1- Parole dette da XXXX Giustificato.
2- Possa respirare il dolce vento del nord che viene verso la tua bocca.
3- Possa vedere il(la) tuo/a... Ogni giorno; la mia preghiera è quella.
4- Di udire la tua dolce voce nel vento del nord.
5- Possano essere Giovani le tue membra con il vivere del tuo amore.
6- Dammi le tue braccia che possiedono il tuo spirito, che lo riceva e possa vivere.
7- In esso. Possa fare da guida al mio nome per l'eternità e che esso non manchi.
8- Dalla tua bocca, o Padre Mio Aton Ra- Horakhty XXXX. Ecco tu sei come Ra.
9- Per l'eternità e per sempre vivente come Aton...
10- Il Signore dell'Alto e del Basso Egitto vivente nella Maat, padrone delle due Terre XXXX il figlio.
11- Meraviglioso dell'Aton vivente. In verità egli è qui.
12- Vivente per sempre eternamente, il figlio di Ra XXXX giustificato.
sabato 24 dicembre 2016
giovedì 15 dicembre 2016
I miti della dea Seshat
Proprio come la dea Maat, con cui talvolta si confonde, Seshat non era collegata a nessuno dei grandi cicli mitologici egizi. Era la personificazione di concetti astratti quali la scrittura, il calcolo e la memoria: il suo talento in queste materie non era certo inferiore a quello di Thot, il suo omologo maschile. Nei più importanti racconti mitologici dell'antico Egitto, la presenza di Seshat è limitata a sporadiche apparizioni, in cui la dea, comunque, viene sempre apprezzata, a dimostrazione della grande stima che le altre divinità nutrivano per lei: un rispetto che nasceva soprattutto dalle sue doti intellettuali.
I nomi di Seshat
"Sono colei che vigila sulle scritture", ricordava con vigore la dea, "colei che è stata la prima a scrivere". La scrittura, il calcolo, il disegno erano al centro dei suoi interessi: era lei, infatti, a "sorvegliare i libri divini e gli archivi" regali, è quindi sottinteso che fosse Seshat a scrivere e registrare tutto ciò che si conosce sulla storia degli dei e sugli avvenimenti legati alla vita del faraone: dalla genealogia dei re alla redazione dei libri contabili del Tesoro regale, Seshat prendeva nota di tutto ciò che veniva attuato per garantire il buon funzionamento del paese. Non solo: la dea includeva nelle proprie competenze, oltre alla scrittura in senso stretto, anche altri ambiti legati al sapere, "Sono la signora dei progetti", scrivevano di lei, e anche "la signora delle costruzioni". Fungeva quindi anche da memoria, da archivio vivente dell'architettura, e contribuiva attivamente allo sviluppo di questa disciplina grazie alle solide conoscenze matematiche (calcolo e geometria) e astronomiche (utili per decidere l'orientamento degli edifici). Seshat non aveva dunque nulla da invidiare allo sposo Thot.
Parenti virtuali
La figura di Seshat ebbe origine come personificazione di un concetto astratto, più che come divinità. Per questo, non le furono inizialmente attribuite particolari relazioni con altri dei. Ma, come spesso accadeva nella religione egizia, parenti e paredri le vennero assegnati in un secondo momento. Il caso Seshat anzi, è esemplare a questo proposito. La più antica di queste parentele è stata identificata grazie ai famosi Testi delle Piramidi dell'Antico Regno, in cui Seshat viene messa in relazione con la dea felina Mafdet. Il tipo di legame che le univa non è ancora chiaro, ma si può supporre che Seshat e Mafdet venissero considerate come due sorelle, addirittura gemelle. Non a caso, i rituali dedicati alle due dee si tenevano nello stesso giorno dell'anno. Durante il Nuovo Regno, Seshat cominciò ad essere accostata a Thot, anche perché svolgeva funzioni simili a quelle del dio della scrittura: divenne così, al tempo stesso, sua moglie, sua sorella e figlia! Un fatto, del resto, che non suscitava alcuno scandalo, visto che all'interno del pantheon non mancavano rapporti tra consanguinei e talvolta incestuosi. Bisogna aspettare il periodo tolemaico (a partire dal 300 a.C.) per vedere Seshat affiancata da un vero consorte: si tratta del dio Seshau, una particolare forma di Osiris su cui, tuttavia, non sappiamo molto. Più tardi, in epoca romana, Seshat verrà assimilata ad alcune tra le più grandi dee egizie: Hathor, Iside, Nefti o ancora Rattaui, dea venerata soprattutto a Tebe.
Seshat la maga
La magia occupava un posto per nulla trascurabile nella vita degli egizi: serviva a guarire dalle malattie ma anche a prevenirle, ed era legata alle offerte presentate ai morti come agli dei. La magia era presente ovunque, e il fatto che Seshat ne fosse la divinità non faceva che aumentarne il prestigio: persino gli dei, del resto, avevano bisogno di un tocco magico per avere la meglio durante le loro liti o i loro, combattimenti. Per questo motivo, Seshat occupava una posizione di rilievo sull'imbarcazione di Ra: tra Thot e Hika (altro dio della magia), esercitava le proprie arti contro Apep, il serpente maligno che ogni notte, instancabilmente, assaliva il vascello solare.
