domenica 23 giugno 2013

Il Museo Egizio del Cairo: Bracciali di Ramses II


Durante i lavori di costruzione di una ferrovia, a Tell Basta (l'antica Per-Bastet), una località del Delta, sono stati ritrovati gioielli e vasellame in oro e in argento. Solo alcuni di questi oggetti si trovano al Museo del Cairo; gli altri sono esposti a New York e a Berlino. Per-Bastet, la ''dimora di Bastet'', era il centro di culto dell'omonima divinità, rappresentata come donna dalla testa di gatto. Il tempio della dea, esistente già nell'Antico Regno, fu ingrandito dai sovrani delle epoche successive. Il tesoro, casualmente scoperto dagli operai addetti ai lavori ferroviari, faceva probabilmente parte del deposito del santuario. Questi bracciali rigidi in oro massiccio sono composti da due semicerchi collegati da un cardine e un fermaglio. La ricca decorazione a granuli consiste in una serie di motivi geometrici. Nella parte superiore sono rappresentate in rilievo le teste di due anatre dal collo ripiegato, con un unico largo corpo realizzato in lapislazzuli e la coda in oro decorata a piccoli granuli. Accanto alla chiusura sono incisi i cartigli di Ramses II. Con ogni probabilità il sovrano recò personalmente in offerta questi braccialetti alla dea Bastet.

Descrizione

Materiale: Oro e lapislazzuli
Diametro Massimo: 7,2 cm
Luogo di rinvenimento: Tell Basta (Bubastis)
Data del rinvenimento: 1906
Dinastia: XIX
Regno: Ramses II (1279-1212 a.C.)
Sala: 4

domenica 16 giugno 2013

Le piante medicinali

'' Quella terra fertile produce molte erbe, alcune nocive e altre curative, 
debitamente mescolate. Laggiù ogni uomo è un dottore (...) ''. 

Così Omero descrive nell'Odissea la ricchezza di piante medicinali in Egitto. Piante, semi, erbe e frutti erano molto utilizzati nella preparazione di ricette mediche nell'antico Egitto. L'impiego di determinate piante era segno di una buona conoscenza della natura. Nei papiri che ci sono giunti vi sono ricette mediche i cui componenti principali appartenevano al regno vegetale. Il problema è che talvolta sono usati termini che non è stato possibile decifrare. Malgrado ciò, la maggior parte delle piante utilizzate dagli egizi fu adottata anche da greci, romani e arabi; alcune vengono ancora usate. Le erbe (raccolte direttamente o acquistate al mercato) venivano utilizzate per inalazioni, suffumigi oppure sciolte in acqua, vino, miele o latte. Talvolta si realizzavano preparati di erbe in acqua o olio, che poi si mescolavano con altri composti. Malgrado l'apparente rigore scientifico, tutte le ricette andavano accompagnate dalle giuste formule magiche, perché nell'Antico Egitto, scienza e magia andavano di pari passo. Anche le piante come l'uva (contro la tosse), i datteri (inalati o per unguenti), le foglie di papiro (contro le scottature) e le cipolle (contro il morso dei serpenti) venivano usate in senso medico; ma anche semi come il grano e l'orzo, ad esempio:


Test di gravidanza

'' Mezzo per sapere se una donna è o non è incinta. 
Si pongono orzo e grano e la donna li bagnerà tutti i giorni con la sua urina. 
Metterà anche datteri e sabbia nei due secchi. Se i due semi germogliano, la donna è incinta (...) ''.

Addirittura, si poteva stabilire secondo gli egizi, il sesso del bambino:

'' Se spunterà prima il grano, vorrà dire che nascerà una femmina, 
se invece spunterà dell'orzo significa che nascerà un maschio (...) ''.



mercoledì 8 maggio 2013

sabato 4 maggio 2013

I prodotti d'importazione

Malgrado le enormi ricchezze di cui disponeva il territorio egizio, molti erano i beni provenienti da altri paesi. Prodotti di prima necessità, come l'olio o certi minerali, e anche alcuni articoli di lusso, tra cui pelli e profumi, venivano importati dai paesi vicini.
Già nel Periodo Predinastico nelle tombe dell'antico Egitto fecero la loro comparsa alcuni prodotti importati dai paesi stranieri. La loro provenienza, tra l'altro, era alquanto varia. Dal paese di Canaan, ad esempio, venivano importati olio e vino, che erano trasportati in anfore. I contatti con Biblo sono documentati dal periodo Predinastico. 

