sabato 26 settembre 2015

L'enigmatica Nefertiti


La regina Nefertiti è probabilmente, dopo Cleopatra, la sovrana d'Egitto più famosa dei giorni nostri. La sua bellezza leggendaria ha destato notevole interesse fin da quando, nel 1912, l'esploratore tedesco Ludwig Borchardt  ritrovò un busto che la ritraeva all'interno di un laboratorio di scultura ad Amarna, odierno toponimo dell'antica capitale "eretica" Akhetaton. Questa straordinaria donna è vissuta in un periodo molto cruciale della storia egizia, fu moglie di un faraone rivoluzionario e forse, divenne faraone lei stessa.
Numerosi sono gli interrogativi che riguardano la sua figura: è stata sovrana d'Egitto? da dove arrivava? quando è morta? dov'è la sua tomba? e il suo corpo? Tuttavia quasi tutte queste domande non hanno ancora avuto una risposta, tutto ciò che noi storici possiamo fare è cercare di elaborare un ritratto fedele alle prove archeologiche emerse fino a questo momento.
Prima di parlare di lei, bisogna tuttavia fornire qualche strumento di comprensione al lettore non addentrato in certe argomentazioni. Quando parliamo di "eresia amarniana", ci riferiamo a quel periodo della storia egizia (Nuovo Regno - XVIII dinastia - circa 1348 a.C./1318 a.C.) in cui un re, conosciuto con il nome di Akhenaton decise di abbandonare in parte i vecchi culti religiosi e riplasmare una nuova forma di fede basandola su un dio di nome Aton, e quindi di porsi come unico tramite tra egli e gli uomini; abbandonando in essenzial modo il culto del dio Amon, che era ormai amministrato da un prevaricante e potentissimo clero tebano. Il faraone, salito a trono come Amenhotep IV, cambiò così il suo nome in Akhenaton e spostò la capitale del paese più a nord rispetto a Tebe. Il giovane re, ereditò da suo padre un Egitto che aveva già tutti i problemi che spesso, in modo superficiale, vengono attribuiti come unico frutto del suo regno. È per l'appunto rilevante sottolineare che i suddetti problemi intestini erano ormai evidenti anche nell'eredità lasciata da Thutmosi IV ad Amenhotep III, e che quest'ultimo tentò già durante il suo regno di ridimensionare lo strapotere dei sacerdoti di Tebe. Questa manovra politica culminò in un vero e proprio scisma, che divise il paese e sconvolse la vita di tutti quelli che vi presero parte, fra questi Nefertiti.
Nefertiti compare nelle rappresentazioni reali, o meglio, nel gruppo familiare di Akhenaton fino al quattordicesimo anno di regno del marito, dopodiché il suo nome scompare o forse cambia. Infatti, nello stesso periodo in cui non si hanno più tracce di lei in quanto regina, compare una nuova figura, forse coreggènte dello stesso faraone: Neferneferuaton Ankheperura. È possibile, al contrario da quanto ipotizzato da molti, che Nefertiti non sia morta, ma che semplicemente abbia assunto una carica più importante.
Che questo nuovo "re" potesse essere la regina Nefertiti, fu ipotizzato per la prima volta da Henri Gauthier nel 1912, poi da Campbell nel 1964 e infine da Nicholas Reeves in tempi più recenti. Infatti Gauthier affermò che: "il primo nome, e l'originale, del coreggènte di Akhenaton era Neferneferuaton, e... che l'adozione del nome alternativo Smenkhara fu una modifica posteriore".
Difatti, dopo la morte di Akhenaton, compare una nuova figura estremamente misteriosa, che da sempre desta numerosi quesiti: Smenkhara. Questo nome è stato associato a diversi personaggi dell'antico Egitto e a molteplici parentele; fratello o figlio di Akhenaton, padre di Tutankhamon o anche sorella dei due. E se in realtà l'enigmatico Smenkhara altri non era che la bella Nefertiti? Se così è stato, quando è iniziata la loro coreggenza?

Forse è possibile datarla nel dodicesimo anno di regno di Akhenaton grazie ad un rilievo ritrovato nella tomba di Huya e Meryra II ad Amarna.


In questo bassorilievo è possibile notare come il re e il suo coreggènte sembrino quasi essere uniti in un'unica entità, resa da una posizione quasi virtuale dei due regnanti, come se si volesse enfatizzare l'unicità del loro essere.
Questa prova però confermerebbe l'ipotesi della coreggenza tra i due sposi, mentre la verità sull'identità di Smenkhara resta ancora oggi una vera incognita. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che alla morte del re, Nefertiti, ormai coreggènte assodato, abbia ricambiato il proprio nome da Neferneferuaton Ankheperura ad Ankheperura Smenkhara. Altri egittologi invece hanno formulato una teoria secondo la quale egli/ella non fosse altro che la primogenita di Akhenaton: Merytaton. Tuttavia, nessuna ipotesi potrà mai essere veramente confermata in base alle prove ad oggi in nostro possesso. L'unica speranza per la risoluzione di questo puzzle resta come sempre l'archeologia, che forse, prima o poi, tirerà fuori nuovi reperti di quel lontano passato.
Se nulla di certo si sa della sua vita, in eguale misura, nulla di sicuro si può sapere sulla sua morte, sulla sua tomba o sulla sua mummia.

Nel 2003 l'archeologa inglese Joann Fletcher si convinse di aver ritrovato la mummia della regina, occultata dai sacerdoti egizi in un nascondiglio all'interno della tomba KV35 di Amenhotep II. La mummia in questione, soprannominata "The younger lady", risultò essere appartenuta ad una donna morta troppo giovane per essere la regina Nefertiti. Nondimeno, nel 2010, si è potuto appurare tramite il test del DNA, che la giovane dama altri non era che la madre del leggendario Tutankhamon. Tuttavia, la sua identità resta un mistero, molti ipotizzano che possa essere Kiya, seconda sposa di Akhenaton e che forse morì di parto.

venerdì 18 settembre 2015

I nomi geroglifici degli dei egizi

Nelle ultime settimane ho postato i nomi dei re e quelli delle regine, ora vorrei continuare postando quelli delle principali divinità egizie. Riconoscere il nome di un dio in un testo geroglifico vi permetterà di comprendere ciò che state vedendo o di riconoscere di conseguenza il tipo di messaggio che quella scena vuole trasmettere.

Inoltre saper leggere i nomi degli dei vi permetterà di intuire, insieme a pochi altri termini geroglifici, molti dei nomi di faraoni, regine o semplici abitanti di Kemet.



Molto spesso però i nomi degli dei sono espressi in modi differenti, quasi sempre capita di incontrare il determinativo della divinità con i segni fonetici che esprimono il loro nome, esempio:


In questi casi è molto utile conoscere l'alfabeto geroglifico: Segni Monoconsonantici 

In taluni casi invece il discorso diventa più complesso, come nel caso del nome della dea Satet, dove non basta conoscere i segni monoconsonantici, esempio:


In questi casi tuttavia è possibile aggirare l'ostacolo con una minima conoscenza delle divinità egizie, prendendo ancora ad esempio la dea Satet, possiamo dire che la sua natura cacciatrice è ben rappresentata anche nel suo nome.


