethnakht (XX dinastia). Tuttavia, il poveretto, dovette anche sborsare un “assegno mensile” in grano per il sostentamento dell’ex moglie. La moglie poteva anch'essa richiedere il divorzio. In un caso accaduto durante il Medio Regno, un uomo ripudiato dalla moglie, poté avere indietro i due terzi dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Per quanto riguarda l’adulterio, non solo non era tollerato, ma veniva anche presentato ai futuri sposi come il “grande crimine”. Tuttavia, c’era una disparità tra la condanna teorica e quella pratica; come abbiamo visto nel caso di Hesy. Nondimeno, i giovani venivano esortati alle pratiche sessuali prima del matrimonio. Tali esortazioni erano rivolte non solo ai giovani egizi, ma anche alle fanciulle. Difatti, nell’antico Egitto, la verginità non era necessaria o obbligatoria; ma poteva essere un dono che una giovane donna portava in dote al marito. In ambito lavorativo le egizie hanno ricoperto quasi ogni incarico possibile; da faraone a sacerdotessa. C’erano naturalmente dei lavori considerati più adatti alle donne, come quello di ostetrica o di balia; ma in generale nessun ruolo era precluso al sesso femminile.
In Egitto si sono registrati casi di donne visir, come nel caso di Nebet, che oltre ad essere forse la suocera di Pepi I (VI dinastia), fu anche “capo direttore”, così come veniva indicato nei suoi titoli. Altri casi da segnalare come esempio, sono quelli della scribe Idut, forse figlia di Djoser (III dinastia) e della regina Meresankh III, moglie di Chefren (IV dinastia), che nei bassorilievi della sua tomba a Giza, viene chiamata come: “l’amata di Thot, signora del pennello”. Molte altre donne ricoprirono il ruolo di medico, di funzionario reale o di sacerdotessa.
Sono giunti fino a noi molti nomi di queste donne, come quelli di Peseshet, capo dei medici, ricordiamo Hemetra, una vera imprenditrice, e Urnero, amministratrice dei beni di un ricco signore. Come abbiamo già avuto modo di accennare, l’ambiente sacerdotale non era affatto precluso alle donne, anzi, era uno degli ambiti più aperti al sesso femminile. Il dio Amon di Tebe, aveva a sua disposizione un vero e proprio corpo scelto di sacerdotesse, chiamate: le divine adoratrici di Amon; che ricoprivano il ruolo di moglie terrena del dio. Ciò che non è ancora del tutto chiaro è se gli egizi conobbero il fenomeno della “prostituzione sacra”, come accadeva a Cartagine e a Babilonia. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che tale pratica, anziché essere esercitata nei templi, venisse perpetuata per strada e che fosse legata al culto di Iside e Osiride. Nulla di questo è però accertato. Bisogna però dire che esiste un mito legato alla dea Iside, che narra la ricerca della dea del corpo smembrato del marito. Durante queste peregrinazioni, Iside arrivò a Babilonia, dove si dice che la dea si prostituì nel tempio della dea Ishtar. Considerando tutto ciò, è giusto specificare che sarebbe comunque sbagliato fondare una certezza solo su un mito.
La prostituzione, ad ogni modo, era una pratica comune anche in Egitto. Le prostitute potevano sia esercitare per strada che in casa. Molte di loro erano delle straniere, provenienti dalla Fenicia, dalla Mesopotamia o dalla Nubia. Un segno distintivo di una meretrice erano i tatuaggi sulle cosce, così come è possibile riscontrare nelle statuetta rinvenute all’interno delle tombe, che così come gli ushabti, avevano la funzione di realizzare i desideri dei defunti. Un ultimo aspetto femminile di cui è necessario parlare per una visione ad ampio spettro della condizione delle egizie è la gravidanza. Per fare ciò, è necessario evidenziare la bravura degli egizi in campo medico, riuscivano non solo a fornire alle donne contraccettivi efficaci, alcuni di indiscusso stampo moderno, come una sorta di “diaframma vaginale”, ma erano capaci anche di stabilire il sesso del nascituro, come testimonia il papiro n° 199 di Berlino:
“Metterai dell’orzo e del grano in due sacchi di tela, che la donna innaffierà della sua urina tutti i giorni, e così pure dei datteri e della sabbia, sempre nei due sacchi. Se l’orzo e ilgrano germogliano entrambi, ella genererà. Se germoglia prima l’orzo, sarà un maschio; se germoglia per primo il grano, sarà una femmina. Se non germogliano né l’uno né l’altro, ella non genererà.”
Traendo quindi le somme dell’universo femminile egizio, ci ritroviamo davanti a donne libere, emancipate e autrici del proprio destino.



Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...