giovedì 8 dicembre 2016
Il vaiolo nell'antico Egitto
Sembra che la sesta piaga
dell’Egitto annunciata da Mosé al Faraone fosse proprio il vaiolo. Diversi
studiosi lo hanno identificato con la malattia “shehin”, parola ebraica che si
trova nell'antico testamento, ed è nel Pentateuco che troviamo diversi riferimenti
a questa malattia; oltre a quelle che si trovano nel Deuteronomio, “il Signore
ti colpirà con le ulcere d’Egitto” (Deut. 28,27), “il Signore ti colpirà alle
ginocchia e alle cosce con un ulcera maligna dalla quale non potrai guarire; ti
colpirà dalla pianta del piedi alla sommità del capo” (Deut. 28,35), è molto
importante il passo dell’Esodo: “il Signore disse a Mosé e ad Aronne:
procuratevi una manciata di fuliggine di fornace: Mosé la getterà in aria sotto
gli occhi del Faraone. Essa diventerà un pulviscolo diffuso su tutto il Paese
d’Egitto e produrrà, sugli uomini e sulle bestie, un ulcera con pustole, e in
tutto il Paese d’Egitto” (Es. 9,8 - 9). Alcuni studi ritengono trattarsi di
vaiolo, anche se a dire il vero appare un po' problematica l’estensione
dell’infezione agli animali, dal momento che il virus del vaiolo umano è
diverso da quello bovino e di altri animali, quindi colpisce solo l’uomo e le
scimmie. Una conferma ci viene tuttavia da un testo posteriore di Filone di
Alessandria, filosofo ebreo vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I
secolo d.C., dove, nel trattato storico apologetico “de vita Moysis”, descrive
il vaiolo nella sua forma confluente: “la polvere si depositò immediatamente
sugli uomini e sugli animali e provocò una ulcerazione violenta e dolorosa di
tutta la pelle e, nello stesso momento in cui si produceva l’eruzione, i corpi
gonfiavano con delle flittene suppuranti di cui si sarebbe detto fossero
provocate da un fuoco invisibile. Tormentati dalle sofferenze e dai dolori, sia
a causa dell’ulcerazione che a causa del bruciore, essi soffrivano nella loro
anima tanto quanto nei loro corpi; poiché si poteva vedere un'ulcera unica e
continua estendesi dalla testa fino ai piedi, non appena le pustole che si
erano estese sugli arti e sul tronco si sviluppavano e formavano un unica
massa”.
Lasciando perdere le testimonianze bibliche, che nulla hanno di storico,
le documentazioni istopatologiche che ci possono venire in aiuto
sono scarse, ma abbastanza probanti: una mummia della XX Dinastia, scoperta a
Deir el Bahari da Ruffer e Ferguson, presenta sulla pelle tracce di lesioni le
cui caratteristiche di forma e localizzazione posso ragionevolmente attribuirsi
al vaiolo; l’esame istologico ha confermato la presenza di vescicole con struttura
a setti verticali caratteristici (dovuta a rottura delle cellule malphighiane
con formazione di una cavità pluriloculata;
nel derma erano presenti anche numerosi batteri Gram positivi). Anche la
mummia di Ramses V (XX Dinastia) presenta sul viso, addome e cosce l’esito di
una eruzione papulosa molto verosimilmente da riconoscere come di natura
vaiolosa.
giovedì 1 dicembre 2016
I Medjai: i poliziotti della tomba
A Deir el-Medina esisteva un corpo di polizia, i medjai della Tomba, che controllava il deserto a occidente di Tebe, alle dirette dipendenze del sindaco di Tebe occidentale, che era la massima autorità a cui essi dovevano rispondere. I medjai dovevano sorvegliare la tomba reale in costruzione e le necropoli regali per reprimere i frequenti tentativi di furto negli ipogei; essi inoltre dovevano garantire la sicurezza e la tranquillità degli operai, ma anche che la loro condotta fosse corretta.
Il nome medjai deriva da quello della regione nubiana Medja. Durante l'Antico e Medio Regno i medjai erano nomadi nubiani con cui gli egizi erano in rapporti più ostili che pacifici. Durante la dinastia XIII (circa 1750 a.C.) i medjai erano stanziati per la maggior parte a sud della seconda cataratta. Verso la fine della dinastia XVII, in qualità di mercenari, i medjai presero parte, agli ordini di Kamose, alla guerra di liberazione contro gli Hyksos. Dopo la dinastia XVIII non esiste alcuna prova effettiva che i medjai fossero di sangue nubiano; i capi dei medjai della tomba e i loro uomini, tranne poche eccezioni, erano ormai completamente assimilati alla cultura egizia e avevano veri nomi egizi.
Il numero di questi poliziotti sembra essere stato molto esiguo durante la XIX dinastia: si suppone che vi fossero due capi e sei uomini, per un totale di otto poliziotti della Tomba. In effetti i pericoli che potevano minacciare le tombe reali nel periodo di Ramses II erano probabilmente pochi. Più tardi, nell'anno 1 del regno di Ramses IV, quando la squadra ammontava a centoventi uomini, i medjai erano sessanta; in un registro dell'anno 17 del regno di Ramses IX compaiono sei capi e diciotto poliziotti, per un totale di ventiquattro persone. Per quanto questo numero sembri eccessivo, tuttavia proprio nell'anno 17° furono scoperti furti su vasta scala nella necropoli tebana e vennero di conseguenza aperte numerose inchieste. Inoltre a partire dal regno di Ramses IV le invasioni libiche dal deserto occidentale avevano reso la sicurezza della regione di Tebe sempre più precaria.
I capi medjai potevano essere membri del tribunale, prendere parte all'ispezione della tomba di un operaio, accompagnare con i loro subordinati la commissione inviata a investigare sui furti della necropoli e riferire al visir l'esito delle loro indagini. Essi erano i messaggeri del sovrano e, quando il visir era nel Basso Egitto, scendevano il fiume per recapitare a lui i rapporti da parte degli scribi della Tomba, così come i capi medjai portavano lettere o messaggi orali alla squadra da parte del visir o di autorità ancora più elevate, per esempio il Primo Sacerdote di Amon. Quando il messaggio era scritto e doveva essere letto agli operai, i medjai giungevano in compagnia di uno scriba. Essi non erano esentati da lavori pesanti, per esempio prestavano il loro aiuto per il trasporto di pesanti blocchi di pietra.
