La presentazione di Nefertari agli dei
sabato 24 settembre 2016
domenica 18 settembre 2016
Zenobia: Regina dell'Oriente
"Zenobia regina dell'Oriente ad
Aureliano Augusto! Nessuno ha osato fino ad oggi chiedermi ciò che pretendi tu
nella tua lettera.
In guerra tutto viene deciso dal coraggio. Hai desiderato
che io mi arrenda, che conservi vita e onori, ma sottomessa a un padrone.
Aspetto senza indugi l'aiuto dei persiani e degli armeni che non sono tanto
lontani.
I nomadi del deserto non ti hanno forse sconfitto? O Aureliano, cosa
accadrà quando verrai attaccato da tutte le parti?
Senza dubbio lascerai questo
tuo atteggiamento di comando, come se le tue armate dovessero essere sempre
vittoriose".
Flavio Vopisco -
Vita di Aureliano - 26, in Storia Augusta
Palmira come nome evoca leggende e
miti di ogni tempo, un luogo straordinario che sorge al centro del deserto
siriano, il nome originario era Tadmor,
poi modificato dai romani in Palmira: "città
dei palmizi". Tutt'oggi è una città isolata, ben protetta dal deserto
e, nell'antichità, era un centro carovaniero di grande importanza,
assicurandosi così grandi profitti. In città l'industria principale era quella
orafa e quando l'imperatore Aureliano, III secolo, trascinò la regina Zenobia
dietro al suo carro, la sovrana era completamente ricoperta di gioielli, ma
andiamo con ordine.
La vita di Zenobia interessò molti
scrittori latini e greci, la sua storia per certi tratti ricorda quella di
Cleopatra, paragone che piaceva soprattutto a Zenobia, la quale regnò anche
negli stessi territori di Semeramide. Gli autori antichi trassero quindi dalla
sua sorte una serie di leggende che poi raccolsero in numerose opere, testi
come la Vita di Zenobiae, inclusa
nella Historia Augusta. Il nome arabo
di questa regina era Bat-Zabbai, che significa "figlia di Zabbai",
che era un principe dell'aristocrazia palmirena. I lineamenti della regina non
ci sono pervenuti tramite sculture o altre opere artistiche, ma solo tramite la
numismatica. Infatti sono state ritrovate molteplici monete che recano la sua
effige, che tuttavia non ci permettono di ricostruirne con precisione le
fattezze, ciononostante, secondo le svariate informazioni pervenute fino a noi,
sappiamo che non era molto alta, labbra strette e capigliatura bruna. Se le
informazioni sul suo aspetto fisico scarseggiano, ne abbiamo invece in
abbondanza sulla sua indole. Pare che fosse pervasa da un'ambizione senza
freni, coraggiosa e con una forte tenacia.
Aveva sposato il re di Palmira,
Settimio Odenato, che aveva mantenuto un atteggiamento da vassallo nei
confronti dei romani per tutta la vita, tentando sempre di non urtare la
politica dell'Impero. Alla morte del marito, Zenobia prese il potere e non ci
pensò due volte a proclamarsi nemica di Roma. Questa politica indispettì subito
l'imperatore Gallieno, che però non poté recarsi a Palmira, affrontava infatti
già l'invasione dei Goti. In seguito Zenobia firmò quindi un trattato con il
successore di Gallieno, Claudio II, che tuttavia non rispettò quando si
autoproclamò Augusta, titolo
onorifico che difatti era concesso solo alle donne vicine all'imperatore.
In seguito a questa autocelebrazione,
Zenobia iniziò una serie di campagne di conquista volte a sottrarre territori a
Roma stessa. Invase la Giudea, l'Egitto e l'Arabia, dove riportò rilevanti
vittorie grazie all'intelligenza tattica del suo fedele generale Zabdas. Successivamente
Zenobia decise di invadere l'intera Siria e di portare l'estensione del regno
di Palmira fino in Turchia, queste conquiste la resero senza alcun dubbio una
vera e propria regina guerriera, tanto che il neo imperatore Aureliano fu
costretto ad accettare l'autonomia di Palmira.
Questa situazione però non durò molto
a lungo, l'ambizione di Zenobia l'aveva portata a compiere un passo falso,
quello di raccogliere denaro per Palrmira con il nome di Imperatrix Romanorum, un titolo che offuscava l'imperatore stesso,
e per questo Aureliano decise che fosse arrivato il momento di intervenire. Dapprima
invase l'Egitto riconquistandolo, per poi combattere in tutta l'Asia Minore,
fino alle porte di Palmira, dove Zenobia stava riorganizzando un potente
esercito per affidarlo al suo generale. Una volta radunate le truppe, Zabdas
volse verso Antiochia, dove si trovavano le legioni romane. In seguito
avvennero due scontri decisivi: la battaglia di Immae e quella di Emesa, ed
entrambe le volte Zenobia ebbe la peggio.
