mercoledì 22 febbraio 2017

I figli del faraone Tutankhamon



"Se uno di quei bambini fosse sopravvissuto forse non ci sarebbe mai stato un Ramses" - Howard Carter.


Tra i cofani e le casse ammucchiate nella camera del tesoro c'era anche una scatola di legno non decorata, lunga circa 61 cm, il cui coperchio, originariamente sigillato con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri, era stato rimosso nell'antichità. Al suo interno c'erano due casse antropomorfe in miniatura (una lunga 49,5 cm e l'altra 57,7 cm), poste una di fianco all'altra, testa contro piedi. Le punte dei piedi della cassa più grande erano state rozzamente tagliate per permettere al coperchio della scatola di chiudersi. La superficie esterna era coperta di resina nera, su cui si vedevano fasce d'oro con iscrizioni riferentisi agli occupanti semplicemente come "l'Osiride", senza nomi specifici. I coperchi erano attaccati alla base delle casse nel solito modo: con otto tenoni di legno piatti. Strisce di lino avvolgevano le casse all'altezza del mento, della vita e delle caviglie, ciascuna sigillata con l'immagine dello sciacallo e dei nove prigionieri. Queste casse contenevano altri due sarcofagi, la cui superficie era interamente coperta da una lamina d'oro. All'interno si trovavano due piccoli feti mummificati. La prima mummia misurava meno di 30 centimetri e si era conservata quasi perfettamente, era avvolta in fasce trattenute da cinque bende trasversali e due gruppi di tre bende longitudinali. All'altezza della testa era stata posta una maschera di cartonnage dorato con i lineamenti del viso sottolineati in nero. Pur essendo molto piccola, simile a quelle usate per i canopi, la maschera era troppo larga per il feto. 
La seconda mummia, a prima vista meno ben conservata dell'altra, era un pochino più lunga (39,5 cm) ed era avvolta in una fasciatura longitudinale tripla e a quattro trasversali. Non aveva la maschera, sebbene si capisse che ne era stata preparata una: quando gli imbalsamatori si accorsero che era troppo piccola per la testa avvolta nelle bende, era stata lasciata nel corridoio d'entrata tra i rifiuti dell'imbalsamazione, che poi furono riseppelliti nel Pozzo 54 dove Theodore Devis la trovò nel 1907.


Le autopsie
L'esame delle mummie fu affidato a Douglas Derry nel 1932. Carter rimosse le bende della prima mummia mentre Derry poté individuare solo una massa disordinata di strisce di lino spesse 1,5 cm, con imbottiture all'altezza del torace, delle gambe e dei piedi, in modo da dare forma al feto. Il corpo era quello di un bimbo nato prematuro, con la pelle grigia e sotto cui si potevano distinguere le ossa. Non si vedevano le sopracciglia ne le ciglia; le palpebre erano chiuse. Mancava l'incisione addominale e non si poteva vedere in che modo il corpo era stato conservato. Le braccia erano distese contro i fianchi con le mani sulle cosce. Una parte del cordone ombelicale era ancora attaccata al corpo. Secondo Derry si trattava di una bambina. Il feto era lungo appena 25,7 cm e doveva essere nato al quinto mese di gestazione. Fu Derry a sbendare la seconda mummia. Sotto il primo sudario di lino, che era tenuto fermo da fasce, sì trovò un'altra serie di bende che tratteneva un secondo sudario, al di sotto del quale c'era uno strato di bende incrociate e delle imbottiture. Vennero rimosse le altre fasciature che rivelarono la presenza di un ultimo delicato strato di lino. Il corpo del bimbo misurava 36, 1 cm e si trattava anche in questo caso di una femmina. Derry calcolò che dovesse essere nata al settimo mese di gestazione. Meno ben conservato del primo, il corpo era ben disteso con le braccia e le mani contro i fianchi. La pelle era di un grigio uniforme; si vedevano tracce di capelli sulla testa. Le sopracciglia e le ciglia erano visibili; le palpebre, aperte, lasciavano intravedere gli occhi rinsecchiti.
Diversamente dalla prima mummia fu facile stabilire il metodo di imbalsamazione. Il teschio era stato riempito attraverso il naso col lino imbevuto di sale. Derry notò una piccolissima incisione di 1,8 cm immediatamente sopra e parallela all'inguine; la ferita poi sigillata con quella che Derry identificò come resina e che, invece, Lucas scoprì essere tessuto animale alterato. La bambina probabilmente nacque morta oppure morì subito dopo la nascita: lo si capiva dal fatto che il cordone ombelicale, che appariva tagliato assai vicino alla parete addominale, non si era asciugato a sufficienza, come sarebbe avvenuto se la neonata fosse sopravvissuta per un certo tempo. Quando il secondo feto venne riesaminato qualche tempo dopo dall'équipe del professor Harrison dell'Università di Liverpool, le radiografie misero in evidenza chiari segni che suggerivano che la bambina fosse affetta dalla deformità di Sprengel, con una scapola congenitamente più alta, spina dorsale bifida e scoliosi. I raggi X stabilirono l'età intorno agli otto o nove mesi di gestazione. Di chi erano figlie queste bambine? Naturalmente, furono avanzate varie ipotesi, più complesse e "ritualistiche", ma la risposta più probabile è che fossero figli di Tutankhamon e di colei che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, sembra essere stata la sua unica moglie: Ankhesenamon. C'erano altri casi, nella XVIII dinastia, di figli di re morti prima del padre e che furono seppelliti nella tomba del padre: Wabensenu, figlio di Amenhotep II, sepolto nella Tomba 35, e Tentamun, Amenemhat e un altro, non identificato, nella tomba di Thutmosis IV.