Il prodotto più importato da quella zona era il cedro, il cui legno era notevolmente apprezzato. Nella penisola del Sinai, invece, iniziò l'estrazione di turchese, con cui venivano elaborati gioielli, e di malachite, utilizzata come cosmetico. Il lapislazzuli era importato dal lontano paese di Bactriana, l'attuale Afghanistan. Da Cipro l'Egitto prendeva il rame, necessario soprattutto per le armi. In diverse occasioni l'importazione di questo prodotto fu effettuata per via diplomatica, vale a dire che fu un regalo del sovrano di Cipro al faraone. La principale fonte di rifornimento di prodotti esteri era la Nubia, vicina e ricca di minerali. Inoltre, benché il paese del Nilo disponesse di oro, anche questo minerale, insieme ad altri prodotti esotici, veniva importato dalla Nubia. Dall'Africa venivano importate scimmie, giraffe e leopardi (sopra e sotto, tomba di Rekhmira), animali piuttosto rari in Egitto. Un "prodotto" particolare fu un pigmeo di questa zona portato in dono a Pepi II. Con i Nubiani, si fecero anche numerosi baratti di schiavi in cambio di cereali. 

In un considerevole numero di dipinti del Nuovo Regno sono raffigurati stranieri che offrono beni e prodotti al faraone o a un alto funzionario. Queste scene, in realtà, sembrano rappresentare un tributo da parte di popoli stranieri. Tuttavia, scene simili si svolgevano anche nella realtà, quando i commercianti egizi giungevano nei paesi stranieri. I prodotti che entravano nella terra dei faraoni erano monopolio statale e solo il sovrano poteva concedere il privilegio dell'importazione così come soltanto lui poteva revocarlo. In epoche più avanzate, templi iniziarono a organizzare alcune spedizioni per importare prodotti. Uno dei casi più noti è quello narrato nelle Disavventure di Unamone, quando il grande sacerdote di Amon invia a Unamone a Biblo allo scopo di portare in Egitto del legno di cedro. La maggior parte delle importazioni avveniva via mare. È stato calcolato che un viaggio dall'Egeo fino in Egitto poteva durare circa cinque giorni. Al paese di Opone (Somalia, Corno d'Africa) si giungeva attraverso il Mar Rosso, su imbarcazioni di piccole dimensioni;  per giungere in Nubia gli egizi navigavano lungo il Nilo, oppure potevano seguire la rotta delle oasi. Il percorso via terra, invece, risultava molto più lungo. Gli egizi non utilizzarono la moneta fino alle epoche tarde e il commercio veniva realizzato tramite scambi. Per conoscere il valore dei prodotti si usavano alcune misurazioni fatte con rame (nel caso in cui il prodotto non fosse pregiato) o anche oro e argento (nel caso di prodotti di lusso). Quando l'importazione non fu più monopolio statale, anche i piccoli commercianti ebbero accesso ai prodotti importati.

(Foto di Flavio Massimo)

