martedì 31 agosto 2010

L'amore che ho per te...




Stavo ripensando ad un antico poema d'amore, ed è incredibile come ancora oggi queste parole siano così significative..

''L'amore che ho per te è diffuso nel mio corpo come il sale si scioglie nell'acqua, come il frutto della mandragola si impregna di profumo, come l'acqua si mescola al vino! Io sono la tua amata,la prima(l'unica), sono tua come il pezzo di terra che ho seminato di fiori per te,il mio corpo è felice, è in gioia il mio cuore per il nostro camminare insieme, è dolce come mosto udir la tua voce, vivo quando la odo, se ti vedo è meglio ogni sguardo per me che mangiare e che bere!''



lunedì 30 agosto 2010

La Posta dell'Estate


Dopo un lungo periodo di pausa ritorno con il mio blog, inizio postando alcune e-mail che ho ricevuto questa estate.



18 Giugno 2010 da Maria di Turisti per Caso
Ciao Nefertari, ho letto che sei un egittologa e volevo chiederti una cosa che mi domando dalle scuole medie, la funzione del faraone può essere paragonata a quella dei re inglesi?


Risposta

Ciao Maria, credo che da un certo punto di vista il paragone potrebbe calzare, il faraone era non solo il capo dello stato ma anche quello della religione; anche se i poteri e le possibilità dei sovrani inglesi sono molto ridotti rispetto al potere dei re d'Egitto.



23 Luglio 2010 da Davide di Egittologia.net

Ciao Nefer, volevo chiederti di consigliarmi qualche ottimo volume per iniziare lo studio dell'Antico Egitto. Grazie.


Risposta

Ciao Davide, posso consigliarti quattro volumi che sono la base dell'Egittologia:
-Sulle rive del Nilo di E.Bresciani
-L'Enciclopedia dell'Antico Egitto di E.Bresciani
-Come leggere i geroglifici egizi di Collier/Manley
-L'Arte egizia di C.Aldred
Naturalmente ti consiglio i testi di Franco Cimmino, Sergio Donadoni, Silvio Curto e quelli editi dall'Ananke Edizioni.

20 Agosto 2010 da Antonio di Facebook
Ciao Jenny, complimenti per il tuo gruppo, davvero particolare, io volevo domandarti invece se potevi darmi qualche consiglio per un viaggio in Egitto, soprattutto vorrei sapere il migliore tour operator. Grazie.


Risposta

Ciao, i consigli che posso darti sono gli stessi che puoi trovare in giro per internet o sul mio spazio in TPC (Turisti per Caso).
Per quanto riguarda il tour operator i migliori sono due, per chi ha meno soldi, consiglio Alpitour; mentre per chi ha qualche soldino in più non posso non consigliare la Rallo Viaggi.



Passiamo ora ai messaggi divertenti e bizzarri, ne ho selezionato due, entrambi ricevuti prima dell'estate, che per certi versi ci aiutano a capire l'Antico Egitto nell'immaginario popolare.




Anonimo del 19 Aprile 2010


Ciao Nefertari, non so più a chi chiedere, volevo sapere se tu puoi aiutarmi a trovare le testimonianze storiche della pratica del Hom-Dai. Grazieee ^^
Risposta

Ciao, l'Hom-Dai è un invenzione hollywoodiana, che non ha nulla a che fare con l'Antico Egitto, quindi le uniche testimonianze che troverai di questa pratica sono nei film ''La Mummia'' e la ''La Mummia- il ritorno''. Ciao e buona visione..



Anonimo del 22 Maggio 2010

Ciao Jenny, ho una cosa da chiederti, una mia curiosità personale, quanti schiavi morirono durante la costruzione delle piramidi di Ghiza?
Risposta
Buonasera, posso risponderti con una certa sicurezza o approssimazione dicendoti nessuno, poiché gli uomini che lavorarono alla costruzione delle piramidi della piana di Giza erano lavoratori pagati.