Ormai non le restava altro che
resistere a Palmira stessa, anche se fu tutto inutile, Aureliano assediò la
città e la depredò. Zenobia tentò la fuga ma fu poi catturata e dopo diverse
peripezie (cercò di accusare i suoi consiglieri delle proprie azioni) fu condotta
e mostrata sconfitta in ogni città che Aureliano attraversò fino a Roma, dove
venne esibita come bottino di guerra sfilando dietro al carro dell'imperatore.
"Era così carica di ornamenti
preziosi, da sembrare quasi schiacciata dal loro peso(...)Una catena d'oro le
teneva legate le caviglie e una le stava attorno al collo".
Trebelio Pollione
- Vita di Zenobia - 29, in Storia Augusta
La morte
La
sua sorte è incerta, si dice che morì poco dopo imprigionata o che venne
perdonata da Aureliano, il quale fu talmente colpito dalla sua bellezza da
concederle addirittura una villa in cui vivere e che in seguito abbia poi sposato
un senatore, divenendo dunque una rispettabile matrona romana. Quale
sia stata la sua sorte in realtà non ci è dato sapere, quello che è certo, è
che così come Cleopatra, Zenobia fu a tutti gli effetti una delle più grandi
spine nel fianco dell'Impero Romano.
sabato 10 settembre 2016
I colossi di Memnone
Le due statue (m.16,60 + 2,30 di piedistallo)
fiancheggiavano l'ingresso del tempio funerario di Amenhotep III, oggi quasi
completamente scomparso. Rappresentano entrambi il re seduto, con ai lati, di
proporzioni ben più piccole, due donne, la madre Mutemuia e la "grande
sposa" Ty.
Memnone è un personaggio omerico; figlio dell'Aurora, re
etiope, accorse in aiuto di Troia e perì sotto le sue mura per mano di Achille.
Nell'immaginazione dei visitatori di età classica, l'eroe, raffigurato nella
statua spezzata, all'alba salutava la madre con quel suono "come di corde
di cetra che si spezzassero”. La cosa risale al 27 a.C., quando in uno dei due
colossi si determinò, per un terremoto, una fenditura. Nel 120 d.C. visitò il
sito anche l'imperatore Adriano, accompagnato dalla moglie Sabina e dalla
poetessa Julia Balbilla, di cui sono rimasti incisi sulle gambe dei colossi
quattro epigrammi.
Sui colossi di Memnon, è possibile leggere addirittura la
testimonianza di un probabile sopravvissuto all'eruzione vesuviana del 79 d.C., proprio quella che spazzò via Pompei e Ercolano:
"Suedius Clemens Praefectus castrorum audi Memnonem,
III idus novembres, anno III imperatoris nostri".
"Suedio Clemente. Praefectus castrorum (Responsabile
del Castrum ), udì Memnone, il 12 novembre del III anno (80 d.C.) del nostro
imperatore".
Suedio Clemente era presumibilmente a Pompei durante
l'eruzione, poiché è possibile datarne la presenza certa fino al 77 d.C.,
quando prese parte alla campagna politica dell'aspirante duoviro Epidio Sabino.
lunedì 22 agosto 2016
La cerimonia dell'apertura della bocca
Nell'antico Egitto la morte era
considerata una fase di transizione in cui l'essere umano passava a un nuovo
stato di esistenza nell'aldilà. Perciò bisognava aiutare il defunto a
resuscitare nel mondo dei morti. L'ingresso del defunto nell'aldilà non dipendeva
soltanto dal fatto che egli si fosse comportato correttamente durante la sua
vita e che, nella pesatura dell'anima, o psicostasia, il tribunale di Osiride
lo avesse considerato degno di entrare nel mondo dei morti. Era necessario,
infatti, che anche il fisico del defunto si trovasse in ottime condizioni. Egli
doveva essere in grado di muoversi da sé nel "mondo inferiore", per
cui le estremità dovevano essere rianimate. Allo stesso modo doveva poter
mangiare, bere, parlare e avere rapporti sessuali. La cerimonia di apertura
della bocca consisteva in un insieme di riti compiuti sulla mummia o su una
statua del defunto e volti a far riprendere le sue funzioni vitali. Durante il
suo svolgimento, il morto riacquistava anche la vista. Per gli Egizi - come anche
in altre culture - "vedere" era sinonimo di "vivere". La
vista è uno dei principali mezzi a disposizione dell'essere umano per percepire
le cose e la conoscenza di ciò che c'era intorno significava essere vivi.
Perciò, il nome completo del rituale era "cerimonia di apertura della
bocca e degli occhi".
