domenica 26 gennaio 2014

Il dio Mahes

Figlio della feroce Sekhmet, Mahes (o Mehes) era una delle pochissime divinità maschili dall'aspetto leonino. Dalla madre aveva ereditato il carattere indomito e irascibile: il suo nome, del resto, significa proprio “il feroce leone”. Le immagini di Mahes giunte fino a noi sono molto poche: davvero rarissimi sono i dipinti che ritraggono questa divinità, e lo stesso si può dire dei bassorilievi. Più numerosi, in compenso, sono gli amuleti di bronzo o di ceramica invetriata recanti l’effigie del dio, realizzati per lo più in Epoca Tarda. Queste raffigurazioni sono abbastanza diverse tra loro e sembrano ispirate a criteri iconografici eterogenei. Tutto questo fa sì che, in definitiva, la figura di Mahes sia oggi poco conosciuta. Tuttavia è noto che nell'antico Egitto i leoni erano oggetto di una profonda venerazione: non di rado, in alcuni templi, questi animali venivano nutriti al suono di musica sacra.

Le sue raffigurazioni

Le rappresentazioni più semplici di Mahes consistono nell'immagine di un leone che cammina, con il corpo visto di profilo e la testa rivolta verso l’osservatore, in posizione frontale. Un soprammobile di bronzo ritrovato a Leontopoli, oggi conservato al Brooklyn Museum of Art di New York, ritrae il dio proprio in questo modo. In altri casi, Mahes presenta solamente la testa di un leone su un corpo umano: sempre raffigurato nell'atto di camminare, il dio porta sul capo un disco solare (che lo pone in relazione con Ra) oppure la corona atef (per associazione con Osiride). A epoche successive risalgono alcuni effigi di Mahes con lo pschent, la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto: sui bassorilievi del tempio nubiano di Debod, per esempio, si trovano tre immagini di questo tipo, con il dio che viene venerato dal faraone.



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lunedì 20 gennaio 2014

La Sfinge di Amenemhat III


Da Tanis, la nuova capitale dell'Egitto durante la XXI e XXII dinastia, provengono sette sfingi in granito di Amenemhat III che evocano la potenza sovrumana del monarca, enfatizzandone l'aspetto felino. Il volto del faraone, austero e vigoroso, è caratterizzato da tratti tipici della ritrattistica regale, con gli zigomi sporgenti, la bocca prominente e i profondi solchi sulle guance che creano forti effetti chiaroscurali. Una massiccia criniera di leone, da cui spuntano grandi orecchie ferine, sostituisce il tradizionale nemes regale accrescendo il senso di maestosità dell'intera figura. Non mancano l'ureo sulla fronte e la barba posticcia, consueti simboli della regalità divina. Le statue poggiano su un alto e massiccio basamento intorno al quale sono riportati i cartigli di alcuni sovrani che, nel corso dei secoli, usurparono il gruppo di sfingi affascinati dalla loro bellezza: il re hyksos Nehesy, Ramses II e Merenptah della XIX dinastia, infine Psusenne I della XXI dinastia. Quest'ultimo sovrano collocò infine le statue a Tanis, dove sono state rinvenute, ma è probabile che in origine le sfingi fossero state destinate a ornare il tempio della dea Bastet a Bubastis. 




DATI
Materiale: Granito Grigio
Misure: Altezza 150 cm, lunghezza 236 cm
Luogo del ritrovamento: Tanis
Data del ritrovamento: 1863
Archeologo: Auguste Mariette
Dinastia: XII dinastia
Regno: Amenemhat III
Epoca: 1842-1794 a.C.
Sala: 16

venerdì 10 gennaio 2014

Lessico religioso: Lettera A

In questo post passerò in rassegna e spiegherò il significato dei principali termini legati alla religione egizia, procedendo in ordine alfabetico.