Infine ci sono casi più semplici, dove i nomi degli dei sono accompagnati dalla raffigurazione dell'animale a loro sacro, questo è il caso di Khnum:


giovedì 10 settembre 2015

I nomi delle regine egizie

Come ho precedentemente fatto per alcuni dei faraoni più importi, riporto di seguito i nomi geroglifici delle regine più note, con la lettura convenzionale e la traduzione.


Ora provate voi stessi a leggere un piccolo testo geroglifico e vedrete come la conoscenza di pochissimi termini possa in realtà aiutarci a comprendere ciò che stiamo vedendo.


Qui troverete la soluzione: Ahmes Nefertari Titolatura 

venerdì 4 settembre 2015

I nomi dei faraoni

Oggi sono in partenza per la terra del Nilo, prenderò il volo dell'Alitalia AZ894 direzione Cairo delle 22.20. Al nostro arrivo proseguiremo verso Giza, dove alloggeremo al poco pretenzioso Sphinx Hotel. Non è certo il lusso che ci spinge in Egitto, così abbiamo preferito una camera modesta con una vista eccezionale: la Sfinge che veglia su di noi è infatti a circa 200 m.

Il racconto aggiornato del mio viaggio in Egitto lo potrete trovare sulla pagina facebook del sito: Kemet la voce dell'Antico Egitto. Ogni giorno posteremo le nostre sensazioni, le nostre emozioni, le foto, i video e gli aneddoti che ci troveremo davanti.

Non sarà solo un racconto di viaggio ma anche un itinerario nella storia, un percorso che ci riporterà indietro di migliaia di anni, fino a Narmer e a Cheope, passando per Alessandro il Grande, Akhenaton e Ramses II.

Di seguito quindi riporto le traduzioni dei principali nomi che incontreremo in Egitto, in modo che voi possiate leggerli insieme a me e provare quindi le mie stesse emozioni.


(cliccare per ingrandire) 

mercoledì 26 agosto 2015

L'ostrakon della ballerina

L'ostrakon con ballerina è un capolavoro in miniatura dell'arte egizia, rinvenuta in un villaggio di operai situato a ovest di Tebe, è uno dei pezzi più rappresentativi del genere degli ostraka figurati.



L'esemplare, risalente al Nuovo Regno, fu rinvenuto a Deir el-Medina, luogo da dove proviene la maggior parte degli ostraka di questo periodo. È un frammento di pietra calcarea appartenente ai dirupi rocciosi del deserto della regione tebana. Sopra vi è dipinta una ballerina, rappresentata di profilo mentre compie una difficile ma elegante acrobazia: con il corpo audacemente arcuato e con la lunga chioma arricciata che tocca terra, la ballerina sta effettuando una capriola. Sono note, infatti, altre rappresentazioni in cui appare il movimento completo, cioè in tutte le fasi di questo esercizio. La donna è raffigurata seminuda: intorno ai fianchi indossa solo un pezzo di tela nera a motivi policromi. In epoche precedenti, le ballerine presentavano una posizione rigida e angolosa del corpo. A partire dal Nuovo Regno si verificarono dei cambiamenti, senza dubbio dovuti all'influsso asiatico. Da ciò derivò la rappresentazione di ballerine che eseguano movimenti soavi, dotati di grande armonia. L'artigiano che dipinse questo ostrakon dimostrò molta abilità e sicurezza nella realizzazione. Gli operai di Deir el-Medina, soggetti a regole e canoni rigidi quando decoravano le tombe della Valle dei Re, davano libero sfogo alla loro creatività sugli ostraka. In tal modo poterono esprimere un'erte spontanea e piena di vita. 


Tuttavia, la posizione della ballerina acrobata si può osservare anche in questo rilievo della "cappella rossa" di Amon e in moltissime altre rappresentazioni.

venerdì 14 agosto 2015

Gli oli e i profumi nell'antico Egitto

Nel corso dei secoli, gli egizi hanno dimostrato di possedere una straordinaria abilità nel preparare le essenze più raffinate. Oli e profumi erano richiesti come cosmetici ma erano utilizzati anche dai sacerdoti nei loro riti. I profumi per i riti religiosi erano prodotti in laboratori sacri attigui ai templi e sotto la protezione di Chesmu, dio della profumeria. Nel tempio di Horus, a Edfu, si può ammirare la sala dei profumi, le cui pareti sono ricoperte di ricette per la loro preparazione.


Ancora oggi, quando gli archeologi aprono una tomba egizia, non è raro che si sprigioni un intenso odore, anche a distanza di millenni. I raffinati profumieri egizi erano in grado di creare mille prodotti di bellezza e infiniti profumi, nelle forme più svariate. Questi artigiani non conoscevano la tecnica della distillazione, pertanto i loro profumi non erano a base d'alcol come quelli di oggi. Sapevano però conservare perfettamente gli odori utilizzando una base grassa. La Libia, l'Arabia, l'Africa orientale e la stessa terra d'Egitto fornivano radici, fiori, foglie, legni odorosi e gomme a profusione. I profumieri facevano riscaldare un olio (di mandragola, di ricino, di mandorla, di pinoli, ecc.) con delle piante aromatiche o radici, cortecce e resina, finché l'aroma non veniva assorbito. Agli egizi piaceva anche decorare la bocca masticando delle palline fatte di profumo a miele. inoltre, gli affreschi di alcune tombe mostrano dei personaggi che portano sulla testa un piccolo e singolare oggetto: si tratta di un blocco di pomata, fatta con materie grasse profumate e solidificate. Con il calore, questo cono si scioglieva e diffondeva un piacevole olio profumato su capelli, pelle e abiti.

Virtù insospettabili
In un paese caldo e asciutto come l'Egitto, il sole inaridisce in modo particolare la pelle, ma oli e profumi permettevano di mantenerla idratata; inoltre, poiché queste sostanze erano utilizzate anche per i culti religiosi, gli uomini attribuivano loro un carattere magico. Per esempio, si credeva che potessero tenere lontani gli spiriti maligni e le epidemie. Alcuni unguenti promettevano di eliminare le rughe e ci è stata tramandata addirittura la ricetta di un olio in grado di far ringiovanire! Gli egizi apprezzano in particolar modo alcune fragranze come il "profumo d'iris", che si otteneva facendo macerare nell'olio il rizoma di questo fiore; era di colore rosso e manteneva il suo profumo per vent'anni. Il cosiddetto "Egizio" era composto invece di cannella e mirra macerate per più di otto anni in un vino profumato.

Profumi per l'aldilà
Nell'antico Egitto si credeva che le divinità manifestassero la propria presenza emanando un profumo. Le loro statue erano abbondantemente ricoperte di unguenti, così inebrianti da indurre, sembrerebbe, veri e propri stati d'estasi. Tra gli altri, si utilizzavano l'olio di cade, l'olio di olibano e l'olio di benzoino. I profumi compaiono anche tra le suppellettili delle sepolture: per la resurrezione. Era questo il caso, per esempio, dei "sette unguenti sacri". Naturalmente, i profumi cui era associato un afflato vitale erano utilizzati nella mummificazione: al momento della resurrezione, gli unguenti avrebbero dovuto generare il calore necessario a risvegliare la mummia. Le spoglie, quindi, venivano abbondantemente cosparse di oli; addirittura, il corpo di Tutankhamon ne era talmente intriso che finì col creare una sorta di colla tra la pelle e le bende.