martedì 14 febbraio 2017

Ramses II e Nefertari

Nel giorno di San Valentino vale la pena ricordare una bellissima coppia, due persone che si sono amate e rispettate oltre tremila anni fa: Ramses II e Nefertari. La loro storia ha ispirato romanzi su romanzi e inoltre ha nutrito la fantasia di decine di persone per secoli. L'amore di Ramses per la bella moglie è testimoniato in diversi siti, a partire dalla tomba della regina fino al tempio minore di Abu Simbel, ed è proprio in questo luogo che si possono leggere le sue ultime parole d'amore:


martedì 24 gennaio 2017

La terminologia geroglifica per principi, principesse egizie e divine adoratrici

Dopo aver analizzato i termini con cui ci si riferiva alle regine egizie, andiamo ora a visualizzare i termini in uso nell'antico Egitto per i principi e le principesse. 
I figli del re erano chiamati Sa Nesu, appunto, "figlio del re" e le femmine invece Sat Nesu, "figlia del re". I fratelli e le sorelle del re avevano invece il titolo di Sen Nesu e Senet Nesu, "fratello del re" e "sorella del re". A cominciare dal Terzo Periodo Intermedio, solo le donne appartenenti alla famiglia reale potevano esercitare la funzione religiosa di "divina adoratrice", cioè di sposa terrena del dio Amon, una figura identificata con certezza solo a Tebe. Le divine adoratrici godevano di una titolatura il cui modello era simile a quello del re. Le più famose furono Karomama, Shepenupet, Amenirdis e Nitocris.
La titolatura era composta da tre appellativi: Hemet Netjer, "sposa del dio", Duat Netjer, "adoratrice del dio" e Djeret Ntejer, "mano del dio". Spesso associati, questi precedevano un nome iscritto in un cartiglio. A partire dalla XXVI dinastia, venne aggiunto all'inizio della titolatura un nome femminile di Horus: "Horet". Il titolo di Nebet Tauy, "Signora delle Due Terre", e altri (come i titoli secondari delle regine) venivano talvolta aggiunti ai titoli religiosi. 


mercoledì 18 gennaio 2017

La terminologia geroglifica delle regine egizie

Oltre alle titolature dei faraoni, molto conosciute, esistevano anche dei titoli riservati a regine e principi: erano più brevi, ma permettevano comunque di identificare questi nobili nei testi e nelle incisioni dei templi e delle tombe. In questo post andremo a vedere i termini usati per indicare le regine. Già nel Medio Regno, il nome delle regine era talvolta iscritto in un cartiglio, tuttavia, è solo a partire dal Nuovo Regno che questa usanza si diffonde.
Dopo l'Antico Regno, la regina è designata regolarmente con tre titoli. Poiché il re può avere diversi mogli, la sposa principale era chiamata Hemet Nesu Uret, "La grande sposa del re", mentre le altre donne portano più semplicemente il titolo di Hemet Nesu, "Sposa regale". La madre del re, importante personalità di corte, era chiamata Mut Nesu, "madre del re". Accanto a questi titoli principali esistevano numerosi appellativi secondari, come Repat Hatet Uret Hesut Nebet Imat Bener Merut, "La principessa, dai grandi favori, dama della grazia, dolce e amorevole" o Henut Tauy, "sovrana delle dure Terre", o anche scritto come Nebet Tauy, "Signora delle due terre". Durante l'Antico Regno, e molto più raramente in seguito, la regina era presentata come Mat Hor Seth, "Colei che vede Horus e Seth".


sabato 24 dicembre 2016

Traduzione dell'iscrizione posta ai piedi del sarcofago della KV55

1- Parole dette da XXXX Giustificato.

2- Possa respirare il dolce vento del nord che viene verso la tua bocca.

3- Possa vedere il(la) tuo/a... Ogni giorno; la mia preghiera è quella.

4- Di udire la tua dolce voce nel vento del nord.

5- Possano essere Giovani le tue membra con il vivere del tuo amore.

6- Dammi le tue braccia che possiedono il tuo spirito, che lo riceva e possa vivere.

7- In esso. Possa fare da guida al mio nome per l'eternità e che esso non manchi.

8- Dalla tua bocca, o Padre Mio Aton Ra- Horakhty XXXX. Ecco tu sei come Ra.

9- Per l'eternità e per sempre vivente come Aton...

10- Il Signore dell'Alto e del Basso Egitto vivente nella Maat, padrone delle due Terre XXXX il figlio.