lunedì 9 agosto 2010

Il Mammisi di Dendera


Mammisi è un termine che Champollion prese dal copto e significa ''casa di nascita''. Indica piccoli templi di epoca tolemaica e romana che si trovavano di solito vicino all'entrata del tempio principale. Nei mammisi avveniva il mistero della nascita della divinità che avrebbe completato la triade del tempio. Il primo esempio di mammisi sembra essere stato un rilievo all'interno del tempio di Hatshepsut, a Deir el-Bahri, dove è narrata la sua nascita: Amon, guidato da Thot, si avvicina ad Ahmes e in tal modo concepisce Hatshepsut. Anche nel tempio di Amenhotep III a Luxor sono descritti in un rilievo il matrimonio di Mutemuya e Amon e la nascita del nuovo sovrano: così veniva legittimato il potere dei faraoni. Come templi, i mammisi furono costruiti a partire dal Periodo Tolemaico; vi si rappresentava il mistero della maternità di Iside, data la fama acquisita della dea nella Bassa Epoca: la monarchia, per essere altrettanto popolare, si legò al suo culto. Per assimilazione, si celebrava nel mammisi la nascita del re, incarnazione del nuovo dio. Questi templi sono formati da un colonnato che circonda un edificio rettangolare, con pronao e tre stanze. I mammisi più noti si trovano a Edfu, Dendera e File. Dendera fu un importante centro nell'Antico Regno, nel Primo Periodo Intermedio e in quello Tolemaico, come dimostrano il tempio dedicato ad Hathor; Dendera, l'antica Iunet, si trova nell'Alto Egitto. Il suo complesso religioso è circondato da un muro di mattoni crudi. Al suo interno si trova il tempio principale di Hathor. Accanto vi sono due mammisi, il più antico risale al Periodo Tolemaico e fu iniziato da Nectanebo. Ma il più noto è quello di Traiano (98-117 d.C.), di epoca romana, con la struttura dei grandi templi:il cortile, la sala ipostila (oggi distrutti), la sala delle offerte, il vestibolo e il santuario. Questo mammisi celebra la nascita di Ihy, figlio di Hathor e presenta nella parte esterna del muro sud cinque colonne papiriformi alternate con altrettanti muri ricchi di decorazioni a rilievo.



Traiano difronte ad Horus e Hathor

Hathor ha le corna bovine e il disco solare, la cuffia a forma di avvoltoio è simbolo del potere sull'Alto Egitto. Hathor assistita dagli dei, darà alla luce Ihy, in questo periodo tardo fu associata a Iside, con cui di solito veniva confusa. Questa divinità fu venerata a Dendera dall'Antico Regno. Horus di Edfu era lo sposo della dea di Dendera. Poiché era identificato con Ra Harakhte, presenta la stessa iconografia:corpo antropomorfo e testa di falco, con il disco solare. Il faraone/imperatore Traiano, vestito come un egizio, porta delle corna orizzontali su cui si possono vedere tre motivi uniti.



Traiano con Hathor e Ihy

La rappresentazione dei fiori di loto è molto comune nell'iconografia egizia, come simbolo dellavegetazione che il fiume Nilo fa crescere ogni anno.
La dea Hathor abbraccia suo figlio Ihy mentre lo allatta. Egli porta la ciocca della gioventù, propria degli dei che sono ancora bambini. Traiano cinge la corona Pschent, simbolo dell'unione del Doppio Paese. La bianca è l'emblema dell'Alto Egitto e quella rossa del Basso Egitto.



Traiano davanti a Hathor e Ihy con la corona rossa

In quattro rilievi di questo muro esterno del mammisi è raffigurata Hathor mentre allatta Ihy, scena che si trovava già nelle rappresentazioni di Iside e Arpocrate. In questa Traiano viene rappresentato con la corona rossa, emblema del Basso Egitto, mentre venera la dea e suo figlio. Visto che il faraone è anch'esso presente nelle scene della nascita del nuovo dio, egli è raffigurato con diversi copricapi; era un modo di integrarsi in una cultura diversa, visto che era consuetudine per gli egizi ormai accettare come faraone, anche se si trattava di uno straniero, colui che assumeva tutti gli obblighi (titoli, attributi) e che accettava i costumi egizi (divinità, lingua).



Traiano con Ihy(Horus) e Hathor

In tutte queste rappresentazioni in cui si vede Hathor che allatta, possiamo notare una figura alle sue spalle, si tratta dello stesso Ihy, che qui viene presentato con gli attributi di suo padre Horus:la doppia corona; si confonde in tal modo con Horo bambino, chiamato generalmente Arpocrate. Nel mammisi di Nectanebo, sempre a Dendera, si trovava la scena del concepimento di Ihy.




Traiano identificato con Sobek davanti ad Hathor e Ihy

Il faraone porta una corona con corna ritorte, su cui vi sono anche il disco solare, due piume e due urei, copricapo con cui si identifica il dio Sobek.

