venerdì 28 novembre 2014

La cronologia egizia

Per datare i fatti dell'antico Egitto, a volte, bisogna procedere per approssimazione anche di diverse decine di anni, e questo perché i documenti dell'epoca non sempre permettono di ricostruire l'esatto ordine di successione dei faraoni e la durata dei rispettivi regni... ma quali sono le certificazioni a cui si affidano gli egittologi?
Gli archeologi hanno potuto ricostruire la cronologia dei regni dell'antico Egitto grazie alle numerose liste di faraoni ritrovate nei diversi scavi. Tra queste, meritano una menzione particolare la "pietra di Palermo" e il "Canone reale" conservato a Torino. Si tratta di due tra gli elenchi più completi in nostro possesso.


La pietra di Palermo
A dispetto del suo nome, la pietra di Palermo è a tutti gli effetti un reperto di origine egizia. Gli egittologi ritengono che facesse parte di un unico blocco di diorite lungo oltre due metri e alto sessanta centimetri. Il frammento che prende il nome dal capoluogo siciliano, dove è custodito dal 1877, misura solo trenta centimetri di base per quarantatré di altezza; altre parti più piccole della stele originaria sono conservate al Museo Egizio del Cairo e presso la Collezione Petrie di Londra. Non si conosce l'esatta provenienza della pietra, che tuttavia rimane un documento estremamente importante perché riporta una lista dei re dell'Alto e del Basso Egitto, dal periodo predinastico fino alla V dinastia. Per ciascun sovrano sono riportati gli eventi salienti che ne caratterizzarono il regno, come le feste religiose, la costruzione di templi, le spedizioni militari e i livelli raggiunti dalla piena del Nilo. In alcuni casi, la cronistoria è molto dettagliata. Accanto al nome del faraone Snefru (2575-2551 a.C.), per esempio, la pietra riporta le cifre riassuntive di una spedizione (condotta probabilmente nel regno di Kerna) che fruttò all'Egitto settemila prigionieri e duecentomila capi di bestiame.

Un documento ricco, ma pieno di lacune
La pietra di Palermo è servita anche a svelare il mistero di alcuni rapporti di parentela. Per esempio, gli egittologi hanno potuto stabilire che Meresankh I, sposa di Huni, ultimo re della III dinastia, era probabilmente la madre del faraone Snefru. Purtroppo, a dispetto della ricchezza di certi dettagli, le liste reali trascritte sulla pietra di Palermo presentano parecchie lacune, dovute soprattutto alla frammentazione della stele in varie parti. Molti dei nomi della II dinastia, per esempio, sono scomparsi; inoltre, la cronologia descritta dalla pietra di Palermo si ferma al regno di Neferirkara (2446-2426 a.C.), terzo faraone della V dinastia. Ma, fortunatamente, si è riusciti a colmare questi vuoti facendo ricordo ad altre fonti, come il "Canone reale" di Torino.

Un papiro sorprendente
Scoperto a Menfi nel XIX secolo, il "Canone reale" custodito al Museo Egizio di Torino può a prima vista risultare deludente, a causa dell'imperfetto stato di conservazione. Chi lo immagina come un magnifico papiro colorato e illustrato, potrà rimanere piuttosto sorpreso nel trovarsi davanti un documento frammentario, simile a un grande puzzle: non vi sono disegni né decorazioni di alcun genere, ma solo testo, spesso reso illeggibile da numerosi buchi e lacerazioni.
Eppure, nonostante il suo aspetto così poco affascinante, il Canone di Torino è uno dei reperti più importanti del museo piemontese e un punto di riferimento irrinunciabile per ogni egittologo, poiché contiene una lista completa dei più grandi faraoni dell'antico Egitto.

L'emozione di Champollion
Nell'autunno del 1824, Jean-François Champollion si recò a Torino per procedere all'inventario delle collezioni appena arrivate dall'Egitto. Esaminando il "Canone reale", si rese conto di avere tra le mani un documento unico e di valore inestimabile, nonché un supporto indispensabile per ricostruire la cronologia della civiltà faraonica. In una lettera indirizzata al fratello, il sei novembre dello stesso anno, il grande egittologo francese descrisse con grandissima emozione il suo primo approccio al Canone: "Ho visto scorrere sotto le mie dita nomi e anni di cui si era completamente perso il ricordo, nomi di dei che non hanno più altari da quindici secoli; ho raccolto, trattenendo il fiato per paura di ridurlo in polvere, questo frammento di papiro, ultimo e unico ricordo di un re che, ancora in vista, si sentiva soffocare nell'immenso palazzo di Karnak".

Il "Canone reale": istruzioni per l'uso
Il "Canone reale" di torino riporta l'elenco dei faraoni che si sono succeduti sul trono d'Egitto all'era predinastica, vale a dire quella che precedette la I dinastia, fino all'inizio del Nuovo Regno. I primi nomi della lista corrispondono senza dubbio a figure mitiche di sovrani che avrebbero regnato sulla terra dopo gli dei: sono i cosiddetti "Servitori di Horus". L'ultimo faraone menzionato su questo papiro, invece, è Merenptah (1235-1224), figlio e successore di Ramses II: il prezioso documento fu redatto proprio durante il regno di quest'ultimo, quindi verso il 1250 a.C. Le informazioni raccolte dallo scriba sono numerose: per ogni sovrano sono riportati il nome, la durata del regno calcolata in anni, mesi e giorni, e le date dei giubilei (le feste Sed). Ogni tanto l'estensore del papiro si cimenta anche in qualche somma: per esempio, dal regno di Menes (o Narmer, 2920 a.C. circa) fino alla fine della VI dinastia, il documento riporta un totale di 955 anni di regni faraonici.

Quando gli dei regnavano sulla terra...
Secondo le credenze dell'epoca, all'alba dei tempi erano gli dei a regnare sulla terra d'Egitto. Lo stesso "Canone reale" si apre con i nomi di alcune tra le più importanti divinità egizie, integrando perfettamente il mito con il dato storico. In base a questo testo, "l'età dell'oro" si aprì con i regni di Ptah e di Ra, durati rispettivamente 9000 e 992 anni. Re, poi, cedette il trono a figlio Shu, il dio dell'aria che aveva separato il cielo dalla terra: questi regnò per 700 anni. Dopo di lui fu la volta di Gheb, re per 501 anni, e di Osiride, che guidò l'Egitto "solamente" per 443 anni. Dopo l'aspra e interminabile lotta con Seth, fu poi Horus a salire sul trono: il celebre "Mito di Horus" inciso sui muri del tempio tolemaico di Edfu colloca questo evento nell'anno "363 di Sua Maestà il re dell'Alto e del Basso Egitto Ra-Horakhty". Il canone cita poi altri tre dei: Thot, Maat e una forma di Horus il cui nome è andato perduto. A questi seguirono ancora nove dei, poi il potere passò in modo definitivo agli uomini. Il primo re umano citato dal papiro è Meni (il Menes degli storici greci Eratostene e Manetone), personaggio che secondo alcuni studiosi coincide con il celebre Narmer o con il re Scorpione. Secondo la pietra di Palermo, invece, il nome del primo sovrano che riunì l'Alto e il Basso Egitto era Aha.

Limiti e lacune
Accanto a molte preziose informazioni il "Canone reale" presenta anche delle lacune, che del resto si ritrovano in molti documenti analoghi e nella stessa cronologia di Manetone. Quest'ultimo, per esempio, attribuisce al regno di Sesostri II una durata di quarantotto anni, laddove il papiro di Torino parla di soli diciannove anni. In questo caso gli esperti sono propensi a ritenere più affidabile il "Canone reale", mentre più controversa è la questione che riguarda la XIII dinastia. Questa vide susseguirsi una sessantina di re lungo un periodo di circa centocinquanta (dalla morte di Sobekneferu, verso il 1785 a.C., e la prese di Mendi da parte degli Hyksos della XV dinastia, intorno al 1630 a.C:). Purtroppo, però, lacune ed errori del papiro non permettono di ricostruire l'esatta successione dei sovrani, e lo stesso accade per altri periodi storici citati dal documento. Ciononostante, il "Canone reale" di Torino rimane un documento insostituibile, poiché contiene le uniche tracce dell'esistenza di un gran numero di faraoni mai citati dalle iscrizioni dei monumenti. Nomi di sovrani come Sobkhotep, Neferhotep e Mentuemsaf sarebbero caduti per sempre nell'oblio se l'estensore di questo papiro non li avesse pazientemente trascritti.

Altre liste reali
Le liste reali venivano compilate regolarmente dall'amministrazione egizia. La pietra di Palermo e il "Canone reale" di Torino sono certamente tra i più celebri documenti di questo tipo, ma non sono gli unici di cui gli egittologi hanno tenuto conto. Ricordiamo, per esempio, la "Tavola di Karnak" conservata al Museo del Louvre di Parigi: risale al regno di Thutmosi III (XVIII dinastia) e riporta un elenco di 61 nomi. Molto importante è anche la "Tavola di Abydos", incisa sulle mura del tempio funerario di Sethi I (XIX dinastia): contiene i nomi e i cartigli di 76 faraoni, da Menes allo stesso Sethi I. Sempre ad Abydos, ma nel tempio di Ramses II, è stata ritrovata un'altra lista piuttosto frammentaria, oggi custodita al British Museum di Londra. Contemporanea di quest'ultima è la "Lista di Saqqara", che enumera 58 nomi di re: fu scoperta nella tomba dello scriba Turnai, vissuto ai tempi di Ramses II, ed è oggi conservata al Museo Egizio del Cairo.
In definitiva si può dire che molti dei progressi dell'egittologia sono nati dall'inseme delle diverse liste e dal confronto tra le stesse. In questo modo si è riusciti a mettere ordine nella cronologia dei faraoni, anche se molti misteri rimangono tuttora irrisolti.



martedì 18 novembre 2014

La scoperta del tesoro di Tod

Nel secolo scorso, l'archeologo Fernand Bisson de la Roque riportò alla luce il favoloso tesoro di Tod, oggi ripartito tra il museo del Cairo e quello del Louvre: è formato da una serie di oggetti di eccezionale valore, le cui origini sono tuttora misteriose. 