domenica 28 aprile 2013

Libri e autori del XIX° secolo


Nel XIX° secolo l'Occidente, grazie alle scoperte di avventurieri ed egittologi, visse un vero e proprio "boom" dell'antico Egitto. I libri che raccontarono tali vicende aprirono gli occhi alla società occidentale e scatenarono entusiasmo per il passato di questa millenaria civiltà. Al termine del XVIII° secolo, l'Egitto era quasi sconosciuto. Fu la spedizione napoleonica del 1798 a mutare questa situazione. Grazie a essa vennero pubblicati molti libri sulla terra dei faraoni e ciò suscitò curiosità ed entusiasmo. Vivant Denon, che accompagnò l'esercito nell'antico Egitto, pubblicò nel 1802, Le Voyage dans la Basse et la Haute Égypte pendant les campagnes du Général Bonaparte. Questo libro aveva molte illustrazioni e furono loro a mostrare agli occidentali le meraviglie del paese. Uno dei primi illustratori a recarsi in Egitto fu Luigi Mayer che, nel 1805, pubblicò View in Egypt. Tra i numerosi viaggiatori, avventurieri, artisti e specialisti che, in quegli anni, visitarono il paese non si può dimenticare Giovanni Battista Belzoni, che raccontò le sue esperienze in Narrative of the Operations and Recent Discoveries (1820). Anche le ricerche del barone von Minutoli e di Jean-Jeacques Rifaud presero corpo in vari libri. Il vero padre dell'egittologia fu però Jean-Francois Champollon, che decifrò la scrittura geroglifica. Nel 1822, pubblicò la sua celebre Lettre à M. Dacier relative à l'alphabet des hièroglyphes phonètiques.
Diversi autori contribuirono a gettare le basi dell'egittologia. In Italia, si distinse Ippolito Rosellini con I Monumenti dell'Egitto e della Nubia, opera in tre parti, pubblicata tra il 1832 e il 1844 e ricca di disegni poi riprodotti più volte in altre opere. In Inghilterra, il pioniere di John Gardner Wilkinson che compì un considerevole lavoro di scavi, in particolare nella regione di Tebe. Egli riassunse la sua complessa attività nei tre volumi dell'opera Manners and Customs of the Ancient Egyptians (1837) Allo stesso periodo appartengo anche i libri di viaggiatori, esploratori e disegnatori come il poliedrico italiano Girolamo Segato (Altante del Basso ed ALto Egitto, 1835-1837), il pittore tedesco Heinrich von Mayr (Malerische Ansichten aus dem Orient, 1838-1846), l'architetto francese Hector Horeau (Panorama d'Égypte et de Nubie, 1841) e l'architetto nonché formidabile disegnatore inglese Owen Jones (Views on the Nile: from Cairo to the Second Cataract, 1843).
Tra gli artisti che si dedicarono all’Egitto a metà del XIX° secolo, un posto di rilievo lo occupa David Roberts, uno scozzese mosso dall'idea di realizzare disegni e bozzetti per farne quadri da vendere ai privati. Il suo lavoro fu di tale bellezza che i suoi schizzi e appunti furono subito trasformati in litografie, poi inserite in libri come Egypt and Nubia (1846-1850). In Germania, l’onore di organizzare queste conoscenze toccò a Karl Richard Lepsius, autore di Denkmäler aus Aegypten und Aethiopien (in alto a sinistra una rappresentazione presa dall'opera), pubblicato tra il 1848 e il 1859 in 12 volumi. Si tratta di un’opera estremamente rigorosa e probabilmente, insieme alla Description de l’Égypte, il maggior contributo scientifico sull'argomento  Tra gli altri personaggi di questo perioso, importante è stato anche l’ingegnere e architetto francese Achille Constant Thèodore Émile Prisse d’Avennes, il quale tra il 1858 e il 1877 pubblicò un raffinato: Atlas de l'Histoire de l'Art Égyptien, d'après les monuments, depuis le temps les plus reculès jusqu’à la domination romaine (Atlante della storia dell'arte egizia, dai monumenti dei primi tempi alla dominazione romana).

giovedì 18 aprile 2013

I "misteri" delle Piramidi

Le piramidi di Giza, quasi immutabili nonostante il trascorrere del tempo, hanno sempre colpito la fantasia dei visitatori, suscitando interrogativi inquietanti e suggerendo risposte sorprendenti, alcune fondate scientificamente, altre no. 
La funzione delle piramidi è conosciuta già dall'Antichità. Autori greci come Erodoto, Manetone o Diodoro Siculo raccontano nei loro scritti che i faraoni facevano erigere queste costruzioni di pietra per servirsene come tombe. Nonostante ciò, i testi storici non hanno mai soddisfatto pienamente la curiosità di chi non è intimo allo studio dell'egittologia. Prima che gli archeologi e gli esploratori europei arrivassero in Egitto, già i Romani, e poi i califfi durante il Medioevo, fecero aprire queste tombe per conoscerne i segreti. I problemi tecnici legati alla costruzione e alla forma così caratteristica delle piramidi hanno dato luogo a ipotesi azzardate per cercare di chiarire i presunti misteri che aleggiano su questi monumenti. Tuttavia, bisogna specificare, che il mistero è sempre figlio dell'ignoranza, della mancanza di cognizione di causa e soprattutto della carenza di una volontà metodica.

Molti mettono in relazione la costruzione delle piramidi con elementi estranei alla cultura egizia, ritenendo quest'ultima priva di quelle conoscenze tecnologiche indispensabili per innalzare edifici così perfetti. Alcuni attribuiscono questa perfezione alla presenza di extraterresti sul nostro pianeta, ma probabilmente possiamo immaginare che gli omini verdi siano stati occupati a costruire delle loro "piramidi", perché scomodarsi per noi? Ah già, perché noi non siamo originari di questo pianeta, giusto per andare in barba a Darwin. Altri ancora la giustificano con l'esistenza di una civiltà molto avanzata in un periodo anteriore all'Antico Regno, ma questi, sono coloro che se per caso si imbattessero in una civiltà del genere, la reputerebbero anch'essa figlia di un mondo perduto, poiché la grandezza di un popolo a noi precedente sembra un affronto. Infine, la forma geometrica delle piramidi, con la sua ampia base e il vertice rivolto verso il cielo, ha indotto altri a ritenere che la loro costruzione servisse a concentrare l'energia positiva presente nell'universo.