Dopo che il corteo funebre era
arrivato alla necropoli, il rituale veniva compiuto dai sacerdoti, che
conoscevano le pratiche necessarie. In base alle rappresentazioni, sappiamo che
esso si svolgeva davanti alla tomba. Quest'ultima circostanza è attualmente
oggetto di polemica, poiché alcuni egittologi ritengono che la cerimonia si
svolgesse all'interno del sepolcro, o al coperto, dopodiché si chiudeva la
tomba. Comunque, una volta giunti davanti al sepolcro, o al suo interno, la
mummia o la statua del defunto veniva sistemata con il volto rivolto a sud su
un monticello di sabbia che simboleggiava la collina primigenia. Secondo la
mitologia egizia, questo era il luogo della creazione e la cerimonia di
apertura della bocca era un rito creatore, mediante il quale veniva data nuova
creazione e si considerava appena nato nell'aldilà. Dopo essersi purificato con
acqua, incenso e natron, il sacerdote sem, seguendo le istruzioni del sacerdote
lettore, rianimava il defunto. Dopo la consegna delle offerte, la tomba veniva
chiusa per l'eternità.
lunedì 15 agosto 2016
Traduzioni dalla Tomba di Nefertari: Parte 2
Avevo già dedicato un post del genere alla bellissima tomba di Nefertari, ho pensato dunque di fornire ai miei lettori ulteriori traduzioni dei dipinti della QV 66.
L'Unione di Ra e Osiride
Nella parte sud della parete ovest dell'annesso, tra le dee Iside e Nefti è raffigurata una divinità a testa di ariete, con il volto verde, colore della rigenerazione, il capo sormontato da un disco solare rosso e una tunica bianca serrata alla vita da una fascia rossa, tipica dell'abbigliamento di Nefertari. Si tratta di una raffigurazione di Ra che si confonde con Osiride: è il tema del sole che muore e rinasce quotidianamente.
Il toro, le "sette vacche celesti" e i "quattro timoni del cielo"
Sulla parete ovest dell'annesso sono raffigurate le "sette vacche celesti" con un toro e, nel registro inferiore, i "quattro timoni del cielo". Tutta la scena è connessa con il capitolo 148 del Libro dei Morti, le cui formule permettono al defunto di ottenere magicamente i cibi necessari alla sua sussistenza. Il capitolo in questione è intitolato come: "Formula per procurare approvvigionamenti a uno spirito nel regno dei morti". Il defunto, ormai divenuto Horus figlio di Osiride, recitando questi passi nel giorno della luna nuova e conoscendo i nomi e l'identità delle vacche sacre apportatrici di nutrimento, poteva ricevere gli alimenti necessari alla sua sussistenza.
L'offerta delle stoffe a Ptah
La parete ovest dell'annesso è occupata dalla scena dell'offerta di stoffe al dio Ptah, raffigurato in piedi all'interno di un'edicola, con il volto verde e il capo ricoperto da una calotta nera. Dietro il dio si vede un grande pilastro djed.
lunedì 8 agosto 2016
Statuina di Akhenaton con una delle sue figlie
La statuina è incompiuta ma decisamente di alta qualità artistica, riproduce Akhenaton che regge sulle sue ginocchia una delle figlie, forse la primogenita Meritaton, oppure, secondo ipotesi più recenti, addirittura la sposa secondaria Kiya. Il re, seduto su uno sgabello, indossa una tunica a maniche corte e la corona azzurra (kheperesh), mentre la fanciulla porta una parrucca non ben definita e volge il capo verso il re, in atteggiamento affettuoso. Sono proprio scene di vita di questo tipo, intime e rivelatrici della vita a corte, a caratterizzare l'arte amarniana, che sembra anch'essa orientarsi, come vuole la dottrina sostenuta dal sovrano, verso quell'idea di ''vivere secondo Maat'' che, sul piano dell'immanenza, significa aderire sempre più alla verità armoniosa delle cose. Così, una semplice statuina come questa, rivelatrice di un atto d'amore comune per le nostre aspettative, diventa programmaticamente un manifesto culturale di grande forza innovativa.
Dati
Materiali: Calcare
Altezza: 39,5 cm
Larghezza: 16 cm
Luogo del ritrovamento: Tell el-Amarna, atelier di uno scultore
Epoca: XVIII dinastia, regno di Akhenaton (1350 a.C-1333 a.C)
Scavi: L.Borchardt (1912)
Sala: n°3
lunedì 1 agosto 2016
Il poema di Pentaur, falso storico o resoconto attendibile?

La battaglia di Qadesh fu lo scontro cruciale fra i due principali antagonisti del tempo, l'Egitto di Ramses II e l'impero hittita di Muwatalli.
Il nome che è stato associato al poema, quello dello scriba Pentaur, è solo di colui che ci ha lasciato una delle copie su papiro, eseguita a Menfi durante il regno del successore di Ramses II, Merenptah, e conservata al British Museum di Londra.
La redazione del racconto dovette appoggiarsi al diario di guerra che è quanto si legge in forma sintetica nel cosiddetto ''bollettino'', inciso sulle pareti dei templi. Nel testo è la preghiera, vero testo lirico, con la quale Ramses II si rivolge al dio Amon, e ne invoca l'aiuto, trovandosi solo circondato dai nemici.
Dal racconto di Qadesh si evince l'importanza dei ''servizi segreti'', la battaglia si chiuse alla pari piano tattico, ma riusci vittoriosa per Ramses sul piano strategico, perché l'impero hittita si basava sulla guerra e l'espansionismo, una volta fermato entrò in decadenza. Lo stesso destino toccherà all'impero assiro. Venne collaudata la struttura dell'esercito per divisioni, ancora, appare stupefacente la puntualità dell'incontro a Qadesh, a 450 km dalle basi, dell'esercito di Ramses II col corpo speciale, i Naharin che soccorsero la ''Amon'' nel momento di massimo pericolo ittita.