Il villaggio di Tod si trova sulla riva orientale del Nilo, circa venti chilometri a sud di Luxor. In origine, corrispondeva a una zona periferica di Tebe. Qui, durante il Medio Regno, si affermò il culto di Montu, dio dalla testa di falco che per lungo tempo fu associato alla guerra. In seguito, la divinità assunse un carattere solare e si vide attribuire anche una sposa: la dea Rattaui, "il sole femminile delle Due Terre". 
Il tempio principale di Montu si trovava a Hermontis, sulla riva occidentale del Nilo, ma altri tre santuari sorgevano rispettivamente a nord di Karnak, a Medamud e, appunto, a Tod. Quest'ultimo fu eretto sotto il regno dei Montuhotep, sovrani dell'XI dinastia, e fu poi interamente ricostruito da Sesostri I (XII dinastia). Durante il regno della dinastia tolemaica, davanti all'antico monumento sorsero nuovi edifici, ma il prestigio del tempio rimase intatto fino all'epoca romana. Successivamente, in epoca copta, il santuario fu raso al suolo e sostituito da una chiesa cristiana, la cui abside era approssimativamente rivolta verso Gerusalemme. Molti edifici di epoca faraonica che sorgevano nei dintorni, inoltre, furono riutilizzati dai Copti.


La storia degli scavi
Già nel XVIII secolo, Tod attirò l'attenzione di Jean-Baptiste Bourguignon d'Anville (1697-1782), primo geografo del re di Francia Luigi XV. Lo studioso si recò nella località egizia per osservare le rovine del tempio, in parte visibili tra le case. Un secolo più tardi, anche Jean-François Champollion visitò il sito e lo raffigurò in alcuni schizzi. Tuttavia, la scoperta del tesoro nascosto nel santuario si deve a un altro archeologo francese, Fernand Bisson de la Roque. Questi era il direttore delle ricerche archeologiche del Louvre per l'Alto Egitto: nel 1933, quando avviò gli scavi a Tod, ad assisterlo c'era il canonico Etienne Drioton, conservatore aggiunto del museo parigino. Grazie alle ricerche dei due egittologi, poco alla volta riemersero le prime due sale del tempio, entrambe di epoca tolemaica. Sul retro, furono scoperti i resti della chiesa cristiana, che poggiava direttamente su un basamento di pietra calcarea. Nell'inverno del 1936, Bisson de la Roque rivolse la sua attenzione al sottosuolo, e riportò alla luce alcuni blocchi di pietra su cui erano incisi i cartigli di due faraoni dell'XI dinastia: Nebhepetra (Montuhotep I) e Sankhkara (Montuhotep II). L'8 febbraio dello stesso anno, in mezzo alla sabbia che riempiva le fondamenta sotto il pavimento, lo studioso scoprì delle statue di bronzo che raffiguravano Osiride. Un po' più in là, su della sabbia vergine, trovò infine quattro casse di bronzo: era il tesoro di Tod.

Un tesoro favoloso
Sulle quattro casse di bronzo ritrovate da Bisson de la Roque, due grandi e due più piccole, è inciso il nome del re Amenemhat II (XII dinastia), definito con l'appellativo "amato da Montu, signore di Djerty (Tod)". Gli scrigni sono chiusi da un coperchio scorrevole che si muove lungo una guida. I due più grandi contengono frammenti grezzi o lavorati di lapislazzuli, quarzo e ametista, perle di cornalina, pendenti, amuleti, sigilli di roma cilindrica, e molto altro ancora. Nei due più piccoli, è stata ritrovata una sorprendente quantità di oggetti preziosi, tra cui dieci lingotti d'oro giallo (numerati in ieratico dall'uno al dieci); tra gli oggetti d'argento, invece, vi sono dodici lingotti, quattro piccoli cilindri, venticinque catene massicce, qualche piccolo ciondolo, la statuetta di un leone e ben 153 coppe. Molte di queste sono ripiegate come delle buste: probabilmente, si voleva che occupassero il minore spazio possibile nelle casse. Da notare che sui lingotti è incisa la scritta nefer nefer ("buono buono"): un antico sistema per precisare che il metallo era di primissima qualità. Su una delle coppe non ripiegate è inciso il nome "Nenitef" (nome proprio di persona). Oggi, questo favoloso tesoro è conservato in parte al Museo del Cairo e in parte a Parigi, al Museo del Louvre.

Gli scrigni di bronzo
Il grande scrigno esposto al museo del Louvre fu ricavato da un unico blocco di bronzo, a eccezione del coperchio. Ai quattro angoli, è munito di piedini rettangolari; sulla parte superiore di uno dei lati c'è un pomello sporgente, identico a quello che si trova sul coperchio: era quindi possibile chiudere la cassa con un laccio. Nella parte inferiore, si trova un grande cartiglio di Amenemhat II (25 cm di lunghezza), che così recita: "Viva il re del Sud e del Nord Nub-Kau-Ra, Amenemhat figlio del sole, amato da Montu, signore di Djerty". Al centro del coperchio, che misura 1 cm di spessore, vi è un altro cartiglio lungo 36,5 cm, che riporta i nomi e la titolatura abbreviata di Amenemhat II. Al Louvre è conservato anche uno dei due scrigni più piccoli: è costruito allo stesso modo dell'altro, ed è grande la metà. Anche in questo caso, nel mezzo del coperchio è incisa la titolatura breve del sovrana Amenenemhat II.

Il tesoro di Tod del Louvre
Come abbiamo visto, il tesoro di Tod è stato suddiviso tra il Museo Egizio del Cairo e il Museo del Louvre di Parigi. A quest'ultimo è andata solo una piccola parte, comprendente uno scrigno grande, uno piccolo e un campionario di coppe dalle fogge più diverse: alcune hanno la forma di semplici ciotole con il fondo arrotondato, altre hanno delle anse, altre ancora sono decorate con del catrame. Vi sono poi dei chiodi di bronzo: furono ritrovati accanto ai bauli, ma solo uno di essi sembra essere integro. Si pensa che questi chiodi fossero in realtà dei pomelli di ricambio, da utilizzare per chiudere gli scrigni. Del tesoro giunto in Francia fanno parte anche sei cilindri di lapislazzuli, che risalirebbero a un'epoca precedente rispetto agli altri oggetti. Infine, degni di nota sono sette lingotti d'argento, una colatura di lingotti d'oro, un ciondolo d'oro a forma di fiore, perle e frammenti di lapislazzuli, e un piccolo scarabeo della stessa pietra, scolpito in modo sopraffino: i suo stile ricorda quello degli scarabei intagliati del Medio Regno.

Analisi di laboratorio 
Nel 1984, il Laboratorio di Ricerca dei Musei di Francia (LRMF) ha effettuato delle analisi sui reperti d'argento del tesoro di Tod: gli esami hanno confermato che la materia prima non è di provenienza egiziana. Si è visto, inoltre, che il metallo di cui sono costituiti i lingotti e le collane non ha la stessa origine di quello del vasellame. I primi, infatti, furono realizzati con argento raramente mescolato al rame: la sua composizione isotopica si avvicina a quella del metallo proveniente dalla Calcidia e da Thasos (Grecia), o dalla regione di Troia e dei monti Tauri (nell'odierna Turchia) Le due coppe analizzate, invece, sono entrambe costituite da argento e da una piccola parte di rame, utilizzato per rendere il metallo più malleabile e, quindi, per facilitare il lavoro di decorazione a sbalzo. 



Origini misteriose 
Il tesoro di Tod è composto da elementi molto eterogenei. Solo le casse e alcuni amuleti, infatti, sono di fattura egizia, mentre i metalli e gli oggetti come abbiamo visto, derivano probabilmente da paesi stranieri, quindi da scambi commerciali o diplomatici. Ricordiamo, infatti, che l'argento era un materiale molto raro e prezioso nell'antico Egitto, e che i giacimenti di lapislazzuli, all'epoca, erano concentrati soprattutto nell'odierno Afghanistan. I sigilli cilindrici, invece potrebbero essere originari della Mesopotamia o della Cappadocia, e sono stati datatati al III millennio a.C. Più incerta è l'origine del vasellame d'argento. Secondo il francese Fernand Chapouthier, esperto in oreficeria, la foggia e le decorazioni di alcune coppe ricordano modelli minoici e micenei. Per esempio, vi sono dei vasi che riprendono la forma dei "cantari" greci, anche se in questo caso, e per la prima volta, furono realizzati in metallo. Quasi tutte le coppe del tesoro di Tod, in effetti, sono uniche nel loro genere, proprio perché fabbricate in argento. L'ipotesi di Chapouthier, dunque, è che gli artigiani asiatici si ispirarono alle opere realizzate dalle popolazioni dell'Egeo. Nel 1937, altri due studiosi d'oltralpe, Jacques Vandier e René Dussaud, ipotizzarono che il tesoro fu radunato in Siria, là dove la civiltà mesopotamica confluisce in quella minoica. Ancora oggi, comunque queste teorie sono oggetto di discussione.

Un incontro tra civiltà
Secondo Geneviève Pierrat-Bonnefois, conservatrice presso  il dipartimento delle Antichità egizie al Louvre, il tesoro di Tod costituisce una preziosa fonte per lo studio delle reciproche influenze tra le antiche civiltà: "Il dibattito in corso sui reperti in argento ha portato a rimettere in discussione alcuni dati cronologici che si davano per acquisiti, provando una grande confusione. Robert Laffineur ha sottolineato, a ragion veduta, che le diverse ipotesi sulla provenienza del tesoro sostenute dagli archeologi - ciascuno dei quali tiene in scarsa considerazione le argomentazioni altrui - potrebbero riflettere proprio il fatto che il tesoro è formato da elementi di origini diverse. Al contrario, se gli argenti hanno un'unica origine, il fatto che vengano attribuiti a diverse civiltà può derivare dall'intreccio di influenze cui furono soggetti gli artigiani dell'epoca, a seguito di reciproci contatti tra le diverse civiltà (...). Non si devono dimenticare, d'altra parte, i reperti di Byblos che indicano chiaramente come nell'arte locale tra la fine dell'Antico Regno e il Medio Regno, coesistessero influenze egee ed egizie". 