I medjai erano aggregati alla Tomba, ma tuttavia non appartenevano alla comunità degli operai e non figuravano nella lista di distribuzione delle razioni di grano agli operai. Non vi sono prove che un poliziotto sia mai vissuto a Deir el-Medina, o sia stato seppellito nella necropoli degli operai. Si conoscono i nomi di ventitré capi e di quarantasei semplici medjai.
venerdì 25 novembre 2016
Il faro di Alessandria
Su un isolotto a est dell'Isola di Pharos, in una posizione che permetteva di dominare l'ingresso al grande porto, si ergeva un tempo una delle sette meraviglie del mondo antico, il Faro di Alessandria. Del vero e proprio faro non abbiamo più, come è noto, alcuna traccia: una serie di terremoti, verificatisi tra il X e il XIV secolo, lo hanno completamente distrutto. Inoltre, nel 1480 il sultano mammalucco Kait Bey fece erigere, al suo posto, un castello, che si può ammirare ancora oggi. Alto dai 120 ai 140 metri, il faro era interamente in pietra bianca, verosimilmente in calcare: per la sua costruzione furono stanziati ben 800 talenti, una cifra equivalente a circa 20.800 chilogrammi d'argento. L'edificio, cui si accadeva da una rampa, era a più piani: a una base quadrangolare, di circa 71 metri di altezza, seguiva una struttura ottagonale (alta circa 34 metri), sua volta seguita da un corpo tondo con una copertura a tholos (termine che indica una volta realizzata a blocchi aggettanti), in cima alla quale era posta, forse, una statua di Zeus. Tutto l'edificio sorgeva poi al centro di un ampio terrazzamento rettangolare, munito di torri difensive e di frangiflutti e ostruito a sua volta al di sopra di una grande cisterna. In cima al faro, infine, ardeva un fuoco, che poteva essere visto da una distanza lontanissima: non sappiamo esattamente come questa fonte di luce fosse amplificata o se venisse in qualche modo indirizzata in una particolare direzione: non è escluso che si facesse uso di specchi concavi. Altrettanto incerti sono i dati circa l'anno esatto della costruzione del faro nonché chi sia stato l'architetto o il promotore del monumento: Strabone menziona un certo Sostrato di Cnido, "amico del re", che avrebbe eretto il faro "per il bene e la sicurezza di tutti coloro che navigavano il mare". Secondo Plinio, Sostrato era il costruttore, mentre il committente sarebbe stato un re tolemaico. Una fonte del X secolo riferisce che il faro fu costruito nell'anno 297 a.C., mentre la notizia diffusa da Ammiano Marcellino, che il famoso monumento fosse opera della regina Cleopatra, deve essere considerata solo una delle tante leggende nate intorno all'ultima regina dei Tolomei.
domenica 20 novembre 2016
La principessa Ita
Tra il 1894 e il 1895, l'egittologo francese Jacques de Morgan scoprì a Dahshur, cercando il monumento funebre di Amenemhat III, le tombe di varie regine e principesse che hanno stupito il mondo con lo splendore dei loro corredi funebri. Si trattava della regina Nofrethenut, sposa del re e delle principesse Menet,Senetsenebi e Mereret; quest'ultima, a sua volta, fu anche sposa del re Amenemhat III (1874 - 1855 a.C.). Successivamente vennero localizzati altri sepolcri, come quello delle principesse Junemet e Ita, all'interno venne ritrovato uno degli oggetti più belli dell'oreficeria egizia. La principessa Ita fu sepolta con un magnifico pugnale, che oggi si può ammirare al Museo Egizio del Cairo. Il pugnale di bronzo presenta un impugnatura in oro e lapislazzuli, conservato nella sua fodera di cuoio. La principessa lo indossava tramite un cinturone che la sua mummia portava ancora addosso al momento del ritrovamento. La presenza di quest'arma sul cadavere di Ita potrebbe indicare un importante ruolo all'interno dell'esercito. Fatto confermato dal ritrovamento di alcune statue di Ita in Asia, ad Ugarit e a Mishrifé. Bisogna tenere conto che di solito si inviavano le immagini di persone realmente importanti e che avevano un ruolo rilevante all'interno della corte reale. Normalmente erano oggetto di culto e venerazione religiosa da parte dei popoli che le ricevevano. Il piccolo tesoro comprendeva anche braccialetti, cavigliere, una collana e naturalmente la cintura.
giovedì 10 novembre 2016
I pigmenti utilizzati nelle tombe egizie
Mentre nelle parti più profonde della tomba continuava lo scavo, le parti più esterne erano praticamente terminate. Questa razionale organizzazione del lavoro permetteva di procedere con una incredibile rapidità e, sebbene lo sbancamento fosse effettuato con strumenti assai rudimentali, era possibile preparare una tomba reale in pochi mesi; nel caso delle tombe più grandi e complesse, il tempo impiegato variava da sei a dieci anni. Nel lavoro erano impiegati anche i figli maschi degli operai, ai quali venivano affidate mansioni semplici e poco faticose: questi ragazzi lavoravano nella speranza di poter divenire a loro volta "servitori nella Sede della Verità", come venivano chiamati all'epoca gli operai di Deir el-Medina. A tutti costoro si affiancavano anche i servi, che erano semplici manovali forniti alla comunità operaia dal faraone e incaricati dei lavori più umili e faticosi, ma necessari al funzionamento delle squadre degli operai specializzati come, per esempio, il trasporto dell'acqua, la preparazione dell'intonaco, la confezione delle torce per l'illuminazione. Le torce erano costituite da recipienti di terracotta colmi di olio di sesamo e sale o di grasso animale e sale, nei quali galleggiava uno stoppino in tela ritorta. Pare che l'utilizzo del sale servisse a impedire che dalla combustione si sprigionasse il fumo che avrebbe danneggiato le pitture.