venerdì 23 luglio 2010

La produzione della ceramica


I resti archeologici più abbondanti in Egitto sono in ceramica, materiale utilizzato per la fabbricazione di oggetti che servivano come supporti per la scrittura. Lo studio della ceramica può fornire dati concernenti la cronologia, l'uso, lo provenienza e il commercio. La maggior parte degli oggetti veniva realizzata con argilla del Nilo, poiché, dopo la cottura, restava di colore rossiccio. Gli oggetti furono modellati a mano fino all'Antico Regno, quando fu utilizzata una piattaforma girevole mossa con le mani. Durante il Nuovo Regno fu inventata la ruota da vasaio. I vasi di pietra erano destinati soprattutto all'uso funerario, per la vita quotidiana si usava la ceramica. Vasi, piatti, coppe, recipienti e anfore erano di argilla e di decoravano o meno a seconda della loro funzione. Le ceramiche si distinguono a secondo del tipo di argilla impiegato per la loro fabbricazione, esiste argilla di colore rosa pallido e grigiastro. La ceramica fatta con il limo del Nilo serviva per il vasellame di uso quotidiano. Con l'argilla calcarea, estratta soprattutto da Qena, nell'Alto Egitto, si produceva quella di lusso. All'argilla veniva aggiunti altri elementi (come paglia o sabbia) per sgrassare o per rendere la massa compatta. La forma della ceramica indica contatti con la Palestina. La ceramica così ottenuta veniva decorata di rosso e con disegni che scomparvero all'inizio del periodo dinastico.
Dal periodo predinastico gli egizi crearono un tipo di ceramica che imitava il turchese e il lapislazzuli, chiamata faience: una maiolica, che si fabbricava con argilla, calce, quarzo triturato e cenere. Si dava uno strato di vernice di colore blu o verde, che conferiva un aspetto di smalto. La decorazione nera si applicava con manganese. Questo procedimento fu utilizzato fino all'epoca della dominazione islamica.

lunedì 19 luglio 2010

Ferlini e la scoperta del tesoro di Amanishakheto


Nell' anno 1834, Giuseppe Ferlini, medico militare al servizio delle truppe di occupazione egizie nel Sudan stazionate a Khartoum, chiese il permesso per effettuare scavi archeologici nella zona. ''Sono ansioso di dare un contributo utile alla storia'', affermò il giovane avventuriero italiano. In verità aveva in mente i ''colleghi'' europei, i quali, rovistando nelle antiche terre della Valle dei Nilo, erano stati protagonisti di imprese fortunate e avevano dato l'impulso alla nascita delle grandi collezioni egizie dei principali musei europei. Ferlini iniziò le esplorazioni nel vicino Wadi ben Naga e a Musawwarat, ma senza successo. Si spostò quindi 200 chilometri a nord di Khartoum, dove, sulla riva sinistra del Nilo, giacciono le rovine di un'antica città, Meroe, la leggendaria metropoli del regno di Kush, la capitale ''degli altri Etiopi'', come li aveva chiamati Erodoto.
La città, riscoperta circa mezzo secolo prima da James Bruce, l'esploratore scozzese che nel 1772 aveva individuato le sorgenti del Nilo Blu, era nota grazie alle descrizioni fornite dalle tavole di Frederci Cailliaud:nel paesaggio che tanto aveva entusiasmato il viaggiatore francese spiaccavano le curiosi piramidi, simili certo, eppure diverse, lontano nello spazio e nel tempo da quelle dell'Antico Egitto. Le pareti di questi monumenti, meno alti di quelli faraonici (raggiungono al massimo i 64 metri), erano molto più ripide e la cima non terminava a punta bensì in una piccola piattaforma, in origine decorata con un disco in ceramica smaltata verde e celeste, che simboleggiava il sole. Dopo numerosi scavi, che si concludono in un generale insuccesso, Ferlini decise di compiere un ultimo tentativo. La scelta cadde sulla piramide maggiore, quella della regina Amanishakheto. In un'incisione di Cailliaud (1821) il monumento è raffigurato ancora quasi intatto, solo con la cima rovinata e un profondo squarcio a metà circa della facciata orientale. I lavori di Ferlini cominciano dalla sommità: blocco dopo blocco gli operai smontano la piramide, quando, a un tratto, emergono i primi indizi della scoperta: al centro della costruzione si trova un'apertura rettangolare (sette piedi per lato e circa cinque d'altezza), con, al suo interno, un oggetto voluminoso ricoperto da un panno bianco che, al contatto con l'aria e con le mani degli operai, si sbriciola. Protetto da una sorta di tavolo o di altare ''una mensa sacra o ara domestica'' (scrisse Ferlini nella Relation historique des fouilles opérées dans la Nubie del 1838), vi era un vaso di bronzo che conteneva oggetti ravvolti in un telo come quello menzionato sopra. Intorno al vaso c'erano oggetti in pasta vitrea e pietra, amuleti e idoli, all'interno del vaso un tesoro meraviglioso, il corredo della regina Amanishakheto; questa scoperta portò alla distruzione della piramide, poiché Ferlini era convinto che ci fossero altri monili d'oro nascosti da qualche parte. Una volta tornato in Europa, gli oggetti furono venduti a diversi musei nel mondo, tra cui i musei di Monaco e del Cairo.