Recipienti raffinati
I profumi erano conservati in lussuosi recipienti: vasi, ampolle, scatole di granito o di alabastro, ecc. Si usavano anche dei flaconcini in vetro colorato, simili a delle fiale dal collo allungato: servivano a versar le sostanze più liquide, che non potevano essere maneggiate come si faceva con gli unguenti. In questo campo, gli artigiani lasciarono spazio alla fantasia per trovare le forme più originali: da una gazzella sdraiata a un'imbarcazione che galleggia su di uno specchio d'acqua, e altre ancora.

domenica 9 agosto 2015

Le sembianze del dio Seth

Avevo precedentemente parlato della figura del dio Seth, affascinante divinità del caos che per gelosia e vendetta assassinò il suo stesso fratello. Questa divinità ha attratto particolari attenzioni nel corso degli anni perché a differenza dei suoi colleghi, come Anubis e Bastet, le sembianze della sua testa non ci sono familiari. Da sempre gli egittologi si interrogano sulle sue strane fattezze, tanto da arrivare a bollarle come "testa di animale fantastico", mentre altri ci hanno addirittura visto un formichiere, animale per altro non conosciuto dagli egizi, visto che la famiglia da cui derivano è esclusiva del Sud America. E quindi da dove arriva quella strana conformazione? Proviamo a dare una risposta logica e basata su una mia personale deduzione, o teoria che dir si voglia.

Dal Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto di Mario Tosi, alla voce Seth, pag.122:

"Era un dio teriomorfo, raffigurato come uno strano quadrupede accovacciato sulle zampe, con il muso appuntito e ricurvo, con grandi orecchie dritte al cielo e una coda verticale a guida di freccia: forse un formichiere, un asino selvatico, un okapi o un levriero del Caucaso; aveva gli occhi neri per il suo rapporto con l'oscurità".

Gli egizi non concepivano l’arte nello stesso modo in cui la vediamo noi e nei loro dipinti o bassorilievi non si rivolgevano all'uomo osservatore, ma a coloro che avevano uno strumento differente con cui guardare: le divinità.  Nell'antico Egitto, l’arte non era fatta per i vivi, ma era un insieme di canoni per comunicare con il mondo degli dei, e con questo codice cercavano di trasmettere l’essenza delle figure che rappresentavano. Pertanto i visi e le gambe degli uomini erano dipinti di profilo, con le spalle diritte e il busto a tre quarti, in modo che il dio che osservasse quella raffigurazione potesse riconoscerne l’uomo o la donna rappresentati. È dunque possibile che questo possa valere anche per le fattezze di Seth? 

Nella loro storia gli egizi non hanno mai fatto qualcosa o riprodotto un'immagine che non venisse direttamente dal loro mondo, dalla loro fauna o flora e questo, forse, vale anche per Seth. Questa divinità aveva delle caratteristiche prettamente violente: aggressività, controllo delle tempeste, dei fulmini e di tutti quegli elementi che lo rendevano l'incarnazione stessa del male. Di conseguenza, quale animale, vicino agli egizi, potrebbe unire tali caratteristiche? O almeno in parte? 

La risposta è quantomeno ironica: l'ossirinco, proprio quel pesce che secondo la leggenda mangiò il fallo di Osiride e che fu assimilato e associato proprio a Seth, in particolar modo nella città di Oxyrhynchon Polis, cioè la "città del pesce dal naso aguzzo", così soprannominata da Alessandro Magno. Questo toponimo all'inizio aveva il nome di Per-Medjed: "Città di Medjed", termine egizio con cui ci si riferiva al pesce in questione. Quali sono dunque le caratteristiche del pesce Medjed? 
Per questo consultiamo una delle tante enciclopedia di biologia fluviale che possiamo trovare in ogni biblioteca o libreria:

"A causa della curiosa conformazione del muso (per la quale vengono comunemente chiamati "pesci elefanti") sono assai ricercati dagli acquariofili, malgrado non si tratti di pesci ideali per l'acquario di comunità, dove restano quasi sempre nascosti al buio e nell'oscurità. (...) Carnivori, accettano solo prede vive o surgelate... Gli adulti sono molto aggressivi tra loro, è possibile allevare più individui insieme solo in vasche molto grandi. (...) Possiedono organi speciali che emettono piccole scariche elettriche in rapida successione, fino a un migliaio al minuto. (...) e hanno occhi piccoli e neri".

Il grande libro dei pesci - Parisse - De Vecchi Editore - pag.69



E le orecchie? Forse gli egizi, così come facevano con gli altri esseri, hanno rappresentato gli aspetti principali dell'animale, e quelle che noi oggi consideriamo orecchie, altro non erano che pinne. In effetti, il cosiddetto "pesce elefante", ha nelle sue pinne proprio quell'organo elettrico che gli permette di trasmettere scosse. Anche nelle scettro Uas, probabilmente ipostasi del dio Seth, possiamo notare una sorta di striatura nelle cosiddette orecchie molto simile a quelle dei pesci, e inoltre, lo scettro termina proprio con due estremità, così come la coda del Medjed.


Seth è anche associato ad una particolare forma di "simbolismo acquatico": egli, che si manifesta nel tuono, nella pioggia e nella tempesta, che ha potere sull'acqua come quando "recò danno ad Osiride in quella notte di grande tumulto", è un "dio che sputa". Non vi è dubbio che Seth assunse nel corso della storia egizia diverse sfaccettature, ma in origine il suo culto era perpetrato proprio a Per-Medjed, e in età predinatisca vi era venerato nella forma di un pesce, il Mormyrus kannume, cioè lo stesso tipo di pesce che divorò il fallo di Osiride, dunque una scelta appropriata. 

Questa è forse solo e unicamente una teoria, ma resta comunque un'ipotesi concreta, tanto è vero che era il patrono di Oxyrhynchos, la città del "pesce dal naso aguzzo". 


martedì 21 luglio 2015

I Testi dei Sarcofagi

I fatti accaduti durante il Primo Periodo Intermedio ebbero una chiara ripercussione sulle credenze funerarie degli egizi. In tempi di anarchia politica e crisi spirituale, la comparsa dei Testi dei Sarcofagi rappresentò in modo diretto un risveglio della cultura egizia.


I cosiddetti Testi dei Sarcofagi sono formule funerarie scritte in geroglifico sui sarcofagi di legno dal Primo Periodo Intermedio alla fine del Medio Regno. Si tratta di un insieme eterogeneo di rituali, inni, preghiere e formule magiche, derivati dai Testi delle Piramidi, il cui scopo era quello di assicurare al defunto il favore degli dei. Con il passaggio dei testi dai muri ai sarcofagi, questo tipo di formule non era più una prerogativa del faraone ed era alla portata di principi, nobili e, più tardi, di chiunque potesse permetterselo. Una delle caratteristiche fondamentali di questi testi era la manifestazione dei desideri e delle preoccupazioni dell'essere umano, in contrapposizione al tono dogmatico e regale dei Testi delle Piramidi.