Tributo o offerta rituale?
Tra gli studiosi, sembra prevalere la convinzione secondo cui il tesoro di Tod fu nascosto durante il regno di Amenemhat II. Di fatto, non vi sono prove certe al riguardo, né si è riusciti a stabilire a quale scopo furono radunate simili ricchezze. A questo proposito, sono state formulate le ipotesi più disparate. Forse, si trattava di un'offerta per il dio Montu, o di un tributo raccolto sulle coste della Siria e spedito al faraone da Nenitef, il cui nome appare su una coppa. Secondo altri egittologi, i preziosi furono semplicemente nascosti dopo essere stati rubati. È vero, d'altra parte, che il tesoro presenta tutte le caratteristiche di un'offerta rituale: sembrerebbe, infatti, che sia stato raccolto e riposto con molto cura, e non ammassato frettolosamente come forse avrebbe fatto un ladro. Una delle ipotesi più accreditate, perciò, è che potesse trattarsi di un'offerta onorifica rivolta da Amenemhat II a suo padre, il faraone Sesostri I. In uno dei bollettini della Società francese d'egittologia, Geneviève Pierrat-Bonnefois ricorda che Amenemhat II, dopo la morte del padre, si prodigò in offerte agli antenati e agli dei. Si sa, inoltre che quell'anno due navi egizie tornarono dal Libano con 150 Kg d'argento. Il tesoro di Tod, allora, era forse un regalo destinato al dio Montu, e fu deposto dal nuovo faraone nel tempio che Sesostri I aveva appena fatto erigere. Un gesto, dunque, dettato dalla devozione religiosa e, al tempo stesso, dal rispetto per i padri? La questione rimane aperta. 

lunedì 10 novembre 2014

I misteri della piramide di Cheope


Ancora oggi, la grande piramide di Cheope è una vera miniera di informazioni per gli storici. I suoi tanti misteri, in parte irrisolti, costituiscono un'attrattiva irresistibile anche per gli appassionati e continuano ad alimentare la loro immaginazione. 
I film e i romanzi a sfondo storico non sono stati i soli ad aver alimentato il mito della grande piramide di Cheope: persino i fumetti hanno contribuito a rendere immortale questo incredibile monumento con le avventure di Blake e Mortimer, famosissime in Francia e in Belgio e note anche nel nostro paese agli appassionati del genere. Al disegnatore belga Edgar Pierre Jacobs, infatti, si deve un'opera intitolata proprio Il mistero della grande piramide (pubblicato in Italia da Alessandro Editore). 
Tutta questa produzione artistica riflette l'interesse che da sempre circonda la piramide, i tesori in essa nascosti e le ragioni che portarono alla sua costruzione. Nel corso dei secoli, egittologi, esploratori, astronomi e cultori delle discipline esoteriche hanno formulato le più disparate teorie sulla possibile destinazione dell'edificio ipotizzando che si trattasse di un osservatorio astronomico, di un luogo di culto o, addirittura, della testimonianza lasciata da una civiltà extraterrestre. Ancora oggi, in molti sono convinti che all'interno della piramide esistano passaggi inesplorati e cavità segrete. Tutti, in ogni caso, sono incantati da questo prodigio dell'architettura, l'unica tra le "sette meraviglie" del mondo antico che sia giunta quasi intatta fino a noi. 
In effetti, la grande piramide che spicca nel deserto egizio possiede tutte le caratteristiche per stimolare la fantasia: la sua forma è perfetta, le sue proporzioni sono così precise ed equilibrate da sembrare frutto di un miracolo di precisione. Ciascuno dei lati della base misura 230 metri, con uno scarto che non supera i 20 centimetri. In alcuni punti, poi, i blocchi di pietra sono allineati con tale cura che neanche la lama di un coltello riuscirebbe a separarli. 
A distanza di secoli dalla sua costruzione, dunque, la piramide di Cheope colpisce l'immaginario del pubblico: basti pensare, del resto, che fino alla costruzione della Torre Eiffel, nel 1887-1889, è rimasta il monumento più alto costruito dall'uomo. Gli archeologi e gli avventurieri che si inerpicano sulle sue pareti nel corso del XIX secolo scoprirono un panorama mozzafiato, forse il più straordinario di tutto l'Egitto (ad oggi è proibito arrampicarsi sulle piramidi). Proprio gli archeologi che hanno studiato l'edificio hanno donato alla scienza una miniera di informazioni: prima che avvenisse la loro scoperta, le piramidi erano completamente sepolte dalla sabbia del deserto, e con esse i nomi e la storia di numerosi faraoni e regine. Alcuni misteri, però, e tra i più affascinanti, sono tutt'altro che risolti. 


Il sole o le stelle? 
La posizione della piramide di Cheope e il suo presunto perfetto allineamento con quelle di Chefren e di Micerino hanno portato alcuni studiosi a formulare le più svariate ipotesi, dalle più fondate alle più eccentriche. Uno dei quesiti fondamentali riguarda il motivo per cui l'edificio fu costruito. I primi cristiani credevano che le piramidi fossero i "granai dei faraoni", una spiegazione peraltro avvallata dalla Bibbia. Più tardi, alcuni astronomi hanno ipotizzato che la posizione delle tre piramidi di Giza fosse da mettere in relazione con quella dei corpi celesti. Guardando la piramide di Cheope da vicino, infatti, si nota che i suoi pozzetti di aerazione sono probabilmente allineati proprio come i principali astri, per esempio la Stella Polare o la Costellazione di Orione. Gli studi più recenti, tuttavia, sembrano confermare che la grande piramide fu costruita, come tutte le altra della regione, per consentire al re di intraprendere il suo ultimo viaggio, quello nell'aldilà. Simbolicamente, quindi, la forma piramidale doveva costituire una scala, una specie di trampolino per agevolare l'ascesa dell'anima del re defunto verso l'altro mondo. Più difficile è stabilire se la destinazione immaginata dagli egizi per lo spirito di Cheope fosse il sole, dominio di Ra, o una stella. Un versetto dei Testi delle piramidi recita infatti: "O re, sei la stella brillante, compagna di Orione". Nondimeno, bisogna aggiungere, che il cielo sopra la piana di Giza non è lo stesso di quattromila anni fa, poiché esiste in astronomia un fenomeno chiamato: moto stellare. 

I segreti della costruzione
La piramide di Cheope si sviluppa intorno a tre ambienti principali: la "camera del re", che corrispondeva alla sua stanza funeraria, una camera intermedia (detta impropriamente "della regina") e un locale sotterraneo, rimasto incompiuto. Alcuni degli avvenimenti che segnarono la realizzazione dell'edificio sono stati ricostruiti dagli storici: è stato stabilito, per esempio, che il progetto fu modificato in corso d'opera, dal momento che l'ingresso conduce inizialmente alla camera incompiuta. Sempre dall'ingresso, si diparte un corridoio ascendente, che poi si divide in due per giungere nella "grande galleria"; questa, a sua volta, conduce alla camera mortuaria. Altri cunicoli, molto più angusti, fungevano da pozzetti di aerazione collegando le due camere principali alla superficie esterna della piramide. 



A quanto sembra, la cosiddetta "camera della regina" ritrovata all'interno della piramide di Cheope non fu mai destinata a una sposa reale. I primi esploratori che la scoprirono vollero chiamarla in questo modo, ma oggi gli archeologi sono propensi a credere che la stanza non fosse mai stata utilizzata, e che i suoi lavori di costruzione rimasero incompiuti a causa di una modifica del progetto iniziale. 
La camera reale, apparentemente destinata ad accogliere le spoglie di Cheope, fu interamente realizzata in granito rosa di Assuan. Solamente sulla volta si contano nove lastre da cinquanta tonnellate ciascuna: per sostenere un simile peso, l'architetto progettò un soffitto ad arco. Su alcune di queste lastre gli esploratori hanno scoperto persino dei graffiti: si tratta di incisioni lasciate dagli operai che lavorarono nella piramide. Questi geroglifici, peraltro, costituiscono l'unica traccia conosciuta del nome di Cheope all'interno della piramide. All'interno dell'edificio è stato ritrovato anche il sarcofago di granito probabilmente appartenuto a Cheope. Il fatto che sia rimasto nella sua sede originale non è certo da attribuire al buon cuore dei saccheggiatori, bensì alle sue dimensioni: probabilmente, la costruzione della stanza fu portata a termine solo dopo avervi introdotto l'enorme bara di pietra. 

Il Cantiere
Quante persone lavorarono nel cantiere della grande piramide? È impossibile stabilire una cifra esatta, anche se alcuni egittologi parlano di centomila operai che sarebbero stati impiegati lungo un arco di circa venti anni. Contrariamente a quanto si può pensare, molti di loro non erano schiavi, ma contadini che venivano ingaggiati durante i tre mesi della piena del Nilo. Quattromila operai specializzati, invece, erano alloggiati per tutto l'anno vicino al cantiere. Vi è poi un mistero che per secoli ha costituito uno dei grandi enigmi della storia: come fecero gli egizi a spostare i blocchi di pietra necessari alla costruzione della piramide, la cui massa totale ammonta a ben sei milioni di tonnellate? Per decenni gli scienziati hanno immaginato ogni sistema possibile. A oggi, sembrerebbe da escludere l'ipotesi secondo cui gli egizi sollevassero le pietre per mezzo di pulegge. Si ritiene, invece, che avessero predisposto delle rampe, lungo le quali le pietre venivano fatte scivolare con delle specie di slitte. A supporto di questa teoria esiste anche un affresco datata al 1850 a.C. circa, ritrovato nella tomba di un certo Dehutihotep, a El Bersha: vi sono raffigurate diverse squadre di operai impegnate a trascinare una statua colossale. Si può immaginare, quindi, che questa tecnica fosse simile a quella utilizzata per spostare gli enormi blocchi della piramide di Cheope.
Un'ultima curiosità: all'interno della piramide, e più precisamente nei pozzetti di aerazione della camere "della regina", sono stati ritrovati una mola di granito e un gancio di ferro. Utensili dimenticati da un operaio distratto? Se la loro autenticità venisse confermata, si tratterebbe degli unici strumenti conosciuti tra quelli utilizzati nel cantiere originale.

Passaggi verso l'aldilà
Uno dei misteri che circondano la grande piramide riguarda i cunicoli riportati alla luce dai ricercatori già nel XIX secolo. Nessun'altra piramide possiede passaggi di questo tipo, e le diverse ipotesi sulla loro funzione hanno catturato l'attenzione di molti specialisti. Nella concezione dell'epoca, si trattava forse di passaggi che dovevano agevolare il cammino verso l'aldilà di due incarnazioni divine del faraone Cheope, vale a dire il dio del sole e il falco Horus, dio del cielo e della luce. Di fatto, Cheope aveva una filosofia religiosa particolare: si proclamava dio del sole già da vivo, contrariamente ai suoi predecessori che acquisivano questa nuova natura solo dopo la morte.
Due dei tre cunicoli individuati sboccano all'aria aperta, mentre un altro ha delle caratteristiche davvero singolari e misteriose. È largo appena venti centimetri, lungo circa 60 metri e inclinato di quanta gradi. Dalla "camera della regina" procede verso sud ma, a differenza dei due condotti che si dipartono dalla "camera del re" (orientati a nord e a sud), non sfocia all'esterno della piramide: termina, invece, su una pesante porta dalle maniglie di bronzo. Cosa nasconde? Per svelare questo mistero, nel settembre del 2002, è stato impiegato un piccolo robot chiamato "Pyramid Rover". Davanti alla telecamere della televisione egiziana, il dispositivo si è introdotto nel cunicolo, ha percorso i sessanta metri in pendenza ed è arrivato davanti alla misteriosa porta. Dopodiché, ha praticato un foro per introdurre una telecamera, ma sfortunatamente il mistero è rimasto irrisolto: ciò che Pyramid Robot si è ritrovato davanti era... un'altra porta! Il nuovo ostacolo è stato testato con gli ultrasuoni: a quanto pare, è spesso ben nove centimetri e custodisce gelosamente i suoi segreti.

