lunedì 26 ottobre 2015

I testi religiosi degli antichi egizi


A partire dalla XVIII dinastia si trovano depositati nelle tombe - spesso nel sarcofago, presso il corpo del defunto - papiri che contengono raccolte di formule funerarie, note col nome di Libro dei Morti[1], che così come i Testi delle Piramidi e quelli dei Sarcofagi, non ha un contenuto fisso, ma varia a seconda della scelta delle formule e per la loro lunghezza. Dalla XXVI dinastia, però, le formule nel Libro dei Morti sono costanti, cosa che favorisce il formarsi di una tradizione. La numerazione in centonovanta capitoli, quale è data nelle edizioni a noi più vicine (Lepsius), è fittizia; infatti, nessun manoscritto li contiene tutti (un papiro molto tardo, di età tolemaica, li riporta nella loro quasi totalità).
La maggior parte delle formule è derivata dai Testi dei Sarcofagi - che a loro volta derivano dai Testi delle Piramidi -, ma vi si trova anche materiale nuovo, che fissa certe credenze e certe formule in modo determinato. Lo scopo del Libro dei Morti è, anche in questa versione più antica, quello di assicurare l'aldilà al defunto.



Il contenuto del "Libro dei Morti"
Il Libro dei Morti è una raccolta di testi funerari di epoche diverse, contenente formule magiche, inni e preghiere che, per gli antichi egizi, guidavano e proteggevano l'anima (Ka) nel suo viaggio attraverso la regione dei morti. Secondo la tradizione, la conoscenza di questi testi permetteva all'anima di scacciare i demoni che le ostacolavano il cammino e di superare le prove poste dai 42 giudici del tribunale di Osiride, dio degli inferi. Questi testi indicavano inoltre che la felicità nell'aldilà dipendeva dal fatto che il defunto avesse o meno condotto una vita virtuosa sulla Terra.
Il Libro dei Morti inizia con le formule che accompagnavano il bendaggio della mummia, mentre i sacerdoti mettevano i vari amuleti, che sarebbero serviti a proteggere il morto, in punti ben specifici.

"Tu hai il potere, Iside ! Tu conosci la magia ! Questo amuleto proteggerà quest'anima grandiosa. Allontanerà coloro che vorranno farle del male !"
( Formula 156 )

Quando la mummia era pronta si procedeva con il Rito dell'Apertura della Bocca toccando gli occhi, il naso, le labbra, le orecchie e le mani. Questa fase della sepoltura è ben rappresentata e conservata in alcune tombe reali e nobili. Durante questo rituale la formula era pressappoco questa.

"La mia bocca è aperta ! La mia bocca è spaccata da Sciu con quella lancia di metallo che usava per aprire la bocca agli dei. Io sono il Potente. Siederò accanto a colei che sta nel grande respiro del cielo."
( Formula 23 )


Dopo altri vari passaggi, per il defunto era ora di presentarsi nella Sala del Giudizio.

"O cuore mio, non testimoniare contro di me ! Non essermi contro durante il Giudizio. Non essermi ostile in presenza di Colui che tiene la bilancia."
( Formula 30b )


Questa formula, incisa sul dorso di uno scarabeo e avvolto tra le bende della mummia, aiutava l'anima ad estrarre il cuore dal corpo e lo presentava agli dei.
Anubi, poneva il cuore su di una bilancia e lo pesava con la piuma di Maat mentre Thot aspettava con la penna in mano, che il cuore venisse giudicato per poi scrivere il verdetto. Se il cuore veniva giudicato colpevole il defunto sarebbe morto per la seconda volta senza nessun'altra possibilità di salvezza ma grazie alla protezione del Libro dei Morti questo non accadeva mai e Osiride avrebbe dichiarato l'anima di "voce sincera" e questa avrebbe raggiunto i suoi antenati nella Terra delle Canne.

Libro dell'Amduat
È considerato il resoconto del viaggio notturno di Ra nella Duat, l’aldilà. Il dio Sole entra nella Duat attraverso un’apertura nelle montagne presso Abido.

1ª ora
Ra era morto perché gli uomini si erano ribellati e la sua morte aveva causato la distruzione del mondo che ora sperava nella sua rinascita per riportare il mondo a nuova vita.

2ª e 3ª ora
Nella seconda e terza ora notturna, Ra naviga sulla sua barca nelle regioni di Abido, regno di Osiride. Durante la seconda ora vi è la divisione dei campi che verrà saranno assegnati ai morti “giustificati”, cioè a quelli che hanno superato il giudizio del tribunale di Osiride. È un sollievo per i defunti il passaggio di Ra, che sono illuminati dal dio e ai quali vieni promesso, dallo stesso dio, acqua, pane, luce e la sistemazione dei loro corpi che verranno essiccati per evitarne la putrefazione. Nella terza ora Ra prosegue il viaggio verso un’enorme distesa d’acqua.

4ª e 5ª ora
Ora Ra attraversa la necropoli di Saqqara, dove regna Sokar, è un luogo tenebroso, un inferno di sabbia, arido, popolato da serpenti mostruosi.
Magicamente la barca del sole si trasforma in un serpente con una testa a poppa e una a prua per poter scivolare sulla sabbia. Dalle bocche delle teste escono fiamme che rischiarano la via oscura.
Nella quinta ora appare la caverna di Sokar, dove si trova un serpente alato con teste di rettile ed una umana sulla coda. È “Il grande Dio che apre le ali dal piumaggio variegato”.
”Egli vive del respiro che è nella bocca  sua ogni giorno”.
Sul dorso del rettile si trova una figura umana a testa di falco che sembra spostare le ali del serpente è: “If-Sokar che è sulla sabbia”. Giungono sette dei per trainare la barca solare che prosegue il suo viaggio passando al di sopra di tumulo piramidale, che all’interno cela la caverna di Sokar”. Da una collina spunta uno scarabeo: è “Khepri” che dirige la gomena sopra questa caverna in modo che Ra possa riposare.

6ª -7ª - 8ª- 9ª
Il sole naviga sulla sua barca, che ha riacquistato l’aspetto primordiale, attraversando i territori sacri ad Osiride, Signore del Busiri nel Delta.

6ª ora
E’ l’ora più buia della notte ove Ra incontro il proprio cadavere ”if”, la carne, che è contemporaneamente quello di Osiride. Vi è infatti la raffigurazione di un enorme serpente a cinque teste ripiegato ad ellisse attorno ad un uomo supino con uno scarabeo sul capo. La dottrina dell’Amduat è riassunta in questa immagine, rappresentazione della nascita del nuovo sole: l’uomo tra le spire è la carne di Ra e lo scarabeo sul capo porta in sé il germe della rigenerazione. Il dio Nun, l’oceano primigenio, il Caos dove il ba del sole incontra in suo corpo e viene a nuova esistenza riaccendendo la luce solare è il custode della sesta ora. Nun fronteggia nove serpenti, ritti sulla coda ed armati di coltelli che sputano fuoco, questi serpenti sono l’incarnazione della Grande Enneade di Eliopoli e hanno il compito di “arrostire i morti e portare i ba nel Luogo della Distruzione.

7ª ora
Nella settima ora  della notte troviamo la lotta vittoriosa contro Nehahor “dal volto ritorno”, una forma dei dio Apophis. Qui avviene un’altra mutazione della barca del sole, la cabina di legno scompare ed è sostituita dal serpente Mehen, “colui che avvolge” che accoglie il sole tra le proprie spire e lo protegge con l’aiuto di Iside. La sconfitta di Apophis, dal Libro dei Morti di Cheritwebeshet. Il dio If, protetto dagli incantesimi di Iside e del dio Heka, riesce a respingere il serpente Nehahor. Nemico di Ra, ogni notte minaccia l’ordine cosmico e prosciugando la contrada tenta di impedire la navigazione della barca divina per attaccarla e rovesciarla. Ogni volta ne esce sconfitto grazie all’intervento delle divinità benefiche  che riescono a legare con robuste corde il rettile. La prima dea accanto ad Apopi legato è Serqet-Hetit “colei che apre la gola”, l’altro dio che stringe le corde è Heri- Desuf “colui che è sul suo coltello”. Apophis è indistruttibile ed eterno; nonostante ogni notte venga sconfitto il giorno dopo rinasce. Apophis è il Caos. L’ora si chiude con la raffigurazione di un coccodrillo che veglia sul tumulo di Osiride.