martedì 1 novembre 2016
I primi geroglifici
L'invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3100 a.C., fu uno degli eventi più importanti nella storia dell'antico Egitto. Essa fu ispirata dalla necessità di comunicare ciò che non era possibile esprimere visivamente, come nomi propri, numeri e concetti astratti. L'avvento di questa forma di comunicazione fu preparato dall'uso continuato di diversi sistemi di segni grafici. Anche se per le decorazioni dei vasi e oggetti di uso comune di epoca predinastica non si può ancora parlare di una scrittura vera e propria, esse possono infatti già essere considerate forme di comunicazione visiva. In breve, la scrittura ebbe inizio quando a immagini simili a quelle che comparivano, per esempio, sui vasi furono aggiunti segni che implicavano la loro traduzione nei suoni della lingua: figure che si distinguevano chiaramente dalle rappresentazioni puramente pittoriche e che riproducevano oggetti materiali di ogni genere. Tali segno sono chiamati "geroglifici" (dal greco, "segni sacri"). In Mesopotamia, la scrittura era stata inventata e sviluppata soprattutto al fine di facilitare la contabilità dei templi e dei palazzi. Per quanto riguarda l'antico Egitto, invece, si può notare come l'evoluzione della scrittura sia stata strettamente legata alla rappresentazione del potere e delle sue esigenze pratiche: i sovrani avevano infatti bisogno di rendere più espliciti i cerimoniali legati alla loro persona, come anche di documentare gli avvenimenti importanti dei loro regni. Poiché non ci sono pervenuti testi scritti su papiro risalenti all'epoca Protodinastica (cioè al periodo delle prime dinastie), la più antica storia della scritture deve necessariamente basarsi sulle impronte di sigillo, etichettate e iscrizioni incise sui monumenti regali. Fino al regno di Den, quarto re della I dinastia, i sigilli recavano in genere soltanto il nome del re e dei suoi funzionari. Successivamente, iniziarono a comparirvi anche titoli e annotazioni burocratiche finché, verso la fine della I dinastia, intere frasi poterono essere formulate attraverso sequenze di segni, spesso accostati con il principio del rebus.
venerdì 28 ottobre 2016
Il tempio di Ramses II ad Abydos
Circa 300 metri a nord del tempio di Sethi I sorgono le vestigia di un santuario eretto da Ramses II, un cenotafio, come l'Osireion, che tuttavia, per planimetria, riecheggiava un tempio tebano del Nuovo Regno e non una tomba reale. Il tetto e la parte superiore delle pareti sono mancanti, ma le scene incise sulle rimanenti superfici sono di particolare interesse poiché conservano la policromia. L'esterno del tempio mostra, su parte della parete sud, un elaborato calendario delle feste e rappresentazioni della battaglia di Qadesh sulle altre pareti. All'interno, un cortile a cielo aperto presenta pilastri osiriaci perimetrali e scene d'offerta sulle pareti. In fondo al cortile, dietro un piccolo portico, quattro cappelle erano dedicate, da destra a sinistra, a Ramses II, all'Enneade, agli antenati regali e a Sethi I. Dietro queste, a destra, un'altra cappella era votata a Osiride. Intorno alla seconda di due sale a otto pilastri, altre cappelle, molte delle quali decorate con fini rilievi, erano dedicate a Osiride, alla Triade Tebana, a Thot e Min. Una stele, collocata di recente al centro della parete di fondo del tempio, cela l'ingresso di una camera che custodisce un grande gruppo statuario composto dalle statue di Ramses, Sethi, Amon e da quelle di due dee.
sabato 22 ottobre 2016
Le trentanove tombe di Beni Hassan
Situata sulla riva
destra del Nilo, la necropoli di Beni Hassan conserva uno dei monumenti più
preziosi dell'antico Egitto: trentanove tombe scavate in una falesia calcarea,
a una ventina di metri sul livello del fiume. Alcune di esse appartenevano ai
governatori della provincia dell'Orice, XVI "nomo" dell'Alto Egitto.
Come tutte le città
egizie dell'epoca dei faraoni, Beni Hassan fu costruita lungo il Nilo, sulla
riva orientale: si trova a circa 270 chilometri a su del Cairo, e fu la
capitale della provincia dell'Orice durante tutto il Medio Regno. Il sito
archeologico che domina la vallata ospita un complesso funerario scavato nella
falesia. In questi luoghi sostò nel 1822 l'egittologo francese Jean-François
Champollion: vi ritrovò numerosi affreschi, purtroppo in pessimo stato di
conservazione.
La
necropoli dei governatori
Come sappiamo, gli
antichi egizi attribuivano quasi più importanza alla vita dopo la morta che non
all'esistenza terrena. Per le concezioni religiose dell'epoca, vivere
significava prima di tutto prepararsi ad accedere nell'aldilà. Anche per questo,
gli uomini cercavano di lasciare di sé il miglior ricordo possibile,
predisponendo sepolture adeguate al proprio rango. La tomba era per loro la
"casa per l'eternità", e dunque doveva essere allestita in modo che
il defunto si sentisse come nella propria abitazione. Chiaramente, i membri
delle classi più abbienti erano più avvantaggiati in questo senso. Le sepolture
di Beni Hassan, per esempio, sono veri e propri "palazzi" fatti
costruire dai governatori locali, i "nomarchi": si tratta di almeno
trentanove tombe, disposte lungo il fianco scosceso della falesia, a strapiombo
sul villaggio. Uno dei nomarchi qui sepolti è Khnumhotep: morì intorno al 1990
a.C., dopo aver amministrato la provincia dell'Orice per molti anni;
nell'esercizio del potere locale si era dimostrato un fedele servitore dei
faraoni Amenemhat II e Sesostri II, sovrani della XII dinastia. Nella tomba che
si era fatto preparare lo attendevano meravigliosi tesori, tra quei gioielli e
altri preziosi che furono poi in gran parte trafugati; mi si trovavano anche
mobili, stoffe, armi, cibo e bevande, cioè tutto quanto era necessario per
affrontare la nuova vita nelle migliori condizioni possibili. Ricordiamo,
infatti, che per gli antichi egizi la morte non poneva fine alla esistenza
terrena. Si pensava invece che ogni essere vivente umano animale possedesse due
anime: il ka, la forza vitale che caratterizza l'individuo e che dopo la morte
torna nel mondo degli dei, e il ba, che in certe circostanze può rimanere
legato alla terra. Proprio per questa ragione, le tombe erano sempre tenute in
perfette condizioni e il defunto veniva commemorato una volta al giorno: si
temeva, infatti, che il morto potesse lamentarsi con gli dei per essere stato
trascurato, abbandonando e maledicendo la sua dimora.