A

Adoratrice (divina)
Dal nuovo Regno in poi, con questo titolo si identificava la sposa terrena del dio Amon. Inizialmente, questa figura coincideva con quella della regina, poi la carica fu assegnata a una figlia del faraone e poi trasmessa per adozione. La prescelta era destinata a rimanere vergine: sposata solo con il dio, dimostrava la propria intimità nei suoi riguardi sedendosi sulle ginocchia della statua sacra o abbracciandola. La divina adoratrice era una donna ricca e potente, ma anche molto bella: lo dimostrano le statue di Karomama (conservata al Museo del Louvre- a lato) e di Amenirdis (oggi al Museo Egizio del Cairo).

Amduat
Letteralmente significava: "ciò che si trova nel mondo sotterraneo"; designava quindi l'aldilà, vale a dire il mondo dei morti. Signore dell'Amduat era il dio Osiride: i suoi sudditi erano i defunti che avevano superato il giudizio divino.

Amuleto
Piccolo oggetto di vetro, di pietra o di ceramica invetriata, cui si attribuivano virtù terapeutiche o apotropaiche. Gli amuleti venivano portati indosso dai vivi o deposti accanto ai defunti; potevano assumere le forme più svariate: statuine di divinità, occhi udjat, croci ankh, scarabei, ecc. Materiali, fogge e modalità di utilizzo erano descritti nel Libro dei morti.

Ankh 
Simbolo a forma di croce ansata che rappresenta il concetto di "vita". Era, al tempo stesso, un segno geroglifico, un attributo comune a molte divinità e un amuleto.

Antropomorfo
Significa "di forma umana". Molte divinità egizie, tra cui Iside, venivano raffigurate con corpo e testa umana. In altri casi, l'aspetto antropomorfo si combinava con quello zoomorfo: alla dea Meretseger, per esempio, si attribuivano il corpo di un cobra e la testa di una donna, o al contrario.

Apeion
Termine greco con cui si indicava il santuario in cui si adorava Apis, un toro divinizzato. L'edificio sacro era annesso al tempio di !enfi dedicato a Ptah, ed era dotato di un locale in cui si svolgeva il rito dell'imbalsamazione. Una volta mummificati, i tori Apis venivano sepolti nel Serapeum, la necropoli a loro riservata.

Arpa
Arma originaria della Mesopotamia, simile a una falce, ma meno ricurva. Era un attributo di divinità come Montu e Amon.



Atef
Era simile alla corona bianca dell'Alto Egitto, che aveva la forma di una tiara oblunga sormontata da una protuberanza cilindrica. La corona atef, tuttavia, era caratterizzata da due lunghe piume laterali. Era indossata, in particolare, da Osiride e da Tatenen.

Attributo
Qualsiasi oggetto sacro o simbolico associato a una divinità: corone, scettri, armi e ornamenti erano tutti attributi che, almeno in teoria, permettevano di risalire all'identità del dio o della dea. Di fatto, le frequenti somiglianze tra gli dei e la ricorrenza di alcuni attributi non sempre hanno facilitato il compito degli egittologi. In certi casi, solo l'attenta lettura delle iscrizioni che corredano le immagini ha permesso di risalire al nome del soggetto raffigurato. 