La Forma delle Piramidi
Il perfetto profilo delle piramidi ricorda la silhouette di alcuni monti sacri, come l'Olimpo dei greci. Molte culture dell'antichità identificavano con questi luoghi la fonte della vita e pensavano che da essi dipendesse il loro destino. Per alcuni ricercatori questa forma maestosa, che si eleva verso il sole, sarebbe la materializzazione delle parti dell'universo; grazie ad essa, il cielo, la terra e l'inferno sarebbero connessi tra loro. Un'interpretazione che prescinde dalle conoscenze archeologiche attribuisce a queste costruzioni la funzione di templi solari, dove si riceverebbe, immagazzinerebbe e produrrebbe energia. I loro fianchi inclinati permetterebbero la concentrazione di queste forze, visibili solo in particolari momenti di congiunzione planetaria. Queste sono solo alcune delle bubbole che girano sulle piramidi, molto spesso, anche troppo, ho sentito persone affermare che le piramidi sono nate dal nulla, come se gli egizi un giorno coltivassero la terra e l'altro innalzassero piramidi. Tale affermazione è sbagliata, e come sempre frutto dell'ignoranza.
La forma piramidale delle costruzioni di Giza, è il frutto di migliaia di anni di evoluzione dell'architettura funeraria egizia. Le prime tombe dei faraoni, erano le mastabe, una costruzione a pianta rettangolare, simili a un massiccio rialzo in pietra o (appunto) tronco piramidale. Durante la III dinastia, con il faraone Djoser, abbiamo grazie al genio di Imhotep, il passaggio da mastaba a piramide a gradoni. Dopodiché, iniziano una serie di tentativi che porteranno alle piramidi di Giza, quasi tutti voluti da Snefru, il quale resta il faraone che ha costruito più piramidi in assoluto, basta ricordare quella detta Rossa o quella Romboidale. 


Libri Consigliati:
Storia delle Piramidi di Franco Cimmino
Complessi piramidali egizi (divisi in 4 volumi attualmente) di Riccardo Manzini

venerdì 12 aprile 2013

Lo Zodiaco di Dendera

Il famoso zodiaco si trovava sul soffitto di una cappella del tempio di Hathor a Dendera (oggi è esposto al Museo del Louvre). La volta celeste è sostenuta dalle quattro dee, pilastri del cielo, orientate verso i quattro punti cardinali. Sopra le loro mani si trova l'insieme dei 36 decani. Nel cerchio interno, quello che appare nell'immagine, le diverse costellazioni dello zodiaco si mescolano con i pianeti e il resto delle costellazioni visibili in Egitto. La posizione dei pianeti, insieme alla rappresentazione di un'eclissi di sole, permette di stabilire che si tratta di quella visibile in Egitto il 3 marzo del 51 a.C.
Il tempio di Dendera, nell'Alto Egitto, costituisce una delle testimonianze più spettacolari delle conoscenze astronomiche nell'antichità. Grazie alle fedeli raffigurazioni dei pianeti e delle costellazioni, è stato possibile stabilire l'epoca della sua costruzione: tra la metà del I secolo a.C. e la fine del Periodo Tolemaico. L'influsso greco si nota sia nei particolari architettonici, sia nella simbologia utilizzata nelle immagini astronomiche.
Un'altra delle tante immagini di carattere astronomico nel tempio di Hathor, si trova sul soffitto della sala ipostila (in alto a sinistra). Il tempio è come un microcosmo in cui gli dei del cielo e i re della terra vivono in armoniosa dipendenza.
Qui di seguito, trovate una spiegazione figurativa dello Zodiaco di Dendera.


domenica 7 aprile 2013

Le piramidi di Napata e Meroe


Situate nell’Alta Nubia, le piramidi di Napata e Meroe segnarono una vera e propria rinascita delle forme classiche dell’architettura funeraria dell’Antico Regno, quasi duemila anni dopo le costruzioni tradizionali. 