8 ª ora
Dopo la lotta con Apophis, Ra continua il viaggio sulla barca divina ed ecco che si aprono per il dio le porte delle caverne, che sono disposte sulle rive del fiume celeste. Tutta l’ottava ora è un enorme cimitero degli dei e le dieci caverne e le tredici porte che vi si trovano sono veri e proprio sepolcri. Alla chiamata di Ra le porte si spalancano e la luce del dio può illuminare le immagini degli dei unite ai loro ba.

9 ª ora
L’imbarcazione divina naviga sull’acqua, mossa dai remi di dodici uomini. Regna l’abbondanza in questa contrada e Ra ordina che pane e birra siano distribuiti a coloro che sono nella Duat. Chiudono la nona ora dodici serpenti raffigurati nell’atto di sputare fuoco, essi divora gli empi che si sono nascosti al passaggio del dio e vivono del sangue di coloro che uccidono

10 ª ora
La barca giunge ora ad Eliopoli, territorio di Ra. Su una barca si nota un serpente con la testa di falco “colui che vive sulla terra”: è il serpente protettore della Duat, il ba di Osiride-Khentimentiu, innanzi procedono dodici personaggi: quattro con disco solare al posto della testa e armati di frecce, quattro uomini muniti di lance e quattro arcieri. Sono la scorta di Ra e hanno il compito di respingere Nehahor nelle tenebre, in modo che il dio solare possa transitare per il portale dell’orizzonte orientale del cielo. Questa contrada è consacrata all’acqua: Horus assiste dodici defunti che si trovano tra i flutti del Nun e con parole magiche dona vita e forma in modo che i rispettivi ba possano vivere.

11 ª ora
AtumViene raffigurata la preparazione alla rinascita di Ra, appare infatti un’immagine del dio Atum, la sua coscienza, davanti ad un’enorme serpente senza nome con quattro piccole gambe e due grandi ali di sparviero. L’annientamento dei nemici, che nelle ore precedenti aveva un ruolo importante, ora è il principale motivo conduttore dell’undicesima ora. Horus ordina a cinque dee armate di coltelli ferme davanti a sei tumuli di punire ogni giorni i nemici, ba, ombre, testi di nemici e nemici capovolti che sono nei tumuli colmi di fuoco.

12 ª ora
La via di Ra viene rischiarata da dodici dee con un serpente al collo che sputano fuoco contro i nemici del dio. La barca divina è trainata da dodici uomini e tredici donne, sono coloro che hanno seguito il dio durante la notte e saliranno sulla sua barca per rinascere. If, il sole morto penetra nel corpo di un gigantesco serpente: “entra per la coda di lui, esce dalla bocca sua, nasce nella sua forma di Khepri”. If  e i morti privilegiati penetrano nel corpo del serpente come vecchi, per poi abbandonarlo ringiovaniti come bambini. Giunge l’alba. Lo scarabeo con l’aiuto di Shu, dio dell’atmosfera, rinasce come disco solare e transita per l’orizzonte orientale, addossato alla parete di sabbia della Duat, simboleggia la figura di Osiride che rimane nel mondo dei morti. Il tema della dodicesima ora è la rigenerazione e la rinascita dei morti, essa dà un senso al viaggio ultraterreno del dio Ra che rinasce ad ogni spuntare del nuovo giorno.

Libro delle ore
Il rituale che appare nel Libro delle Porte è in parte analogo al “Libro dell’Amduat” e compare verso la fine della XVIII dinastia nella tomba del faraone Horemheb nella Valle dei Re. Il libro riprende sia pure con notevoli differenze il tema del viaggio notturno della barca del sole nella Duat, che si svolge in una zona desertica. Questo testo si compone di un riquadro iniziale seguito da undici divisioni e da un riquadro finale o dodicesima divisione. Sulla barca divina, a partire dalla prima divisione, vi sono solo due personaggi: Sia, la sapienza e Heka la magia, riassumono la conoscenza e la realizzazione delle fasi del ciclo solare.
Il dio If , rappresentato con corpo umano, testa d’ariete e disco solare, per rinascere all’alba del nuovo giorno deve attraversare la distesa sabbiosa della Duat, superando dodici Porte fortificate e difese da guardiani e spaventosi serpenti ritti sulla coda e sputanti fiamme. Il libro dell’Amduat descrive i funerali reali che si svolgevano di notte e duravano dodici ore, il tempo necessario per la trasformazione del sole, mente il Libro delle Porte descrive il “passaggio della funzione regale dal sovrano defunto al nuovo re”, quindi la rigenerazione del sole visto come una successione, in un certo senso questo rituale completava il Libro dell’Amduat. Nella seconda divisione la barca del sole viene trainata verso otto persone che tengono sulle spalle una lunga barra “la barca della terra”; accanto un enorme serpente sovrasta dodici dei che sono nella Duat, mentre nel registro inferiore Atum sorveglia il serpente Apophis. Nella terza divisione viene simbolicamente rappresentata la trasmissione del potere reale, mentre nella quinta compare il giudizio dei colpevoli di fronte ad Osiride. Il dio è su una sorta di pedana, la “Collina Primordiale”, mentre di fronte a sé un personaggio porta una bilancia con i piatti vuoti. La punizione dei condannati “a causa di ciò che essi hanno fatto nella grande sala di Ra”, è il tema della sesta divisione; la sopravvivenza del ba è lo scopo che si prefigge Ra nella settima divisione, mentre la purificazione dei defunti è messa in risalto nell’ottava e nella nona viene ripreso il tema della regalità.
Nella decima è raffigurato il castigo di Apophis; il serpente è imprigionato e incatenato da otto dei, sulla catena è raffigurata la dea Serqet, nel registro centrale Ra è trainato su una barca, i suoi occhi si aprono mentre gli addetti al traino recitano:
”O Ra, tu possiedi il volto, Tu sei grande, Tu sei soddisfatto con la tua testa misteriosa.
Il volto di Ra è aperto, gli occhi di Colui che è all’orizzonte vedono, egli disperde le tenebre dell’Occidente”.
In questa raffigurazione si vede il dio Horus-Seth a due teste, posto su due grandi archi con tre urei per parte, rappresentazione della sottomissione del Sud e del Nord. Nell’ undicesima divisione è rappresentata un’altra scena relativa alla punizione di Apophis ancora in catene, preceduto da nove dei armati di coltelli e bastoni, cioè l’Enneade che castiga Apophis. I cinque bastoni ricurvi ai quali il serpente è legato sono Geb e i quattro figli di Horus. La dodicesima divisione tratta il tema dell’uscita dalle tenebre. E’ raffigurato Nun, l’oceano primordiale, che fa scaturire dalle acque del caos la barca solare sollevandola con le braccia, al centro della barca vi è Khepri tra Iside e Nefhti, ai lati ci sono Sia, Shu, Geb e altri tre dei che personificano le porte. Nut capovolta e, uno strano essere che con il proprio corpo forma un cerchio, in modo che i suoi piedi tocchino la testa risalendo dalla parte posteriore, accolgono il disco solare posto al di sopra di Khepri. Anche in questo rituale Ra mantiene la caratteristica di dio universale:

”Il suo viso è cielo, egli è l’eterno, signore degli anni, l’infinito senza diminuzioni”.



[1] Il nome egizio dato alla raccolta era: "Formule per uscire nel giorno" (ru-nu-prt-m-hru).

giovedì 15 ottobre 2015

L'Egitto a Palestrina

I temi d'ispirazione egizia furono copiati in epoca romana, alcune città del centro e del sud d'Italia, come Pompei, ne riflettono il gusto. Ne è un buon esempio il mosaico ritrovato a Palestrina, l'antica Praeneste latina.