11- Meraviglioso dell'Aton vivente. In verità egli è qui.

12- Vivente per sempre eternamente, il figlio di Ra XXXX giustificato.

giovedì 15 dicembre 2016

I miti della dea Seshat

Proprio come la dea Maat, con cui talvolta si confonde, Seshat non era collegata a nessuno dei grandi cicli mitologici egizi. Era la personificazione di concetti astratti quali la scrittura, il calcolo e la memoria: il suo talento in queste materie non era certo inferiore a quello di Thot, il suo omologo maschile. Nei più importanti racconti mitologici dell'antico Egitto, la presenza di Seshat è limitata a sporadiche apparizioni, in cui la dea, comunque, viene sempre apprezzata, a dimostrazione della grande stima che le altre divinità nutrivano per lei: un rispetto che nasceva soprattutto dalle sue doti intellettuali.


I nomi di Seshat
"Sono colei che vigila sulle scritture", ricordava con vigore la dea, "colei che è stata la prima a scrivere". La scrittura, il calcolo, il disegno erano al centro dei suoi interessi: era lei, infatti, a "sorvegliare i libri divini e gli archivi" regali, è quindi sottinteso che fosse Seshat a scrivere e registrare tutto ciò che si conosce sulla storia degli dei e sugli avvenimenti legati alla vita del faraone: dalla genealogia dei re alla redazione dei libri contabili del Tesoro regale, Seshat prendeva nota di tutto ciò che veniva attuato per garantire il buon funzionamento del paese. Non solo: la dea includeva nelle proprie competenze, oltre alla scrittura in senso stretto, anche altri ambiti legati al sapere, "Sono la signora dei progetti", scrivevano di lei, e anche "la signora delle costruzioni". Fungeva quindi anche da memoria, da archivio vivente dell'architettura, e contribuiva attivamente allo sviluppo di questa disciplina grazie alle solide conoscenze matematiche (calcolo e geometria) e astronomiche (utili per decidere l'orientamento degli edifici). Seshat non aveva dunque nulla da invidiare allo sposo Thot.

Parenti virtuali
La figura di Seshat ebbe origine come personificazione di un concetto astratto, più che come divinità. Per questo, non le furono inizialmente attribuite particolari relazioni con altri dei. Ma, come spesso accadeva nella religione egizia, parenti e paredri le vennero assegnati in un secondo momento. Il caso Seshat anzi, è esemplare a questo proposito. La più antica di queste parentele è stata identificata grazie ai famosi Testi delle Piramidi dell'Antico Regno, in cui Seshat viene messa in relazione con la dea felina Mafdet. Il tipo di legame che le univa non è ancora chiaro, ma si può supporre che Seshat e Mafdet venissero considerate come due sorelle, addirittura gemelle. Non a caso, i rituali dedicati alle due dee si tenevano nello stesso giorno dell'anno. Durante il Nuovo Regno, Seshat cominciò ad essere accostata a Thot, anche perché svolgeva funzioni simili a quelle del dio della scrittura: divenne così, al tempo stesso, sua moglie, sua sorella e figlia! Un fatto, del resto, che non suscitava alcuno scandalo, visto che all'interno del pantheon non mancavano rapporti tra consanguinei e talvolta incestuosi. Bisogna aspettare il periodo tolemaico (a partire dal 300 a.C.) per vedere Seshat affiancata da un vero consorte: si tratta del dio Seshau, una particolare forma di Osiris su cui, tuttavia, non sappiamo molto. Più tardi, in epoca romana, Seshat verrà assimilata ad alcune tra le più grandi dee egizie: Hathor, Iside, Nefti o ancora Rattaui, dea venerata soprattutto a Tebe.

Seshat la maga
La magia occupava un posto per nulla trascurabile nella vita degli egizi: serviva a guarire dalle malattie ma anche a prevenirle, ed era legata alle offerte presentate ai morti come agli dei. La magia era presente ovunque, e il fatto che Seshat ne fosse la divinità non faceva che aumentarne il prestigio: persino gli dei, del resto, avevano bisogno di un tocco magico per avere la meglio durante le loro liti o i loro, combattimenti. Per questo motivo, Seshat occupava una posizione di rilievo sull'imbarcazione di Ra: tra Thot e Hika (altro dio della magia), esercitava le proprie arti contro Apep, il serpente maligno che ogni notte, instancabilmente, assaliva il vascello solare.