La "democratizzazione" dei destini dell'oltretomba
Le agitazioni socio-politiche della fine dell'Antico Regno ebbero una chiara influenza sullo sviluppo della religione funeraria. Il potere del faraone si indeboliva e cresceva quello dei governatori di provincia. L'Egitto viveva una situazione di miseria, disordine collasso e crisi spirituale, che sfociò in una sorta di "rivoluzione democratica". Si ritenne allora che anche i semplici cittadini potessero godere nell'oltretomba di una vita fino ad allora riservata al sovrano e furono utilizzati anche per loro i testi funerari regali, al punto da identificare il comune defunto con Osiride. In tal modo tutti avrebbero avuto lo stesso destino e le stesse possibilità di raggiungerlo attraverso riti magici e funerari, che rimasero fissati nei Testi dei Sarcofagi. Innovativa fu la presenza di scene illustrative - che non sono presenti nei Testi delle Piramidi, riservati solo al re - e che ora erano riprodotte sui sarcofagi di defunti appartenenti anche alla classe media, prova evidente della "democratizzazione" del rituale funerario. In un capitolo scritto su sei sarcofagi di el-Bersha è affermata l'originaria uguaglianza di tutti gli uomini, ai quali il creatore ha concesso le stesse possibilità in un mondo perfetto. Inoltre, l'esistenza del male viene imputata alla colpa degli uomini, che hanno trasgredito il comando divino della fraternità.

Mura, papiri e sarcofagi... 
Non sempre questi testi si trovavano sui sarcofagi di legno: alcuni erano riprodotti sui muri della camera sepolcrale. Il colore dell'inchiostro sui muri era nero, a limitazione di manoscritti su papiro. Da Ermopoli proveniva una parte dei testi usati nella decorazione dei sarcofagi. Anche un papiro - oggi conservato a Torino - riproduce rituali utilizzati nei testi dei sarcofagi. Si tratta, dunque, di una letteratura abbastanza vasta, dotata di proprie caratteristiche; il linguaggio è meno classico e conciso di quello dei testi precedenti. Le idee sono confuse e, spesso, vengono utilizzati termini inadeguati e imprecisi ad una prima occhiata. I temi principali sono l'immortalità e il combattimento e la vittoria sul nemico nell'aldilà. Le allusioni alla realtà terrena vengono progressivamente abbandonate e sostituite da altre che fanno riferimento alla vita degli dei, da cui il defunto ottiene favori, nel suo desiderio di vivere eternamente con loro. Sebbene i Testi si basino sulla fiducia nella magia e nei riti, essi elogiano anche la virtù morale del defunto.


...le divinità
La mitologia raccolta in questi Testi è molto varia. Comprende passi tratti dalla dottrina eliopolitana, in cui è descritta la lotta tra Ra ed Apophis. Hathor, anche lei inserita in questa tradizione solare, era la dea principale del centro di Gebelein. Vi sono anche tracce della dottrina ermopolitana, che si riferiscono all'origine del mondo a partire dalle quattro coppie di divinità primordiali. Inoltre, troviamo contenuti a carattere naturalistico riguardo al ciclo della vita, composizioni poetiche adatte all'uso funerario, come La canzone dei quattro venti, o descrizioni introduttive al mondo dei defunti. Nei Testi si fa riferimento a Iside decapitata o alla resurrezione di Osiride. Questa divinità compare nei formulari delle offerte, un rituale di origine regia, che rappresentava in quel periodo una credenza viva che avrebbe ottenuto sempre più il favore del popolo. Nella tradizione funeraria dell'aldilà, il dio dell'oltretomba finirà per chiamarsi Osiride-Ra.

Dai testi dei Sarcofagi al Libro dei Morti
I Testi dei Sarcofagi, come insieme destinato a un uso funerario, in gran parte ispirarono e furono il punto di partenza del Libro dei Morti del Nuovo Regno. Sui sarcofagi di el-Bersha è riportata una mappa degli inferi, in cui sono indicate diverse entità demoniache e i precetti da seguire per superare i pericoli corrispondenti. Ciò costituisce una fase di transazione verso i testi del Libro dei Morti. Allo stesso modo, altri passi dei Testi dei Sarcofagi contengono un abbozzo della "confessione negativa", la stessa che si svilupperà in quelli dei papiri sacri del Nuovo Regno: il defunto doveva menzionare le mancanze di cui non si sentiva colpevole e nel testo si diceva che egli era puro, innocente e giusto nel palare, supponendo che avesse superato il giudizio del tribunale degli dei, che questi ultimi lo avessero riconosciuto innocente e che, quindi, potesse accedere all'aldilà.


  1. Un'offerta che il re dà a Osiride, signore di Djedu, Khentimentiu, il dio grande, signore di Abydos, affinché egli dia ogni cosa buona e pura: mille pani e birre, buoi e uccelli, (vasi di) alabastro e abiti, di cui vive un dio, per il Ka del venerato, Nakhtankh giustificato (presso Osiride).
  2. Il venerato presso Amset, Nakhtankh.
  3. Il venerato presso Shu, Nakhtankh, giustificato.
  4. Il venerato presso Geb, Nakhtankh, giustificato.
  5. Il venerato presso Duamutef, Nakhtankh, giustificato. 
Per un approfondimento sui geroglifici: 1; 2.

martedì 14 luglio 2015

La stele del sogno di Thutmosi IV

"Oh, figlio mio Thutmosi! Io sono tuo padre Horakhty, Khepri, Ra, Atum". Coì parlò la Sfinge a un giovane principe, spingendolo a rimuovere la sabbia che la copriva, in cambio del trono. Egli regnò in Egitto con il nome di Thutmosi IV.


Il regno di Thutmosi IV (1412-1402 a.C.) fu breve, ma segnò un'epoca di pace per l'Egitto. Suo padre, Amnehotep II, lo aveva associato al trono anche se non era il primogenito. I due fratelli maggiori erano morti prima del padre e così il regno spettò al più giovane. Per consolidare il suo trono, i sacerdoti tebani del dio Amon elaborarono una serie di predizioni dell'oracolo, che lo legittimavano come faraone. Nonostante tutto, secondo una leggende, Thutmosi IV doveva il trono alla Sfinge di Giza. Un giorno, mentre era a caccia, si sedette alla sua ombra. A quell'epoca la Sfinge era coperta di sabbia. Il giovane fece un sogno in cui essa gli parlò: "Io ti porrò a capo del regno dei viventi; tu porterai la corona bianca e quella rossa sul trono di Geb, principe degli dei. (...) Ora la sabbia del deserto mi tormenta, quella sabbia che un tempo era sotto di me. Occupati di me, affinché tu possa realizzare tutto ciò che desidero. Io so che tu sei mio figlio e mio protettore". Così, Thutmosi fece rimuovere la sabbia e restaurare la Sfinge. Tra le sue zampe fece erigere una stele sulla quale si raccontava il sogno. In cambio la Sfinge, come rappresentazione del dio Harmakhuis, lo trasformò nel faraone Thutmosi IV.
Così come risultava nella stele della Sfinge di Giza, Thutmosi favorì il culto di Eliopoli. Tolse al sommo sacerdote di Amon la carica di visir e di ministro delle finanze, e per evitare che aumentasse il suo potere lo nominò lui stesso. In politica estera, soffocò una ribellione nella Nubia con l'aiuto di Amon, con cui parlò a Konosso. Non abbiamo notizie di campagne militari in Asia, anche se Thutmosi conquistò una fortezza siriaca dove si limitò a esercitare funzioni di polizia. Conosciamo i rapporti tesi con i vicini asiatici grazie alla corrispondenza cuneiforme con i Mitanni. Per rafforzare l'alleanza con quest'ultimi, fu combinato un matrimonio con Mutemuya, una figlia di Artatama I, quando Thutmosi era ancora principe. Da questa unione nacque il suo erede: Amenhotep III.