mercoledì 7 luglio 2010

L'Egitto a Villa Adriana


La Villa Adriana è un complesso monumentale in cui sono mirabilmente sintetizzate diverse culture che l'imperatore Adriano conobbe durante i suoi lunghi viaggi, specialmente quelle della Grecia, dell'Asia Minore e dell'Egitto. La villa, poi utilizzata da altri imperatori, fu abbandonata nel Medioevo.
La Villa è un insieme di edifici fatti costruire dell'imperatore romano Adriano (117-138 a.C.). Si trova a circa 25 Km da Roma e occupa un territorio di 120 ettari a sud-ovest di Tivoli. Il suo legame con l'Egitto è chiaro: Adriano dedicò uno spazio alla riproduzione di una città del Basso Egitto, Canopo, non molto lontano da Alessandria, la città più importante del mondo ellenistico nel Periodo Tolemaico; oggi Abuqir. Secondo quanto racconta Strabone, il canale che univa le due città ''si riempiva di giorno e di notte di imbarcazioni cariche di gente che suonava musica e danzava in modo lussurioso senza fermarsi mai''. A Canopo vi era un tempio in onore di Serapide, meta di pellegrinaggi. Questo dio fu venerato al tempo dei Tolomei, poiché l'Egitto era più vicino al mondo ellenistico che ai propri culti antichi. Si tratta della fusione di tre divinità: Osiride, Api e Ra, in lui si uniscono i concetti di fertilità agricola, vita e morte; fu una divinità che venne onorata anche nello stesso Impero romano. Sembra che il Serapeo di Canopo sia stato distrutto nel 391 dall'imperatore Teodosio, in base a un ordine contro i culti pagani.
Adriano trascorse a Roma pochi anni del suo regno, in quanto si dedicò a visitare il suo vasto regno. Nella costruzione della sua villa, l'imperatore programmò una sintesi delle principali culture dell'Impero romano; fece erigere edifici che le ricordavano, sfruttando e unendo elementi architettonici, scultorei e naturali, come l'acqua o i giardini. Le culture più rappresentate sono quella greca e quella egizia, dalle quali l'imperatore di origine spagnola trasse gli edifici che lo avevano più colpito:teatri greci, un ninfeo che evocava la tholos (tempio circolare) della Venere di Cnido, un ginnasio, biblioteche, esedre. Sono presenti molte statue, anche se la maggior parte è andata perduta con il tempo o a causa dei collezionisti privati. Comunque, pur comprendendo allusioni a modelli egizi, Villa Adriana è unanimemente considerata come una delle più felici espressioni dell'architettura romana.

mercoledì 30 giugno 2010

La maternità nell'antico Egitto

Le giovani donne attendevano con impazienza i primi sintomi che dessero speranza di maternità, era uso indossare cinture appoggiate alle anche con motivi d’oro a forma di cauri, conchiglia con la forma di vulva in grado di partorire. Pregavano Hathor che proteggesse il focolare e desse una numerosa progenie. La sua immagine decorava la parte superiore di alcune porte di appartamenti, in modo che facilitasse “i passaggi”.Gli egizi avevano già notevoli conoscenze ginecologiche, ed una scuola di levatrici a Sais formava le professioniste della nascita.Per essere sicure del concepimento si poteva seguire il procedimento, indicato in numerosi papiri, di “mettere orzo e grano in due sacchetti di tela, che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno, e contemporaneamente datteri e sabbia in due altri sacchetti. Se l’orzo e il grano germineranno ambedue il parto è sicuro, se per primo germinerà l’orzo sarà un maschio, se sarà il grano a germinare per primo sarà una femmina. Se ambedue non germineranno non partorirà” facendo riferimento a empiriche teorie ormonali.Durante la gravidanza erano sollecitate protezioni di ogni tipo. Gli “avori magici” erano delle specie di tavolette a forma di coltello ricurvo ricoperto di varie figure, tra cui, Aha protettore delle donne e dei bambini, Thueris, la dea ippopotamo e Anubis, il dio “traghettatore” di anime. Veniva invocato Knhum il dio vasaio, che aveva il compito di formare e proteggere il feto come “il pulcino nell’uovo”, “l’uovo” della donna incinta. Anche i cippi di Oro sui coccodrilli erano molto diffuse, piccole steli con il retro coperto di formule magiche, rappresentavano la vittoria di Oro il figlio-embrione della dea Iside durante la sua gestazione raffigurata nelle paludi di Chemmis. Una delle formule recita “ tu che mi difendi da tutti i leoni del deserto, tutti i coccodrilli del fiume, tutti gli insetti che pungono e gli scorpioni, tutti i rettili del deserto…”. Osserva giustamente la Noblecourt che la probabilità che un attacco di uno di questi animali si verificasse nella realtà era molto basso, ed era molto più probabile che gli animali rappresentassero “i pericoli” della gravidanza, e i rischi di malformazione del feto. Le steli di Oro venivano bagnate nell'acqua che la donna incinta avrebbe bevuto per assicurare un’adeguata profilassi a se stessa e al bambino.Arrivava il momento del parto e nuovamente veniva invocato Khnum considerato responsabile di aprire le labbra della vagina durante il parto, e fornire il primo respiro al bambino.L’egiziana partoriva nuda, con il busto diritto, a volte seduta su un sedile speciale, a volte accovacciata o inginocchiata su quattro mattoni rituali Meskhenet, simbolo delle quattro dame presenti durante il parto, gli stessi mattoni erano usati per la costruzione dei templi, un tempio era infatti “basato sulla nascita di un essere vivente”, deve uscire da una matrice liquida sui mattoni del parto, Meskhenet, Knhum con il tornio forgiò la persona che verrà e le da un luogo dove installarsi sulla terra.