giovedì 8 dicembre 2016

Il vaiolo nell'antico Egitto

Sembra che la sesta piaga dell’Egitto annunciata da Mosé al Faraone fosse proprio il vaiolo. Diversi studiosi lo hanno identificato con la malattia “shehin”, parola ebraica che si trova nell'antico testamento, ed è nel Pentateuco che troviamo diversi riferimenti a questa malattia; oltre a quelle che si trovano nel Deuteronomio, “il Signore ti colpirà con le ulcere d’Egitto” (Deut. 28,27), “il Signore ti colpirà alle ginocchia e alle cosce con un ulcera maligna dalla quale non potrai guarire; ti colpirà dalla pianta del piedi alla sommità del capo” (Deut. 28,35), è molto importante il passo dell’Esodo: “il Signore disse a Mosé e ad Aronne: procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosé la getterà in aria sotto gli occhi del Faraone. Essa diventerà un pulviscolo diffuso su tutto il Paese d’Egitto e produrrà, sugli uomini e sulle bestie, un ulcera con pustole, e in tutto il Paese d’Egitto” (Es. 9,8 - 9). Alcuni studi ritengono trattarsi di vaiolo, anche se a dire il vero appare un po' problematica l’estensione dell’infezione agli animali, dal momento che il virus del vaiolo umano è diverso da quello bovino e di altri animali, quindi colpisce solo l’uomo e le scimmie. Una conferma ci viene tuttavia da un testo posteriore di Filone di Alessandria, filosofo ebreo vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., dove, nel trattato storico apologetico “de vita Moysis”, descrive il vaiolo nella sua forma confluente: “la polvere si depositò immediatamente sugli uomini e sugli animali e provocò una ulcerazione violenta e dolorosa di tutta la pelle e, nello stesso momento in cui si produceva l’eruzione, i corpi gonfiavano con delle flittene suppuranti di cui si sarebbe detto fossero provocate da un fuoco invisibile. Tormentati dalle sofferenze e dai dolori, sia a causa dell’ulcerazione che a causa del bruciore, essi soffrivano nella loro anima tanto quanto nei loro corpi; poiché si poteva vedere un'ulcera unica e continua estendesi dalla testa fino ai piedi, non appena le pustole che si erano estese sugli arti e sul tronco si sviluppavano e formavano un unica massa”.



Lasciando perdere le testimonianze bibliche, che nulla hanno di storico, le documentazioni istopatologiche che ci possono venire in aiuto sono scarse, ma abbastanza probanti: una mummia della XX Dinastia, scoperta a Deir el Bahari da Ruffer e Ferguson, presenta sulla pelle tracce di lesioni le cui caratteristiche di forma e localizzazione posso ragionevolmente attribuirsi al vaiolo; l’esame istologico ha confermato la presenza di vescicole con struttura a setti verticali caratteristici (dovuta a rottura delle cellule malphighiane con formazione di una cavità pluriloculata;  nel derma erano presenti anche numerosi batteri Gram positivi). Anche la mummia di Ramses V (XX Dinastia) presenta sul viso, addome e cosce l’esito di una eruzione papulosa molto verosimilmente da riconoscere come di natura vaiolosa.

giovedì 1 dicembre 2016

I Medjai: i poliziotti della tomba

A Deir el-Medina esisteva un corpo di polizia, i medjai della Tomba, che controllava il deserto a occidente di Tebe, alle dirette dipendenze del sindaco di Tebe occidentale, che era la massima autorità a cui essi dovevano rispondere. I medjai dovevano sorvegliare la tomba reale in costruzione e le necropoli regali per reprimere i frequenti tentativi di furto negli ipogei; essi inoltre dovevano garantire la sicurezza e la tranquillità degli operai, ma anche che la loro condotta fosse corretta.
Il nome medjai deriva da quello della regione nubiana Medja. Durante l'Antico e Medio Regno i medjai erano nomadi nubiani con cui gli egizi erano in rapporti più ostili che pacifici. Durante la dinastia XIII (circa 1750 a.C.) i medjai erano stanziati per la maggior parte a sud della seconda cataratta. Verso la fine della dinastia XVII, in qualità di mercenari, i medjai presero parte, agli ordini di Kamose, alla guerra di liberazione contro gli Hyksos. Dopo la dinastia XVIII non esiste alcuna prova effettiva che i medjai fossero di sangue nubiano; i capi dei medjai della tomba e i loro uomini, tranne poche eccezioni, erano ormai completamente assimilati alla cultura egizia e avevano veri nomi egizi.
Il numero di questi poliziotti sembra essere stato molto esiguo durante la XIX dinastia: si suppone che vi fossero due capi e sei uomini, per un totale di otto poliziotti della Tomba. In effetti i pericoli che potevano minacciare le tombe reali nel periodo di Ramses II erano probabilmente pochi. Più tardi, nell'anno 1 del regno di Ramses IV, quando la squadra ammontava a centoventi uomini, i medjai erano sessanta; in un registro dell'anno 17 del regno di Ramses IX compaiono sei capi e diciotto poliziotti, per un totale di ventiquattro persone. Per quanto questo numero sembri eccessivo, tuttavia proprio nell'anno 17° furono scoperti furti su vasta scala nella necropoli tebana e vennero di conseguenza aperte numerose inchieste. Inoltre a partire dal regno di Ramses IV le invasioni libiche dal deserto occidentale avevano reso la sicurezza della regione di Tebe sempre più precaria.
I capi medjai potevano essere membri del tribunale, prendere parte all'ispezione della tomba di un operaio, accompagnare con i loro subordinati la commissione inviata a investigare sui furti della necropoli e riferire al visir l'esito delle loro indagini. Essi erano i messaggeri del sovrano e, quando il visir era nel Basso Egitto, scendevano il fiume per recapitare a lui i rapporti da parte degli scribi della Tomba, così come i capi medjai portavano lettere o messaggi orali alla squadra da parte del visir o di autorità ancora più elevate, per esempio il Primo Sacerdote di Amon. Quando il messaggio era scritto e doveva essere letto agli operai, i medjai giungevano in compagnia di uno scriba. Essi non erano esentati da lavori pesanti, per esempio prestavano il loro aiuto per il trasporto di pesanti blocchi di pietra. 
I medjai erano aggregati alla Tomba, ma tuttavia non appartenevano alla comunità degli operai e non figuravano nella lista di distribuzione delle razioni di grano agli operai. Non vi sono prove che un poliziotto sia mai vissuto a Deir el-Medina, o sia stato seppellito nella necropoli degli operai. Si conoscono i nomi di ventitré capi e di quarantasei semplici medjai.