Vicino all'urbe di Roma fu fondata una città che divenne poi un importante centro commerciale, la Praeneste romana che oggi conosciamo con il nome di Palestrina. Essa mantenne contatti commerciali con Alessandria e Ostia. E dal porto romano di Ostia importò probabilmente il culto alla dea Fortuna Primigenia, corrispondente all'Iside degli egizi. Nel centro della città fu costruito un santuario dedicato a questa dea, con un'aula con abside e una grotta. Grazie ai contatti con Alessandria, artisti di questa città andarono a Praeneste e decorarono l'aula con un mosaico ispirato a temi egizi. L'originale consisteva in un dipinto alessandrino raffigurante l'inondazione del Nilo nell'Alto e nel Basso Egitto. Iscrizioni greche accompagnavano il disegno, con molti animali e monumenti, sia egizi sia costituiti da cappelle in stile romano. Poiché il santuario era dedicato a Iside, appare nel mosaico un'immagine di questa dea in una processione. 

giovedì 8 ottobre 2015

L'ubicazione della tomba di Alessandro Magno

Alla morte di Alessandro si scatenò la lotta per la successione. Punti importanti in tale disputa erano la cerimonia e il luogo di sepoltura del re, che avrebbero consolidato la posizione di chi avesse avuto il privilegio di seppellire e ospitare il suo corpo. Il progetto originario era quello di costruire un monumento funebre in Macedonia. Tolomeo affidò la soprintendenza del progetto ad Arrhideo, uomo di sua fiducia, e fece spargere la voce secondo cui Alessandro avrebbe detto di voler esser sepolto presso l'oracolo di Amon, a Siwa. Fu costruito uno speciale e sfarzoso carro, un vero santuario su ruote: un colonnato circondava la cella coperta da un tetto rivestito d'oro, in cui si trovava il corpo di Alessandro, racchiuso in un sarcofago d'oro massiccio. Arrhideo, d'accordo con Tolomeo, prese il corpo da Babilonia e si avviò verso la Macedonia; ma Tolomeo gli venne incontro e lo dirottò in Egitto via Damasco, scatenando la guerra con Perdicca, che morì sul Nilo. Il corpo di Alessandro arrivò a Menphis nel 322 a.C., e vi fu sepolto provvisoriamente, in attesa che fosse pronta la sontuosa tomba ad Alessandria. Non si sa di preciso quanto tempo la salma sia rimasta a Memphis: secondo Diodoro e Strabone il corpo fu trasportato ad Alessandria dallo stesso Tolomeo I non appena fu pronta la tomba; secondo Pausania rimase invece quarant'anni a Memphis e fu portato ad Alessandria da Tolomeo II. Nella nuova capitale fu preparato un mausoleo detto Soma o Sema, che si trovava al centro della Neapolis, tra il Faro e il Museion. Il Sema, in cui fu sepolto per primo il grande Alessandro, divenne poi la "necropoli dei Tolomei" fino a Epoca Romana; poi iniziano a perdersi le tracce della stessa necropoli. Nel III secolo d.C., quando la città fu preda di disordini, il Sema sparì per sempre. Stranamente, nessuno dei grandi storiografi parla della necropoli reale; notizie indirette ci dicono che si trattava di un magnifico duomo sotto la cui cupola, al centro, si trovava il sarcofago aureo con le spoglie mortali di Alessandro. Delle nicchie laterali nelle pareti erano state previste per ospitare i corpi dei Tolomei. Le informazioni storiche concernono visite auguste alla tomba di Alessandro, ora per rendergli omaggio, ora per depredarla. Così, Tolomeo IV, che voleva raccogliere insieme tutte le spoglie dei suoi antenati, trasferì i corpi, lasciando vuoto il Sema; uno dei Tolomei, probabilmente l'XI, rubò il sarcofago aureo e lo sostituì con uno di vetro; Cleopatra VII (la più celebre) depredò i tesori della sepoltura in un momento di crisi finanziaria; Augusto, volendo rendere omaggio ad Alessandro, sarebbe disceso nella tomba per porre sul sarcofago una corona d'oro e dei fiori. Anche Caligola passò da quelle parti depredando alcuni tesori. L'ultima visita fu quella di Caracalla, nel 214 d.C., che pose sul sarcofago il proprio mantello, la cintura e i gioielli. Sotto Aureliano e Diocleziano (fine del III secolo d.C.) la necropoli era sparita. Già nel IV secolo d.C. Giovanni Crisostomo diceva di ignorare dove fosse la salma del Macedone. Noi archeologi non abbiamo ancora risolto l'enigma, benché ritrovamenti di grandi statue dall'area della via El Horreya, a nord di Kom el Dik, facciano pensare che quella fosse la zona del Sema. Tuttavia il mistero della sua ubicazione rimane.

giovedì 1 ottobre 2015

La storia di Sinuhe

La storia di Sinuhe è considerata l’opera più completa della letteratura egizia del Medio Regno. Apparentemente è un autobiografia, giunta fino a noi su papiri e su ostraka. Nell’antico Egitto, questo testo fu utilizzato ampiamente per imparare a leggere e a scrivere.


Questa è la biografia, narrata in prima persona, di un uomo della corte di Amenemhat I, che, alla notizia dell’uccisione del Faraone (1962 a.C.) fugge dall’Egitto per paura di possibili disordini. Il racconto comincia con l’arrivo della notizia della morte del re, all'accampamento del principe Sesostri, si trova al comando di un esercito inviato a fronteggiare alcune tribù libiche. Sinuhe fugge attraverso le terre del delta e arriva all’istmo di Suez, dove viene accolto da un gruppo di beduini. Infine giunge al paese di Retenu, in Palestina, dove si stabilisce in una terra chiamata Iaa, sotto la protezione del capo Amunenchi. Sinuhe sposta la figlia del principe di Retenu e diventa un personaggio famoso e potente, capo di una delle tribù. Ormai anziano, Sinuhe riceve una lettera del Faraone Sesostri I, in cui gli si chiede di tornare in Egitto, dove non c’è nulla che debba temere. Nella lettera il sovrano gli promette, oltre a onori e ricchezze, una morte degna in Egitto. 

I testi arrivati fino a noi
Il testo della storia di Sinuhe ci è giunto in scrittura ieratica su numerosi papiri e frammenti di epoche differenti. Ciò testimonia la popolarità di cui godé dal momento della sua composizione (verso il 1.900 a.C.) e che durò nel corso di otto secoli. La copia in miglior condizioni è quella del Papiro di Berlino 3.022, della XII Dinastia, che contiene 311 righe, sebbene però sia andato perso l’inizio del racconto. Questa lacuna è colmata dal Papiro di Berlino 10.499, copiato la fine del Medio Regno, che contiene 203 righe e conserva l’inizio. Tuttavia, il maggior numero di frammenti della storia di Sinuhe ci è giunto su ostraka e ha un origine scolastica. Infatti, questo racconto molto popolare fu utilizzato come modello per la formazione degli apprendisti scribi, che se ne servivano per esercitarsi. L’esempio più importante di tale uso è l’ostrakon conservato all’Ashmolean Museum di Oxford, che consta di 130 righe. Il valore filologico di questa versione è minore, poiché essa fu copiata al tempo della XIX Dinastia, nel Nuovo Regno, una data molto posteriore rispetto a quella della composizione dell’opera. 

L'importanza della storia di Sinuhe
Lo scrittore inglese Rudyard Kliping considerava la storia di Sinuhe come una delle grandi opere della letteratura Universale. E di certo, pur senza essere molto vasta, è l’opera letterario egizia non religiosa più elaborata e che presenta le sfumature più numerose. In primo luogo, la si potrebbe includere nel genere della biografia, insieme ai numerosi esempi di questo tipo di testi trovati nelle tombe dei nobili a partire dall’Antico Regno. Ma questo capolavoro li trascende e non si limita a una mera giustapposizione di dati e all'esaltazione retorica delle virtù e delle gesta del defunto, ma collega gli episodi e le scene con un’intenzionalità drammatica, all’interno di un insieme armonico. La storia presenta il protagonista come un vero essere umano - con le sue debolezze incertezze - e non come un eroe archetipico. Fu concepita come opera letteraria dal suo autore, uno scrittore straordinariamente dotato per l’espressione delle sfumature lessicali e per l’uso di vari registri. Così, per esempio, riusciva a passare da un dialogo quasi colloquiale (come nella conversazione tra il re e la regina) alla retorica più formale (come nelle lettere che si scambiano Sinuhe e Sesostri). L’elaborazione letteraria della storia di Sinuhe sembra essere confermata e ampliata da alcune ricerche, tesi a dimostrare che tale testo non è scritto in prosa, come si credeva, ma in versi. A ragione, questa grande opera fu considerata già dagli stessi egizi come il classico per eccellenza della loro letteratura.


Sinuhe, “il figlio del sicomoro”.

Il nome di Sinuhe è la restituzione fatta dai filologi attuali di un geroglifico che letteralmente significa “il figlio del sicomoro” o, allo stesso modo, “il figlio di Hathor”. Questo nome è composto dal geroglifico dell’oca che precede il segno dell’albero della dea Hathor, il ficus sicomorus, poi si aggiunge il segno determinativo, indicando così che la parola designa un “uomo”. Tra gli egizi era molto diffusa l’usanza di includere i nomi delle divinità in quelli propri di persona di ogni rango, poiché in questo modo chi portava quel nome rimaneva sotto la protezione di tale divinità. Sebbene oggi stia scomparendo, il sicomoro fu molto diffuso nel nord est dell’Africa e divenne un simbolo dell’Antico Egitto. I suoi frutti sono commestibili e il legno, molto resistente, veniva utilizzato abitualmente per i sarcofagi e per scolpire statue.