Di seguito riporto la traduzione della Stele del Sogno di Breasted:

  1. Anno I, terzo mese della prima stagione, giorno diciannove, sotto la maestà di Horo, toro possente che genera splendore, le due dee, duraturo nella sovranità come Atum, Horo d’oro, potente di spada, che respinge i nove archi, Re dell’alto e del basso Egitto, MenkheperwRa, figlio di Ra, Tothmosis, splendente nelle sue corone, amato da ……, da vita, stabilità, soddisfazione come Ra per l’eternità.
  2. Vita al dio degli dei, figlio di Atum, protettore di Horhaket, immagine vivente del Signore dell’universo, sovrano generato da Ra, eccellente erede di Khepri, bello di viso come suo padre, che uscì dotato della forma di Horo su di lui, un Re che… gli dei, che …. il favore dell’enneade degli dei, che purifica Eliopoli; 
  3. Che soddisfa Ra, che abbellisce Menfi, che presenta la verità ad Atum, che la offre a colui che è a sud del suo muro (Ptah), che fa un monumento per fare offerta giornaliera ad Horo, che fa tutte le cose cercando benefici per gli dei del sud e del nord, che costruisce le loro case in calcare, che da in dotazione tutte le loro offerte, figlio di Atum, del suo corpo Tothmosis, splendente nelle sue corone come Ra; 
  4. Erede di Horo sul suo trono, MenkheperwRa, da vita. Quando sua maestà era un giovanetto come Horo, la gioventù in Khemmis, la sua bellezza come il “protettore di suo padre”, egli appariva come il dio stesso. L’esercito si rallegrava per amore verso di lui, i figli del Re e tutti i dignitari. A quel tempo la sua forza era straripante, ed egli
  5. Ripeteva il circuito della sua potenza come il figlio di Nut. Guarda! Egli fece una cosa che gli diede piacere sugli altipiani del distretto di Menfi, sulle sue strade del sud e del nord, tirando a bersaglio con frecce di rame, cacciando leoni e capre selvagge, correndo sul suo carro, essendo il suo cavallo più rapido
  6. del vento, insieme con due del suo seguito, mentre non una persona lo conosceva. Ora, quando venne l’ora di far riposare i suoi accompagnatori, era sempre sulla spalla di Harmakhis, accanto a Soqar in Rosetau, Renutet in …. nei cieli, Nut… del settentrionale… la Signora del muro del sud, Sekhmet
  7. che presiede su Khas… lo splendido posto della prima volta del tempo, di fronte ai signori di Kherakha, la sacra strada degli dei verso la necropoli ad ovest di On (Eliopoli). Ora, la grandissima statua di Khepri (la grande Sfinge - la sfinge è una incarnazione del sole e khepri è il nome del solo che viene in esistenza) riposa in questo posto, la grande in valore, la splendida in forza, sulla quale l’ombra di Ra indugia. I quartieri di Menfi e tutte le città che sono presso di lui (si riferisce a Khepri) vengono a lui, levando le loro mani per lui in preghiera al suo viso, 
  8. Portando grandi oblazioni per il suo Ka. Uno di questi giorni venne ad accadere che il figlio del re, Tothmosis, giunse correndo all’ora del mezzogiorno, ed egli si riposò all’ombra di questo grande dio. Una visione del sonno si impadronì di lui nell’ora di quando il sole è allo zenith, 
  9. ed egli trovò la maestà di questo riverito dio che parla con la propria bocca, come un padre parla con suo figlio, dicendo: Ascoltami! Guardami! Figlio mio Tothmosis. Io sono tuo padre, Horemhaket-Khepri-Ra-Atum, che darà a te il mio reame
  10. in terra alla testa dei viventi. Tu indosserai la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il principe ereditario. Il Paese sarà tuo nella sua lunghezza e larghezza, su quello che l’occhio del signore dell’universo risplende. Il cibo delle due terre sarà tuo, il grande tributo di tutti i paesi, la durata di un lungo periodo di anni. Il mio viso è tuo, il mio desiderio è verso di te. Tu dovrai essere verso di me un protettore
  11. per il mio stato che è di essere sofferente in tutte le mie membra… la sabbia di questo deserto sul quale io sono, mi ha raggiunto, datti da fare per me, in modo che sia fatto ciò che io ho desiderato, sapendo che tu sei mio figlio, il mio protettore, vieni qui, guarda, io sono con te, io sono
  12. la tua guida. Quando ebbe finito questo discorso, questo figlio di re si risvegliò udendo questo…; egli capi le parole di questo dio, ed egli tacque nel suo cuore. Egli disse: “Venite, affrettiamoci alla nostra casa nella città, saranno garantite le oblazioni per questo dio
  13. che noi portiamo per lui: bovini… ed ogni sorta di vegetali freschi, e noi adoreremo Uennefer… Khafra, la statua fatta per Atum Horemhakhet....
Purtroppo il testo leggibile finisce qui, ci sono ancora alcuni frammenti di righe successive, fino alla 19, ma si leggono solo poche parole sparse relative ad ulteriori offerte.



giovedì 9 luglio 2015

L'Inno "cannibale"

Benché i testi egizi più antichi risalgono alle prime dinastie, alcuni riflettono nella loro composizione un'arcaicità che fa supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. L'inno cannibale è uno di questi.


Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e testi funerari. Di questi ultimi, i più antichi sono i Testi delle Piramidi, riservati ai faraoni, ai quali consentivano di accedere al paradiso. Il più antico è quello della piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia; appare anche in tombe di alcuni faraoni della VI e delle loro regine. Tra le varie formule che compongono questi testi vi è il cosiddetto Inno cannibale, che si trova solamente nei Testi delle Piramidi di Unas e Teti (Manetone lo chiamò Otoes), primo faraone della VI dinastia. L'antichità di questo testo, redatto in stile oratorio, si riflette nella scrittura, molto arcaica, e negli dei che vi sono inclusi: elementi celesti, pianeti e Orione. La teofagia (ovvero l'atto del mangiare la divinità) è un altro di questi particolari aspetti arcaici.