venerdì 25 novembre 2016

Il faro di Alessandria

Su un isolotto a est dell'Isola di Pharos, in una posizione che permetteva di dominare l'ingresso al grande porto, si ergeva un tempo una delle sette meraviglie del mondo antico, il Faro di Alessandria. Del vero e proprio faro non abbiamo più, come è noto, alcuna traccia: una serie di terremoti, verificatisi tra il X e il XIV secolo, lo hanno completamente distrutto. Inoltre, nel 1480 il sultano mammalucco Kait Bey fece erigere, al suo posto, un castello, che si può ammirare ancora oggi. Alto dai 120 ai 140 metri, il faro era interamente in pietra bianca, verosimilmente in calcare: per la sua costruzione furono stanziati ben 800 talenti, una cifra equivalente a circa 20.800 chilogrammi d'argento. L'edificio, cui si accadeva da una rampa, era a più piani: a una base quadrangolare, di circa 71 metri di altezza, seguiva una struttura ottagonale (alta circa 34 metri),  sua volta seguita da un corpo tondo con una copertura a tholos (termine che indica una volta realizzata a blocchi aggettanti), in cima alla quale era posta, forse, una statua di Zeus. Tutto l'edificio sorgeva poi al centro di un ampio terrazzamento rettangolare, munito di torri difensive e di frangiflutti e ostruito a sua volta al di sopra di una grande cisterna. In cima al faro, infine, ardeva un fuoco, che poteva essere visto da una distanza lontanissima: non sappiamo esattamente come questa fonte di luce fosse amplificata o se venisse in qualche modo indirizzata in una particolare direzione: non è escluso che si facesse uso di specchi concavi. Altrettanto incerti sono i dati circa l'anno esatto della costruzione del faro nonché chi sia stato l'architetto o il promotore del monumento: Strabone menziona un certo Sostrato di Cnido, "amico del re", che avrebbe eretto il faro "per il bene e la sicurezza di tutti coloro che navigavano il mare". Secondo Plinio, Sostrato era il costruttore, mentre il committente sarebbe stato un re tolemaico. Una fonte del X secolo riferisce che il faro fu costruito nell'anno 297 a.C., mentre la notizia diffusa da Ammiano Marcellino, che il famoso monumento fosse opera della regina Cleopatra, deve essere considerata solo una delle tante leggende nate intorno all'ultima regina dei Tolomei.

domenica 20 novembre 2016

La principessa Ita

Tra il 1894 e il 1895, l'egittologo francese Jacques de Morgan scoprì a Dahshur, cercando il monumento funebre di Amenemhat III, le tombe di varie regine e principesse che hanno stupito il mondo con lo splendore dei loro corredi funebri. Si trattava della regina Nofrethenut, sposa del re e delle principesse Menet,Senetsenebi e Mereret; quest'ultima, a sua volta, fu anche sposa del re Amenemhat III (1874 - 1855 a.C.). Successivamente vennero localizzati altri sepolcri, come quello delle principesse Junemet e Ita, all'interno venne ritrovato uno degli oggetti più belli dell'oreficeria egizia.  La principessa Ita fu sepolta con un magnifico pugnale, che oggi si può ammirare al Museo Egizio del Cairo. Il pugnale di bronzo presenta un impugnatura in oro e lapislazzuli, conservato nella sua fodera di cuoio. La principessa lo indossava tramite un cinturone che la sua mummia portava ancora addosso al momento del ritrovamento. La presenza di quest'arma sul cadavere di Ita potrebbe indicare un importante ruolo all'interno dell'esercito. Fatto confermato dal ritrovamento di alcune statue di Ita in Asia, ad Ugarit e a Mishrifé. Bisogna tenere conto che di solito si inviavano le immagini di persone realmente importanti e che avevano un ruolo rilevante all'interno della corte reale. Normalmente erano oggetto di culto e venerazione religiosa da parte dei popoli che le ricevevano. Il piccolo tesoro comprendeva anche braccialetti, cavigliere, una collana e naturalmente la cintura.