sabato 28 dicembre 2013

Il denaro in Egitto

Gli egizi conoscevano il denaro quando ancora non lo utilizzavano: il loro commercio di basava sul baratto. I soldi vennero introdotti in Egitto con l’instaurazione della dinastia dei macedoni. Gli egizi coniarono monete per la prima volta durante il regno di Hakor (391-377 a.C.), anche se per motivi eccezionali (guarda paragrafo sotto). Le prime coniazioni propriamente dette iniziarono tra il 330 e il 325. Le emissioni circolarono attraverso l’impero macedone e furono un elemento di prestigio per Alessandro e per la sua città. Nella zecca di Alessandria lavoravano incisori stranieri, che dominavano l’arte di coniare monete. Tolomeo I (305-283 a.C.) ne fece una delle più importanti del mondo ellenistico. Era necessario molto denaro per costituire un esercito di mercenari greci e riorganizzare economicamente il paese. Esso poteva essere anche un potente mezzo di propaganda ideologica. Nel 305, quando Tolomeo divenne re dell’Egitto, modificò i coni e fece mettere la propria immagine sulle monete d’oro e sui tetradrammi di 14 grammi, quelli maggiormente in circolazione. Per la prima volta fu raffigurato sulle monete il ritratto di un monarca vivo.
Con la conquista della Cirenaica, di Cipro e della Fenicia, la creazione di un sistema monetario trasformò questi domini dei Lagidi in un’area di circolazione esclusiva che facilitò il controllo dell’economia. Dopo la battaglia di Ipso, nel 301 a.C., fu adottato il sistema di peso fenicio e si coniarono monete in tutti i metalli: oro, argento e bronzo. L’economia dei Lagidi raggiunse il massimo splendore con Tolomeo II (283-246 a.C.) e Tolomeo III (246-221 a.C.). Tuttavia, l’oro circolò poco; le coniazioni più note in questo metallo risalgono alla fine del regno di Tolomeo II o ai tempi del suo successore. Si tratta di una serie di octodrammi, sul cui recto sono raffigurati Tolomeo II e Arisnoe II e sul verso Tolomeo I e Berenice.  Le emissioni più importanti furono quelle di bronzo. Fu introdotto il tipo ‘’rame’’ durante il regno di Tolomeo IV Filopatore (221-203 a.C.). Il bronzo di grande peso fu introdotto verso il 270 da Siracusa, città che segnava le mode di Alessandria. Verso la metà del III secolo circolarono tetradrammi d’argento per il commercio estero e dramme di bronzo per quello interno. La popolazione utilizzò il bronzo senza coniarlo per il commercio di tutti i giorni. La conquista di Siracusa da parte dei romani pose fine all’era dell’argento, e le zecche fissarono misure di valore in bronzo. A partire da Tolome V Epifane (203-181 a.C.), la monetazione perse vigore. Continuarono i tipi precedenti e rimasero solo didrammi molto rari. Le emissioni d’oro scomparvero dopo Tolomeo VIII Evergete (170-116 a.C.).
La fine della dinastia dei Lagidi, specialmente durante il regno di Tolomeo XII (80 a.C.) e Cleopatra VII (51-30 a.C.), fu caratterizzata da una crisi economica e politica. Le monete d’argento non scomparvero, ma furono utilizzate soltanto per un certo tipo di pagamenti – i prestiti a lungo termine – per prevenire l’inflazione. Per la maggior parte della popolazione questo prezioso metallo conservò il proprio valore ma non sotto forma di moneta. Durante l’impero romano, Augusto confiscò tutto l’oro e l’argento delle tesorerie reali e lasciò circolare soltanto le monete di rame per i bisogni interni. Tiberio continuò le coniazioni in bronzo nella zecca di Alessandria. Nel 20 d.C. fu coniata una moneta fatta per l’82% di rame e per il resto di argento. In seguito venne realizzata una lega d’argento uguale a quella contenuta nel denaro romano. Poiché allora non si conosceva alcun metodo per separare l’argento dagli altri metalli, questa moneta fu poco diffusa e il suo valore commerciale scarso. Si chiamava statere o tetradramma ed equivaleva ufficialmente a un denaro romano o a una dramma attica. Ad Alessandria furono coniati cinque tipi di monete di bronzo durante i primi due secoli della dominazione romana.

Il Baratto
L’Egitto era essenzialmente un paese agricolo. La maggior parte degli scambi avveniva in natura, attraverso i prodotti della terra, con cui si pagavano anche i tributi. A partire dalla XVIII dinastia vi fu uno strumenti di scambio basato sui metalli: il deben, che equivaleva a 91 grammi. Era d’oro, argento e rame ed era suddiviso in 10 kite. L’archeologia ha rinvenuto numerosi "pesi" di aspetto teriomorfo o con testa di bovino, a dimostrazione che il sistema economico si basava sull'agricoltura. L’uso del metallo come mezzo di scambio nel Nuovo Regno non incise sull'economia del paese.

Hakor e le prime coniazioni
Le prime emissioni di moneta sono di epoca tarda e si devono a una situazione eccezionale. Per lottare contro l’esercito persiano, il faraone Hakor (dai greci chiamato Achoris/ 391-379 a.C.) ingaggiò mercenari greci, che non accettavano il pagamento in natura, per cui fu necessario coniare monete di tipo ateniese e anche richiedere coni in questa città. Fino alla fuga di Nectanebo II in Macedonia, nel 341 a.C., i tipi acquistarono un carattere più locale, anche se la circolazione di queste emissioni fu limitata. L’innovazione assunse una forma definitiva sotto i Tolomei.