Usualmente vi erano almeno quattro donne, empiriche o levatrici presenti durante il parto, una come Iside si mette davanti, l’altra dietro la donna come Nephtys, l’altra come Heket, la dea rana facilita la nascita, la quarta prendeva il bambino e come Meskhenet lo appoggiava sui mattoni, “radicandolo” su questa terra. Erano presenti anche “le sette Hathor” che predicevano il destino del bambino.Subito veniva messo il nome al bambino, il primo nome veniva chiamato “il nome della madre” e veniva dato dal padre con le parole e le grida pronunciate dalla madre prima della nascita, si riteneva infatti che ella partorisse insieme il bambino e il nome.Un secondo nome di “uso comune” poteva essere dato in un secondo momento.La placenta veniva trattata con grande rispetto e impiegata in rimedi che servivano per cauterizzare le piaghe profonde. Dopo il parto le donne egiziane sostavano 14 giorni in speciali padiglioni per “purificarsi”, al termine dei quali una cerimonia presso il Mammisi poneva termine al puerperio. Il Mammisi era un piccolo tempio spesso adiacente ai templi più grandi dove veniva celebrata la nascita divina, prima dedicati ad Hathor poi ad Iside ed Horus, vi si celebrava ogni anno per il suo compleanno anche la nascita del faraone come nuovo Horus. Molti egittologi pensano che fossero delle vere “case del parto” ma non tutti sono d’accordo ritenendo che vi si svolgessero solo le funzioni rituali.Amuleti e formule magiche erano comuni anche per proteggere la crescita del bambino e l’allattamento: "Che ogni dio protegga il tuo nome... Ogni luogo ove ti troverai... Ogni latte che berrai... Ogni seno dove sarai preso... Ogni ginocchio dove sarai seduto(…)Che ti tenga in salvo per loro... Che ti calmi per loro, ogni dio ed ogni dea". 
Il latte di donna era considerato bevanda divina ed usato in molti rimedi, per calmare la tosse con il miele, per prevenire e curare disturbi agli occhi e cardiaci, o per i neonati l’incontinenza urinaria. Sono stati ritrovati molte statuine porta bevande a forma della dea Thueris, con la mammella bucata, affinché potesse uscire “L’acqua della vita”, ovvero dei contenitori dotati di una speciale protezione magica per il latte materno.

sabato 26 giugno 2010

L'allevamento del bestiame


La pratica dell'allevamento del bestiame in Egitto risale al Neolitico. La decorazione delle tombe dell'Antico Regno, in cui sono raffigurate scene di quest'attività, permette di conoscerne i particolari. L'allevamento più diffuso era quello di bovini. Alle specie caratteristiche dell'Egitto, come il bue dalle corna lunghe, col tempo se ne aggiunsero altre, originarie del Medioriente e di diverse zone del Nordafrica. I pastori assistevano le vacche al momento del parto. Poi, dopo aver scelto gli esemplari migliori tra i vitelli appena nati, li portavano alle fattorie, dove si procedeva all'ingrasso del bestiame, che diventava carne per il palazzo reale e i templi. Le grandi mandrie erano nelle mani di importanti proprietari, che avevano ai loro ordini fattori e supervisori, che controllavano il lavoro dei pastori, dei foraggieri e degli aiutanti. Anche i contadini disponevano di bestiame, che li aiutava nei lavori dei campi, e dal quale ricavano inoltre latte, carne e pelli. Per l'ingrasso, le fattorie specializzate selezionavano gli animali da allevare. La nutrizione degli animali avveniva in modo forzato. In genere, gli addetti fermavano ciascun singolo capo e gli introducevano in bocca palle di cibo, generalmente farina. In molti rilievi e dipinti funerari, si osserva come gli incaricati immobilizzino l'animale in diversi modi, a seconda della specie, e lo costringano a mangiare.
Sebbene l'allevamento dei bovini fosse il più diffuso, tale attività era praticata anche con altre specie, come asini, capre, pecore, diversi tipi di uccelli e i maiali, che venivano però mangiati solo dal popolo. A queste specie si aggiunsero più tardi il cavallo, il cammello e i gallinacei. Poiché procuravano forza lavoro, cibo o pelli, tutti questi animali avevano un valore economico. Gli egizi allevarono e addomesticarono altri animali, tra cui ruminanti selvatici della famiglia delle antilopi o delle capre selvatiche, e alcuni carnivori. Molti furono semplicemente animali di compagnia, che potevano dimostrare il rango sociale del loro padrone. Altri furono usati nella caccia, come nel caso della iena.
Il bestiame era un bene molto prezioso in una società agricola come quella egizia. Uno dei metodi per difendersi da eventuali furti consisteva-come oggi-nel marchiare il bestiame. L'operazione avveniva riunendo gli animali in un luogo della prateria. Dopo avergli legato le zampe, ogni animale veniva fatto stendere su un fianco, come se dovesse essere sacrificato. Intanto, su un fornello veniva riscaldato un timbro di metallo, generalmente di bronzo, che, una volta incandescente, veniva applicato sul lombo destro di ogni capo. Tutto il procedimento si svolgeva sotto lo sguardo attento degli scribi, che annotavano per il loro signore ogni dettaglio.