giovedì 10 novembre 2016

I pigmenti utilizzati nelle tombe egizie

Mentre nelle parti più profonde della tomba continuava lo scavo, le parti più esterne erano praticamente terminate. Questa razionale organizzazione del lavoro permetteva di procedere con una incredibile rapidità e, sebbene lo sbancamento fosse effettuato con strumenti assai rudimentali, era possibile preparare una tomba reale in pochi mesi; nel caso delle tombe più grandi e complesse, il tempo impiegato variava da sei a dieci anni. Nel lavoro erano impiegati anche i figli maschi degli operai, ai quali venivano affidate mansioni semplici e poco faticose: questi ragazzi lavoravano nella speranza di poter divenire a loro volta "servitori nella Sede della Verità", come venivano chiamati all'epoca gli operai di Deir el-Medina. A tutti costoro si affiancavano anche i servi, che erano semplici manovali forniti alla comunità operaia dal faraone e incaricati dei lavori più umili e faticosi, ma necessari al funzionamento delle squadre degli operai specializzati come, per esempio, il trasporto dell'acqua, la preparazione dell'intonaco, la confezione delle torce per l'illuminazione. Le torce erano costituite da recipienti di terracotta colmi di olio di sesamo e sale o di grasso animale e sale, nei quali galleggiava uno stoppino in tela ritorta. Pare che l'utilizzo del sale servisse a impedire che dalla combustione si sprigionasse il fumo che avrebbe danneggiato le pitture. 


martedì 1 novembre 2016

I primi geroglifici

L'invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3100 a.C., fu uno degli eventi più importanti nella storia dell'antico Egitto. Essa fu ispirata dalla necessità di comunicare ciò che non era possibile esprimere visivamente, come nomi propri, numeri e concetti astratti. L'avvento di questa forma di comunicazione fu preparato dall'uso continuato di diversi sistemi di segni grafici. Anche se per le decorazioni dei vasi e oggetti di uso comune di epoca predinastica non si può ancora parlare di una scrittura vera e propria, esse possono infatti già essere considerate forme di comunicazione visiva. In breve, la scrittura ebbe inizio quando a immagini simili a quelle che comparivano, per esempio, sui vasi furono aggiunti segni che implicavano la loro traduzione nei suoni della lingua: figure che si distinguevano chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche e che riproducevano oggetti materiali di ogni genere. Tali segno sono chiamati "geroglifici" (dal greco, "segni sacri"). In Mesopotamia, la scrittura era stata inventata e sviluppata soprattutto al fine di facilitare la contabilità dei templi e dei palazzi. Per quanto riguarda l'antico Egitto, invece, si può notare come l'evoluzione della scrittura sia stata strettamente legata alla rappresentazione del potere e delle sue esigenze pratiche: i sovrani avevano infatti bisogno di rendere più espliciti i cerimoniali legati alla loro persona, come anche di documentare gli avvenimenti importanti dei loro regni. Poiché non ci sono pervenuti testi scritti su papiro risalenti all'epoca Protodinastica (cioè al periodo delle prime dinastie), la più antica storia della scritture deve necessariamente basarsi sulle impronte di sigillo, etichettate e iscrizioni incise sui monumenti regali. Fino al regno di Den, quarto re della I dinastia, i sigilli recavano in genere soltanto il nome del re e dei suoi funzionari. Successivamente, iniziarono a comparirvi anche titoli e annotazioni burocratiche finché, verso la fine della I dinastia, intere frasi poterono essere formulate attraverso sequenze di segni, spesso accostati con il principio del rebus. 

venerdì 28 ottobre 2016

Il tempio di Ramses II ad Abydos

Circa 300 metri a nord del tempio di Sethi I sorgono le vestigia di un santuario eretto da Ramses II, un cenotafio, come l'Osireion, che tuttavia, per planimetria, riecheggiava un tempio tebano del Nuovo Regno e non una tomba reale. Il tetto e la parte superiore delle pareti sono mancanti, ma le scene incise sulle rimanenti superfici sono di particolare interesse poiché conservano la policromia. L'esterno del tempio mostra, su parte della parete sud, un elaborato calendario delle feste e rappresentazioni della battaglia di Qadesh sulle altre pareti. All'interno, un cortile a cielo aperto presenta pilastri osiriaci perimetrali e scene d'offerta sulle pareti. In fondo al cortile, dietro un piccolo portico, quattro cappelle erano dedicate, da destra a sinistra, a Ramses II, all'Enneade, agli antenati regali e a Sethi I. Dietro queste, a destra, un'altra cappella era votata a Osiride. Intorno alla seconda di due sale a otto pilastri, altre cappelle, molte delle quali decorate con fini rilievi, erano dedicate a Osiride, alla Triade Tebana, a Thot e Min. Una stele, collocata di recente al centro della parete di fondo del tempio, cela l'ingresso di una camera che custodisce un grande gruppo statuario composto dalle statue di Ramses, Sethi, Amon e da quelle di due dee.


sabato 22 ottobre 2016

Le trentanove tombe di Beni Hassan

Situata sulla riva destra del Nilo, la necropoli di Beni Hassan conserva uno dei monumenti più preziosi dell'antico Egitto: trentanove tombe scavate in una falesia calcarea, a una ventina di metri sul livello del fiume. Alcune di esse appartenevano ai governatori della provincia dell'Orice, XVI "nomo" dell'Alto Egitto.