Il contenuto dell'inno cannibale
Il destino dei faraoni dell'Antico Regno era l'ascesa al cielo, che consisteva in un assalto al paradiso degli dei; per raggiungerlo era necessaria la magia, poiché si dovevano superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell'aldilà. Il corpo degli dei era pieno di magia, cosicché, per ottenere tale forza, i faraoni dovevano divorarli. Questo tipo di "cannibalismo", praticato soltanto dai faraoni, è stato considerato una forma rituale per impadronirsi della forza degli dei. Divorando questi ultimi, la loro forza magica passava al faraone, che in tal modo si trasformava in una divinità. Alcuni ritengono che i testi facciano riferimento a un'epoca anteriore in cui si praticava il cannibalismo e prendono come esempio alcune società africane che compivano tale rito o risalgono agli inizi del regno egizio quando si effettuava forse qualche tipo di sacrificio umano a carattere rituale. Tuttavia queste restano solo ipotesi non suffragate da prove concrete.
Il tono dell' "Inno cannibale" è certamente pretenzioso; nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per non essere divorate da lui:
"Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Tra essi i grandi sono per la sua prima colazione, quelli medi per il suo pranzo, quelli piccoli per la sua cena, quelli vecchi per il suo incensamento. (...) Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. (...) Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. La durata della vita di Unas è l'eternità, il suo limite è la perpetuità (...) Ecco che l'anima degli dei è nel corpo di Unas, (...) Unas possiede il loro spirito (...) Ecco che l'anima degli dei appartiene a Unas".

mercoledì 1 luglio 2015

I testi delle Piramidi

Il desiderio di avere accesso alla nuova vita nell'aldilà ha la sua più antica testimonianza nei Testi delle Piramidi, passaporto dei faraoni per l'eternità. Si tratta della raccolta di testi religiosi più importante dell'Antico Regno.
I testi delle Piramidi sono una raccolta di formule destinate a facilitare l'ascesa al cielo del defunto, grazie al potere magico della scrittura. Per il luogo in cui furono scritti - le piramidi - il privilegio doveva essere esclusivo del faraone. Questi testi, che non compaiono in tutte le piramidi, hanno il loro riferimento più antico nella piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia, ma vi sono testi anche in quelle di sovrani della VI e della VII, come Teti, Pepi I, Merenra I, Pepi II e tra regine spose di quest'ultimo. Si conoscono in totale 800 formule, anche se non sono state trovate tutte in un'unica piramide. La compilazione di questi testi indica che furono scritti in diversi periodi storici; lo stile arcaico della scrittura e l'uso della seconda o della terza persona sono testimonianze dell'evoluzione della lingua egizia. Vi sono formule risalenti ai primissimi tempi dell'Egitto faraonico, e anche precedenti, come nel caso dell'Inno Cannibale, databile al Periodo Predinastico. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi , alcuni egittologi ritengono che i faraoni dubitassero della loro salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi il cammino verso il cielo.
Sebbene la provenienza delle formule incluse nei Testi delle Piramidi sia varia e in esse si riflettano idee appartenenti a diverse teologie, nella redazione complessiva si nota l'influenza dei sacerdoti eliopolitani. La salvezza del sovrano si trova nel cielo, mentre i sudditi hanno un paradiso terrestre. Il destino finale del faraone poteva essere salire sulla barca di suo padre Ra, dio Sole, o trasformarsi in una stella e divenire eterno. Nei Testi di trova riflesse la politica del momento poiché, oltre al crescente potere dei sacerdoti, rappresentato dal culto di Ra, il defunto viene identificato con Osiride, dio dei morti, mentre il faraone regnante con Horus. Nei Testi delle Piramidi vengono menzionate alcune leggende che saranno sviluppate in seguito, come la morte di Osiride. Altri testi riguardano culti del faraone o rituali che venivano compiuti durante la vita del re, e scongiuri magici contro le forze del male che erano in agguato nell'aldilà.


I Testi della piramide di Pepi I
Nella zona a nord di Saqqara si trova la piramide di Pepi I, faraone della Vi dinastia. Questa tomba, successiva a quella di Unas, fu scoperta prima. Su tutte le pareti interne c'erano formule scritte con geroglifici verdi riguardanti appunto i sacri Testi. Alcune di esse figurano già nella piramide di Unas, ma altre apparivano per la prima volta. Il grande lavoro di Maspero e, più tardi, di Kurt Sethe, ha permesso di conoscerne il contenuto. Il testo, che probabilmente veniva recitato da un sacerdote durante la cerimonia funebre, aveva uno stretto legame con il luogo in cui veniva scritto. Secondo alcuni egittologi, i testi devono essere letti dalla camera sepolcrale verso l'esterno, a indicare la resurrezione del defunto che, uscendo dal sarcofago abbandonava il mondo sotterraneo attraverso un corridoio. Altri parlano di una processione fino al sarcofago, come nel caso della piramide di Pepi I. Il vestibolo assomiglia al tempio della valle, dove veniva accolto il sarcofago del defunto. Il corridoio si identifica con la stra maestra che saliva al tempio alto, qui identificato con l'anticamera, dove venivano compiuti diversi rituali; la sala del sarcofago è il recinto in cui solo il faraone o il sacerdote avevano l'autorità di celebrare il culto. Nonostante il lavoro di Maspero e Sethe, l'opera di copiatura e di traduzione dei Testi della piramide di Pepi I è ancora in fase di elaborazione e di studio.

domenica 21 giugno 2015

Oltre il Gineceo: la storia antica al femminile

Quest'oggi esce finalmente il mio primo libro, un testo pensato per ogni tipo di lettore e che ho voluto scrivere al fine di incrementare la conoscenza generale della condizione femminile nelle antiche civiltà del mediterraneo.


(clicca sulla scritta)



Ecco alcuni estratti in anteprima:

Dal capitolo su Nefertiti...

"Che questo nuovo "re" potesse essere la regina Nefertiti fu ipotizzato per la prima volta da Henri Gauthier nel 1912, poi da Campbell nel 1964 e infine da Nicholas Reeves in tempi più recenti. Gauthier affermava che: "il primo nome, e l'originale, del coreggènte di Akhenaton era Neferneferuaton, e... che l'adozione del nome alternativo Smenkhara fu una modifica posteriore"."

 pagina 33

Dal capitolo sulle donne mesopotamiche...

"La separazione era comunemente voluto dal marito, ma anche le mogli erano autorizzate a divorziare dai loro compagni se vi fossero prove di abusi o di negligenza, così come abbiamo visto nel codice di Hammurabi. Un marito poteva ripudiare sua moglie se ella risultava sterile, ma poiché avrebbe poi dovuto ripagare la dote era più pratico che il consorte prendesse una concubina, magari scelta proprio dalla moglie."

pagina 54 

Dal capitolo sulle donne greche...