Consiglio bibliografico: La Storia di Sinuhe

Nel 1954 è uscita al cinema la versione romanzata e ritoccata del romanzo di Mika Waltari, questa volta non ambientato nel Medio Regno ma alla corte di Akhenaton. Una rivisitazione completamente fantasiosa ma di grande pregio, soprattutto per le magnifiche ricostruzioni degli abiti e le straordinarie scenografie.

sabato 26 settembre 2015

L'enigmatica Nefertiti


La regina Nefertiti è probabilmente, dopo Cleopatra, la sovrana d'Egitto più famosa dei giorni nostri. La sua bellezza leggendaria ha destato notevole interesse fin da quando, nel 1912, l'esploratore tedesco Ludwig Borchardt  ritrovò un busto che la ritraeva all'interno di un laboratorio di scultura ad Amarna, odierno toponimo dell'antica capitale "eretica" Akhetaton. Questa straordinaria donna è vissuta in un periodo molto cruciale della storia egizia, fu moglie di un faraone rivoluzionario e forse, divenne faraone lei stessa.
Numerosi sono gli interrogativi che riguardano la sua figura: è stata sovrana d'Egitto? da dove arrivava? quando è morta? dov'è la sua tomba? e il suo corpo? Tuttavia quasi tutte queste domande non hanno ancora avuto una risposta, tutto ciò che noi storici possiamo fare è cercare di elaborare un ritratto fedele alle prove archeologiche emerse fino a questo momento.
Prima di parlare di lei, bisogna tuttavia fornire qualche strumento di comprensione al lettore non addentrato in certe argomentazioni. Quando parliamo di "eresia amarniana", ci riferiamo a quel periodo della storia egizia (Nuovo Regno - XVIII dinastia - circa 1348 a.C./1318 a.C.) in cui un re, conosciuto con il nome di Akhenaton decise di abbandonare in parte i vecchi culti religiosi e riplasmare una nuova forma di fede basandola su un dio di nome Aton, e quindi di porsi come unico tramite tra egli e gli uomini; abbandonando in essenzial modo il culto del dio Amon, che era ormai amministrato da un prevaricante e potentissimo clero tebano. Il faraone, salito a trono come Amenhotep IV, cambiò così il suo nome in Akhenaton e spostò la capitale del paese più a nord rispetto a Tebe. Il giovane re, ereditò da suo padre un Egitto che aveva già tutti i problemi che spesso, in modo superficiale, vengono attribuiti come unico frutto del suo regno. È per l'appunto rilevante sottolineare che i suddetti problemi intestini erano ormai evidenti anche nell'eredità lasciata da Thutmosi IV ad Amenhotep III, e che quest'ultimo tentò già durante il suo regno di ridimensionare lo strapotere dei sacerdoti di Tebe. Questa manovra politica culminò in un vero e proprio scisma, che divise il paese e sconvolse la vita di tutti quelli che vi presero parte, fra questi Nefertiti.
Nefertiti compare nelle rappresentazioni reali, o meglio, nel gruppo familiare di Akhenaton fino al quattordicesimo anno di regno del marito, dopodiché il suo nome scompare o forse cambia. Infatti, nello stesso periodo in cui non si hanno più tracce di lei in quanto regina, compare una nuova figura, forse coreggènte dello stesso faraone: Neferneferuaton Ankheperura. È possibile, al contrario da quanto ipotizzato da molti, che Nefertiti non sia morta, ma che semplicemente abbia assunto una carica più importante.
Che questo nuovo "re" potesse essere la regina Nefertiti, fu ipotizzato per la prima volta da Henri Gauthier nel 1912, poi da Campbell nel 1964 e infine da Nicholas Reeves in tempi più recenti. Infatti Gauthier affermò che: "il primo nome, e l'originale, del coreggènte di Akhenaton era Neferneferuaton, e... che l'adozione del nome alternativo Smenkhara fu una modifica posteriore".
Difatti, dopo la morte di Akhenaton, compare una nuova figura estremamente misteriosa, che da sempre desta numerosi quesiti: Smenkhara. Questo nome è stato associato a diversi personaggi dell'antico Egitto e a molteplici parentele; fratello o figlio di Akhenaton, padre di Tutankhamon o anche sorella dei due. E se in realtà l'enigmatico Smenkhara altri non era che la bella Nefertiti? Se così è stato, quando è iniziata la loro coreggenza?

Forse è possibile datarla nel dodicesimo anno di regno di Akhenaton grazie ad un rilievo ritrovato nella tomba di Huya e Meryra II ad Amarna.


In questo bassorilievo è possibile notare come il re e il suo coreggènte sembrino quasi essere uniti in un'unica entità, resa da una posizione quasi virtuale dei due regnanti, come se si volesse enfatizzare l'unicità del loro essere.
Questa prova però confermerebbe l'ipotesi della coreggenza tra i due sposi, mentre la verità sull'identità di Smenkhara resta ancora oggi una vera incognita. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che alla morte del re, Nefertiti, ormai coreggènte assodato, abbia ricambiato il proprio nome da Neferneferuaton Ankheperura ad Ankheperura Smenkhara. Altri egittologi invece hanno formulato una teoria secondo la quale egli/ella non fosse altro che la primogenita di Akhenaton: Merytaton. Tuttavia, nessuna ipotesi potrà mai essere veramente confermata in base alle prove ad oggi in nostro possesso. L'unica speranza per la risoluzione di questo puzzle resta come sempre l'archeologia, che forse, prima o poi, tirerà fuori nuovi reperti di quel lontano passato.
Se nulla di certo si sa della sua vita, in eguale misura, nulla di sicuro si può sapere sulla sua morte, sulla sua tomba o sulla sua mummia.

Nel 2003 l'archeologa inglese Joann Fletcher si convinse di aver ritrovato la mummia della regina, occultata dai sacerdoti egizi in un nascondiglio all'interno della tomba KV35 di Amenhotep II. La mummia in questione, soprannominata "The younger lady", risultò essere appartenuta ad una donna morta troppo giovane per essere la regina Nefertiti. Nondimeno, nel 2010, si è potuto appurare tramite il test del DNA, che la giovane dama altri non era che la madre del leggendario Tutankhamon. Tuttavia, la sua identità resta un mistero, molti ipotizzano che possa essere Kiya, seconda sposa di Akhenaton e che forse morì di parto.

venerdì 18 settembre 2015

I nomi geroglifici degli dei egizi

Nelle ultime settimane ho postato i nomi dei re e quelli delle regine, ora vorrei continuare postando quelli delle principali divinità egizie. Riconoscere il nome di un dio in un testo geroglifico vi permetterà di comprendere ciò che state vedendo o di riconoscere di conseguenza il tipo di messaggio che quella scena vuole trasmettere.

Inoltre saper leggere i nomi degli dei vi permetterà di intuire, insieme a pochi altri termini geroglifici, molti dei nomi di faraoni, regine o semplici abitanti di Kemet.



Molto spesso però i nomi degli dei sono espressi in modi differenti, quasi sempre capita di incontrare il determinativo della divinità con i segni fonetici che esprimono il loro nome, esempio:


In questi casi è molto utile conoscere l'alfabeto geroglifico: Segni Monoconsonantici 

In taluni casi invece il discorso diventa più complesso, come nel caso del nome della dea Satet, dove non basta conoscere i segni monoconsonantici, esempio:


In questi casi tuttavia è possibile aggirare l'ostacolo con una minima conoscenza delle divinità egizie, prendendo ancora ad esempio la dea Satet, possiamo dire che la sua natura cacciatrice è ben rappresentata anche nel suo nome.


Infine ci sono casi più semplici, dove i nomi degli dei sono accompagnati dalla raffigurazione dell'animale a loro sacro, questo è il caso di Khnum:


giovedì 10 settembre 2015

I nomi delle regine egizie

Come ho precedentemente fatto per alcuni dei faraoni più importi, riporto di seguito i nomi geroglifici delle regine più note, con la lettura convenzionale e la traduzione.


Ora provate voi stessi a leggere un piccolo testo geroglifico e vedrete come la conoscenza di pochissimi termini possa in realtà aiutarci a comprendere ciò che stiamo vedendo.