lunedì 21 giugno 2010

Perchè l'arte egizia è rimasta inalterata nel tempo?

Il concetto di arte nell'antico Egitto è molto diverso da quello che abbiamo noi oggi, quasi estraneo, poiché ogni elemento aveva uno scopo e una funzione precisa.
Le statue che oggi ammiriamo nei musei provengono da templi a cui solo i sacerdoti potevano accedere, o da tombe inaccessibili ai vivi; il loro scopo dunque non era estetico, ma evocativo e magico e per qualcuno che ha un occhio diverso dall'uomo, la divinità.
Le tecniche di pittura e dei bassorilievi sono rimasti più o meno costanti nei secoli, nonostante un occhio esperto riesce a cogliere le differenze tra una raffigurazione dell'Antico Regno e una del Nuovo Regno, nel primo, il bassorilievo è massiccio, esprime potenza e resistenza, concetto che sarà poi estremizzato durante il Medio Regno; nel secondo la figura umana subì un cambiamento, diventò esile ed elegante. Naturalmente durante il Nuovo Regno ci fu lo scisma amarniano che soprattutto nell'arte ci ha lasciato reperti di una bellezza enigmatica. Con il periodo tardo, la pittura perse di valore e le raffigurazioni divennero di scarsa qualità e meno precise.
Quindi tiranno le somme, gli egizi non concepivano l'arte in quanto qualcosa che deve essere visto e ammirato, ma come qualcosa che deve comunicare un concetto o un essenza, ed è per questo che dipingevano la testa di profilo, le spalle dal davanti, braccia, gambe e tronco a tre quarti, per comunicare l'essenza della figura umana a coloro che dovevano ricevere il messaggio, cioè gli dei.
Inoltre gli egizi erano abbastanza xenofobi, anche se l'ospite straniero era tenuto in grande considerazione, la loro cultura non fu mai mutata con cambiamenti importanti, acquistarono nuovi dei venuti dai paesi vicini, ma sostanzialmente non ritennero mai di dover imparare a cambiare.