Dove è finita la mummia di Cheope?
La madre di Cheope, Hetepheres, ebbe la fortuna di essere seppellita nell'unica tomba rimasta intatta dell'Antico Regno: essendo stata risparmiata dai saccheggiatori, la tomba di Hetepheres, ha restituito tesori di inestimabile valore, gioielli, arredi e persino organi umani imbalsamati e conservati nei tradizionali vasi canopi. Anche in questo caso, però, resta da chiarire un mistero, dato che il sarcofago della regina è stato ritrovato vuoto. Dov'è finita, quindi, la mummia di Hetepheres? Quanto a Cheope, non si sa molto di più. Senza dubbio il faraone fu mummificato, proprio come ogni altro personaggio di alto lignaggio, ed è molto probabile che la grande piramide sia stata la sua ultima dimora. Ma dove sono le sue spoglie mortali?
Solo all'interno della Piramide di Menkaura (Micerino) fu ritrovata la mummia (andata perduta nel naufragio della Beatrice, la nave che dall'Egitto doveva trasportare il corpo del re fino in Inghilterra), sappiamo che i predatori dell'antichità erano interessati all'oro del corredo funerario, mentre le salme dei defunti venivano lasciate al loro posto. Ma allora, che ne è stato della mummia di Cheope? E supponendo che la grande piramide non abbia mai contenuto la sua mummia, a cosa serviva? La ricerca rimane aperta, e così le ipotesi degli scienziati e degli appassionati... ma c'è un'ultima domanda che bisogna porsi: e se il corpo di re Cheope si trovasse ancora nella Grande Piramide? 

sabato 1 novembre 2014

Professione: Egittologo


Sotto cieli meravigliosi, gli egittologi partono alla scoperta di un mondo scomparso. Conducono indagini quasi poliziesche per scoprire una civiltà attraverso ciò che ne rimane. Gli egittologi dei nostri giorni dispongono di attrezzature sofisticate, strumenti di indagine ultramoderni e fuoristrada per portare a buon fine le loro missioni. Eppure, spesso dormono accampati e per lavarsi usano un catino, come i pionieri dell'archeologia. Il loro numero varia da uno scavo all'altro: da un minimo di 2-3 fino a 20 per le missioni più importanti. Scavano solo per alcuni mesi dell'anno, perché spesso si tratta di docenti che partono per i siti archeologici durante le vacanze. Il loro lavoro assomiglia un po' a quello di un segugio: partono con delle idee precise su ciò che stanno cercando, ma ogni pietra, ogni singolo frammento scoperto può assumere un'importanza capitale per la storia del luogo e talvolta può aprire nuove vie. I ricercatori sono, perciò, quasi dei detective e, quando scavano una necropoli, all'antropologo spetta il ruolo di medico legale.

Un'avventura a volte pericolosa
Partire per una missione è pur sempre un'avventura, ma non necessariamente alla Indiana Jones! Oggi gli archeologi non conducono più i loro scavi nel timore di essere attaccati da predatori armati. In effetti, all'inizio del '900 era diverso: chi partiva per l'Egitto doveva affrontare anche il rischio di essere accolto a colpi di carabina da bande di predatori, in un clima forse non proprio da film western ma realmente rischioso. Purtroppo non tutti i pericoli sono stati scongiurati: ancora in anni recenti a Saqqara, alcuni guardiani, nel tentativo di contrastare un saccheggio, sono stati uccisi dai ladri, e dai cantieri degli scavi scompaiono molto spesso blocchi e pietre scolpite. Come in passato, l'avventura archeologica richiede ottime prestazioni fisiche: per fare alcuni rilevamenti, ad esempio, i ricercatori devono essere in grado di arrampicarsi a diversi metri di altezza o fare una discesa a corda doppia da una colonna.

Una giornata tipo
Di solito i ricercatori scavano dalle 6 alle 14, per evitare le ore calde del pomeriggio. Poi si dedicano all'inventario degli oggetti, pianificano e assolvono numerose incombenze amministrative. Queste ultime sono in parte sotto il controllo dello Stato egiziano: infatti, gli scavi possono essere svolti solo in presenza di un sovrintendente alle Antichità. Ogni oggetto ritrovato nel sito archeologico è debitamente schedato sul registro dello scavo. Se questi oggetti vengono conservati sul posto, è necessario costruire un magazzino le cui porte saranno sigillate ogni sera e che possono essere aperte solo in presenza del sovrintendente locale.

L'emozione della scoperta
Nel momento in cui viene estratto dalla sabbia un reperto che nessuno ha potuto ammirare da più di tremila anni, gli egittologi provano l'emozione più grande. Questa è ancora più forte quando si trova una semplice impronta di persone o animali, tracce capaci quasi di ridare vita agli oggetti recuperati. La civiltà dell'antico Egitto deve ancora svelarci molti dei suoi segreti, e bellissime scoperte attendono i ricercatori di oggi e di domani. Il terreno è particolarmente ricco: il deserto ha conservato talmente bene i monumenti che questi, talvolta, emergono dalla sabbia completamente intatti; d'altra parte, la valle del Nilo, meno adatta alla conservazione dei reperti, è stata a lungo trascurata dai primi archeologi. Ci sono, quindi, dei siti di città antiche della Valle che sono ancora tutti da scoprire, come Buto, antica capitale. A volte, una città contemporanea è sorta su quella antica, come nel caso di Eliopoli, corrispondente alla odierna periferia del Cairo: i ricercatori devono allora aspettare che i terreni siano venduti e perdano la loro funzione d'uso (un garage, un vecchio cinema) per poter cominciare i loro scavi. 

Il percorso universitario 
Gli studi per diventare egittologo sono appassionanti, ma richiedono pazienza, amore e tenacia. Quello dell'egittologo non è un lavoro adatto a chi desidera avere un futuro assicurato o guadagnare bene. Il percorso classico è quello di frequentare Storia o Storia dell'arte fino al dottorato. Il primo corso ufficiale tenuto in Europa sulla storia, la lingua e le antichità dell'Egitto antico fu avviato in Italia, all'università di Pisa, nel 1826: era curato da Ippolito Rosellini, allievo e amico di J.F. Champollion, lo studioso francese che decifrò il sistema geroglifico. Altri percorsi possibili sono quelli che riguardano le Lette classiche, i Beni culturali o per università come l'Orientale di Napoli, un vero e proprio percorso archeologico. Tuttavia, dopo la triennale è obbligatoria una laurea specialistica o magistrale.
La scuola del Louvre, ad esempio, è una delle strade per riuscire a esercitare la professione di egittologo. Si trova a Parigi, all'interno del Museo e prepara, in particolare, a svolgere la funzione di conservatore. Qui gli studenti sono in contatto diretto con gli oggetti: dopo aver seguito una lezione, possono infatti recarsi nel reparto delle Antichità egizie per ammirare i reperti che hanno studiato. 
Naturalmente il percorso di studio più specifico è quello proposto dall'American University del Cairo, con corsi divisi per periodi storici: Antico Regno, Medio Regno, Nuovo Regno ecc. ecc.
Infine, va specificato che il lavoro di egittologo non è un percorso facile, bisogna investire tutto: noi stessi, tempo, soldi e speranze; con poche certezze a vostro fianco: talento, devozione e duro lavoro. 

martedì 28 ottobre 2014

La "Satira dei Mestieri"

A partire dal Medio Regno, gli scribi egizi elaborano dei testi destinati a diventare molto popolari: in questi scritti esaltavano le virtù e i vantaggi legati alla propria professione, descrivendo gli altri mestieri in modo colorito e, spesso, sarcastico.


A giudicare dalle loro stesse parole, gli scribi egizi non avevano dubbi: la loro migliore professione era la migliore che un giovane potesse intraprendere. Per dimostrarlo, a partire dal Medio Regno, alcuni di questi funzionari reali cominciarono a elaborare dei testi nei quali, sotto forma di "saggezze" o di insegnamenti rivolti ai propri allievi, passavano in rassegna i vari mestieri, soffermandosi sulle difficoltà che un falegname, un vasaio o un barbiere doveva affrontare ogni giorno. Spesso, questi scritti avevano un tono ironico, per questo motivo, sono divenuti celebri con il nome di "satire dei mestieri". Questo vero e proprio genere letterario ci è noto grazie ad alcuni papiri (Anastasi I, III, V, VII; Sallier I e II), a una tavoletta da scriba e a un centinaio di ostraka, tutti risalenti al Nuovo Regno. L'abbondanza di copie ci rivela che, in passato, questi testi dovettero conoscere una notevole popolarità; al contempo, ha permesso agli studiosi di disporre di una preziosissima fonte di informazioni di lavoro nell'antico Egitto.