Qui troverete la soluzione: Ahmes Nefertari Titolatura 

venerdì 4 settembre 2015

I nomi dei faraoni

Oggi sono in partenza per la terra del Nilo, prenderò il volo dell'Alitalia AZ894 direzione Cairo delle 22.20. Al nostro arrivo proseguiremo verso Giza, dove alloggeremo al poco pretenzioso Sphinx Hotel. Non è certo il lusso che ci spinge in Egitto, così abbiamo preferito una camera modesta con una vista eccezionale: la Sfinge che veglia su di noi è infatti a circa 200 m.

Il racconto aggiornato del mio viaggio in Egitto lo potrete trovare sulla pagina facebook del sito: Kemet la voce dell'Antico Egitto. Ogni giorno posteremo le nostre sensazioni, le nostre emozioni, le foto, i video e gli aneddoti che ci troveremo davanti.

Non sarà solo un racconto di viaggio ma anche un itinerario nella storia, un percorso che ci riporterà indietro di migliaia di anni, fino a Narmer e a Cheope, passando per Alessandro il Grande, Akhenaton e Ramses II.

Di seguito quindi riporto le traduzioni dei principali nomi che incontreremo in Egitto, in modo che voi possiate leggerli insieme a me e provare quindi le mie stesse emozioni.


(cliccare per ingrandire) 

mercoledì 26 agosto 2015

L'ostrakon della ballerina

L'ostrakon con ballerina è un capolavoro in miniatura dell'arte egizia, rinvenuta in un villaggio di operai situato a ovest di Tebe, è uno dei pezzi più rappresentativi del genere degli ostraka figurati.



L'esemplare, risalente al Nuovo Regno, fu rinvenuto a Deir el-Medina, luogo da dove proviene la maggior parte degli ostraka di questo periodo. È un frammento di pietra calcarea appartenente ai dirupi rocciosi del deserto della regione tebana. Sopra vi è dipinta una ballerina, rappresentata di profilo mentre compie una difficile ma elegante acrobazia: con il corpo audacemente arcuato e con la lunga chioma arricciata che tocca terra, la ballerina sta effettuando una capriola. Sono note, infatti, altre rappresentazioni in cui appare il movimento completo, cioè in tutte le fasi di questo esercizio. La donna è raffigurata seminuda: intorno ai fianchi indossa solo un pezzo di tela nera a motivi policromi. In epoche precedenti, le ballerine presentavano una posizione rigida e angolosa del corpo. A partire dal Nuovo Regno si verificarono dei cambiamenti, senza dubbio dovuti all'influsso asiatico. Da ciò derivò la rappresentazione di ballerine che eseguano movimenti soavi, dotati di grande armonia. L'artigiano che dipinse questo ostrakon dimostrò molta abilità e sicurezza nella realizzazione. Gli operai di Deir el-Medina, soggetti a regole e canoni rigidi quando decoravano le tombe della Valle dei Re, davano libero sfogo alla loro creatività sugli ostraka. In tal modo poterono esprimere un'erte spontanea e piena di vita. 


Tuttavia, la posizione della ballerina acrobata si può osservare anche in questo rilievo della "cappella rossa" di Amon e in moltissime altre rappresentazioni.

venerdì 14 agosto 2015

Gli oli e i profumi nell'antico Egitto

Nel corso dei secoli, gli egizi hanno dimostrato di possedere una straordinaria abilità nel preparare le essenze più raffinate. Oli e profumi erano richiesti come cosmetici ma erano utilizzati anche dai sacerdoti nei loro riti. I profumi per i riti religiosi erano prodotti in laboratori sacri attigui ai templi e sotto la protezione di Chesmu, dio della profumeria. Nel tempio di Horus, a Edfu, si può ammirare la sala dei profumi, le cui pareti sono ricoperte di ricette per la loro preparazione.


Ancora oggi, quando gli archeologi aprono una tomba egizia, non è raro che si sprigioni un intenso odore, anche a distanza di millenni. I raffinati profumieri egizi erano in grado di creare mille prodotti di bellezza e infiniti profumi, nelle forme più svariate. Questi artigiani non conoscevano la tecnica della distillazione, pertanto i loro profumi non erano a base d'alcol come quelli di oggi. Sapevano però conservare perfettamente gli odori utilizzando una base grassa. La Libia, l'Arabia, l'Africa orientale e la stessa terra d'Egitto fornivano radici, fiori, foglie, legni odorosi e gomme a profusione. I profumieri facevano riscaldare un olio (di mandragola, di ricino, di mandorla, di pinoli, ecc.) con delle piante aromatiche o radici, cortecce e resina, finché l'aroma non veniva assorbito. Agli egizi piaceva anche decorare la bocca masticando delle palline fatte di profumo a miele. inoltre, gli affreschi di alcune tombe mostrano dei personaggi che portano sulla testa un piccolo e singolare oggetto: si tratta di un blocco di pomata, fatta con materie grasse profumate e solidificate. Con il calore, questo cono si scioglieva e diffondeva un piacevole olio profumato su capelli, pelle e abiti.

Virtù insospettabili
In un paese caldo e asciutto come l'Egitto, il sole inaridisce in modo particolare la pelle, ma oli e profumi permettevano di mantenerla idratata; inoltre, poiché queste sostanze erano utilizzate anche per i culti religiosi, gli uomini attribuivano loro un carattere magico. Per esempio, si credeva che potessero tenere lontani gli spiriti maligni e le epidemie. Alcuni unguenti promettevano di eliminare le rughe e ci è stata tramandata addirittura la ricetta di un olio in grado di far ringiovanire! Gli egizi apprezzano in particolar modo alcune fragranze come il "profumo d'iris", che si otteneva facendo macerare nell'olio il rizoma di questo fiore; era di colore rosso e manteneva il suo profumo per vent'anni. Il cosiddetto "Egizio" era composto invece di cannella e mirra macerate per più di otto anni in un vino profumato.

Profumi per l'aldilà
Nell'antico Egitto si credeva che le divinità manifestassero la propria presenza emanando un profumo. Le loro statue erano abbondantemente ricoperte di unguenti, così inebrianti da indurre, sembrerebbe, veri e propri stati d'estasi. Tra gli altri, si utilizzavano l'olio di cade, l'olio di olibano e l'olio di benzoino. I profumi compaiono anche tra le suppellettili delle sepolture: per la resurrezione. Era questo il caso, per esempio, dei "sette unguenti sacri". Naturalmente, i profumi cui era associato un afflato vitale erano utilizzati nella mummificazione: al momento della resurrezione, gli unguenti avrebbero dovuto generare il calore necessario a risvegliare la mummia. Le spoglie, quindi, venivano abbondantemente cosparse di oli; addirittura, il corpo di Tutankhamon ne era talmente intriso che finì col creare una sorta di colla tra la pelle e le bende.

Recipienti raffinati
I profumi erano conservati in lussuosi recipienti: vasi, ampolle, scatole di granito o di alabastro, ecc. Si usavano anche dei flaconcini in vetro colorato, simili a delle fiale dal collo allungato: servivano a versar le sostanze più liquide, che non potevano essere maneggiate come si faceva con gli unguenti. In questo campo, gli artigiani lasciarono spazio alla fantasia per trovare le forme più originali: da una gazzella sdraiata a un'imbarcazione che galleggia su di uno specchio d'acqua, e altre ancora.

domenica 9 agosto 2015

Le sembianze del dio Seth

Avevo precedentemente parlato della figura del dio Seth, affascinante divinità del caos che per gelosia e vendetta assassinò il suo stesso fratello. Questa divinità ha attratto particolari attenzioni nel corso degli anni perché a differenza dei suoi colleghi, come Anubis e Bastet, le sembianze della sua testa non ci sono familiari. Da sempre gli egittologi si interrogano sulle sue strane fattezze, tanto da arrivare a bollarle come "testa di animale fantastico", mentre altri ci hanno addirittura visto un formichiere, animale per altro non conosciuto dagli egizi, visto che la famiglia da cui derivano è esclusiva del Sud America. E quindi da dove arriva quella strana conformazione? Proviamo a dare una risposta logica e basata su una mia personale deduzione, o teoria che dir si voglia.

Dal Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto di Mario Tosi, alla voce Seth, pag.122:

"Era un dio teriomorfo, raffigurato come uno strano quadrupede accovacciato sulle zampe, con il muso appuntito e ricurvo, con grandi orecchie dritte al cielo e una coda verticale a guida di freccia: forse un formichiere, un asino selvatico, un okapi o un levriero del Caucaso; aveva gli occhi neri per il suo rapporto con l'oscurità".