domenica 20 giugno 2010

L'eredità di Alessandro Magno in Egitto



In questi giorni mi è stato chiesto quale fosse l'eredità di Alessandro il grande per il paese dei faraoni, questa è la mia risposta:
La conquista del paese da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C.e l’annessione nell'impero romano nel 30 a.C. fecero entrare la civiltà egizia nella costellazione culturale del mondo classico; tuttavia, le antiche tradizioni stilistiche rimasero vive ancora a lungo in terra d’Egitto, come mostra ad esempio l’iconografia locale di Alessandro e dei suoi successori. Sia durante la dinastia dei Tolomei, sia nel periodo romano furono costruiti in Egitto templi che non si allontanavano nella struttura e nelle forme dalle tipologie architettoniche consolidate nel corso dei millenni precedenti. L'amministrazione greca e romana fece raggiungere all'Egitto un livello di sviluppo e di ricchezza sconosciuto nei secoli precedenti. Le dominazioni libiche, assire, nubiane, persiane avevano provocato il declino economico, sociale e politico dell'Egitto.L'introduzione della economia monetaria, l'abolizione del regime feudale, l'incremento del commercio estero, la ricostruzione della flotta mercantile e militare, la costruzione di strade, canali e porti, la trasformazione dei villaggi in città, la creazione di centri culturali di livello internazionale riportarono l'Egitto ad essere un punto di riferimento fondamentale nell'area mediterranea.Su una moneta romano-alessandrina emessa dall'imperatore Antonino Pio le personificazioni del Nilo e del Tevere si danno la mano. E' la dextra coniunctio, segno di concordia: omonoia è scritto nella parte inferiore della moneta. Roma rinnovò e continuò l'antica civiltà egiziana.A partire da Costantino la situazione cambiò. Il potere passò al patriarca cristiano di Alessandria e al suo esercito privato. L'Egitto si trasformò in una teocrazia con il potere civile che perdeva sempre più il controllo della situazione. Nel VII secolo 4.000 arabi superarono il confine e fu la fine dell'Egitto bizantino.Tra il 332 e il 331 a.C, Alessandro fu accolto come un liberatore in Egitto. Infatti, era in quel paese africano che il giogo persiano era maggiormente avvertito e il meno accettato. Alessandro ricompensò gli Egiziani riordinando l'amministrazione non sul modello del satrapo persiano fino ad allora da lui adottato, ma nominando due governatori indigeni, Petisi e Doloaspi. L'amministrazione delle finanze fu invece affidata a un greco residente in Egitto, Cleomene di Naucrati. Ai macedoni e ai greci al seguito di Alessandro e ai membri della sua corte furono assegnate solo cariche militari, ma non civili.Alessandro dimostrò inoltre grande rispetto per gli dei del paese. A Menfi fece un sacrificio al bue Api, ingraziandosi così i sacerdoti egiziani e si recò fino all'oasi di Siwa nel deserto libico, dove esisteva un celebre santuario oracolare del dio Ammone (assimilato dai Greci a Zeus). Il responso dell'oracolo lo dichiarò figlio del dio, offrendogli un punto di partenza per l'istituzione di un culto divino centrato sulla sua persona.Nella regione del Delta del Nilo, su una stretta lingua di terra tra la palude Mareotide e il mare, dove a un miglio dalla costa sorgeva l'isola di Faro, decise la fondazione di Alessandria d'Egitto, la prima delle molte città a cui diede il suo nome.
Questa fu l'eredità di Alessandro all'Egitto...

martedì 18 maggio 2010

Il Museo Egizio del Cairo: testa di statuetta di Ty

La testa in esame apparteneva ad una statuetta della regina Ty, moglie del faraone Amenhotep III, rinvenuta nel tempio di Hathor a Serabit el-Khadim. La dea dell'amore era adorata nel santuario locale, le cui origini risalgono al Medio Regno, come ''signora del Turchese'', in quanto era protettrice delle miniere di turchese nel Sinai, sfruttate dagli egiziani sin dall'Antico Regno. Ty indossa una lunga parrucca a ricci digradanti che lascia scoperte le orecchie; il modio posto sul colmo dell'acconciatura, che doveva essere completato da due piume, è decorato da due urei alati le cui spire si allungono ai lati del diadema. Tra i due serpenti si trova il cartiglio contenente il nome della regina. Anche sulla fronte della donna sono raffigurati due urei che recano in capo le corone dell'Alto e del Basso Egitto. L'ovale del viso presenta zigomi alti, occhi a mandorla, sopracciglia arcuate e una bocca i cui angoli leggermente discendenti conferiscono un'espressione grave e distaccata. A proposito di tale atteggiamento uno studioso ha notato ''qualche cosa di altezzoso, se non di sprezzante, in questo piccolo viso giovane ed energico di una donna allo stesso tempo cosciente del suo rango e fiera di essere giunta a occuparlo'' (Corteggiani 1979:96):ciò in considerazione del fatto che Ty era divenuta Sposa Reale di Amenhotep III, pur essendo soltanto la figlia di un ufficiale delle truppe a cavallo, Yuya (destinato comunque a svolgere un importante ruolo politico alla fine del regno di Tutankhamon). Del resto, lo stesso Amenhotep III non era figlio di una sposa Reale di Thutmosi IV, ma di una sua concubina.

Dati
Materiali: Steatite
Altezza: 7,2 cm
Luogo del ritrovamento: Serabit el-Khadim (Sinai), Tempio di Hathor
Epoca: XVIII dinastia
Sala: Lunetta centrale, primo piano, vetrina B
Scavi:W.M.F. Petrie (1905)