Nell'anno di regno XXI di Ramses II, egizi e ittiti conclusero paritari il primo trattato di pace internazionale che ci sia noto, dove nella versione egizia si legge ''tu sei in pace con me ed io sono in pace e in fratellanza con te, per sempre''. Tuttavia le due versioni del trattato hanno qualche discordanza, le clausole prevedono eterna pace da salvaguardare con un patto di reciproca non aggressione e alleanza difensiva contro nemici esterni e contro rivolte interne. Sono molto articolate le disposizioni che riguardano l'estradizione di fuggitivi, distinti secondo gerarchie sociali, nessuno dei quali pero dovrà essere accolto dall'altro paese. Sebbene le clausole siano espresse rigorosamente in maniera reciproca, si constatano alcune divergenze che possono pesare nell'interpretazione. Solo nella versione hittita, che è stata riprodotta in Egitto, il re Hattusili III fa riferimento alla scomparsa di Muwatalli e alla sua successione al trono, tacendo di avere detronizzato Mursili III, ma assicurando la sua volontà di pace. Nella stessa versione a Ramses è richiesto di fornire il suo sostegno affinché sia garantita la legittima successione al trono di Hatti.
Tuttavia le fonti Hittite tacciono molti particolari importanti che ci possono indurre a pensare che il trattato di pace fu molto conveniente per la stabilità del regno di Hatti, tutto questo per dire che a Pentaur non va riconosciuto tanto il merito di aver contribuito alla redazione dei testi sulla battaglia di Qadesh, ma quello di aver trascritto su papiro il racconto della battaglia, che non è sicuramente un resoconto storico.
mercoledì 20 luglio 2016
Il ruolo della nutrice nell'antico Egitto
Molte nutrici occuparono un posto importante alla corte d' Egitto. Si pensi, per esempio, all'illustre Tiye, moglie del dignitario Ay, futuro faraone, che diede il seno a Nefertiti e la educò..''Grande nutrice'' è detto della donna che allatta il futuro re, ''colei che ha cresciuto il dio, dal dolce seno, vigorosa nell'allattamento, la cui pelle è stata toccata da Horo''. Disponendo di un servitore, la nutrice reale ha anche la possibilità di farsi scavare una tomba(ultimamente è stata ritrovata la mummia della regina Hatshepsut nella tomba della sua nutrice, Satre, che ebbe il grande onore di vedere erigere la sua statua all'interno della cinta del tempio di Deir el-Bahri).
Il saggio Paheri ha fatto rappresentare tre balie sui muri della sua dimora eterna, Meryt, moglie di un capo tesoriere(tomba tebana n°63), balia della figlia del faraone, venne assunta dal re in persona.
Anche la dea Iside venne molto spesso ritratta nell'atto di allattare il piccolo Horus.
Amenhotep II, il re definito ''sportivo'' per via delle sue prestazioni di tiro con l'arco e di canottaggio, era molto affezionato alla sua nutrice, la madre dell'alto dignitario Kenamon.
Nella tomba tebana(n°93)di quest'ultimo, il re si è fatto rappresentare sulle ginocchia della sua balia, seduta su una specie di trono, all'interno di un padiglione colonnato il cui tetto è decorato con melograni e fiori di loto, ai piedi della balia è accucciato un cane, due fanciulle portano da bere, mentre una terza suona il liuto.

Alcuni contratti di epoca tarda precisano che la nutrice si impegnava ad allattare il neonato o a occuparsi di lui per un determinato periodo in cambio di un certo compenso.
Svolgeva anche funzione medica e curava soprattutto l'enuresi del bambino, somministrandogli pillole composte di frammenti di pietra bollita o un liquido a base di canne.
La mancanza di latte era la cosa peggiore per una nutrice, che disponeva di un rimedio efficace per ovviare a questo inconveniente; ungersi la schiena con un unguento preparato con la spina di un pesce particolare, il lates niloticus, cotta nell' olio.
Dato che secondo le prescrizioni dei medici, i bambini andavano allattati per almeno tre anni, alle balie non mancava certo il lavoro; erano pagate meglio di alcuni terapeuti, in cambio dei suoi servizi una di loro ricevette tre collane di diaspro, un paio di sandali, una cesta, un blocco di legno, dell'avorio e mezzo litro di grasso, la sua collega, due paia di sandali, un vaso di rame, una stuoia, alcune ceste e un litro d'olio.
Ritenute ''il liquido che guarisce'', il latte veniva attentamente esaminato, doveva avere l'odore delle piante aromatiche o della farina di carrube; se, invece, sapeva di pesce era considerato cattivo. La lunga durata dell'allattamento spiega perchè non si è trovata traccia di rachitismo negli scheletri di bambini egizi, il ''prezioso latte'' poteva essere raccolto in recipienti d'argilla a forma di donna che si schiaccia il seno mentre tiene sulle ginocchia un neonato.