I faraoni nubiani della XXV dinastia (716-656 a.C.) conquistarono l’Egitto e stabilirono la loro capitale a Napata, città o regione che si trovava vicino alla IV cataratta del Nilo ed era un importante centro di culto al dio Amon i tempi della dominazione egizia. Divenuti signori dell’Alto e del Basso Egitto, i re della Nubia (Kush in egizio), adottarono i costumi, la lingua, i culti e l’arte di questo paese, pur mantenendo alcuni caratteri autoctoni. I sovrani napatiensi furono seppelliti nei cimiteri vicini alla capitale, come el-Kurru o Nuri, e scelsero una forma di sepoltura che non si usava in Egitto da molti secoli: la piramide, simbolo del potere faraonico. 

Nelle necropoli di el-Kurru si trovano le tombe dei primi re di Napata e anche quella di Peye, il primo sovrano che adottò i riti funerari egizi e l’inumazione all’interno della piramide, abbandonando in tal modo la mastaba, che era la forma di sepolcro tradizionale dei re nubiani. Queste tombe, scavate nella roccia, erano dipinte e avevano un grande valore artistico. Altri faraoni scelsero di essere sepolti a Nuri, sulla sponda opposta. La piramide più grande della necropoli ha una struttura interna complessa; appartenne forse a Taharqa, il maggior costruttore tra i re nubiani.



Dopo la distruzione di Napata a opera dell’esercito egizio nell’anno 591 a.C., i re nubiani furono costretti a trasferire la loro capitale più a sud, a Meroe, a nord della VI cataratta. Come tipologia, le piramidi del cimitero di Meroe sono simili a quelle di el-Kurru e Nuri. Alcune presentano una struttura a gradoni e altre sono rinforzate con un rivestimento di pietre lisce. Le più tarde i riducono a un ammasso di terra e pietre, rivestito con lastre di pietra e mattoni. Sappiamo che il sovrano stabiliva il luogo della sua sepoltura e ordinava la preparazione degli ipogei nella roccia. Al momento della sua morte, il successore era responsabile dell’edificazione della piramide, della costruzione di una cappella a est e di una muraglia intorno all’entrata della tomba. Molte cose restano ancora da scoprire su questa affascinante civiltà nubiana, tuttavia, ancora oggi è possibile ammirare i resti ciclopici della loro opera.

domenica 31 marzo 2013

I Vasi Canopi


La necessità di preservare il corpo per la vita nell'aldilà sembra essere una costante nella storia egizia, con il passare del tempo, gli egizi, si resero conto che il corpo del defunto si conservava molto meglio se privato degli organi interni. I vasi in cui venivano custoditi tali organi vengono oggi chiamati canopi. I vasi in questione, sono menzionati nei Testi delle Piramidi come “amici del re”, poiché aiutavano il faraone nella sua ascesa al cielo. Nel XVIII secolo, il vaso dalla testa umana venne rappresentato con un personaggio mitologico greco, Canopo, timoniere di Menelao, che fu sepolto a Canopo, nel Delta, e adorato sotto tale forma.


La prima traccia dei vasi canopi fu rinvenuta nel corredo della regina Hetepheres, madre di Cheope, in cui vi era una cassa divisa in quattro parti contenente resti di organo. Nel Primo Periodo Intermedio comparvero vasi con testa umana e, al loro interno, organi mummificati. Questa pratica si diffuse nel Medio Regno; a partire dalla XIX dinastia, ogni coperchio aveva la forma di uno dei figli di Horo. Ma dalla XXI dinastia gli organi furono mummificati e lasciati all'interno  con una piccola figura di cera del figlio di Horo a cui l’organo erano collegato. Anche così si continuarono a fabbricare i vasi canopi, benché in un unico pezzo e senza nulla dentro. Essi mantennero il loro valore simbolico di protezione fino all'epoca romana.