Le
tombe di Beni Hassan e il rispetto della tradizione
In base alle
tradizionali credenze egizie, la tomba non serviva solo a soddisfare le
esigenze della persona che vi veniva sepolta. Questa, infatti, divideva
l'ambiente funebre con i vivi, che vi si recavano regolarmente per rendere
omaggio al defunto. La zona riservata al culto, quindi, poteva essere
costituita da ampie sale sotterranee, sorrette da colonne e ricoperte da
affreschi dei colori vivaci; altari per l'offerte erano collocati davanti alla
piccola nicchia che racchiudeva l'effige del defunto, e vi era sempre
dell'incenso che bruciava. In altre tombe la struttura era più tradizionale e
seguiva i canoni dell'architettura funeraria delle "mastaba"
dell'Antico Regno. Queste si componevano di una cappella a volta in cui
sacerdote officiava i riti funebri. Nella parte posteriore, ben nascosta e inaccessibile,
si trovava una piccola stanza, il serdab, con una statua che rappresentava il
ba del defunto. Una falsa porta munita di uno spioncino permetteva al morto di
rimanere in contatto con il mondo dei vivi e di servirsi delle offerte. La
parte più segreta della tomba, anch'essa ovviamente inaccessibile, custodiva la
salma, trasformata nell'immagine di Osiride: vi si accedeva tramite un pozzo
funerario abilmente dissimulato, che portava alla sala sotterranea contenente
il sarcofago. A differenza di quanto previsto dal modello classico di sepoltura
che fiorirà qualche secolo più tardi, la necropoli di Beni Hassan fu eretta in
modo che l'ingresso fosse rivolto a ovest. Secondo le antiche credenze,
infatti, la nuova vita del morto cominciava quando egli girava il volto verso
il tramonto: con il termine "Amenti", infatti, si indicava sia
l'occidente che la dimora dei defunto. Tuttavia, la gran parte dei sepolcri è
orientata verso est, nella direzione del sole che sorge e, dunque,
dell'immortalità. D'altra parte, più importante della direzione simbolica era
quella astronomica che legava il defunto alle stelle: a questo proposito, già
la mitologia egizia parlava di ascesa del corpo verso il cielo; a quest'idea
era collegata la forma delle piramidi, come pure quella del pozzo verticale
delle mastaba e delle cappelle funebri del Nuovo Regno: anche la forma
architettonica dell'ultima dimora, insomma, doveva agevolare il cammino verso
il cielo.
Decorazioni
classiche
Gli affreschi delle
tombe di Beni Hassan sono di stile classico e raffigurano scene di vita
quotidiana all'epoca di Khnumhotep: si riconosco, tra l'altro, contadini impegnati
nel lavoro dei campi, battute di pesca e di caccia nelle paludi, artigiani nei
loro laboratori, un uomo che sorregge una sorta di boomerang, un altro che suona
la lira, giovani atleti impegnati negli esercizi fisici e fanciulle che
danzano. Nell'insieme, tutte queste scene restituiscono con molto realismo la
vita della popolazione egizia nel periodo del Medio Regno. Champollion
individuò anche delle immagini che ritraevano popolazioni nomadi dell'Asia.
Rispetto ai temi tradizionali del periodo precedente, sembra esservi stata una
certa evoluzione. Le scene sono distribuite lungo tutte le pareti: oltre a
quelle che riprendono i diversi aspetti della civiltà del tempo, ve ne sono
altre che raffigurano i riti funebri e le offerte riservate al defunto per
garantirgli la sussistenza nell'aldilà; altri affreschi a tema mitologico,
invece, sono accompagnati da formule che servivano a proteggere il morto
durante il lungo viaggio nell'oltretomba. Sembrano scomparse le scene di
guerra, indice forse di un periodo di calma o anche del carattere poco bellico
del defunto. I primi re del Medio Regno, infatti, si erano prefissi di
ricondurre l'Egitto verso l'ordine primordiale della creazione, dopo la
travagliata fase del Primo Periodo Intermedio. Alcuni geroglifici incisi e
dipinti sulle pareti fanno riferimento ai primi faraoni della XII dinastia:
questi arrivarono nella regione per delimitare con precisione i confini tra la
quindicesima e la sedicesima provincia "con la precisione del cielo",
cioè seguendo la direttiva degli dei, per riprendere il controllo del paese.
A
Beni Hassan non riposano solo notabili
Le tombe dei
governatori locali sono certamente le più sontuose tra quelle ritrovate a Beni
Hassan, ma non sono le uniche ad essere state studiate dagli archeologi. La
maggior parte delle sepolture locali, infatti, apparteneva a membri del ceto
medio e anche a persone di modesta condizione. Tra la necropoli "popolare"
e le tombe dei notabili vi sono evidenti differenze, sia nelle dimensioni sia
per il valore degli oggetti contenuti. Non a caso, le seconde sono rimaste
indenni ai saccheggi: interessanti per gli studiosi delle antiche civiltà, lo
erano certamente di meno per i ladri!
venerdì 14 ottobre 2016
Anello a castone con i nomi di Ramses II e Nefertari
Il tipo di anello qui presentato, assai pesante, a castone piatto inciso con una decorazione, generalmente d'oro, fa la sua comparsa all'inizio del Nuovo Regno e riscuote un notevole successo fino all'epoca di Ramses II. Il monile è in corniola traslucida di colore aranciato pallido. L'anello vero e proprio è piuttosto spesso e solcato da una leggera incisione nella quale è stato appiattito un fiore d'oro; questo trattiene un sottile rettangolo d'oro che, applicato attorno al castone, dà maggiore risalto a quest'ultimo.