Curare il seno delle balie, in modo da evitare pruriti, emorragie o suppurazioni, era uno dei compiti fondamentali dei medici, che utilizzavano a questo scopo prodotti a base di canna, fibre vegetali, stami e pistilli di giunco.
Pensa che su una statua conservata al Metropolitan of Art di New York, è di una balia che per la sua fama fu chiamata a lavorare in Siria, il suo nome era Satnefrure, è un opera molto commovente, voluta dalla stessa nutrice, prima di lasciare l'Egitto fece scolpire quella statuetta perché fosse deposta nella sua dimora eterna, in modo da essere sicura che sarebbe stata sepolta in qualche modo nella sua terra invece che all'estero. Per un egizio era devastante abbandonare la propria terra.
domenica 10 luglio 2016
Introduzione ad Alessandria d'Egitto
Inizio oggi una nuova rubrica dedicata ai luoghi dell'Egitto e ai suoi monumenti, iniziamo con la prima città importante in ordine geografico, Alessandria.
Quando nel 332 a.C. Alessandro Magno, dopo aver sconfitto le armate persiane, giunse in Egitto, si insediò nei pressi del villaggio di Rakotis, arroccato su un'altura di fronte alla vicina isola di Pharos. In quel luogo decise che avrebbe fondato una città, cui sarebbe stato assegnato il suo nome. Costretto a ripartire poco dopo, non sarebbe mai più tornato in Egitto, ma il progetto della futura città, che Alessandro aveva affidato all'architetto Dinocrate, fu portato a realizzazione. Morto Alessandro, i generali macedoni si spartirono l'impero e l'Egitto toccò a Tolomeo, ufficiale macedone e figlio di Lago, che scelse la nuova città di Alessandria come residenza e capitale del suo regno.
Durante il secolo seguente, i primi tre Tolomei, Sotere, Filadelfo ed Evergete (quest'ultimo morì nel 222 a.C), diedero un impulso determinante all'abbellimento della città, facendone anche il più brillante centro culturale e artistico del Mediterraneo, culla della civiltà ellenica. Loro fu l'idea di collegare l'isola di Pharos alla terraferma con una grande chiusa, l'Heptastadion, lunga 7 stadi (circa 1300 metri). La particolare conformazione dell'isola, estesa in lunghezza e parallela alla costa, permise la creazione di due porti naturali, separati dall'Heptastadion, che ancora oggi ritroviamo:il porto Est e il porto Ovest. All'estremità orientale dell'isola, Tolomeo I Sotere fece anche costruire una torre a più piani rientranti (prototipo dei moderni fari), che di notte veniva illuminata alla sommità con un fuoco a legna e con un sistema di specchi, faceva luce a 100 miglia di distanza, al fine di segnalare la presenza del porto alle imbarcazioni che navigavano alla luce delle stelle. Dinocrate aveva progettato la pianta della città a forma di quadrilatero, in modo che le strade, orientate verso nord, nonché i porti potessero d'estate venire rinfrescati dal vento di tramontana. Dietro la zona del porto Est si trovava il quartiere elegante della città, il Bruchion; è su quest'area della città in un ampio parco, che i Lagidi costruirono i loro sontuosi palazzi, un teatro, un mausoleo, destinato a ospitare il corpo di Alessandro, un tempio di Iside e Serapide, e un complesso di edifici dedicato alle Muse. Questo ''Museo'', una sorta di accademia comprendente una biblioteca con oltre un milione di libri, aule scolastiche, palestre e un giardino botanico, resterà uno dei luoghi più prestigiosi della cultura greca fino al trionfo del cristianesimo.
In seguito alla conquista araba, nel VII secolo, Alessandria cominciò a declinare, fino a ridursi a poco più di un villaggio al momento della campagna d'Egitto di Napoleone, nel 1799. Fu merito dei kedivè se Alessandria riprese poi una nuova vita. Nel 1819, Muhamed Alì fece scavare il Canale Mahmudiya, che permise di irrigare le terre vicine e collegò la città al Nilo. Alla fine del XIX secolo, Alessandria era tornata a essere una ricca e fiorente città. ingentilita da ridenti giardini lungo il lago Maryut. I sontuosi palazzi, descritti dai viaggiatori dell'epoca, sono stati sostituiti da costruzioni adibite alle attività commerciali e industriali di una moderna metropoli. Alessandria con i suoi 4 milioni di abitanti, è una città cosmopolita, piena di vita, soprattutto verso il centro, che si irradia da midan (piazza in arabo) Saad-Zaghlul, alle spalle del litorale del porto Est. Primo porto dell'Egitto. Alessandria si trova oggi a dover fronteggiare una forte crescita demografica. Per questo, ai piedi delle colline. vicino a el-Amiriya, sta sorgendo un nuovo insediamento urbano che, alla fine del secolo, potrà raggiungere 1 milione di abitanti.
venerdì 1 luglio 2016
Come misuravano il tempo gli egizi?