mercoledì 20 marzo 2013

La vegetazione magica

Per gli egizi, gli alberi erano simboli di vita e fertilità. Nell'ambito funerario erano legati alla rinascita, alla reincarnazione di un dio o di un essere amato, per cui alcune specie vennero divinizzate. Il sicomoro e la persea, per esempio, furono rappresentati per metà come alberi e per metà come dei. Prima di raffigurare le loro divinità come esseri antropomorfi, gli egizi adoravano alcuni animali. In quest'epoca antica si inserisce il culto degli alberi e delle piante magiche. Proprio per la loro scarsità, alcune specie di alberi furono venerate e collegate a divinità. Il sicomoro fu la pianta di Iside, Nut e Hathor o "signora del sicomoro". Nel Libro dei Morti sono raffigurati due sicomori di turchese che custodiscono la porta attraverso la quale esce Ra, il dio sole. Questo albero era associato anche a Nut, la sua raffigurazione nelle tombe è legata all'aspetto funerario di tale divinità, poiché essa era la protettrice dei morti. Nut, rappresentata come un albero da cui esce una figura femminile (sotto), offriva al defunto cibo e acqua divina. La persea o ished fu associata a Thot e a Seshat nel calcolo degli anni di regno del faraone, così come il ramo della palma che portava il dio Heh. Altri alberi erano legati a un mito, come il loto di Nefertum  o il salice di Osiride, al quale era dedicata una festa. Questi alberi, conosciuti dal Periodo Predinastico, furono adorati fino alla fine del regno egizio. A partire della XVIII dinastia, si ritenne che nell'aldilà vi fosse una persea sacra, sulle cui foglie gli dei Thot e Seshat annotavano il nome dei faraoni e gli anni di regno. Simboleggiava anche l'eternità dell'universo. Nel mondo degli dei, la persea era protetta da un grande gatto armato di coltelli, che impediva al serpente Apophis di attaccarla. 

Curiosità: La lettuga era un ortaggio legato al dio Min. Per il liquido bianco che perdeva quando veniva tagliata, era messa in relazione al seme e si credeva che fosse afrodisiaca.

Riferimenti: In alto a sinistra, un dipinto nella tomba di Thutmosi III, nella Valle dei Re, mostra il faraone mentre viene allattato da un albero. Quest'ultimo rappresenta la dea Iside, com'è indicato dai geroglifici accanto all'immagine, i quali affermano:
"Menkheperra (Thutmosi III) viene allattato da sua adre Iside"

giovedì 28 febbraio 2013

Petrie, il padre degli egittologi

Flinders Petrie fu senza dubbio uno dei primi studiosi a impostare lo scavo con criteri sistematici. Il suo metodo di analisi, ancora oggi pienamente accettato, formò un'intera generazione di archeologi. William Matthew Flinders Petrie nacque a Charlton, in Inghilterra, il 3 giugno 1853. 
Era figlio di William Petrie, ingegnere civile e di Anne Flinders, figlia di un esploratore australiano. La sua formazione fu complessa, apprese dal padre la misurazione e la planimetria. Il giovane William si interessò di chimica, matematica, e scienze naturali; in seguito ampliò le proprie conoscenze con un geologo e un paleontologo. Iniziò il suo duro lavoro di ricercatore in Inghilterra, pubblicando una dettagliata relazione sul sito di Stonehenge. Nel 1880 si recò a Giza, inviato da suo padre per misurare i monumenti e analizzare i rilievi. Nei successivi 46 anni Flinders Petrie effettuò scavi in Egitto fino al 1926. Nel 1884, l'Egypt Exploration found lo incaricò di compiere scavi a Tanis, uno dei siti più importanti del basso Egitto. Petrie ricevette inoltre l'aiuto economico della scrittrice Amelia Edwards.
Negli anni 1884-85 scoprì la colonia greca di Naucrati. Petrie ricostruì la prima storia dell Egitto a partire dai ritrovamenti più insignificanti, scavando siti predinastici, come Nagada, Akhmin o Badari. Fu così respinta la teoria che attribuiva la nascita della civiltà egizia a popoli stranieri. Ad Abido, Petrie trovò le tombe dei primi sovrani egizi e stabilì una seriazione cronologica delle prime dinastie della storia egizia. Inoltre fece conoscere molti aspetti della vita quotidiana quando, nel 1989-90, effettuò scavi nel villaggio dei costruttori delle piramidi della XII dinastia a Kahun; compì scavi anche nelle metropoli di Illahun. Nella città di Aton, cioè Hakhetaton, trovò le famose Lettere di Amarna; qui scavò e analizzò le strutture e i rilievi degli edifici. Ad Hauara entrò nella piramide e nel complesso funerario di Amenemhat III. Nel 1893 ottenne la cattedra di egittologia all'University College di Londra. Nell 1894 fondò l'Egyptian Research Account, che nel 1905 si trasformò nella British School of Archeology in Egypt. Ai suoi scavi in Egitto seguirono molte pubblicazioni l'opera scientifica di Petrie comprende 90 volumi. Sono soprattutto noti il libro intitolato: Dieci anni di scavi in Egitto 1981-1891 e la sua opera definitiva Metodi ed obiettivi dell'archeologia (1904), Flinders Petrie morì nel 1942 a Gerusalemme.