Gli egizi non concepivano l’arte nello stesso modo in cui la vediamo noi e nei loro dipinti o bassorilievi non si rivolgevano all'uomo osservatore, ma a coloro che avevano uno strumento differente con cui guardare: le divinità.  Nell'antico Egitto, l’arte non era fatta per i vivi, ma era un insieme di canoni per comunicare con il mondo degli dei, e con questo codice cercavano di trasmettere l’essenza delle figure che rappresentavano. Pertanto i visi e le gambe degli uomini erano dipinti di profilo, con le spalle diritte e il busto a tre quarti, in modo che il dio che osservasse quella raffigurazione potesse riconoscerne l’uomo o la donna rappresentati. È dunque possibile che questo possa valere anche per le fattezze di Seth? 

Nella loro storia gli egizi non hanno mai fatto qualcosa o riprodotto un'immagine che non venisse direttamente dal loro mondo, dalla loro fauna o flora e questo, forse, vale anche per Seth. Questa divinità aveva delle caratteristiche prettamente violente: aggressività, controllo delle tempeste, dei fulmini e di tutti quegli elementi che lo rendevano l'incarnazione stessa del male. Di conseguenza, quale animale, vicino agli egizi, potrebbe unire tali caratteristiche? O almeno in parte? 

La risposta è quantomeno ironica: l'ossirinco, proprio quel pesce che secondo la leggenda mangiò il fallo di Osiride e che fu assimilato e associato proprio a Seth, in particolar modo nella città di Oxyrhynchon Polis, cioè la "città del pesce dal naso aguzzo", così soprannominata da Alessandro Magno. Questo toponimo all'inizio aveva il nome di Per-Medjed: "Città di Medjed", termine egizio con cui ci si riferiva al pesce in questione. Quali sono dunque le caratteristiche del pesce Medjed? 
Per questo consultiamo una delle tante enciclopedia di biologia fluviale che possiamo trovare in ogni biblioteca o libreria:

"A causa della curiosa conformazione del muso (per la quale vengono comunemente chiamati "pesci elefanti") sono assai ricercati dagli acquariofili, malgrado non si tratti di pesci ideali per l'acquario di comunità, dove restano quasi sempre nascosti al buio e nell'oscurità. (...) Carnivori, accettano solo prede vive o surgelate... Gli adulti sono molto aggressivi tra loro, è possibile allevare più individui insieme solo in vasche molto grandi. (...) Possiedono organi speciali che emettono piccole scariche elettriche in rapida successione, fino a un migliaio al minuto. (...) e hanno occhi piccoli e neri".

Il grande libro dei pesci - Parisse - De Vecchi Editore - pag.69



E le orecchie? Forse gli egizi, così come facevano con gli altri esseri, hanno rappresentato gli aspetti principali dell'animale, e quelle che noi oggi consideriamo orecchie, altro non erano che pinne. In effetti, il cosiddetto "pesce elefante", ha nelle sue pinne proprio quell'organo elettrico che gli permette di trasmettere scosse. Anche nelle scettro Uas, probabilmente ipostasi del dio Seth, possiamo notare una sorta di striatura nelle cosiddette orecchie molto simile a quelle dei pesci, e inoltre, lo scettro termina proprio con due estremità, così come la coda del Medjed.


Seth è anche associato ad una particolare forma di "simbolismo acquatico": egli, che si manifesta nel tuono, nella pioggia e nella tempesta, che ha potere sull'acqua come quando "recò danno ad Osiride in quella notte di grande tumulto", è un "dio che sputa". Non vi è dubbio che Seth assunse nel corso della storia egizia diverse sfaccettature, ma in origine il suo culto era perpetrato proprio a Per-Medjed, e in età predinatisca vi era venerato nella forma di un pesce, il Mormyrus kannume, cioè lo stesso tipo di pesce che divorò il fallo di Osiride, dunque una scelta appropriata. 

Questa è forse solo e unicamente una teoria, ma resta comunque un'ipotesi concreta, tanto è vero che era il patrono di Oxyrhynchos, la città del "pesce dal naso aguzzo". 


martedì 21 luglio 2015

I Testi dei Sarcofagi

I fatti accaduti durante il Primo Periodo Intermedio ebbero una chiara ripercussione sulle credenze funerarie degli egizi. In tempi di anarchia politica e crisi spirituale, la comparsa dei Testi dei Sarcofagi rappresentò in modo diretto un risveglio della cultura egizia.


I cosiddetti Testi dei Sarcofagi sono formule funerarie scritte in geroglifico sui sarcofagi di legno dal Primo Periodo Intermedio alla fine del Medio Regno. Si tratta di un insieme eterogeneo di rituali, inni, preghiere e formule magiche, derivati dai Testi delle Piramidi, il cui scopo era quello di assicurare al defunto il favore degli dei. Con il passaggio dei testi dai muri ai sarcofagi, questo tipo di formule non era più una prerogativa del faraone ed era alla portata di principi, nobili e, più tardi, di chiunque potesse permetterselo. Una delle caratteristiche fondamentali di questi testi era la manifestazione dei desideri e delle preoccupazioni dell'essere umano, in contrapposizione al tono dogmatico e regale dei Testi delle Piramidi.

La "democratizzazione" dei destini dell'oltretomba
Le agitazioni socio-politiche della fine dell'Antico Regno ebbero una chiara influenza sullo sviluppo della religione funeraria. Il potere del faraone si indeboliva e cresceva quello dei governatori di provincia. L'Egitto viveva una situazione di miseria, disordine collasso e crisi spirituale, che sfociò in una sorta di "rivoluzione democratica". Si ritenne allora che anche i semplici cittadini potessero godere nell'oltretomba di una vita fino ad allora riservata al sovrano e furono utilizzati anche per loro i testi funerari regali, al punto da identificare il comune defunto con Osiride. In tal modo tutti avrebbero avuto lo stesso destino e le stesse possibilità di raggiungerlo attraverso riti magici e funerari, che rimasero fissati nei Testi dei Sarcofagi. Innovativa fu la presenza di scene illustrative - che non sono presenti nei Testi delle Piramidi, riservati solo al re - e che ora erano riprodotte sui sarcofagi di defunti appartenenti anche alla classe media, prova evidente della "democratizzazione" del rituale funerario. In un capitolo scritto su sei sarcofagi di el-Bersha è affermata l'originaria uguaglianza di tutti gli uomini, ai quali il creatore ha concesso le stesse possibilità in un mondo perfetto. Inoltre, l'esistenza del male viene imputata alla colpa degli uomini, che hanno trasgredito il comando divino della fraternità.

Mura, papiri e sarcofagi... 
Non sempre questi testi si trovavano sui sarcofagi di legno: alcuni erano riprodotti sui muri della camera sepolcrale. Il colore dell'inchiostro sui muri era nero, a limitazione di manoscritti su papiro. Da Ermopoli proveniva una parte dei testi usati nella decorazione dei sarcofagi. Anche un papiro - oggi conservato a Torino - riproduce rituali utilizzati nei testi dei sarcofagi. Si tratta, dunque, di una letteratura abbastanza vasta, dotata di proprie caratteristiche; il linguaggio è meno classico e conciso di quello dei testi precedenti. Le idee sono confuse e, spesso, vengono utilizzati termini inadeguati e imprecisi ad una prima occhiata. I temi principali sono l'immortalità e il combattimento e la vittoria sul nemico nell'aldilà. Le allusioni alla realtà terrena vengono progressivamente abbandonate e sostituite da altre che fanno riferimento alla vita degli dei, da cui il defunto ottiene favori, nel suo desiderio di vivere eternamente con loro. Sebbene i Testi si basino sulla fiducia nella magia e nei riti, essi elogiano anche la virtù morale del defunto.


...le divinità
La mitologia raccolta in questi Testi è molto varia. Comprende passi tratti dalla dottrina eliopolitana, in cui è descritta la lotta tra Ra ed Apophis. Hathor, anche lei inserita in questa tradizione solare, era la dea principale del centro di Gebelein. Vi sono anche tracce della dottrina ermopolitana, che si riferiscono all'origine del mondo a partire dalle quattro coppie di divinità primordiali. Inoltre, troviamo contenuti a carattere naturalistico riguardo al ciclo della vita, composizioni poetiche adatte all'uso funerario, come La canzone dei quattro venti, o descrizioni introduttive al mondo dei defunti. Nei Testi si fa riferimento a Iside decapitata o alla resurrezione di Osiride. Questa divinità compare nei formulari delle offerte, un rituale di origine regia, che rappresentava in quel periodo una credenza viva che avrebbe ottenuto sempre più il favore del popolo. Nella tradizione funeraria dell'aldilà, il dio dell'oltretomba finirà per chiamarsi Osiride-Ra.