"Una caratteristica insolita della vita spartana era la pratica della  "condivisione della moglie", usanza testimoniata da diversi storici antichi. Un numero indefinito di spartani potevano spartirsi la stessa sposa, sia come mezzo di unione e sia per facilitare la procreazione. Infatti essi consideravano i figli nati da queste relazioni come propri, indistintamente da chi fosse il padre naturale."

pagina 92


Dal capitolo su Elena, madre di Costantino...
"Elena riportò a Roma una gran quantità di reliquie, dai chiodi usati per trafiggere la carne di Cristo alle scale adoperate da Gesù per salire all'aula del tribunale di Ponzio Pilato, cimeli che ancora oggi vengono conservati a Roma. "

pagina 196

In anteprima mostro anche l'indice:

 Per acquistare il libro, sia in formato cartaceo che in quello ebook, cliccare qui: Oltre il Gineceo

sabato 13 giugno 2015

I testi delle Steli funerarie 2

Abbiamo parlato precedentemente degli epiteti principali delle divinità (clicca qui) presenti sulle steli funerarie. Adesso vedremo come continua la formula funeraria standard più impiegata nel corso della XVIII dinastia, molto spesso troverete le stesse iscrizioni con la formula estesa della parola, in questo caso affidatevi al determinativo della parola. Ricordiamo dunque che la formula inizia con: "Offerta fatta dal re al (nome della divinità) (epiteti del dio)" e continua come segue:


Fornisco ora altri elementi della lista delle offerte funerarie più comuni, che si trovano nelle iscrizioni di tali steli:


Ricapitolando, onde comprendere meglio la parte finale, ricordo che la formula funeraria standard recita: "Offerta del re (al) dio X (epiteti). Si dia a lui (al defunto) un'offerta funeraria consistente in (segue lista delle offerte)". Generalmente le steli funerarie si concludono con quanto segue:




mercoledì 10 giugno 2015

I testi delle Steli funerarie 1

Quest'oggi iniziamo lo studio geroglifico dei testi delle steli funerarie d'offerta. Questi reperti sono ovunque nel mondo, in ogni museo quindi vi potrete cimentare nella lettura e nella comprensione di questa straordinaria civiltà. Iniziamo dunque con la prima frase di una tipica stele funeraria egizia:


A questa formula iniziale seguono generalmente una o più divinità con i loro epiteti più comuni, formando dunque la frase: "Offerta fatta dal Re al dio X", esempio:


Tuttavia, questi sono i titoli più comuni di Osiride, ma potreste incontrare anche altri epiteti a lui connessi. Osiride appare sovente nelle stele funerarie in quanto divinità posta a capo dell'aldilà, quindi andiamo a dare un'occhiata agli altri titoli:


Abbiamo visto come, nelle steli funerarie la formula "Offerta del re" venga spesso seguita dai nomi di una divinità e dagli epiteti più comuni, per ora sono stati illustrati quelli di Osiride. Adesso vedremo invece un'altra divinità dalla forte connessione con l'aldilà: Anubi, il cui nome egizio era Inpw e che era il dio funerario per eccellenza, preposto fra le altre cose all'imbalsamazione. Vediamo di seguito i titoli del dio delle necropoli.



domenica 7 giugno 2015

Le lampade di Dendera

L'antico Egitto ha da sempre attirato le simpatie di coloro che cercano misteri o enigmi extraterrestri, per questo motivo, nonostante gli sforzi degli esperti, esistono decine di false leggende legate agli egizi che trovano ancora una difficile "risoluzione". La difficoltà non sta per noi specialisti nel dare delle risposte ma è nell'abbattere il preconcetto generale, perché è più facile, così come facevano gli uomini primitivi, imputare ciò che non comprendiamo o non conosciamo a fenomeni divini o alieni, invece di rimboccarsi le maniche e lavorare per trovare una risposta.  
Seguendo questo concetto ho deciso finalmente di affrontare una di queste leggende metropolitane: le cosiddette "lampade" di Dendera. Per fare ciò, a differenza dello standard morfologico che uso di solito, fornirò delle risposte a delle ipotetiche domande che potrebbero essermi poste da coloro che cercano delle informazioni al riguardo.


In altri luoghi dell'Egitto possiamo trovare qualcosa di simile alla famosa scena scoperta da Mariette?

Nella  raffigurazione in  questione, che  si trova all'interno della quarta Cripta, ci ritroviamo davanti ad immagini cosmogoniche, che non hanno nulla di anacronistico o di unico. Quindi  nessun precursore di Thomas Edison  e Joseph Wilson Swan abitava nell'antico Egitto. Infatti è possibile vedere figure identiche non solo all'interno del Tempio di Dendera, nella camera che Mariette chiama "chambre V", ma anche in altri luoghi. Possiamo trovare qualcosa di simile a Edfu ad esempio, proprio per testimoniare che certe rappresentazioni non  sono  insolite, anche quando si parla di miti differenti. Nondimeno,  bisogna specificare che queste scene sono tipiche di Dendera perché lì ha origine il mito della nascita di Horus Sematawi, visto che ci ritroviamo nel tempio della madre. In generale le persone credono che il politeismo egizio fosse diffuso costantemente e ugualmente in tutto l’Egitto, quando in realtà ogni città aveva i propri principali esseri divini da adorare. Per fare qualche esempio, posso citare Osiride ad Abydos, Amon a Tebe o Ptah a Menfi.  Conseguentemente è normale che in altri templi ci imbattiamo solo in raffigurazioni simili, è un po’ come se un cattolico trovasse un dipinto greco-ortodosso al Vaticano,  possibile, ma poco probabile. Inoltre, occorre dire che molto di quello che ci hanno lasciato gli Egizi è andato perso, quindi non potremmo mai stabilire una stima di quante rappresentazioni simili o identiche avremmo potuto  vedere all'epoca.

Mariette scrisse che  i  testi della quarta cripta descrivono la scena in argomento, «ma non ne danno il senso». Perché non riuscì a comprendere, nonostante la lettura dei geroglifici, ciò che vide?

Nell'opera che Mariette dedica a Dendera, Description generale du grand temple de cette ville, possiamo leggere che la scena delle cosiddette lampade è catalogata come Planche III 44. Continuando a  leggere la  nota, scopriamo che Mariette scrive “I testi descrivono la scena, ma non danno il senso” e poi ci suggerisce di andare a leggere il riferimento della Tavola II 49, che si trova a pagina 176. Tornando  quindi  ai riferimenti della Chambre V,  scopriamo che anche in questo caso lo studioso esprime perplessità, poiché ancora una volta i geroglifici descrivono solo la scena. Tuttavia, bisogna chiedersi se questo è dovuto a rappresentazioni misteriose, o più semplicemente all'approccio scientifico di un ricercatore che lavorava agli albori dell’egittologia. Tra noi e Mariette ci sono oltre centocinquant'anni di ricerca scientifica e di studio metodico, di conseguenza, le affermazioni dell’archeologo vanno riviste alla luce di nuove consapevolezze. Fino a poco tempo fa si credeva erroneamente  che le piramidi fossero state costruite da schiavi, perché così ci ha tramandato Erodoto, mentre il Dr. Hawass ha scoperto che non erano schiavi ma operai salariati. Ritengo quindi che fondare delle teorie anacronistiche sull'opera di uno studioso, per quanto illustre, morto oltre un secolo fa, sia improvvisazione e speculazione.

Abbiamo prima nominato Horus e Hathor, cosa puoi dirci di loro in merito a Dendera?