martedì 19 febbraio 2013

L'Alfabeto Meroitico


Agli inizi del VI° secolo a.C., i Nubiani trasferirono la capitale da Napata a Meroe e iniziarono un processo di “africanizzazione”. Dapprima usarono la scrittura egizia, ma in seguito crearono il meroitico. I primi scritti in meroitico furono scoperti agli inizi del XIX secolo in un tempio di el-Dakka. Nel 1909 l’egittologo Francis L.Griffith cercç di decifrarli. Egli riuscì a trascrivere i simboli grazie a un’iscrizione bilingue nella quale i nomi dei sovrani di Meroe erano scritti sia in geroglifico egizio sia in meroitico. Non è stato ancora possibile decifrare questa lingua, poiché i testi bilingui sono pochissimi e quelli esistenti assai brevi. Il meroitico apparteneva a un gruppo di idiomi africani scomparsi e non può essere comparato con nessuna lingua attuale. La scrittura constava di 23 simboli; i testi si dividevano in frammenti (stiches), divisi da due o tre punti, e la maggior parte di essi era di tipo funerario. Le iscrizioni dei templi venivano realizzate con geroglifici meroitici, per gli altri documenti di ricorreva al corsivo. I geroglifici erano in colonne, il corsivo in file e il verso da destra a sinistra. Durante l’epoca cristiana nella scrittura nubiana furono uniti l’alfabeto greco e i segni meroitici. 

venerdì 15 febbraio 2013

La Casa della Vita

L'importanza di queste scuole dal nome così bello, era dovuta al fatto che gli scribi che là si formavano, erano gli uomini più istruiti d'Egitto, oltre che consiglieri del faraone. Le Case della Vita erano centri di studio legati ai templi, dove gli scribi, i sacerdoti e i bambini di classi elevate apprendevano l'astronomia, la geografia, la matematica, le leggi, la storia, la religione e altre materie. In questo luogo si copiavano testi riguardanti la liturgia o la magia, che si conservavano poi nelle biblioteche, o Case dei libri. Coloro che frequentavano questa scuola, apprendevano a scrivere in ieratico. Gli alunni sedevano a erra e poggiavano la tavoletta sul banco. L'attrezzatura degli scribi era costituita da una paletta, con fori per l'inchiostro, e dei calami.
La maggior parte dei testi ritrovati appartengono all'Antico Regno, poiché gli egizi ritenevano che ciò che era scritto dovesse prevalere sul nuovo. La Casa di vita era legata anche alla medicina, e vi studiavano i dottori. Gli Scribi della Casa della Vita formulavano l'oroscopo dei bambini appena nati che venivano presentati al tempio. Le più famose furono quelle di Tebe, Menfi, Akhmin, Coptos e Abido. 

lunedì 4 febbraio 2013

Iconografia egizia & Pop Rock


Il fascino dell’Egitto ha colpito anche i musicisti pop rock e gli artisti che hanno disegnato le copertine dei loro dischi, che in qualche caso sono davvero molto belle. In questo articolo presento una carrellata di artisti e illustratori che si sono ispirati al paese del Nilo.
Il mondo musicale del pop rock si è ispirato spesso all’arte dell’antico Egitto, adattandola in differenti modi. Da un lato, l’indubbio fascino emanato dalle piramidi e dai geroglifici ha ispirato sia i gruppi di rock progressivo (Pink Floyd, The Alan Parsons Project, Asia) sia alcune formazioni di heavy metal (Judas Priest). Tuttavia, sono stati soprattutto i gruppi funk-soul a ispirarsi più di altri a questo filone estetico (cito tra tutti gli Earth, Wind & Fire), grazie a un uso del tutto cosciente della simbologia dell’antico paese dei faraoni per i loro fini: predicare il ritorno alle radici africane, imperante nella musica nera statunitense a partire dagli anni settanta. L’antico Egitto ha ispirato anche riletture terrificanti dei suoi antichissimi miti e delle numerosissime leggende più o meno conosciute, che narrano elle orribili maledizioni e vendette delle mummie, come è possibile ascoltare, tra l’altro, nell'album Powerslave, del gruppo metal britannico degli Iron Maiden.