Dai testi dei Sarcofagi al Libro dei Morti
I Testi dei Sarcofagi, come insieme destinato a un uso funerario, in gran parte ispirarono e furono il punto di partenza del Libro dei Morti del Nuovo Regno. Sui sarcofagi di el-Bersha è riportata una mappa degli inferi, in cui sono indicate diverse entità demoniache e i precetti da seguire per superare i pericoli corrispondenti. Ciò costituisce una fase di transazione verso i testi del Libro dei Morti. Allo stesso modo, altri passi dei Testi dei Sarcofagi contengono un abbozzo della "confessione negativa", la stessa che si svilupperà in quelli dei papiri sacri del Nuovo Regno: il defunto doveva menzionare le mancanze di cui non si sentiva colpevole e nel testo si diceva che egli era puro, innocente e giusto nel palare, supponendo che avesse superato il giudizio del tribunale degli dei, che questi ultimi lo avessero riconosciuto innocente e che, quindi, potesse accedere all'aldilà.


  1. Un'offerta che il re dà a Osiride, signore di Djedu, Khentimentiu, il dio grande, signore di Abydos, affinché egli dia ogni cosa buona e pura: mille pani e birre, buoi e uccelli, (vasi di) alabastro e abiti, di cui vive un dio, per il Ka del venerato, Nakhtankh giustificato (presso Osiride).
  2. Il venerato presso Amset, Nakhtankh.
  3. Il venerato presso Shu, Nakhtankh, giustificato.
  4. Il venerato presso Geb, Nakhtankh, giustificato.
  5. Il venerato presso Duamutef, Nakhtankh, giustificato. 
Per un approfondimento sui geroglifici: 1; 2.

martedì 14 luglio 2015

La stele del sogno di Thutmosi IV

"Oh, figlio mio Thutmosi! Io sono tuo padre Horakhty, Khepri, Ra, Atum". Coì parlò la Sfinge a un giovane principe, spingendolo a rimuovere la sabbia che la copriva, in cambio del trono. Egli regnò in Egitto con il nome di Thutmosi IV.


Il regno di Thutmosi IV (1412-1402 a.C.) fu breve, ma segnò un'epoca di pace per l'Egitto. Suo padre, Amnehotep II, lo aveva associato al trono anche se non era il primogenito. I due fratelli maggiori erano morti prima del padre e così il regno spettò al più giovane. Per consolidare il suo trono, i sacerdoti tebani del dio Amon elaborarono una serie di predizioni dell'oracolo, che lo legittimavano come faraone. Nonostante tutto, secondo una leggende, Thutmosi IV doveva il trono alla Sfinge di Giza. Un giorno, mentre era a caccia, si sedette alla sua ombra. A quell'epoca la Sfinge era coperta di sabbia. Il giovane fece un sogno in cui essa gli parlò: "Io ti porrò a capo del regno dei viventi; tu porterai la corona bianca e quella rossa sul trono di Geb, principe degli dei. (...) Ora la sabbia del deserto mi tormenta, quella sabbia che un tempo era sotto di me. Occupati di me, affinché tu possa realizzare tutto ciò che desidero. Io so che tu sei mio figlio e mio protettore". Così, Thutmosi fece rimuovere la sabbia e restaurare la Sfinge. Tra le sue zampe fece erigere una stele sulla quale si raccontava il sogno. In cambio la Sfinge, come rappresentazione del dio Harmakhuis, lo trasformò nel faraone Thutmosi IV.
Così come risultava nella stele della Sfinge di Giza, Thutmosi favorì il culto di Eliopoli. Tolse al sommo sacerdote di Amon la carica di visir e di ministro delle finanze, e per evitare che aumentasse il suo potere lo nominò lui stesso. In politica estera, soffocò una ribellione nella Nubia con l'aiuto di Amon, con cui parlò a Konosso. Non abbiamo notizie di campagne militari in Asia, anche se Thutmosi conquistò una fortezza siriaca dove si limitò a esercitare funzioni di polizia. Conosciamo i rapporti tesi con i vicini asiatici grazie alla corrispondenza cuneiforme con i Mitanni. Per rafforzare l'alleanza con quest'ultimi, fu combinato un matrimonio con Mutemuya, una figlia di Artatama I, quando Thutmosi era ancora principe. Da questa unione nacque il suo erede: Amenhotep III.

Di seguito riporto la traduzione della Stele del Sogno di Breasted:

  1. Anno I, terzo mese della prima stagione, giorno diciannove, sotto la maestà di Horo, toro possente che genera splendore, le due dee, duraturo nella sovranità come Atum, Horo d’oro, potente di spada, che respinge i nove archi, Re dell’alto e del basso Egitto, MenkheperwRa, figlio di Ra, Tothmosis, splendente nelle sue corone, amato da ……, da vita, stabilità, soddisfazione come Ra per l’eternità.
  2. Vita al dio degli dei, figlio di Atum, protettore di Horhaket, immagine vivente del Signore dell’universo, sovrano generato da Ra, eccellente erede di Khepri, bello di viso come suo padre, che uscì dotato della forma di Horo su di lui, un Re che… gli dei, che …. il favore dell’enneade degli dei, che purifica Eliopoli; 
  3. Che soddisfa Ra, che abbellisce Menfi, che presenta la verità ad Atum, che la offre a colui che è a sud del suo muro (Ptah), che fa un monumento per fare offerta giornaliera ad Horo, che fa tutte le cose cercando benefici per gli dei del sud e del nord, che costruisce le loro case in calcare, che da in dotazione tutte le loro offerte, figlio di Atum, del suo corpo Tothmosis, splendente nelle sue corone come Ra; 
  4. Erede di Horo sul suo trono, MenkheperwRa, da vita. Quando sua maestà era un giovanetto come Horo, la gioventù in Khemmis, la sua bellezza come il “protettore di suo padre”, egli appariva come il dio stesso. L’esercito si rallegrava per amore verso di lui, i figli del Re e tutti i dignitari. A quel tempo la sua forza era straripante, ed egli
  5. Ripeteva il circuito della sua potenza come il figlio di Nut. Guarda! Egli fece una cosa che gli diede piacere sugli altipiani del distretto di Menfi, sulle sue strade del sud e del nord, tirando a bersaglio con frecce di rame, cacciando leoni e capre selvagge, correndo sul suo carro, essendo il suo cavallo più rapido
  6. del vento, insieme con due del suo seguito, mentre non una persona lo conosceva. Ora, quando venne l’ora di far riposare i suoi accompagnatori, era sempre sulla spalla di Harmakhis, accanto a Soqar in Rosetau, Renutet in …. nei cieli, Nut… del settentrionale… la Signora del muro del sud, Sekhmet
  7. che presiede su Khas… lo splendido posto della prima volta del tempo, di fronte ai signori di Kherakha, la sacra strada degli dei verso la necropoli ad ovest di On (Eliopoli). Ora, la grandissima statua di Khepri (la grande Sfinge - la sfinge è una incarnazione del sole e khepri è il nome del solo che viene in esistenza) riposa in questo posto, la grande in valore, la splendida in forza, sulla quale l’ombra di Ra indugia. I quartieri di Menfi e tutte le città che sono presso di lui (si riferisce a Khepri) vengono a lui, levando le loro mani per lui in preghiera al suo viso, 
  8. Portando grandi oblazioni per il suo Ka. Uno di questi giorni venne ad accadere che il figlio del re, Tothmosis, giunse correndo all’ora del mezzogiorno, ed egli si riposò all’ombra di questo grande dio. Una visione del sonno si impadronì di lui nell’ora di quando il sole è allo zenith, 
  9. ed egli trovò la maestà di questo riverito dio che parla con la propria bocca, come un padre parla con suo figlio, dicendo: Ascoltami! Guardami! Figlio mio Tothmosis. Io sono tuo padre, Horemhaket-Khepri-Ra-Atum, che darà a te il mio reame
  10. in terra alla testa dei viventi. Tu indosserai la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb, il principe ereditario. Il Paese sarà tuo nella sua lunghezza e larghezza, su quello che l’occhio del signore dell’universo risplende. Il cibo delle due terre sarà tuo, il grande tributo di tutti i paesi, la durata di un lungo periodo di anni. Il mio viso è tuo, il mio desiderio è verso di te. Tu dovrai essere verso di me un protettore
  11. per il mio stato che è di essere sofferente in tutte le mie membra… la sabbia di questo deserto sul quale io sono, mi ha raggiunto, datti da fare per me, in modo che sia fatto ciò che io ho desiderato, sapendo che tu sei mio figlio, il mio protettore, vieni qui, guarda, io sono con te, io sono
  12. la tua guida. Quando ebbe finito questo discorso, questo figlio di re si risvegliò udendo questo…; egli capi le parole di questo dio, ed egli tacque nel suo cuore. Egli disse: “Venite, affrettiamoci alla nostra casa nella città, saranno garantite le oblazioni per questo dio
  13. che noi portiamo per lui: bovini… ed ogni sorta di vegetali freschi, e noi adoreremo Uennefer… Khafra, la statua fatta per Atum Horemhakhet....
Purtroppo il testo leggibile finisce qui, ci sono ancora alcuni frammenti di righe successive, fino alla 19, ma si leggono solo poche parole sparse relative ad ulteriori offerte.