venerdì 14 maggio 2010

La tecnica del vetro


Il primo vetro di cui si ha notizia in Egitto risale al Periodo Predinastico, durante il V e il IV millennio a.c. Si otteneva mescolando polvere di silice, calce e soda, che si colorava con un minerale di rame, la malachite. Poi si fondava il tutto ad alte temperature. La sostanza risultante veniva applicata su un nucleo fatto di polvere di silice e argilla o steatite. In tal modo si facevano collane e amuleti, figurine come gli ushabti, incrostrazioni e la rifinitura di statuine e vasi. Il cristallo risale al Predinastico e al tempo della'Antico e del Medio Regno. Si fabbricarono con esso gioielli, amuleti, figurine di animali e mosaici. La produzione di vasi di vetro iniziò verso il 1500 a.C., precisamente durante il regno di Thutmosi I. Questa novità fu dovuta all'espansione dell'Egitto in Medio Oriente. Nel Nuovo Regno sono documentati vari centri di produzione del vetro: Malqata, Tell el-Amarna e Lisht. Dopo il Nuovo Regno si verificò un declino del potere reale cosa che tra l altro comportò un rallentamento della produzione del vetro. In epoca greco-romana vi furono due centri importanti, uno ad Alessandria e l altro a Naucrati, dove si fabbricavano prodotti seguendo lo stile greco.
L'uso del vetro celeste con incrostazioni di motivi ornamentali in colori contrastanti fu abbastanza diffuso durante la XVIII dinastia e anche nelle più tarde imitazioni di piccoli oggetti per la cura del corpo, come i recipienti per i cosmetici, i profumi e gli unguenti.Uno dei motivi impiegati per decorare oggetti di vetro, soprattutto recipienti, collane o anche le rotelline del fuso, erano i fiorellini a forma di croce di colore rosso, bianco o giallo, o i fiori con sei punte bianche e il bocciolo giallo su uno sfondo verde azzurrato, a imitazione del turchese. Nella decorazione dei vasi prevalevano i colori giallo e bianco su sfondo azzurro, sebbene fosse utilizzato anche il verde verso la metà della XVIII dinastia. A partire dell'epoca amarniana, è frequente una decorazione a macchie, simili a occhi. Le forme dei vasi di vetro potevano essere abbastanza diverse. Molto imitavano i recipienti di metallo, calcare, alabastro e terracotta o quelli in faiance. Sono frequenti le tazze grandi, il calice, le coppe, i crateri, i vasi tubolari, quelli di forma ovoidale e collo cilindrico e i recipienti a forma animale.

lunedì 10 maggio 2010

La festa di Opet


I templi egizi non erano aperti alla gente comune, soltanto i sacerdoti e il faraone vi potevano entrare, i fedeli non potevano oltrepassare il primo pilone e la statua del dio era nascosta all'interno. Amon, il cui nome significa ''il nascosto'', veniva portato fuori in pochissime occasioni. Una di esse era la festa di Opet, che cominciò a essere celebrata durante la XVIII dinastia, allo scopo di unire il dio Amon con la madre del sovrano. Si festeggiava una volta l'anno, nel secondo mese della stagione di Akhet. Poteva durare da due a quattro settimane. Nel corso della festa le immagini di Amon, Mut e Khonsu venivano portate da Karnak a Luxor, il santuario che era considerato il loro harem. Esse venivano trasportate in barche. La processione iniziava con l'ingresso del sovrano nel santuario di Karnak, dove si trovavano l'immagine di Amon e la sua barca sacra. All'interno il faraone offriva alimenti e libagioni, secondo il rituale, e purificava tutto con incenso. La barca sacra che trasportava l'immagine di Amon doveva essere condotta da trenta persone. Quando arrivava al pontile, essa venica collocata in un'altra barca per poter attraversare il fuume. La barca sacra era chiamata Userhat, che significa ''potente a prua''; dietro di lei andavano le barche degli dei Mut e Khonsu e quelle dei sovrani. Presentate le offerte, i sacerdoti prendevano le barche e uscivano, seguiti dal faraone, da musicisti e ballerini e persino da soldati nubiani e libici. All'inizio le barche venivano portate via terra da Karnak a Luxor; dalla fine della XVIII dinastia, furono trasportato lungo il fiume. Le barche sacre erano collocate in altre a remi e , al loro passaggio, la gente cantava e ballava. Quando l'immagine si trovava ormai all'esterno, veniva consultato l'oracolo; alle domande la statua rispondeva inclinandosi da un lato o dall'altro. Lungo la strada percorsa dalle barche vi erano cappelle in cui venivano compiuti sacrifici ad Amon. Giunto nel tempio, il dio si univa alla madre del faraone. Amon ordinava al dio Khnum di modellare il ka del re e così il faraone usciva rigenerato e trasformato in divinità.
Alcune feste egiziane attuali ricordano quelle del passato, è il caso di quella celebrata a Luxor in onore di Sheik Yusef Abu el-Haggag, che riecheggia la festa di Opet. Si celebra il giorno dell'arrivo del discendente di Maometto a Luxor, dove fu costruita una moschea in suo onore, all'interno del complesso della città stessa. A ricordo della barca usata da Yusef per i suoi spostamenti, si svolge una processione di feluche guidate dai fedeli. Una di queste arriva fino al tempio, come la barca di Userhat di Amon.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...