L’influenza della Piramide
La piramide è in genere uno dei riferimenti iconografici più usati. Tuttavia, mentre alcuni ne davano un’interpretazione minimalista e quasi geometrica (Pink Floyd), altri la ponevano al centro dell’attenzione; il caso più rappresentativo di quest’ultima tendenza è costituito da Pyramid (1978), degli Alan Parsons Project, che rappresenta la piramide come “l’ultima meraviglia che ancora ci resta del mondo antico”, tra l’altro, cosa assolutamente vera se diamo retta una poesia di Antipatro di Sidone. Altri artisti, invece, hanno preferito mantenere questa costruzione in secondo piano, sebbene sempre con un ruolo rilevante, in mezzo a un’immaginaria pianura africana in Mysteries of the world (1980), degli M.F.S.B., o a sovrastare un luogo di sogno come in Alpha (1983), degli Asia.

Il Prisma del suono
I Pink Floyd incaricarono lo studio Hipgnosis di realizzare una copertina per il loro disco The dark side of the moon del 1973. Il risultato ha prodotto un prisma che interrompe un fascio di luce che sta simboleggiare la diversità e la purezza della musica. Al disco era accluso un adesivo, che prestava un’iconografia più vicina all'Egitto  con un rebus per comporre il nome del gruppo.

Anche altri generi musicali hanno reso omaggio all'antico Egitto, come dimenticare Michael Jackson? o le Bangles? Però di questo, ne parlerò in un altro articolo. 

sabato 26 gennaio 2013

Le Tombe di Abido

L'importanza di Abido, la città in cui ebbe origine il culto di Osiride, risale alle origini della storia d'Egitto. Qui furono sepolti i sovrani protodinastici (appartenenti alla dinastia 0), che realizzarono l'unificazione del Doppio Paese, e la maggior parte dei faraoni del Periodo Tinita. La necropoli reale di Abido si trova nella zona desertica di Umm el-Qaab (Alto Egitto); le sepolture più remote corrispondono al cosiddetto "cimitero U". Per la dimensione e per il corredo funerario, queste tombe appartenevano senz'altro a persone di alto rango, probabilmente capi predinastici (fine V millennio-3200 a.C.). 
Le tombe più arcaiche sono di forma ovale, prive di rivestimento e con uno scarno corredo funebre. Un altro gruppo è costituito da tombe a fossa allungata, dotate di un corredo più consistente. Le tombe successive, di forma rettangolare, presentano una camera funeraria semplice, non di rado a due compartimenti. Il corredo era più ricco di quello precedente e comprendeva anche vasi provenienti da Canaan. La caratteristica di tali sepolture sta nel passaggio della tomba a pozzo a quella a camera. Le tombe che cronologicamente precedevano quelle della dinastia 0 avevano stanza multiple Si questo gruppo fa parte la tomba U-J, in cui sono state rinvenute le testimonianza di scrittura più antiche d'Egitto. Nella zona di transizione e nel "cimitero B" erano le tombe dei sovrani della dinastia 0 (3200-3065 a.C.), come Iri-hor, Ka e Narmer, dalla struttura semplice; è probabile che esistesse anche una cinta funeraria situata in un'altra zona. La tomba del re Aha, della I dinastia (3065-2890 a.C.), anch'essa nel cimitero B, è molto più complessa di quelle precedenti.


Nel cimitero principale di Abido, si trovano le tombe dei re della I dinastia, successori di Aha, oltre a quelle di Sekhemib/Peribsen e di Khasekhem/Khasekhemui, della II dinastia (2890-2686 a.C.). Le tombe di Abido erano situate nella zona desertica di Umm al-Qa'ab, anche se i recinti funerari erano ubicati più a sud. Le tombe presentavano una sovrastruttura formata da una stanza sotterranea quadrangolare e altre camere deposito. Alcune tombe avevano un etto con un tumulo a coprire la sovrastruttura. A differenza delle tombe coeve di Saqqara, quelle di Abido non presentavano i muri di rientranze. La mastaba, invece, era circondata da un muro, e nella parte esterna di quest'ultimo erano disposte in fila alcune piccole tombe sussidiarie, nelle quali sono stati rinvenuti i resti di donne appartenenti all'harem reale e di cortigiani, nani e servi, sacrificati allo scopo di costituire il seguito ultraterreno del faraone. Infine, i recinti funerari, detti anche "palazzi funerari", avevano forma rettangolare, con l'accesso nel lato sud-orientale. Questi possedevano anche i muri di rientranze, tipici della residenza reale.

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 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...