La satira di Kheti

La Satira dei mestieri per eccellenza, la più antica nel suo genere, risale al Medio Regno ed è opera di uno scriba di nome Kheti. Considerato uno dei 10 testi più importanti dell’Antico Egitto, riscosse ai tempi un enorme successo: a distanza di un millennio, è da qui che i giovani studenti venivano a conoscenza degli inconvenienti e dei contrattempi legati al lavoro manuale. Il testo comincia con queste parole: “Inizio dell’insegnamento redatto da Dua-Kheti, originario di Tjaru, per suo figlio Pepi, mentre viaggia verso la dimora (reale) per iscriverlo alla scuola degli scribi insieme ai figli degli alti funzionari”.
Durante il cammino Kheti esorta suo figlio a impegnarsi nello studio, esaltando la professione di scriba che, a suo dire, “è il più bello dei lavori”: “voglio farti amare la scrittura più di tua madre”, afferma, “voglio che questo ideale entri in te”. E aggiunge: “non esiste mestiere in cui non si ricevano ordini, tranne quello di scriba. Lo scriba è colui che comanda. Se conosci i libri, ti andrà tutto bene. Non deve esistere nessun altro mestiere ai tuoi occhi”. Per rafforzare le sue affermazioni, Kheti non esita a sottolineare la modestia della sue origini: “vedi, io sono un uomo povero di nascita, ma di me non si dirà che sono un contadino. Fa molta attenzione, dunque. Quel che faccio per te, discendendo il fiume verso la dimora, lo faccio per amor tuo. Un solo giorno di scuola ti sarà utile, i suoi frutti saranno duraturi come una montagna (…). Lo scriba è considerato un uomo che ascolta, e colui che ascolta diventa un uomo che ha il potere di agire”.
Mestieri da evitare
Secondo Kheti, dunque, la professione dello scriba è l’unica a poter garantire prestigio sociale e ricchezza. A questo proposito, l’autore si premura di descrivere con toni coloriti gli inconvenienti legati a tutto gli altri mestieri, senza risparmiarne nessuno: “ho visto il fabbro al lavoro, davanti alla bocca della sua fornace. Ha le dita come quelle di un coccodrillo e puzza più delle uova di pesce. (…) Chi taglia le pietre lo fa alla perfezione ma, quando ha finito, ha le braccia a pezzi, è spossato: al tramonto, si siede con le ginocchia e la schiena piegate dallo sforzo. Il barbiere rade fino al calar della sera; se va in città, si mette in un angolo, o va da una strada all'altra alla ricerca alla ricerca di qualcuno da radere. Egli usa le braccia per riempirsi la pancia, come l’ape che mangia mentre lavora. (…) Ti parlerò poi, del muratore: gli fanno sempre male i reni, lavora in mezzo alla corrente e senza vestiti; la sua cintura è una semplice corda che pende sul di dietro; le sue braccia sono praticamente nascoste da sudiciume di ogni tipo. Mentre mangia il pane, al tempo stesso si pulisce le dita. Lo stesso si può dire per l’artigiano che lavora il legno. (…) Quanto al giardiniere, porta in giro la sua pertica e, per ciò, ha le spalle rovinate come quelle di un vecchio e una grossa pustola sul collo. Passa la mattinata a innaffiare l’orto e la sera innaffia le altre piante, dopo aver lavorato nel frutteto. Quando, finalmente, arriva il momento di riposare, muore. Si dice che questo lavoro sia il più difficile di tutti. Il corriere che parte per un paese straniero lascia i suoi beni ai figli, per paura dei leoni e degli asiatici. Torna in se solo quando è di nuovo in Egitto. Quando torna a casa, di sera, è distrutto dalla lunga marcia. Che la sua casa sia di tela o di mattoni, il suo rientro è senza gioia. (…) Ti parlerò anche del pescatore, il peggiore di tutti i lavori. Vedi, non esiste lavoro sul fiume che non costringa a stare in mezzo ai coccodrilli. Al momento della resa dei conti, sono dolori: egli non oserà dire che c’era un coccodrillo il quale, venendo a galla, l’ha accecato di paura, ma dirà: << è la potenza di Dio >>”.
“Diventa scriba!”
Anche durante il Nuovo Regno, gli scribi egizi continuarono a raccogliere annotazioni satiriche sui mestieri più diversi: dal calzolaio al fornaio, fino al sacerdote. Per esempio, scrivevano: “il calzolaio è ricoperto di tannino, ed ha un odore stranissimo; ha le mani rosse di robbia (una pianta dalle cui radici si estraeva una tintura rossastra), come quelle di un uomo insanguinato”. Le descrizioni più feroci, tuttavia, riguardavano i contadini e i militari. Del soldato a cavallo si diceva che venisse preso da piccolo e internato in un campo, che ricevesse colpi dolorosissimi sul ventre e riportasse ferite agli occhi “da spaccargli il sopracciglio”. E ancora: “quando è in marcia verso la Palestina, o in missione sulle dune, porta il cibo e l’acqua sulle spalle, come fosse il fardello di un somaro. (…) Beve acqua salmastra e si ferma solo per montare di guardia. Arriva fino al nemico? E’ come un uccello in trappola, senza un briciolo di forze in corpo. Ritorna in Egitto? E’ come un tronco rosicchiato dai vermi, è malato, costretto a prendere il suo lettino e a caricarlo su un mulo. Gli rubano i vestiti ed il suo scudiero lo abbandona”. Un altro testo di epoca ramesside descrive il mestiere il mestiere del contadino, che lavorando la terra si riduce come una bestia: “lascia che ti parli delle condizioni del contadino, altro penoso mestiere. (…) Quando arriva la piena si inzuppa completamente, e deve sempre prendersi cura dei suoi attrezzi. Di giorno, deve affilare gli utensili per tagliare il grano. Di notte deve fabbricare il cordame. Anche nelle ore pomeridiane deve svolgere il suo lavoro di fattore! Per andare nei campi, si attrezza come se fosse un soldato. Quando raggiunge il suo campo, lo trova anche in cattivo stato. Passa il tempo a coltivare, ma il serpente è alle sue spalle e distrugge ciò che è stato seminato, e il contadino non vede crescere un ramoscello di verde. Ricomincia da capo, con dell’orzo chiesto in prestito. Sua moglie è alla mercé dei commercianti, non avendo nulla da dare in cambio. (…) Da parte sua, lo scriba arriva sulla riva del fiume e registra i raccolti; dietro di lui ci sono dei servitori con dei bastoni, dei nubiani armati di manganello. Lo scriba dice al contadino : << dammi il grano! >>. Se quello risponde << non ce n’è >> riceve un sacco di legnate e viene legato e buttato nel pozzo a testa in giù. Sua moglie viene legata davanti a lui e suoi figli incatenati. (…) Se hai un po’ di buon senso, diventa scriba! Se hai imparato qualcosa del mestiere di contadino, non potrai sceglierlo. Prendi nota!”.
Regole di buon senso
Le satire dei mestieri non miravano solo a esaltare la professione di scriba e a mettere in cattiva luce tutte le altre, ma cercavano anche di impartire degli insegnamenti. A suo figlio Pepi, per esempio, Kheti intendeva insegnare alcune regole di vita dettate dal buon senso. Così, per sostenere le sue idee, lo scriba faceva ricorso ai classici proverbi: “se sei in un luogo in cui ci si batte, stai lontano dai contendenti. Se qualcuno ti rimprovera e tu non sai come placare la sua collera, rispondi dopo un momento di riflessione in presenza di testimoni. Se cammini dietro a personaggi illustri, non avvicinarti, mantieni la distanza come un uomo che sà comportarsi. Se entri in casa di un signore e questi è già impegnato con altri, siediti con la mano davanti alla bocca (in segno di rispetto) e non chiedere niente in sua presenza. Fa quel che ti dice ed evita di avvicinarti alla tavola. Comportati con fermezza e dignità. Non parlare di cose segrete: chi si nasconde il ventre, si fa scudo. Non parlare senza riflettere quando sei con un superiore. Se esci da scuola dopo mezzogiorno, va nell'atrio e continua a discutere della lezione. Se un personaggio illustre ti invia come messaggero, ripeti per bene il messaggio come ti è stato dettato. Non riassumere e non aggiungere nulla. Chi dimentica gli elogi, non dura. A chi è abile in tutto quel che fa, nulla sarà nascosto. Non dire bugie contro tua madre, è una cosa che suscita il disprezzo delle persone autorevoli. Il figlio che si rende utile manterrà la propria condizione. Non commettere il crimine con gli empi, o sarà peggio per te quando lo si verrà a sapere. Se hai mangiato tre pani e bevuto due bicchieri di birra, ma non hai ancora la pancia piena, controllati. Se un altro (continua) a mangiare e a bere, non restare là in piedi e guardati dall'avvicinarti alla tavola. Vedi, ti fa bene anche ascoltare i discorsi dei grandi: formeranno il tuo carattere e ne seguirai le orme”.
Dalla satira Egizia alla Bibbia
Nei cosiddetti “Libri sapienziali” della Bibbia si trova una sorta di satira di mestieri che ricorda il modello egizio: “la sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo? (…) Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno (…) Così il fabbro siede davanti all'incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni, e col calore del fornello deve lottare (…). Così il vasaio seduto al suo lavoro gira con i piedi la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro (…)”. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo (…). Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere”. 
(Siracide 38, 24.34).
Il potere della parola secondo Kheti
In un altro testo, intitolato semplicemente “L’insegnamento”, è ancora Kheti ad affrontare un nuovo aspetto: non più il potere dello scriba in se, ma quello della parola. Già ai tempi, infatti, l’arte oratoria era considerata indispensabile in politica: “Diventa un artigiano della lingua e trionferai: la lingua è la spada dei Re! Le parole valgono molto più di ogni combattimento: non si può sorprendere un artigiano dell’eloquenza”.

mercoledì 22 ottobre 2014

Le oche di Meidum

Anche nell'antichità, molte specie di uccelli migratori svernavano in Egitto. Il fregio di Meidum ne è una delle più celebri testimonianze. Conservato nella sala XXXII del Museo Egizio del Cairo, proviene dalla mastaba di Nefermaat e Atet, costruita a Meidum all'inizio della IV dinastia, durante il regno di Snefru.


Sei oche in un campo, divise in due gruppi di tre che si rivolgono la schiena: i volatili alle due estremità si stanno cibando, gli altri quattro passeggiano sulla riva del Nilo. Questo affresco fu scoperto nel 1871 da Auguste Mariette. Adornava i muri della mastaba (una tomba dalla forma di un grosso blocco di pietra) di una coppia di principi dell'inizio dell'Antico Regno. Oggi esposto al Museo del Cairo, è uno degli esempi più sorprendenti delle doti artistiche degli antichi egizi. Purtroppo si tratta solo di un frammento, largo 172 cm e alto 27. In origine si inseriva in una scena più ampia, che mostrava i figli di Atet a caccia di uccelli sul fiume, pullulante di selvaggina. Il tempo non ha conservato che questo gruppo di oche che beccano dei chicchi di grano sugli argini del fiume dopo l'abbassamento delle acque.

Messaggere degli dei
Nell'antichità, le oche erano considerate messaggere divine tra il cielo e la terra: il loro ritorno periodico annunciava la stagione delle piene, il nuovo "dono del Nilo" dopo la siccità. L'oca è un animale che si incontra spesso in Egitto: veniva addomesticato e spesso la si trovava nella cinta dei templi; sulle pareti di una cappella funeraria le oche assicuravano al defunto protezione contro le forze del male. Non si trattava, dunque, solamente di raffigurare delle scene commemorative della vita terrena del defunto, ma di permettergli di condurre, anche nell'altro mondo, una vita simile a quella terrena. 