Durante il Nuovo Regno, diffondendosi sempre più l'impiego di paste di vetro colorate, la corniola resta la sola pietra semi-preziosa ad essere ancora utilizzata. Le pietre rosse, corniola o diaspro rosso, evocanti il fuoco e il sangue, erano molto apprezzate, anche perché si credeva fossero dotate di un immenso potere magico in grado di assicurare protezione.
Il castone, rettangolare, reca un'incisione eseguita con tratto rapido e poco accurato. Raffigura due cartigli accostati e sormontati da grandi piume di struzzo ornate dal disco solare. Il nome ufficiale del re Ramses II, User-Maat-Ra è inciso nel cartiglio di sinistra, affiancato a quello di Nefertari, iscritto in quello di destra.
Questo modello di castone decorato con due cartigli giustapposti è assai diffuso fin dalla XVIII dinastia. Generalmente recanti l'incisione di nomi regali, i cartigli potevano anche ospitare la figura del re al cospetto di divinità, o anche soltanto l'immagine di due divinità accostate. All'epoca di Ramses II il motivo dei cartigli sormontati da alte piume diviene molto frequente. Tra le numerosissime spose di Ramses II, Nefertari occupa una posizione unica. In onore della donna amata, Ramses fece costruire un tempio ad Abu Simbel accanto al proprio e fece scavare, nella Valle delle Regine, la tomba più grande e più riccamente decorata. Poche sono le regine che ebbero il loro nome tanto spesso accostato sui monumenti a quello del re, se si eccettua Ty, sposa del faraone Amenhotep III e naturalmente Nefertiti, perennemente affiancata alla persona di Akhenaton.
Dati
Provenienza: sconosciuta
Collezione: Emile Guimet poi Louvre
XIX dinastia - Ramses II
Corniola rossa e oro
2,35x1,3 x x 2,13 cm
Musée du Louvre, Inv.n. E 31890
sabato 1 ottobre 2016
Il tempio di Iside a Pompei
È l’unico iseo meglio
conservato fuori dall'Egitto ed è a Pompei. Parliamo del tempio dedicato alla
dea Iside situato nella regio VIII, insula 7. Da che venne riportato alla luce,
tra il 1764 ed il 1766, ha catturato l’attenzione sia per le architetture
rinvenute in un ottimale stato conservativo che soprattutto per la ricca
decorazione parietale, affreschi che furono da subito staccati e dislocati al
Museo di Portici, oggi custoditi all’interno del Museo Archeologico nazionale
di Napoli insieme a sculture ed altri oggetti di culto rinvenuti in loco. Fu
soggetto di numerosi disegni, stampe e incisioni da parte di eruditi e
viaggiatori secondo le moda del ‘grand tour d’Italie‘.
Edificato in epoca tardo-sannitica, tra il terzo-quarto del
II secolo a.C. e l’80 a.C., verrà poi restaurato a seguito di uno dei tanti
terremoti che scossero la città tra il 62 ed il 79 d.C., forse quello del 5
febbraio del 62 d.C.. Il benefattore, il liberto Numerius Popidius Ampliatus,
come si legge nell'iscrizione un tempo in bella vista all'ingresso del recinto
del tempio ed ora conservata anch'essa al Museo Archeologico nazionale di
Napoli, ne attribuirà il merito a suo figlio Celsinus, di appena sei anni, per
avviarlo così alla carriera politica. Il tempio è ubicato nel settore sud-occidentale
della città, nel cosiddetto “Quartiere dei teatri” mentre l’ingresso è posto
lungo la via del Tempio di Iside, strada parallela a sud del più famoso
decumano inferiore, la via dell’abbondanza, quasi all'incrocio con la via
Stabiana.
Le strutture sacre che oggi è possibile visitare sono il
frutto del restauro “popidiano” e quindi pertinenti all'ultima fase di vita
prima che l’eruzione vesuviana ne seppellisse le vestigia. L’area del tempio si
presenta cinta da un portico quadrangolare contornato da colonne che sappiamo
un tempo, stuccate in rosso e in bianco con capitelli tuscanici in rosso
decorati con motivi vegetali, sormontato da una copertura in tegole con
antefisse raffiguranti maschere di gorgone. Lungo le pareti interne si aprivano
diversi varchi di passaggio che davano su vari ambienti tutti pertinenti al
culto della dea, esse inoltre erano abbellite da nicchie ospitanti statue di
divinità e decorate con pitture di IV stile con la fascia mediana ospitante
scorci architettonici e paesaggistici, battaglie navali e nature morte. Il
tempio vero e proprio, la aedes, nucleo principale del culto, si colloca al
centro del porticato. Di tipo italico, ad esso si accedeva mediante una
gradinata che conduceva nel pronaos (una sorta di anticamera) adorno di quattro
colonne sulla facciata, da cui si procedeva nel naos (cella) dov'era custodito
il simulacro (statua) della dea, verosimilmente realizzato in parte in marmo
(testa, mani e piedi) mentre il corpo era in legno addobbato con stoffe e
accessori preziosi. L’ingresso della cella, sui lati, era fiancheggiato da due
nicchie in cui erano alloggiate le statue di Horus/Arpocrate e Anubis, divinità
in stretto legame con Iside. Sulla parete di fondo del naos era presente un
alto podio con due piedistalli laterali che ospitavano le statue di Iside e di
Serapide o di Osiride mentre un’altra statua di culto, quella di Dioniso con la
pantera, rimando associativo tra culti isiaci e dionisiaci, si trovava nella
nicchia aperta sulla parete esterna della cella, dove nell'angolo sud-ovest una
scala permetteva la comunicazione con l’interno. Le pareti erano inoltre
decorate riccamente da stucco bianco e pitture di I stile, mentre i pavimenti,
purtroppo perduti, erano, come dimostrato da disegni dell’epoca, in cocciopesto
e mosaico.