Horus e Hathor, così come le altre divinità del pantheon egizio, hanno una caratteristica particolare, cioè l’incarnazione di aspetti e sfaccettature diverse. Partiamo dal nome della dea dell’amore, Hathor,  il suo significato  è  “dimora  di  Horus”, cioè il cielo dove nasce il sacro falcone. Tuttavia, a Edfu invece è anche madre di  tutti gli dei, oltre che moglie di Horus.  Stesso discorso vale anche per quest’ultimo, il quale non solo è marito della dea, ma incarna anche il loro figlio, Horus Sematawy; cioè il protagonista delle rappresentazioni della Cripta IV.  Nondimeno, nella tradizione classica, Horus  è figlio di Osiride e Iside, oltre che vendicatore di suo padre. Pertanto, il dio Horus di Edfu è sposato alla  dea  Hathor   di  Dendera  e ogni anno, durante la festa della “buona unione”, la statua della dea arrivava in processione fino a Edfu, dove si celebrava il loro matrimonio divino.

Mariette ebbe diverse difficoltà nell'esplorare i “profondi misteriosi recessi” del tempio di  Hathor,  come mai?

Per prima cosa bisogna specificare che l'accesso a queste cripte era celato al popolo, poiché servivano per custodire oggetti preziosi, ed è quindi naturale che non sia facile entrarvi. In effetti, raggiungere queste cripte non è per nulla comodo, vi si accede passando per un  antro stretto e angusto. Le cripte poi sono illuminate solo con la luce artificiale, quindi possiamo immaginare la difficoltà di Mariette nel capirne il significato, diciamo che per questioni logistiche e pratiche, se l'archeologo fosse vissuto oggi, non avrebbe scritto le stesse  cose. Durante  il mio ultimo viaggio in Egitto ho passato molto tempo a Dendera e con alcuni colleghi abbiamo in programma un  viaggio in Egitto  a settembre, progetto nato anche per completare la nostra decifrazione dei testi delle cripte, proprio perché, a differenza di quanto si crede, e chi è stato a Dendera lo può confermare, queste immagini girano in tondo per tutta la cripta. Di conseguenza, al mio ritorno dall'Egitto, fornirò la decifrazione completa dei geroglifici.

Poniamo ora però l’attenzione solo sulla famosa immagine con le “lampade”, presentando la spiegazione delle tre frasi che compongono la traduzione dei geroglifici posti a descrizione della scena. Iniziamo con il primo passo?

La traduzione iniziale è: "Horus Sematawy è il serpente di rame che sta nel loto nella barca notturna, altezza 4 palmi, barca notturna e loto in oro". Sono d'accordo nel porre l’attenzione su questa immagine in particolare, poiché è quella più discussa e dibattuta, tuttavia bisogna porre l’accento sul contesto, dato che è necessario per capirne il significato. Il testo a cui ci si riferisce indica parte del contenuto della cripta, poiché questo luogo serviva per conservare oggetti preziosi, tra cui anche immagini sacre, rappresentate  sulle  pareti per  essere eternamente presenti, quindi le iscrizioni precisano le misure e i materiali di cui erano fatte. Ricordiamoci anche che la stessa Hathor appare sotto la forma di una statua dentro una barca, cioè la stessa statua che poi veniva trasportata a Edfu. Tornando all'iscrizione, sappiamo quindi  che  nella cripta doveva trovarsi un’immagine sacra in rame, che rappresentava  il dio Horus  Sematawy che nasce dal loto. Questa versione del  dio  Horus  non  significa altro che “Horus unificatore delle due terre".


Soffermiamoci sul fiore di loto (le famose “lampade”), cosa rappresentano in realtà?

Il fiore di loto è un simbolo antichissimo, fin dagli albori della civiltà egizia era usato per indicare l’Alto Egitto, associandolo alla dea Nekhbeth, mentre per il Basso Egitto abbiamo il papiro con corrispondenza alla dea Uadjet. Questo fiore è associato anche a concetti come rinascita e generazione, come ad esempio accade con il mito dell’oceano primordiale, il Nun.  Non  molto tempo fa ho letto un articolo di Diego  Barucco, uno studioso appassionato di egittologia, che dava questa stessa definizione,  cioè quella di un loto che sia donatore di vita e di luminosità; una luce quindi che non ha nulla a che fare con delle lampade, come accenna nei suoi studi Marco Chioffi. Naturalmente, queste argomentazioni di teologia egizia andrebbero approfondite maggiormente in modo individuale attraverso la lettura di libri del settore.

La presenza di oggetti sacri all'interno delle cripte di  Dendera  è testimoniata altrove? 

Oltre che dalle descrizioni parietali, è visibile a Dendera anche il trasporto degli stessi immortalato in una scena processuale, vicino alla terrazza del tempio, dove, ad esempio, si vedono sacerdoti con degli scrigni. Nella prima sala ipostila, sul lato destro ci sono delle scale a rampa, mentre a sinistra si trovano delle scale rettilinee che conducono direttamente al tetto; le stesse che erano usate dai sacerdoti per trasportare gli oggetti sacri in occasione della Festa dell’Anno. Presumibilmente, queste raffigurazioni rappresentano gli oggetti conservati all'interno delle cripte e in altre sale del complesso di Dendera e che ogni anno venivano trasportati tramite una processione fino al tetto. Anche all'esterno del santuario vi sono scene di una processione di donne, raffigurate mentre portano le ricchezze delle province che incarnano al tempio.

Puoi darci notizie dei tesori celati nelle cripte, in particolare della statua di Horus?

Come  è facilmente intuibile, i saccheggiatori  non  hanno lasciato nulla di prezioso, ciò che è stato rinvenuto a Dendera sono pezzi di valore storico, come statue in pietra o resti di altri templi, ma così come in molti altri santuari in Egitto, i tesori conservati sono  andati  perduti per sempre.

Cosa pensi tu dell'idea collettiva che quelle ritratte a Dendera siano delle vere lampade?

Lasciando perdere la facile ironia, voglio dire anche che l’elemento essenziale del filamento delle lampadine è il tungsteno, elemento chimico ipotizzato solo nel 1779. Senza contare che per creare il processo chimico che porta  all'accensione di  una lampadina del genere ipotizzato a Dendera,   abbiamo  bisogno  di due gas: Azoto e Argon, entrambi scoperti a fine settecento. Inoltre, vi assicuro che se gli Egizi avessero avuto una tavola periodica, presumibilmente i Greci e di logica i Romani lo avrebbero saputo e di conseguenza anche noi. Devo dire poi che, per spiegare quest’abbaglio di massa, bisogna partire dall'idea che è tipico del cervello umano  cercare legami con  il proprio mondo, questo fenomeno viene chiamato "pareidolia", altrimenti lo potremmo ricondurre ad una sorta di criterio di Shepard sul riconoscimento di cose conosciute indotto da oggetti non familiari. Quindi, disponendo dei mezzi dati dallo studio costante di tale civiltà, occorre aggiungere che se questi “misteri” non  fossero osservati con   l'occhio   moderno, ma guardati da chi ha una visione diversa, cioè colui che è cresciuto nell’epoca egizia, sembrerebbero solo ciò  che sono. Per concludere, ripeto ciò che ho precedentemente dichiarato, bisogna guardare a egittologi moderni, che hanno a disposizione ottimi mezzi per poter interpretare il mondo egizio

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...