Gli antichi Egizi calcolavano il tempo in un modo simile e insieme dissimile al nostro:ogni anno infatti era diviso in dodici mesi di 30 giorni ciascuno, con la aggiunta di 5 giorni supplementai (detti dai greci Epagomen), per un totale di 365 giorni. L'anno veniva diviso in tre stagioni di quattro mesi ciascuna; l'indondazione, l'Uscita e l'Estate. Facendo coincidere il Capodanno egizio con il primo giorno del mese dell'inondazione del Nilo (intorno al 20 luglio), le stagioni risultavano così divise:
1 Akhet (Inondazione:da metà luglio a metà novembre).
2 Peret (''Uscita''della terra dall'acqua:da metà novembre a metà marzo).
3 Shemu (Estate: da metà marzo a metà luglio).
4 Giorni Epagomani dedicati alla nascita di: Osiride, Iside, Horo, Seth e Nefti.
I nomi dei mesi erano:
1 stagione di Akhet: Thot, Phaophi, Abed e Khoiak.
2 stagione di Peret: Tybi, Mekhir, Phamenoth e Pharmuthi.
3 stagione di Shemu: Pakhon, Payni, Ephipi e Mesore.
Il giorno veniva suddiviso in 24 ore, 12 per il giorno e 12 per la notte. Ma gli egizi non misuravano esattamente le ore e accadeva perciò che le ore dei giorni estivi (cioè il tempo intercorso fra il sorgere e il calare del sole diviso per dodici)durassero più a lungo di quelle dei giorni invernali visto che in inverno le giornate si accorciano.
Ora vediamo come si faceva per stabilire una data precisa. Si usava fare riferimento agli anni dei regno del faraone sotto il cui dominio accadeva l'evento, che venivano calcolati a partire dal giorno dell'ascesa al trono. Per scrivere una data si procedeva dunque così:

Si legge: HAT SEP 2(SENU), ABED 3 (KHMET), AKHET, SU 1(UA)
Indico, tra parentesi, la probabile traduzione fonetica, poco usata e non certa dei numeri. Significa letteralmente:''secondo anno di regno, terso mese dell'inondazione, primo giorno'', e a queste parole si aggiungeva infine ''sotto la maestà del re tal dei tali'', includendo così nella data, tra le annotazioni utili all'indicazione del periodo, anche il nome del faraone che governava in quel momento.
1 Akhet (Inondazione:da metà luglio a metà novembre).
2 Peret (''Uscita''della terra dall'acqua:da metà novembre a metà marzo).
3 Shemu (Estate: da metà marzo a metà luglio).
4 Giorni Epagomani dedicati alla nascita di: Osiride, Iside, Horo, Seth e Nefti.
I nomi dei mesi erano:
1 stagione di Akhet: Thot, Phaophi, Abed e Khoiak.
2 stagione di Peret: Tybi, Mekhir, Phamenoth e Pharmuthi.
3 stagione di Shemu: Pakhon, Payni, Ephipi e Mesore.
Il giorno veniva suddiviso in 24 ore, 12 per il giorno e 12 per la notte. Ma gli egizi non misuravano esattamente le ore e accadeva perciò che le ore dei giorni estivi (cioè il tempo intercorso fra il sorgere e il calare del sole diviso per dodici)durassero più a lungo di quelle dei giorni invernali visto che in inverno le giornate si accorciano.
Ora vediamo come si faceva per stabilire una data precisa. Si usava fare riferimento agli anni dei regno del faraone sotto il cui dominio accadeva l'evento, che venivano calcolati a partire dal giorno dell'ascesa al trono. Per scrivere una data si procedeva dunque così:

Si legge: HAT SEP 2(SENU), ABED 3 (KHMET), AKHET, SU 1(UA)
Indico, tra parentesi, la probabile traduzione fonetica, poco usata e non certa dei numeri. Significa letteralmente:''secondo anno di regno, terso mese dell'inondazione, primo giorno'', e a queste parole si aggiungeva infine ''sotto la maestà del re tal dei tali'', includendo così nella data, tra le annotazioni utili all'indicazione del periodo, anche il nome del faraone che governava in quel momento.
domenica 26 giugno 2016
La notazione musicale

Come per molti altri popoli, anche per gli egizi la musica ebbe un ruolo molto importante tanto nella vita religiosa quanto in quella quotidiana. I musicisti compaiono in numerose raffigurazioni di lavori agricoli o di sfilate militari. Benché si conoscano gli strumenti usati dagli egizi e la loro evoluzione, la questione della notazione musicale è ancora avvolta nel mistero. Il fatto che in nessun rilievo appaia un musicista con uno spartito ha indotto gli studiosi a ritenere che gli egizi non avessero un sistema scritto. Ma in molti rilievi dell'Antico Regno, a fianco degli strumentisti compare un personaggio che fa segni con le mani: il chironomista. Esiste un legame tra la posizione delle mani dello strumentista e i segni del chironomista, per cui questi ultimi sembrano essere una forma più antica di notazione musicale. La scomparsa dei chironomisti a partire dal Nuovo Regno fu forse dovuta alla nascita di un sistema scritto, come conseguenza dei contatti con altri popoli. La parola che indicava la musica era heset, rappresentata da diversi fonemi e un determinativo: l'avambraccio. La scomparsa di quest'ultimo segno è da collegare ai cantanti, che con le mani facevano dei gesti agli strumentisti, questa parola indica anche il canto, che per gli egizi si traduceva come ''fare musica con le mani''.