Decoro funebre ed esercizio di stile
Gli affreschi funerari non erano destinati ai viventi: gli egizi credevano al valore magico della pittura. Una volta terminata l'opera, si procedeva a una cerimonia rituale che permetteva alla scena di animarsi di vita eterna. Il muro della mastaba di Meidum porta questa iscrizione: "Ha fatto eseguire queste immagini con un tratto indistruttibile". 
L'artista ha prima scavato dei bassorilievi profondi, poi li ha riempiti con della pasta colorata, per rendere l'aspetto variopinto e cangiante delle piume. I ciuffi d'erba disseminati tra gli uccelli sono dipinti direttamente sul muro. La precisione dei dettagli del piumaggio e i colori di ogni uccello hanno permesso agli egittologi di identificare le diverse specie che l'antico Egitto conosceva. Gli artisti dell'Antico Regno danno prova di uno spiccato senso d'osservazione naturalistica e di grande virtuosismo nell'esecuzione. 
La pittura egizia ignorava la prospettiva e le figure umane erano disegnate seguendo una concezione: viste frontalmente nella parte alta del corpo, di tre quarti il torso e di profilo per quanto riguarda le gambe e il viso. Così, per mostrare che due oche comminano affiancate, l'artista le ha leggermente sfalsate: una cammina dietro l'altra, ma la seconda è in parte nascosta dal corpo di quella vicina. 



martedì 14 ottobre 2014

La marina egizia

Per l'antico Egitto, il Nilo rappresentava la principale via di comunicazione. Di conseguenza, le forze navali costituivano uno strumento di difesa irrinunciabile. Posta sotto gli ordini diretti del faraone, la marina era strettamente legata alle armate di terra.


Fin dall'antichità, la conformazione geografica dell'Egitto ha determinato una stretta interdipendenza tra le forze navali e l'esercito del paese. Il Nilo era la via di comunicazione più accessibile e diretta, pertanto la fanteria egizia si spostava principalmente per nave. D'altra parte, in determinate occasioni i soldati potevano smontare le imbarcazioni e trasportarle lungo le piste del deserto, per poi rimontarle una volta giunti in riva al mare. Man mano che gli scambi commerciali si intensificavano e i conflitti si moltiplicavano, le relazioni tra marina ed esercito di terra divennero sempre più strette. La flotta egizia era onnipresente, sia che si trattasse di difendere il paese dall'interno, sia che vi fosse la necessità di recarsi sui campi di battaglia stranieri o di scortare le navi mercantili.

La flotta in azione
Sulla marina egizia ci sono pervenute numerose testimonianze, costituite sia da testi sia da bassorilievi dell'epoca. A questo proposito, va detto che le vittorie nelle battaglie navali erano sempre un'occasione per celebrare la gloria dei faraoni, le cui gesta venivano immortalate nelle sculture e nelle incisioni dei templi. La cosiddetta Stele di Sobekkhu, dal nome di un ufficiale della XII dnastia (Medio Regno), racconta: "Sua Maestà si diresse in nave verso nord, per sconfiggere gli asiatici. Sua Maestà raggiunse un paese straniero chiamato Sekmem. Sua Maestà ottenne la vittoria e ritornò alla sua residenza in vita, prosperità e salute". 
Le cronache militari ritrovate dagli archeologi forniscono numerosi particolari sulle vittorie navali, sulle conquiste e sulle vie percorse dall'esercito. Alcuni testi sono particolarmente dettagliati: tra questi, ricordiamo il poema di Pentaur, che descrive la battaglia navale condotta contro i Popoli del mare. Grazie ai bassorilievi scolpiti nel tempio di Medinet Habu, infine, gli storici hanno potuto ricostruire il modo in cui si sono svolte alcune delle battaglie navali: la flotta egizia radunava intorno alla foce del Nilo, formando un vero e proprio sbarramento. Sulle navi, gli arcieri presidiavano il ponte mentre i soldati armati di mazze e scudi erano riuniti a poppa. In una prima fase, gli arcieri scagliavano i propri dardi sulle imbarcazioni nemiche, poi si passava all'assalto vero e proprio all'abbordaggio degli avversari, che erano muniti di sole spade. Raramente le navi straniere venivano speronate, anche se in alcune raffigurazioni compaiono imbarcazioni rovesciate. 

Dal Nilo al mare
Sebbene gli egizi fossero da sempre abituati a viaggiare lungo il Nilo, non si può dire che essi avessero una vera e propria vocazione marittima. Oltretutto, la navigazione sul grande corso d'acqua non era così semplice, specialmente nei periodi di piena. Ciononostante fin dall'Antico Regno, i faraoni e il loro popolo si trovarono nella necessità di superare gli ostacoli costituiti dal mar Rosso e dal Mediterraneo, affinché le spedizioni militari e commerciali potessero raggiungere luoghi come il paese di Punt o Byblos. Le prime navi destinate ad affrontare il mare aperto si chiamavano proprio byblos, ed erano chiaramente ispirate al modello delle imbarcazioni fenicie. La navigazione sul Mediterraneo si sviluppò in modo particolare durante il Nuovo Regno, quando il ramo pelusiaco del Nilo divenne un passaggio obbligato per le truppe in partenza dai grandi porti di Mengi e Pi-Ramses.

Marina e Commercio
In tempo di pace, la marina egizia scortava le spedizione commerciali dirette verso i luoghi più lontani. Un bassorilievo dell'epoca della regina Hatshepsut descrive uno dei viaggi compiuti, verso il 1496 a.C., nel paese di Punt. Questo era situato in un punto imprecisato delle coste del mar Rosso, ed era una meta particolarmente ambita per via delle essenze e delle spezie prodotte nella regione.

La flotta egizia nell'Epoca Tolemaica
Le rivalità interne e i disordini che segnarono progressivamente alcuni periodi della storia egizia non favorirono la stabilità e l'unione della marina e dell'esercito. Soprattutto a partire dal Terzo Periodo Intermedio, i vari potentati cominciarono a sfidarsi tra di loro, ognuno con le proprie armate; inoltre, sempre più spesso i monarchi fecero ricordo a soldati e marinai stranieri. 
In Epoca Tarda, l'importanza militare della flotta si accrebbe grazie all'arrivo delle triremi greche. Intano, i mercenari stranieri divennero più numerosi che mai. La marina egizia continuò a intervenire in tre aree: sul Nilo, sul mar Rosso e nel Mediterraneo. Per quanto riguarda il Nilo, nacque una polizia fluviale formata da guardie che sorvegliavano le coste o navigavano su appositi battelli. I poteri di questo corpo furono ampliati dai faraoni man mano che nel paese aumentavano i disordini.
Quanto al Mediterraneo, i sovrani Lagidi riuscirono ad andare oltre i limiti raggiunti dai faraoni della XVIII dinastia, che fino ad allora era stata la più attiva nella navigazione per mare. I Tolomei riuscirono anzi ad allargare la propria sfera d'influenza su tutto il Mediterraneo orientale, compreso il mar Egeo. La fama dei marinai egizi varcò così i confini del paese. Verso la fine dell'Epoca Tolemaica, Antonio e Cleopatra disponevano ancora di una flotta considerevole: la regina poteva contare su duecento navi e Antonio disponeva, a Efeso, di ottocento bastimenti. Purtroppo, questo non impedì la disfatta nella battaglia di Actium del 31 a.C., che segnò la fine dell'indipendenza egizia. 

mercoledì 1 ottobre 2014

Cosmogonie egizie


Nell'antico Egitto diverse cosmogonie spiegavano l'origine del mondo. Queste facevano capo a tre importanti centri religiosi: Heliopolis, Hermopolis e Menfi. 

Heliopolis
Il più antico mito sembra essere quello dell'antica città di Heliopolis, oggi divenuta un quartiere del Cairo. Al principio vi era Nun, l'oceano primordiale (termine che oggi si traduce spesso con caos); una distesa d'acqua che conteneva i germi  della vita. In esso, tuttavia, avevano sede anche le forze negative; vi galleggiavano le anime di coloro che non avevano potuto godere di una sepoltura, e i bambini nati morti. Da questo caos era emersa una collinetta di terra ricoperta di sabbia, dalla quale sorse, autocreandosi, il dio creatore di Heliopolis, chiamato Atum. Egli creò la prima coppia divina: il dio Shu (l'aria, o il secco) e la dea Tefnut (l'umidità), i quali a loro volta procrearono una seconda coppia dinina, Nut (il cielo), e Geb (la terra), rispettivamente una donna e un uomo. Il loro padre Shu li manteneva separati. Nut e Geb misero al mondo tuttavia quattro figli: Seth, Nefti, Osiride e Iside. Quest'ultima coppia rappresentava il legame tra la creazione e gli uomini; era infatti il prototipo della coppia regale. Da essi nascerà il dio Horo, che prenderà il posto su trono del Paese.

Hermopolis
Secondo il mito di Hermopolis, l'odierna città di Ashmuneim, nel Nun vi erano invee, prima della creazione, quattro coppie di strane divinità a testa di rana o di serpente e che rappresentano le tenebre, le acque, l'infinito e il nulla. Queste divinità crearono un uovo misterioso e lo posero sulla collinetta emersa dal Nun. Quando il guscio si aprì, ne uscì il dio sole, che corse subito in cielo o, secondo un'altra versione, il dio a testa di ibis di nome Thot, divinità principale di Hermopolis e dal quale ebbe inizio la creazione vera e propria.

Menfi
Più intellettuale è invece la cosmogonia di Menfi. Il dio creatore Ptah vagava nel Nun, quando un giorno si fermò sulla collinetta emersa dalle acque primordiali e, assimilandosi a essa, divenne Ptah Ta-tenen. Fermo sulla collinetta, Ptah pensò con il cuore, secondo gli egizi sede della conoscenza. Semplicemente pronunciando il nome di ciò che aveva pensato creò dapprima il dio Atum, poi gli altri dei, le regioni, le città e gli esseri viventi. 

domenica 28 settembre 2014

Le doppie tombe di Saqqara e Abydos

Sembra che la maggior parte dei sovrani sepolti ad Abydos si sia fatta costruire una tomba anche nella necropoli di Saqqara, nei pressi di Menfi, capitale dello stato unificato. Negli anni '30 del XX° secolo, l'archeologo inglese W.B.Emery scavò infatti in quelle zona alcune tombe, dette "mastabe", dotate di sovrastrutture rettangolari in mattoni crudi riempite di ghiaia e contenenti vani che fungevano da depositi. Inizialmente, Emery credette di aver trovato le sepolture di alti funzionari, poiché allora era opinione diffusa che i sovrani delle prime due dinastie fossero seppelliti solo ad Abydos. In seguito, ipotizzò invece che le vere tombe di quei re fossero proprio quelle di Saqqara.
Le tombe di Saqqara sono più grandi di quelle di Abydos. Spesso sono sviluppate su due piani, uno sotterraneo, l'altro al livello del suolo. Quest'ultimo poteva essere alto fino a 2,5 metri ed era provvisto all'esterno di una "facciata di palazzo" decorata a pannelli. All'interno vi erano camere che contenevano vari oggetti del corredo funerario. Al centro si trovava un pozzo rettangolare che conduceva alla camera funeraria vera e propria, costruita in maniera simile a quelle che si trovano nelle tombe di Abydos. 
La "doppia sepoltura" potrebbe esprimere l'intenzione di sottolineare la dualità originaria del paese. Facendosi appropriatamente seppellire nella necropoli di Menfi, i sovrani avrebbero esaltato l'importante ruolo politico; il cenotafio di Abydos avrebbe invece voluto ricordare il vero luogo di origine del potere regale in Egitto.
Il significato della cosiddetta "doppia sepoltura" è tutt'altro che risolto. Mancando ogni prova definitiva sull'attribuzione delle tombe scavate da Emery, alcuni studiosi ritengono che quelle di Saqqara fossero in realtà destinate ad alti funzionari residenti a Menfi. Tuttavia, le tombe di Saqqara sono molto più grandi di quelle di Abydos ed è improbabile, anche se non impossibile, che dei monumenti funerari di subordinati potessero superare quelli dei faraoni. Altri studiosi ritengono invece che sia Saqqara che Abydos ospitassero monumenti regali, ma mentre a Saqqara si trovava la vera tomba del sovrano, ad Abydos, vi era soltanto un cenotafio in onore del re defunto. 
Tirando quindi le somme delle varie ipotesi, possiamo solo giungere alla conclusione che finché qualcosa di nuovo non getterà ulteriore luce su tale tematica, ognuna delle teorie qui riportate restano mere possibilità.