Come tutte le città egizie dell'epoca dei faraoni, Beni Hassan fu costruita lungo il Nilo, sulla riva orientale: si trova a circa 270 chilometri a su del Cairo, e fu la capitale della provincia dell'Orice durante tutto il Medio Regno. Il sito archeologico che domina la vallata ospita un complesso funerario scavato nella falesia. In questi luoghi sostò nel 1822 l'egittologo francese Jean-François Champollion: vi ritrovò numerosi affreschi, purtroppo in pessimo stato di conservazione.

La necropoli dei governatori
Come sappiamo, gli antichi egizi attribuivano quasi più importanza alla vita dopo la morta che non all'esistenza terrena. Per le concezioni religiose dell'epoca, vivere significava prima di tutto prepararsi ad accedere nell'aldilà. Anche per questo, gli uomini cercavano di lasciare di sé il miglior ricordo possibile, predisponendo sepolture adeguate al proprio rango. La tomba era per loro la "casa per l'eternità", e dunque doveva essere allestita in modo che il defunto si sentisse come nella propria abitazione. Chiaramente, i membri delle classi più abbienti erano più avvantaggiati in questo senso. Le sepolture di Beni Hassan, per esempio, sono veri e propri "palazzi" fatti costruire dai governatori locali, i "nomarchi": si tratta di almeno trentanove tombe, disposte lungo il fianco scosceso della falesia, a strapiombo sul villaggio. Uno dei nomarchi qui sepolti è Khnumhotep: morì intorno al 1990 a.C., dopo aver amministrato la provincia dell'Orice per molti anni; nell'esercizio del potere locale si era dimostrato un fedele servitore dei faraoni Amenemhat II e Sesostri II, sovrani della XII dinastia. Nella tomba che si era fatto preparare lo attendevano meravigliosi tesori, tra quei gioielli e altri preziosi che furono poi in gran parte trafugati; mi si trovavano anche mobili, stoffe, armi, cibo e bevande, cioè tutto quanto era necessario per affrontare la nuova vita nelle migliori condizioni possibili. Ricordiamo, infatti, che per gli antichi egizi la morte non poneva fine alla esistenza terrena. Si pensava invece che ogni essere vivente umano animale possedesse due anime: il ka, la forza vitale che caratterizza l'individuo e che dopo la morte torna nel mondo degli dei, e il ba, che in certe circostanze può rimanere legato alla terra. Proprio per questa ragione, le tombe erano sempre tenute in perfette condizioni e il defunto veniva commemorato una volta al giorno: si temeva, infatti, che il morto potesse lamentarsi con gli dei per essere stato trascurato, abbandonando e maledicendo la sua dimora.

Le tombe di Beni Hassan e il rispetto della tradizione
In base alle tradizionali credenze egizie, la tomba non serviva solo a soddisfare le esigenze della persona che vi veniva sepolta. Questa, infatti, divideva l'ambiente funebre con i vivi, che vi si recavano regolarmente per rendere omaggio al defunto. La zona riservata al culto, quindi, poteva essere costituita da ampie sale sotterranee, sorrette da colonne e ricoperte da affreschi dei colori vivaci; altari per l'offerte erano collocati davanti alla piccola nicchia che racchiudeva l'effige del defunto, e vi era sempre dell'incenso che bruciava. In altre tombe la struttura era più tradizionale e seguiva i canoni dell'architettura funeraria delle "mastaba" dell'Antico Regno. Queste si componevano di una cappella a volta in cui sacerdote officiava i riti funebri. Nella parte posteriore, ben nascosta e inaccessibile, si trovava una piccola stanza, il serdab, con una statua che rappresentava il ba del defunto. Una falsa porta munita di uno spioncino permetteva al morto di rimanere in contatto con il mondo dei vivi e di servirsi delle offerte. La parte più segreta della tomba, anch'essa ovviamente inaccessibile, custodiva la salma, trasformata nell'immagine di Osiride: vi si accedeva tramite un pozzo funerario abilmente dissimulato, che portava alla sala sotterranea contenente il sarcofago. A differenza di quanto previsto dal modello classico di sepoltura che fiorirà qualche secolo più tardi, la necropoli di Beni Hassan fu eretta in modo che l'ingresso fosse rivolto a ovest. Secondo le antiche credenze, infatti, la nuova vita del morto cominciava quando egli girava il volto verso il tramonto: con il termine "Amenti", infatti, si indicava sia l'occidente che la dimora dei defunto. Tuttavia, la gran parte dei sepolcri è orientata verso est, nella direzione del sole che sorge e, dunque, dell'immortalità. D'altra parte, più importante della direzione simbolica era quella astronomica che legava il defunto alle stelle: a questo proposito, già la mitologia egizia parlava di ascesa del corpo verso il cielo; a quest'idea era collegata la forma delle piramidi, come pure quella del pozzo verticale delle mastaba e delle cappelle funebri del Nuovo Regno: anche la forma architettonica dell'ultima dimora, insomma, doveva agevolare il cammino verso il cielo.