lunedì 20 giugno 2016
Il Museo Egizio del Cairo: collana tolemaica con pendenti
Questo pesante collare è costituito da uno spesso filo d'oro al quale sono appesi dieci ciondoli variamente sagomati, di altezza compresa fra 1,3 e 3,8 centimetri. Un secondo filo è stato infilato negli anelli di sospensione e arrotolato sul primo ai lati dei pendagli, che in tal modo non possono spostarsi sulla collana. I pendenti raffigurano, partendo da sinistra:
1)la dea Tueris, divinità popolare rappresentata sotto forma di ippopotamo; protegge le donne gravide e sorveglia i parti e l'allattamento. Il suo culto conosce una grande diffusione nel periodo tardo.
2)La dea Iside seduta su un trono; sposa di Osiride e madre di Horus, esperta di arti magiche, a partire dal periodo ellenistico viene associata al dio Serapide, introdotto in Egitto dai sovrani tolemaici.
3)Un falco, immagine di Horus, antica divinità del cielo e della regalità. Indossa la doppia corona (simbolo dell'Alto e del Basso Egitto).
4)Un altro falco che un tempo aveva la coda e le ali arricchiti da una decorazione ad intarsio oggi scomparsa.
5)Un uccello a testa umana, rappresentazione del ba, manifestazione animata del defunto. Porta sul capo un disco racchiuso fra due corna bovine.
6)Un altro ciondolo rappresentante il ba.
7)Ancora un altro falco Horus con la doppia corona.
8)Un falco Horus con la corona bianca (simbolo dell'Alto Egitto).
9)Un occhio udjat, l'occhio ''risanato'' di Horus, potente amuleto che assicura a chi lo porta salute e integrità.
10)Un'immagine del dio Nefertum, personificazione del loto primordiale da cui ebbe origine la vita.
Tutti i ciondoli, tranne l'occhio udjat, sono dotati di un sottile basamento. La chiusura della collana era assicurata da due ganci ottenuti piegando le stremità del filo.
DatiMateriali: Oro
Diametro: 12,5 cm
Peso: 169 gr
Luogo del ritrovamento: Dendera (1914)
Epoca: Tolemaica
Sala: n°4
mercoledì 1 giugno 2016
La nuova Tebe
Agli inizi del Terzo Periodo Intermedio, la capitale fu
spostata a San el-Hagar, da dove i faraoni potevano controllare il Basso
Egitto. Il controllo dell'Alto Egitto rimase ai grandi sacerdoti di Amon a
Tebe.
Nel Nuovo Regno, il crescente potere dei sacerdoti di Amon a
Tebe costituì una grave minaccia per la monarchia. Per tale motivo, Sethi I e
Ramses II potenziarono 'esercito e ne fecero la base del loro potere. Ramses
II, per sottrarsi al dominio del clero, trasferì la capitale a Pi-Ramses, una
città nuova situata nella zona del Delta orientale. Negli ultimi scorci del suo
regno, il faraone incontrò difficoltà nel neutralizzare il potere dei
sacerdoti. Durante il regno di Ramses VI, i sacerdoti tebani giunsero a possedere
i tre quarti delle terre e un enorme numero di navi e laboratori. Il loro
potere sullo Stato era assoluto. Alla fine del periodo ramesside esplose la
guerra tra i seguaci di Seth e quelli di Amon. Durante il regno di Ramses XI,
le città di Pi-Ramses e Tell el-Dab'a, legate al culto di Seth, furono
sostituite in importanza da San el-Hagar, non molto distante da queste e
consacrata al dio Amon di Tebe.
Ramses XI nominò Herihor gran sacerdote di Amon a Tebe.
Questi impose il proprio potere e, nel Terzo Periodo Intermedio, fu il primo di
una dinastia formata dai gran sacerdoti di Amon. Il successore di Ramses XI fu
Smende, visir del Basso Egitto, con il quale cominciò la XXI dinastia. La
capitale fu trasferita da Pi-Ramses a San el-Hagar. Il clero tebano non fu però
in grado di mantenere l'ordine, e finì per perdere il controllo della Nubia. A
quel punto, aumentarono i saccheggi delle tombe e la situazione andò
peggiorando, tanto da indurre il grande sacerdote Pinodem II a prendere la
decisione di trasferire le mummie dei re e quelle dei sacerdoti in alcuni
nascondigli a Deir el-Bahri. Nel 945, i Libici, salirono al trono e imposero il
proprio potere sull'Alto e sul Basso Egitto.
giovedì 26 maggio 2016
Il Museo Egizio del Cairo: Il diadema della principessa Sathathoriunet

La più importante collezione di pezzi dell'Egitto faraonico è conservata al Museo Egizio del Cairo. La piazza di el-Tahrir, centro nevralgico della vita del Cairo, si chiude sul lato nord con un palazzo della fine del XIX secolo, che dal 1902 ospita il Museo Egizio, per gli egiziani semplicemente el-mathaf, il museo per eccellenza. Questa istituzione fu il culmine degli sforzi di Auguste Mariette (1821-1881) per creare un museo che completasse la funzione svolta dal Servizio delle Antichità, da lui creato sotto gli auspici di Said Pascià, viceré d'Egitto.