Dinanzi alla gradinata di accesso, sul lato sud-est, si
trova l’altare maggiore, sul quale si compivano i sacrifici in onore delle
divinità: durante gli scavi furono rinvenuti resti dei sacrifici ancora
poggiati su di esso. Ai piedi è stata rinvenuta una fossa sacra che conteneva
inoltre gli avanzi carbonizzati dei sacrifici, mentre altri due altari più
piccoli si trovano ai lati del pronao. Davanti al tempio, sul lato meridionale
si trova un’altra architettura sacra, dalle sembianze di un tempietto. La
struttura, di piccole dimensioni, è abbellita all'esterno da pannelli decorati
da candidi stucchi con motivi vegetali e soggetti legati al culto della dea e
all'ambito egizio. All'interno si trova inoltre una piccola cavità ipogea
accessibile mediante una scala. Probabilmente questo piccolo ambiente custodita
l’acqua sacra forse portata direttamente dal fiume Nilo e utilizzata durante
sconosciute pratiche rituali, da cui il termine purgatorium, oppure come
indicato dal nome, come stanza in cui gli iniziati al culto passavano la notte
prima della cerimonia dal termine greco megaron, altro nome con cui è noto
l’edificio. Non deve stupire la presenza a Pompei dell’acqua del Nilo che
verosimilmente veniva portata direttamente dall'Egitto a Pozzuoli, importante
approdo, porto di Roma, prima dell’inaugurazione dello scalo traianeo di Ostia.
Durante la ristrutturazione post-terremoto furono associati
al recinto sacro nuovi ambienti che comportarono un ampliamento dell’area
sacra. Dalla parete di fondo occidentale del portico per mezzo di cinque varchi
si accedeva ad un grande ambiente, noto come ekklesiasterion, di cui se ne
ignora la funzione, mentre un’altra apertura nell'angolo sud-ovest dava accesso
al sacrarium, una sorta di odierna sacrestia, dove venivano custoditi oggetti e
paramenti sacri. Mentre dalla parete meridionale del portico si accedeva ad un
triclinium ed un cubiculum.
Ed è proprio dall’ekklesiasterion che provengono i dipinti
più famosi dell'iseo pompeiano: Io, Argo ed Hermes e Io a Canopo che vedono
protagonista la ninfa Io prigioniera ad Argo che viene liberata dal dio Hermes
e che giunge poi in Egitto, nella città di Canopo sul delta del Nilo.
Alcuni studi hanno cercato di ricostruire gli ultimi
drammatici momenti vissuti all'interno del tempio: l’eruzione, avvenuta verso l'ora
di pranzo sorprese sacerdoti e aiutanti verosimilmente in cucina. Alcuni, dopo
aver raccolto in un sacco gli oggetti di maggior valore, scapparono via ma
durante la fuga il sacco scivolò dalle mani di colui che lo portava spargendo a
terra il contenuto. Riuscirono però a proseguire la loro corsa fino al vicino
foro triangolare dove morirono a causa del crollo del porticato. Altri
sacerdoti invece non riuscirono o non vollero abbandonare il tempio e pagarono
ugualmente con la vita la fedeltà alla dea, travolti dalle esalazioni tossiche
che il Vesuvio alitò impietoso sulla città.
sabato 24 settembre 2016
domenica 18 settembre 2016
Zenobia: Regina dell'Oriente
"Zenobia regina dell'Oriente ad
Aureliano Augusto! Nessuno ha osato fino ad oggi chiedermi ciò che pretendi tu
nella tua lettera.
In guerra tutto viene deciso dal coraggio. Hai desiderato
che io mi arrenda, che conservi vita e onori, ma sottomessa a un padrone.
Aspetto senza indugi l'aiuto dei persiani e degli armeni che non sono tanto
lontani.
I nomadi del deserto non ti hanno forse sconfitto? O Aureliano, cosa
accadrà quando verrai attaccato da tutte le parti?
Senza dubbio lascerai questo
tuo atteggiamento di comando, come se le tue armate dovessero essere sempre
vittoriose".
Flavio Vopisco -
Vita di Aureliano - 26, in Storia Augusta
Palmira come nome evoca leggende e
miti di ogni tempo, un luogo straordinario che sorge al centro del deserto
siriano, il nome originario era Tadmor,
poi modificato dai romani in Palmira: "città
dei palmizi". Tutt'oggi è una città isolata, ben protetta dal deserto
e, nell'antichità, era un centro carovaniero di grande importanza,
assicurandosi così grandi profitti. In città l'industria principale era quella
orafa e quando l'imperatore Aureliano, III secolo, trascinò la regina Zenobia
dietro al suo carro, la sovrana era completamente ricoperta di gioielli, ma
andiamo con ordine.