giovedì 18 settembre 2014

La tomba di Hetepheres

La regina Hetepheres era la moglie del Faraone Snefru e madre di Cheope. La sua tomba venne trovata nel 1925 nel cimitero est di Giza da una missione americana, guidata dall’Egittologo Reisner. Nel febbraio di quell'anno, uno dei fotografi che facevano parte delle spedizione americana stava cercando di sistemare il cavalletto della macchina fotografica nei pressi di un angolo di una delle piccole piramidi attorno alla piramide di Cheope, quando scoprì, del tutto casualmente, un ammasso di gesso che nascondeva l’imboccatura, ostruita da pietre squadrate, di una galleria scavata nella roccia. Questa galleria iniziava con dodici gradini per poi finire, dopo qualche metro, in un pozzo pieno di detriti. Nella speranza di essere di fronte all'ingresso di una tomba inviolata, la missione iniziò i lavori di svuotamento del pozzo. A 7 metri di profondità venne trovata una nicchia murata al cui interno c’erano due recipienti per il vino, un cranio e alcune ossa di toro, avvolte in stuoie di canne. Davanti alla nicchia vi erano in oltre dei resti di carbone, il che fece ritenere agli studiosi americani che si trattasse semplicemente di un offerta funeraria consistente nell'aspersione di fumo odoroso tramite la bruciature di un legno fragrante.

Tuttavia, continuando lo scavo, a 26 metri si arrivò a toccare il soffitto di una camera sepolcrale. Dopo alcuni mesi, la camera fu finalmente aperta. All'interno vi era un sarcofago in alabastro, mentre il pavimento era ricoperto, oltre che da vasi e altri suppellettili, da numerosi frammenti d’oro e di intarsi caduti dal mobilio in legno accatastato e in parte decomposto. Il ricco arredo funerario lasciava pensare che la tomba fosse appartenuta a un personaggio di rango elevato, il cui nome rimaneva però ancora sconosciuto. Dopo un mese, una scoperta risolse fortunatamente questo mistero. Alcuni geroglifici d’oro, incastonati in un legno decomposto, restituirono un iscrizione: “la madre del Re dell’Alto e del Basso Egitto… Hetepheres”. Era stata dunque portata alla luce la più antica sepoltura inviolata appartenuta a un membro della famiglia regale, ossia alla madre di Cheope, la quale era rimasta chiusa indisturbata nella sua tomba per più di 4000 anni. Dopo alcuni lavori di recupero del materiale, rimaneva l’ultimo importante compito, ossia l’apertura del sarcofago. Gli archeologi ruppero dapprima i cinque sigilli che ne garantivano la chiusura e finalmente poterono sollevare il coperchio. Purtroppo però una amara sorpresa li attendeva: il sarcofago era completamente vuoto. Ma come era possibile? Reisner aveva trovato nel fondo del pozzo alcuni vasi, come essi fossero stati gettati all'ultimo momento; in oltre aveva notato tracce di forzatura nell'apertura del sarcofago. Su questa base, lo studioso americano avanzò un ipotesi, più o meno convincente. Forse la regina Hetepheres, alla sua morte, venne sepolta in una tomba a Dashur, nei pressi della piramide del suo sposo Snefru. In seguito, dopo essere stato informato di un tentativo di saccheggio della tomba materna, Cheope ordinò di far costruire una nuova sepoltura per la madre nelle immediate vicinanze della sua piramide a Giza, dove avrebbe potuto godere di maggiori controlli. 

Dopo che i lavori furono ultimati, tutto l’arredo funerario e il sarcofago vennero trasferiti da Dashur a Giza e sepolti, probabilmente in tutta fretta, nella nuova tomba. Tuttavia, i predatori della tomba di Dashur avevano rubato la mummia della regina per poterne strappare i monili e i gioielli in oro. Gli addetti alla sorveglianza di questa tomba, per paura di essere severamente puniti, tennero nascosto l’accaduto a Cheope, il quale fece così seppellire a sua insaputa un sarcofago vuoto. Ricordiamo che all'interno della tomba di Giza venne effettuata un ultima scoperta. In una nicchia ricavata in una parete, si trovò un contenitore in alabastro sigillato. Nel suo interno, diviso in scomparti, vi erano custoditi quattro involti, originariamente immersi in una soluzione preservante di carbonato di sodio e contenenti le viscere di Hetepheres. Questa scoperta rappresenta la più antica testimonianza di un usanza che sarà poi ben diffusa nelle epoche posteriori. Il tesoro di Hetepheres, oltre ad essere il più antico, è anche uno dei più belli appartenuti ad un membro della famiglia regale che l’Egitto ci abbia restituito. Nel suo insieme, era composto da una serie di oggetti di uso quotidiano, mobili e contenitori in legno finemente lavorati, in una buona parte vestiti con oro battuto e intarsi di pasta di vetro colorata o pietre dure. Il tesoro includeva vasi di varie forme e dimensioni, alcuni bracciali in argento, oggetti per la toeletta personale della regina, come rasoi, arnesi per le unghie, piccoli vasi in alabastro per oli e altri contenitori in oro per cosmetici. Gli arredi rinvenuti nella tomba ci danno in oltre un’idea di quella che doveva essere una camera da letto di lusso nel periodo delle piramidi. I piedi della poltrona e del letto hanno la forma di zampe di leone: la presenza di questo animale aveva la funzione di proteggere la persona seduta o che dormiva e infonderle parte della sua forza. La testa del letto, leggermente sopraelevata, termina con due fiori di loto sporgenti. Il piano del letto dove la regina dormiva era composto di pelle tesa, attaccata all'intelaiatura per mezzo di cordicelle. Tutt'oggi, la scoperta della tomba di Hetepheres, madre terrena del Dio vivente, è ancora fra le più importante che l’archeologia ricordi.

venerdì 12 settembre 2014

L'origine divina di Hatshepsut

Per governare sull'Egitto come faraone, Hatshepsut dovette proclamare la sua legittimità dinastica, un'operazione che poté compiere grazie al supporto dei sacerdoti di Amon. Con il proposito di affermare i suoi diritti, la regina fece incidere dei rilievi con la storia della sua origine divina sulle pareti dei portici colonnati del tempio funerario di Deir el-Bahari, dedicato ad Amon, alla dea Hathor e al culto del ka o " forza generatrice di vita " di Hatshepsut e di suo padre Thutmosi I. Le scene si svolgono su un muro della seconda terrazza del tempio e illustrano la teogamia, cioè l'unione sacra tra il dio Amon, con le sembianze di Thutmosis I, e la regina Iahmes. In seguito a questa unione sarebbe stata quindi concepita Hatshepsut, la divina figlia di Amon.



  1. Khnum, il vasaio divino, ha ricevuto dal dio Amon l'ordine di modellare Hatshepsut: " Vai a modellare lei e il suo ka. Modella questa figlia mia che ho generato ".
  2. Il dio Khnum, con l'aiuto della dea rana Heket, che presiede i parti e protegge le nascite, modella sul suo tornio di vasaio Hatshepsut, erede di Amon, e il suo ka.
  3. Thot, il dio lunare della sapienza, viene inviato da Amon per annunciare alla regina Iahmes, moglie del faraone Thutmosis I, che darà alla luce un erede divino.
  4. La dea utero Meskhenet, la dea ippopotamo Tueris e il dio nano Bes assistono la regina Iahmes durante il parto.
  5. Amon riceve da Thot Hatshepsut e il suo ka ed esclama: " Gloriosa parte di me, re che prende sempre le Due Terre sul trono di Horus ".
  6. Hatshepsut, rappresentata come un bambino, viene accolta tra le braccia di suo padre Amon, che la riconosce come sua erede e conferma il suo diritto a regnare.
  7. La regina Iahmes tiene in braccio sua figlia mentre due nutrici divine allattano due dei suoi ka. Dodici geni benefici sostengono ognuno dei ka della piccola Hatshepsut.
  8. Il genio dell'inondazione tiene in braccio Hatshepsut e il suo ka, seguito dal genio del latte. Entrambi la presentano al padre Amon, al cospetto di testimoni divini.



lunedì 18 agosto 2014

La scoperta dei sarcofagi di Tutankhamon

"Il coperchio del sarcofago tremò e incominciò a sollevarsi, lentamente e con qualche incertezza si aprì. All'inizio vedemmo solo una stretta fessura nera. Poi, gradualmente, fummo in grado di discernere frammenti di granito che erano caduti dalla frattura del coperchio. Essi ricoprivano un sudario che lasciava intravedere una forma indistinta... ".
James Henry Breasted

Il sarcofago esterno (1)
Quando il coperchio fu completamente rimosso si poté vedere la figura del re morto avvolta nel sudario. I presenti si lasciarono sfuggire un grido di meraviglia quando i due lenzuoli di lino furono sollevati e apparve un magnifico sarcofago mummiforme la cui superficie d'oro brillava alla luce della lampada di Burton. La sua forma suggeriva che c'erano altri sarcofagi dello stesso tipo, uno dentro l'altro come bambole russe. Ma gli archeologi dovettero pazientare; i lavori di conservazione per gli oggetti ritrovati precedentemente avrebbero rimandato l'apertura dei sarcofagi di un anno e mezzo.
Il sarcofago esterno, lungo 2,24 m, con il capo rivolto a ovest, riposava su un basso cataletto di forma leonina ancora intatto nonostante il peso di oltre una tonnellata che sosteneva da più di 3200 anni. In fondo al sarcofago si trovavano frammenti di pietra caduti dal coperchio durante la sepoltura, provocati dai rozzi tentativi fatti dai costruttori di rimediare ad un errore di misura e per adattare il coperchio al sarcofago. Dai frammenti si concluse che la struttura del sarcofago era di cipresso, modellato a rilievo e ricoperto da un sottile strato di stucco a sua volta ricoperto da una lamina d'oro.
Lo spessore della lamina variava: maggiore per il viso e le mani e finissimo per il curioso copricapo khat. Si notarono anche variazione di colore: il viso e le mani erano più pallide, dando, come disse Carter, "l'impressione del grigiore della morte".
Le superfici del coperchio e della base erano decorate con disegni rishi, ovvero a forma di piuma, a bassorilievo. Al di sopra delle decorazioni, sui lati destro e sinistro, si trovano le figure finemente modellate di Iside e Nefti con le ali aperte, il cui abbraccio protettivo si estendeva fino a una delle due file di geroglifici che scorrevano verticalmente sul coperchio. Al di sotto del piede si trovava un'altra immagine della dea Iside, inginocchiata sul geroglifico nub, "oro". Sotto di essa c'erano dieci colonne di testo. 
Il coperchio era stato modellato con un'immagine ad altorilievo del re rappresentato come Osiride, con un ampio collare e braccialetti a bassorilievo; le braccia erano incrociate sul petto e tenevano i simboli regali: lo scettro nella mano sinistra e il flabello nella destra. Sulla fronte del re si ergevano le "Due Signore", Uadjet e Nekhbet; il cobra divino del Basso Egitto e la dea avvoltoio dell'Alto Egitto. Una piccola ghirlanda di foglie di olivo e fiori circondava la coppia ed era legata a una stretta striscia di midollo di papiro. 