Nel 1858 fu istituito il primo nucleo del museo nel quartiere di Bulaq; da lì, nel 1891, fu trasferito a Giza finché, all'inizio del XX secolo, trovò la sua collocazione definitiva nella piazza di el-Tahrir. Finoalla rivoluzione egiziana del 1952, il museo ha avuto direttori europei, tra i quali va menzionato almeno Gaston Maspero (1846-1916), successore di Mariette come direttore del Mueo di Bulaq e del Servizio delle Antichità. A Maspero si deve la sistemazione del Museo e l'organizzazione del catalogo scientifico che ne illustra i monumenti. I pezzi esposti sono oltre 6000, e quasi altrettanti sono conservati nei magazzini in attesa di una sistemazione definitiva.
I pezzi esposti nel Museo Egizio sono classificati per sezioni articolate indicativamente secondo un ordine cronologico. Il pianterreno presenta gli oggetti più significativi dall'inizio dell'epoca dai faraoni fino alla tarda epoca romana. Il primo piano contiene, come sezioni principali, la sala dedicata al Tesoro di Tutankhamon e la collezione di mummie di faraoni. Accanto a quest'ultima, sullo stesso piano, sono in mostra i sarcofagi di faraoni e di sacerdoti, oltre a diversi oggetti di uso domestico.

Dati
Materiali: Oro, lapisalazzuli, cornalina, pasta vitrea.
Altezza: 44cm
Larghezza: 19,2 cm
Luogo del ritrovamento: El-Lahun, complesso funerario di Sesostri II, tomba di Sathathoriunet.
Epoca: XII dinastia, regno di Amenemhet III (1842-1794 a.C.).
Archeologo: W.M.F Petrie (1914).
Sala: n°4
Questo raffinato diadema è stato rinvenuto nella tomba della principessa Sathathorinunet, dentro un vano murato che custodiva un ricco corredo di gioielli. Il gioiello, destinato a cingere una parrucca, è costituito da una fascia d'oro decorata da quindici rosette e da un serpente ureo con intarsi di cornalina, lapislazzuli e pasta vitrea verde. Le bande d'oro sulla parte posteriore del diadema riproducono le due alte piume caratteristiche delle acconciature regali e divine, mentre le lamine mobili ai lati del volto e dietro alla nuca evocano i nastri ornamentali che venivano spesso applicati alle ghirlande floreali.
domenica 22 maggio 2016
Il busto di Nefertiti

Si tratta di uno dei capolavori dell'arte dell'antico Egitto; questa singolare rappresentazione di Nefertiti (''La bella è arrivata'')o Neferneferuaten (''La bella tra le belle di Aton'') è un paradigma del naturalismo dell'arte durante la breve epoca amarniana. L'artista, Thutmosi, riuscì a catturare la bellezza e l'energia della Grande Sposa del re eretico Akhenaton, faraone della XVIII dinastia.
Nel dicembre del 1912, l'archeologo tedesco Ludwig Borchardt scoprì a Tell el-Amarna un deposito in cui era custodito un gran numero di sculture:il famoso busto di Nefertiti era tra queste. Esso fu scolpito su pietra calcarea: l'altezza è di 48 centimetri, mentre la lrghezza, alla base è di 19,5 centimetri. La scultura è ricoperta da uno strato di gesso per facilitare l'adesione del colore. La regina sfoggia una corona azzurro acqua, appiattita nella parte superiore, e un'ampia collana con decorazioni vegetali. Fatta eccezione per alcune imperfezioni riscontrabili sulla corona e sulle orecchie, prive di piccoli pezzi, la figura si conserva in ottimo stato. La presenza di buchi sui lobi lascia supporre che la scultura fosse provvista di orecchini, consuetudine diffusa in epoca amarniana.
L'artista dedicò la sua abilità alle parti del viso, del collo e alle orecchie, trattando invece il resto in modo meno accurato. Il busto costituisce un caso piuttosto isolato nell'ambito dell'arte egizia, e tale rappresentazione appare sempre in contesti religiosi o di sepoltura. Tra l'altro, l'assenza di un nome scritto, evenienza rara nell'ambito dell'arte funeraria, lascia supporre che si tratti di un modello di laboratorio che doveva servire come riferimento per gli apprendisti dello sculture. Si tratta comunque di un ritratto naturalista, prototipo dell'arte amarniana.
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