Decorazioni classiche
Gli affreschi delle tombe di Beni Hassan sono di stile classico e raffigurano scene di vita quotidiana all'epoca di Khnumhotep: si riconosco, tra l'altro, contadini impegnati nel lavoro dei campi, battute di pesca e di caccia nelle paludi, artigiani nei loro laboratori, un uomo che sorregge una sorta di boomerang, un altro che suona la lira, giovani atleti impegnati negli esercizi fisici e fanciulle che danzano. Nell'insieme, tutte queste scene restituiscono con molto realismo la vita della popolazione egizia nel periodo del Medio Regno. Champollion individuò anche delle immagini che ritraevano popolazioni nomadi dell'Asia. Rispetto ai temi tradizionali del periodo precedente, sembra esservi stata una certa evoluzione. Le scene sono distribuite lungo tutte le pareti: oltre a quelle che riprendono i diversi aspetti della civiltà del tempo, ve ne sono altre che raffigurano i riti funebri e le offerte riservate al defunto per garantirgli la sussistenza nell'aldilà; altri affreschi a tema mitologico, invece, sono accompagnati da formule che servivano a proteggere il morto durante il lungo viaggio nell'oltretomba. Sembrano scomparse le scene di guerra, indice forse di un periodo di calma o anche del carattere poco bellico del defunto. I primi re del Medio Regno, infatti, si erano prefissi di ricondurre l'Egitto verso l'ordine primordiale della creazione, dopo la travagliata fase del Primo Periodo Intermedio. Alcuni geroglifici incisi e dipinti sulle pareti fanno riferimento ai primi faraoni della XII dinastia: questi arrivarono nella regione per delimitare con precisione i confini tra la quindicesima e la sedicesima provincia "con la precisione del cielo", cioè seguendo la direttiva degli dei, per riprendere il controllo del paese.

A Beni Hassan non riposano solo notabili
Le tombe dei governatori locali sono certamente le più sontuose tra quelle ritrovate a Beni Hassan, ma non sono le uniche ad essere state studiate dagli archeologi. La maggior parte delle sepolture locali, infatti, apparteneva a membri del ceto medio e anche a persone di modesta condizione. Tra la necropoli "popolare" e le tombe dei notabili vi sono evidenti differenze, sia nelle dimensioni sia per il valore degli oggetti contenuti. Non a caso, le seconde sono rimaste indenni ai saccheggi: interessanti per gli studiosi delle antiche civiltà, lo erano certamente di meno per i ladri!

venerdì 14 ottobre 2016

Anello a castone con i nomi di Ramses II e Nefertari


Il tipo di anello qui presentato, assai pesante, a castone piatto inciso con una decorazione, generalmente d'oro, fa la sua comparsa all'inizio del Nuovo Regno e riscuote un notevole successo fino all'epoca di Ramses II. Il monile è in corniola traslucida di colore aranciato pallido. L'anello vero e proprio è piuttosto spesso e solcato da una leggera incisione nella quale è stato appiattito un fiore d'oro; questo trattiene un sottile rettangolo d'oro che, applicato attorno al castone, dà maggiore risalto a quest'ultimo.
Durante il Nuovo Regno, diffondendosi sempre più l'impiego di paste di vetro colorate, la corniola resta la sola pietra semi-preziosa ad essere ancora utilizzata. Le pietre rosse, corniola o diaspro rosso, evocanti il fuoco e il sangue, erano molto apprezzate, anche perché si credeva fossero dotate di un immenso potere magico in grado di assicurare protezione. 
Il castone, rettangolare, reca un'incisione eseguita con tratto rapido e poco accurato. Raffigura due cartigli accostati e sormontati da grandi piume di struzzo ornate dal disco solare. Il nome ufficiale del re Ramses II, User-Maat-Ra è inciso nel cartiglio di sinistra, affiancato a quello di Nefertari, iscritto in quello di destra.
Questo modello di castone decorato con due cartigli giustapposti è assai diffuso fin dalla XVIII dinastia. Generalmente recanti l'incisione di nomi regali, i cartigli potevano anche ospitare la figura del re al cospetto di divinità, o anche soltanto l'immagine di due divinità accostate. All'epoca di Ramses II il motivo dei cartigli sormontati da alte piume diviene molto frequente. Tra le numerosissime spose di Ramses II, Nefertari occupa una posizione unica. In onore della donna amata, Ramses fece costruire un tempio ad Abu Simbel accanto al proprio e fece scavare, nella Valle delle Regine, la tomba più grande e più riccamente decorata. Poche sono le regine che ebbero il loro nome tanto spesso accostato sui monumenti a quello del re, se si eccettua Ty, sposa del faraone Amenhotep III e naturalmente Nefertiti, perennemente affiancata alla persona di Akhenaton.


Dati
Provenienza: sconosciuta
Collezione: Emile Guimet poi Louvre
XIX dinastia - Ramses II
Corniola rossa e oro
2,35x1,3 x x 2,13 cm
Musée du Louvre, Inv.n. E 31890

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...