Il secondo sarcofago (2)
Il disegno originale del sarcofago più esterno includeva quattro maniglie d'argento - due per lato - usate per metterlo in posizione. Ora, il 13 Ottobre 1925, tre millenni dopo, le stesse maniglie servivano per sollevarlo. Secondo Carter, "fu un momento di ansia ed eccitazione"; ma il coperchio venne sollevato senza difficoltà e mostrò il secondo sarcofago antropomorfo. Anche qui ricopriva il sarcofago un sudario di lino, a sua volta nascosto da ghirlande di fiori simili a quelle trovate da Davis nel Pozzo 54 (le quali fecero credere all'avventuriero di aver trovato la tomba di Tutankhamon). Intorno alle divinità protettrici sulla fronte del faraone, sopra il sudario, c'era una piccola ghirlanda di foglie d'olivo, petali di loto blu e fiordalisi.
Prima di sollevare il drappo di lino, Carter e compagni decisero di rimuovere dal sarcofago la parte inferiore e il contenuto della bara esterna. La fragilità della superficie di stucco e smalto rendeva necessario evitare di toccarla per quanto possibile: si usarono spilli di metallo per allargare i tenoni della barra esterna e si procedette con le carrucole. Si trattò, come ricorda Carter, di "un lavoro difficile"; ma non ci furono incidenti e il sarcofago venne deposto su cavalletti.
Il secondo sarcofago, lungo 2,04 m, si rivelò ancora più incredibile del primo. Costruito in un legno non ancora identificato, era anch'esso ricoperto da una lamina d'oro. Le decorazioni a intarsio, rovinate dall'umidità, erano più vaste di quelle trovate sul precedente. I dettagli come le strisce del copricapo - nemes, le sopracciglia, le linee del trucco e la barba erano intarsi di vetro blu - lapislazzuli. La figura di serpente sulla fronte del re era di legno dorato, con la testa di faïence blu e intarsi di vetro rosso, blu e turchese; anche la testa dell'avvoltoio trovata sul primo sarcofago, aveva un becco di legno nero probabilmente ebano) e gli occhi di ossidiana. I simboli regali, scettro e flabello, erano intarsiati con vetro blu - lapislazzuli e turchese e con faïence blu.
Circondava il collo del re un ampio collare a "forma di falco" su cui spiccavano gemme di vetro rosso, blu e turchese; ai polsi c'erano braccialetti simili al collare. L'intera superficie del corpo era decorata con motivi rishi, ma, a differenza dei decori sul sarcofago esterno, le piume erano qui impreziosite da vetro rosso - diaspro, blu - lapislazzuli e turchese. Al posto delle divinità Iside e Nefti, si trovavano le divinità alate Nekhbet e Uadjet: anche queste figure erano decorate da intarsi di vetro colorato. 





Il terzo sarcofago (3)
A differenza del sarcofago più esterno, il coperchio del secondo non era provvisto di maniglie; inoltre, la rimozione fu resa più difficile del fatto che i 10 chiodi d'argento con la testa d'oro che trattenevano il coperchio non poterono essere tolti mentre esso si trovava all'interno. Carter affrontò il problema con il sangue freddo che riservava a tutto ciò che era egizio. I chiodi furono allentati abbastanza per permettere di attaccarvi un "robusto cavo di rame"; "robusti occhielli di metallo" furono inseriti nel margine del sarcofago esterno, quindi si procedette ad abbassare il sarcofago esterno, mentre quello interno restava sospeso. Lo stesso procedimento fu usato per rimuovere il coperchio del secondo: si inserirono occhielli in quattro punti mentre i chiodi d'argento stavano al posto dei 10 tenoni d'argento rimossi, e il coperchio venne sollevato facilmente. 
L'apertura del coperchio rivelò un terzo sarcofago antropomorfo: al di sopra del copricapo - nemes c'era un lenzuolo di lino, mentre il corpo era ricoperto da un sudario di lino rosso ripiegato tre volte. Il viso era scoperto, il petto decorato con un largo collare estremamente fragile composto di grani di vetro blu, foglie, fiori, bacche e frutti (incluso il Punica granatum - melograno - e il Salix) cuciti su una base di papiro. 


"Mr. Burton fece subito delle fotografie. Poi, io rimossi il collare e il lino. Ci si rivelò un fatto straordinario. Il terzo sarcofago... era fatto d'oro puro! Il mistero dell'enorme peso, che ci aveva fino ad allora assillati, era ormai chiaro. Si spiegava anche perché il peso era così poco diminuito dopo la rimozione del primo sarcofago e del coperchio del secondo. Pesava ancora quanto otto uomini robusti potevano sollevare."

Inizialmente, però, l'aspetto del sarcofago in metallo era tutt'altro che lucente. Era stato ricoperto "da uno strato nero simile a pece che si stendeva dalle mani alle caviglie". Carter calcolò che almeno due secchi di questo liquido di unzione sacra erano stati versati sul sarcofago riempiendo l'intero spazio tra esso e la base del secondo, incollandoli bene insieme. 


Fu alquanto difficile rimuovere questo strato resinoso:

"Questo materiale simile a pece, indurito nei secoli, dovette essere rimosso col martello, i solventi e il calore, mentre le parti dei sarcofagi venivano distaccate l'una dall'altra col calore e il resto veniva temporaneamente protetto contro l'elevata temperatura da barriere di zinco; la temperatura era di parecchie centinaia di gradi Fahrenheit. Quando il sarcofago più interno fu distaccato, ci volle ancora molto tempo prima che il materiale resinoso fosse completamente rimosso."


Il sarcofago misura 1,88 m; lo spessore del metallo, ricavato da pesanti lamine d'oro, varia da 0,25 a 0,3 cm. Nel 1929, quando esso fu pesato, risultò di 110,4 kg; il suo valore minimo sarebbe oggi di circa 1 milione e 300 mila euro, o di poco più di un milione di sterline inglesi. 
L'immagine di Tutankhamon su questo sarcofago sembra quasi eterea a causa della decomposizione dell'alabastro bianco degli occhi. Le pupille sono di ossidiana, le sopracciglia e le linee del trucco sono di vetro color lapislazzuli. La barba, posticcia e attaccata al mento, è intarsiata con vetro dello stesso colore delle linee degli occhi. Il copricapo è nemes, ma qui, a differenza che nel secondo, le pieghe sono in rilievo anziché indicate da intarsi di vetro colorato. Stati di lamine d'oro nascondevano il fatto che il lobo delle orecchie era bucato, dimostrando che la tradizione di portare orecchini per i maschi era abbandonata nella pubertà. 
Sul colo erano state poste due pesanti collane di grani a forma di disco, fatti d'oro rosso e giallo e di faïence blu, legati da quella che sembrava erba tenuta insieme da un filo di lino. Ad ogni capo delle collane c'erano fiori di loto decorati con cornalina, vetro turchese e lapislazzuli. Sotto le collane si trovava il collare a forma di falco, anch'esso separato dal coperchio, intarsiato con undici file di lapislazzuli, quarzo, cornalina, feldspato e vetro turchese a forma di grani tubolari e sul bordo esterno una fila di grani a forma di gocce. 
Anche in questo sarcofago le braccia del re sono incrociate sul petto, con braccialetti simili al collare. Lo scettro e il flabello sono ricoperti di lamine d'oro e decorati con faïence blu, vetro policromo e cornalina. Parte della decorazione del manico del flabello è rovinata a causa della resina nera con cui la bara è stata ricoperta. 
Al di sotto delle mani, le divinità Nekhbet e Uadjet, modellate in oro e decorate con quarzo e vetro color lapislazzuli e turchese, allargano le ali protettive sulla parte superiore del corpo reale. Il coperchio e la base del sarcofago sono decorati anche con immagini delle dee Iside e Nefti su uno sfondo di rishi a protezione del lato destro e sinistro della parte inferiore del corpo. Due colonne verticali di testo sono incise sul coperchio dall'ombelico ai piedi, con la solita figura di Iside inginocchiata sul geroglifico nub, "oro", incisa sulle pianta di piedi. 



Il coperchio di questo sarcofago possedeva maniglie ed era attaccato alla sua base da otto lingue d'oro, quattro per lato, che entravano in cavità predisposte ed erano assicurate da chiodi d'oro. Poiché c'era poco spazio tra i due sarcofagi, i chiodi dovettero essere rimossi uno a uno; infine, il coperchio fu sollevato e la mummia del re scoperta.

"Aprimmo i loro sarcofagi e le loro casse e trovammo la nobile mummia di questo re munita di scimitarra; 
aveva al collo un gran numero di amuleti e gioielli d'oro, e il suo elmo d'oro sopra di lui... "
Brano dalla confessione di un antico tombarolo


"Davanti a noi occupava tutto lo spazio del sarcofago d'oro un'impressionante, bellissima e ben fatta mummia, sulla quale erano stati versati in gran quantità unguenti che si erano solidificati nel tempo. Contrastava col colore scuro degli unguenti una magnifica, si potrebbe dire superba, maschera d'oro brunito a immagine del re, che copriva la testa e le spalle della mummia e, come i piedi, era stata intenzionalmente risparmiata dagli unguenti". 
Howard Carter


Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...