La vita di Zenobia interessò molti
scrittori latini e greci, la sua storia per certi tratti ricorda quella di
Cleopatra, paragone che piaceva soprattutto a Zenobia, la quale regnò anche
negli stessi territori di Semeramide. Gli autori antichi trassero quindi dalla
sua sorte una serie di leggende che poi raccolsero in numerose opere, testi
come la Vita di Zenobiae, inclusa
nella Historia Augusta. Il nome arabo
di questa regina era Bat-Zabbai, che significa "figlia di Zabbai",
che era un principe dell'aristocrazia palmirena. I lineamenti della regina non
ci sono pervenuti tramite sculture o altre opere artistiche, ma solo tramite la
numismatica. Infatti sono state ritrovate molteplici monete che recano la sua
effige, che tuttavia non ci permettono di ricostruirne con precisione le
fattezze, ciononostante, secondo le svariate informazioni pervenute fino a noi,
sappiamo che non era molto alta, labbra strette e capigliatura bruna. Se le
informazioni sul suo aspetto fisico scarseggiano, ne abbiamo invece in
abbondanza sulla sua indole. Pare che fosse pervasa da un'ambizione senza
freni, coraggiosa e con una forte tenacia.
Aveva sposato il re di Palmira,
Settimio Odenato, che aveva mantenuto un atteggiamento da vassallo nei
confronti dei romani per tutta la vita, tentando sempre di non urtare la
politica dell'Impero. Alla morte del marito, Zenobia prese il potere e non ci
pensò due volte a proclamarsi nemica di Roma. Questa politica indispettì subito
l'imperatore Gallieno, che però non poté recarsi a Palmira, affrontava infatti
già l'invasione dei Goti. In seguito Zenobia firmò quindi un trattato con il
successore di Gallieno, Claudio II, che tuttavia non rispettò quando si
autoproclamò Augusta, titolo
onorifico che difatti era concesso solo alle donne vicine all'imperatore.
In seguito a questa autocelebrazione,
Zenobia iniziò una serie di campagne di conquista volte a sottrarre territori a
Roma stessa. Invase la Giudea, l'Egitto e l'Arabia, dove riportò rilevanti
vittorie grazie all'intelligenza tattica del suo fedele generale Zabdas. Successivamente
Zenobia decise di invadere l'intera Siria e di portare l'estensione del regno
di Palmira fino in Turchia, queste conquiste la resero senza alcun dubbio una
vera e propria regina guerriera, tanto che il neo imperatore Aureliano fu
costretto ad accettare l'autonomia di Palmira.
Questa situazione però non durò molto
a lungo, l'ambizione di Zenobia l'aveva portata a compiere un passo falso,
quello di raccogliere denaro per Palrmira con il nome di Imperatrix Romanorum, un titolo che offuscava l'imperatore stesso,
e per questo Aureliano decise che fosse arrivato il momento di intervenire. Dapprima
invase l'Egitto riconquistandolo, per poi combattere in tutta l'Asia Minore,
fino alle porte di Palmira, dove Zenobia stava riorganizzando un potente
esercito per affidarlo al suo generale. Una volta radunate le truppe, Zabdas
volse verso Antiochia, dove si trovavano le legioni romane. In seguito
avvennero due scontri decisivi: la battaglia di Immae e quella di Emesa, ed
entrambe le volte Zenobia ebbe la peggio.
Ormai non le restava altro che
resistere a Palmira stessa, anche se fu tutto inutile, Aureliano assediò la
città e la depredò. Zenobia tentò la fuga ma fu poi catturata e dopo diverse
peripezie (cercò di accusare i suoi consiglieri delle proprie azioni) fu condotta
e mostrata sconfitta in ogni città che Aureliano attraversò fino a Roma, dove
venne esibita come bottino di guerra sfilando dietro al carro dell'imperatore.
"Era così carica di ornamenti
preziosi, da sembrare quasi schiacciata dal loro peso(...)Una catena d'oro le
teneva legate le caviglie e una le stava attorno al collo".
Trebelio Pollione
- Vita di Zenobia - 29, in Storia Augusta
La morte
La
sua sorte è incerta, si dice che morì poco dopo imprigionata o che venne
perdonata da Aureliano, il quale fu talmente colpito dalla sua bellezza da
concederle addirittura una villa in cui vivere e che in seguito abbia poi sposato
un senatore, divenendo dunque una rispettabile matrona romana. Quale
sia stata la sua sorte in realtà non ci è dato sapere, quello che è certo, è
che così come Cleopatra, Zenobia fu a tutti gli effetti una delle più grandi
spine nel fianco dell'Impero Romano.
sabato 10 settembre 2016
I colossi di Memnone
Le due statue (m.16,60 + 2,30 di piedistallo)
fiancheggiavano l'ingresso del tempio funerario di Amenhotep III, oggi quasi
completamente scomparso. Rappresentano entrambi il re seduto, con ai lati, di
proporzioni ben più piccole, due donne, la madre Mutemuia e la "grande
sposa" Ty.
Memnone è un personaggio omerico; figlio dell'Aurora, re
etiope, accorse in aiuto di Troia e perì sotto le sue mura per mano di Achille.
Nell'immaginazione dei visitatori di età classica, l'eroe, raffigurato nella
statua spezzata, all'alba salutava la madre con quel suono "come di corde
di cetra che si spezzassero”. La cosa risale al 27 a.C., quando in uno dei due
colossi si determinò, per un terremoto, una fenditura. Nel 120 d.C. visitò il
sito anche l'imperatore Adriano, accompagnato dalla moglie Sabina e dalla
poetessa Julia Balbilla, di cui sono rimasti incisi sulle gambe dei colossi
quattro epigrammi.
Sui colossi di Memnon, è possibile leggere addirittura la
testimonianza di un probabile sopravvissuto all'eruzione vesuviana del 79 d.C., proprio quella che spazzò via Pompei e Ercolano:
"Suedius Clemens Praefectus castrorum audi Memnonem,
III idus novembres, anno III imperatoris nostri".
"Suedio Clemente. Praefectus castrorum (Responsabile
del Castrum ), udì Memnone, il 12 novembre del III anno (80 d.C.) del nostro
imperatore".
Suedio Clemente era presumibilmente a Pompei durante
l'eruzione, poiché è possibile datarne la presenza certa fino al 77 d.C.,
quando prese parte alla campagna politica dell'aspirante duoviro Epidio Sabino.
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