giovedì 9 luglio 2015

L'Inno "cannibale"

Benché i testi egizi più antichi risalgono alle prime dinastie, alcuni riflettono nella loro composizione un'arcaicità che fa supporre una loro elaborazione in epoche preistoriche. L'inno cannibale è uno di questi.


Per gli egizi la parola aveva un valore magico. La sua forza agiva quando essa veniva pronunciata o scritta. Questa magia aiutava il defunto nel mondo ultraterreno sotto forma di scongiuri e testi funerari. Di questi ultimi, i più antichi sono i Testi delle Piramidi, riservati ai faraoni, ai quali consentivano di accedere al paradiso. Il più antico è quello della piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia; appare anche in tombe di alcuni faraoni della VI e delle loro regine. Tra le varie formule che compongono questi testi vi è il cosiddetto Inno cannibale, che si trova solamente nei Testi delle Piramidi di Unas e Teti (Manetone lo chiamò Otoes), primo faraone della VI dinastia. L'antichità di questo testo, redatto in stile oratorio, si riflette nella scrittura, molto arcaica, e negli dei che vi sono inclusi: elementi celesti, pianeti e Orione. La teofagia (ovvero l'atto del mangiare la divinità) è un altro di questi particolari aspetti arcaici.

Il contenuto dell'inno cannibale
Il destino dei faraoni dell'Antico Regno era l'ascesa al cielo, che consisteva in un assalto al paradiso degli dei; per raggiungerlo era necessaria la magia, poiché si dovevano superare tutti gli ostacoli che erano in agguato nell'aldilà. Il corpo degli dei era pieno di magia, cosicché, per ottenere tale forza, i faraoni dovevano divorarli. Questo tipo di "cannibalismo", praticato soltanto dai faraoni, è stato considerato una forma rituale per impadronirsi della forza degli dei. Divorando questi ultimi, la loro forza magica passava al faraone, che in tal modo si trasformava in una divinità. Alcuni ritengono che i testi facciano riferimento a un'epoca anteriore in cui si praticava il cannibalismo e prendono come esempio alcune società africane che compivano tale rito o risalgono agli inizi del regno egizio quando si effettuava forse qualche tipo di sacrificio umano a carattere rituale. Tuttavia queste restano solo ipotesi non suffragate da prove concrete.
Il tono dell' "Inno cannibale" è certamente pretenzioso; nel testo si ordina alle divinità di far entrare il faraone nel cielo per non essere divorate da lui:
"Unas è colui che si nutre della loro magia e inghiotte il loro spirito. Tra essi i grandi sono per la sua prima colazione, quelli medi per il suo pranzo, quelli piccoli per la sua cena, quelli vecchi per il suo incensamento. (...) Unas si alimenta con i polmoni dei saggi e si sazia con i loro cuori e la loro magia. (...) Egli si rallegra quando la loro magia è nel suo corpo. La dignità di Unas non si separerà da lui dopo aver inghiottito il sapere di ogni dio. La durata della vita di Unas è l'eternità, il suo limite è la perpetuità (...) Ecco che l'anima degli dei è nel corpo di Unas, (...) Unas possiede il loro spirito (...) Ecco che l'anima degli dei appartiene a Unas".

mercoledì 1 luglio 2015

I testi delle Piramidi

Il desiderio di avere accesso alla nuova vita nell'aldilà ha la sua più antica testimonianza nei Testi delle Piramidi, passaporto dei faraoni per l'eternità. Si tratta della raccolta di testi religiosi più importante dell'Antico Regno.
I testi delle Piramidi sono una raccolta di formule destinate a facilitare l'ascesa al cielo del defunto, grazie al potere magico della scrittura. Per il luogo in cui furono scritti - le piramidi - il privilegio doveva essere esclusivo del faraone. Questi testi, che non compaiono in tutte le piramidi, hanno il loro riferimento più antico nella piramide di Unas, ultimo faraone della V dinastia, ma vi sono testi anche in quelle di sovrani della VI e della VII, come Teti, Pepi I, Merenra I, Pepi II e tra regine spose di quest'ultimo. Si conoscono in totale 800 formule, anche se non sono state trovate tutte in un'unica piramide. La compilazione di questi testi indica che furono scritti in diversi periodi storici; lo stile arcaico della scrittura e l'uso della seconda o della terza persona sono testimonianze dell'evoluzione della lingua egizia. Vi sono formule risalenti ai primissimi tempi dell'Egitto faraonico, e anche precedenti, come nel caso dell'Inno Cannibale, databile al Periodo Predinastico. Poiché questi testi si trovano nelle piramidi , alcuni egittologi ritengono che i faraoni dubitassero della loro salvezza e cercassero, attraverso la magia della parola, di assicurarsi il cammino verso il cielo.
Sebbene la provenienza delle formule incluse nei Testi delle Piramidi sia varia e in esse si riflettano idee appartenenti a diverse teologie, nella redazione complessiva si nota l'influenza dei sacerdoti eliopolitani. La salvezza del sovrano si trova nel cielo, mentre i sudditi hanno un paradiso terrestre. Il destino finale del faraone poteva essere salire sulla barca di suo padre Ra, dio Sole, o trasformarsi in una stella e divenire eterno. Nei Testi di trova riflesse la politica del momento poiché, oltre al crescente potere dei sacerdoti, rappresentato dal culto di Ra, il defunto viene identificato con Osiride, dio dei morti, mentre il faraone regnante con Horus. Nei Testi delle Piramidi vengono menzionate alcune leggende che saranno sviluppate in seguito, come la morte di Osiride. Altri testi riguardano culti del faraone o rituali che venivano compiuti durante la vita del re, e scongiuri magici contro le forze del male che erano in agguato nell'aldilà.


I Testi della piramide di Pepi I
Nella zona a nord di Saqqara si trova la piramide di Pepi I, faraone della Vi dinastia. Questa tomba, successiva a quella di Unas, fu scoperta prima. Su tutte le pareti interne c'erano formule scritte con geroglifici verdi riguardanti appunto i sacri Testi. Alcune di esse figurano già nella piramide di Unas, ma altre apparivano per la prima volta. Il grande lavoro di Maspero e, più tardi, di Kurt Sethe, ha permesso di conoscerne il contenuto. Il testo, che probabilmente veniva recitato da un sacerdote durante la cerimonia funebre, aveva uno stretto legame con il luogo in cui veniva scritto. Secondo alcuni egittologi, i testi devono essere letti dalla camera sepolcrale verso l'esterno, a indicare la resurrezione del defunto che, uscendo dal sarcofago abbandonava il mondo sotterraneo attraverso un corridoio. Altri parlano di una processione fino al sarcofago, come nel caso della piramide di Pepi I. Il vestibolo assomiglia al tempio della valle, dove veniva accolto il sarcofago del defunto. Il corridoio si identifica con la stra maestra che saliva al tempio alto, qui identificato con l'anticamera, dove venivano compiuti diversi rituali; la sala del sarcofago è il recinto in cui solo il faraone o il sacerdote avevano l'autorità di celebrare il culto. Nonostante il lavoro di Maspero e Sethe, l'opera di copiatura e di traduzione dei Testi della piramide di Pepi I è ancora in fase di elaborazione e di studio.

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...