Le Zecche
La zecca di Alessandria entrò in attività verso il 326 a.C. Conosciamo le emissioni di tetradrammi di Alessandro. La zecca di Alessandria emise serie in oro, argento e bronzo; i suoi maggiori indici di produzione si ebbero sotto i primi quattro monarchi Lagidi, ma non vi fu il marchio della zecca fino alla fine del II secolo a.C. Il sistema delle zecche fu opera di Tolomeo I. Quelle di Corinto ed Efeso furono le uniche a funzionare fuori dell’aera monetaria esclusiva al tempo di Tolomeo I e Tolomeo III. Le città fenicie, con una lunga tradizione avevano coniato monete per Alessandro; non fu difficile adattarle alle esigenze dei Tolomei. Al tempo di Tolomeo II furono importanti le zecche di Tiro, Sidone, Ptolemais, Khoppa, Gaza, Beirut e Ascalon. A Cipro si distinsero quelle di Kition, Pafos e Salamina. Anche a Cirene vi fu una zecca importante.

La banconota egiziana
Oggi i biglietti dello Stato egiziano presentano immagini che ricordano l’eredità dell’antica Civiltà dei faraoni. Sono frequenti le raffigurazioni di rilievi con imprese militati, tempi, piante araldiche, barche sacre o effigi del sovrano. Nell'immagine si vede un biglietto da 50 piastra, su cui è presentato Ramses II, con il tipico elmo da guerra e lo scettro pastorale. 


sabato 14 dicembre 2013

La danza nell'antico Egitto



Nelle cerimonie religiose, nei funerali e nelle feste popolari anche gli antichi egizi ballavano a tempo di musica per manifestare in tal modo il proprio stato d’animo. La danza è stata una delle manifestazioni artistiche presenti tra gli Egizi dall’inizio della loro lunga storia. In diversi oggetti delle culture del Predinastico (fine del V millennio – 3200 a.C.) sono stati trovati vari riferimenti: figurine femminili con le braccia alzate, dipinti su ceramica e persino un tessuto di lino scoperto a Gebelein. Le danze si svolgevano durante le cerimonie religiose, i banchetti, le feste popolari; esistevano anche danze di guerra. Al termine della raccolta, il contadino ballava in segno di allegria. Ma, in genere, i ballerini e le ballerine erano professionisti. Esistevano due tipi di danze, uno dei quali, più rilassante, consisteva in movimenti graziosi e delicati, con piccoli passi e le braccia alzate. La forma più spettacolare di danza era quella delle ballerine professioniste, costituita da esercizi acrobatici. Le loro gambe muscolose indicano che esse si dedicavano a tele professione; vengono descritte come ‘’ben nutrite e amichevoli’’. Si ballava in gruppo o a coppie ma in genere danzavano le donne.

La danza nell'ambito religioso

Hathor e Bes erano i protettori della danza e della musica; molte ballerine portavano sulla gamba un tatuaggio raffigurante Bes. Le professioniste facevano parte del personale aggiunto al tempio. Nelle feste di Hathor o di Bastet, i balli erano molto importanti. Si danzava anche nelle cerimonie di un certo rilievo, e a cui partecipava il faraone. Così nei rilievi dei templi entrano in azione ballerine mentre veniva innalzato il pilastro djed, nella feste dell’Heb Sed o durante quella di Opet. Nelle danze religiose si svolgevano di solito rappresentazioni di personaggi di altri paesi. Vi erano ballerini libici e nubiani, che apparivano solo in cerimonie religiose, soprattutto nel Nuovo Regno, e anche pigmei, nelle danze di tipo comico. Quelle di carattere funerario erano compiute solo da donne e fino al Medio Regno si svolsero danze di guerra dal contenuto simbolico, che rappresentavano la vittoria. 

giovedì 28 novembre 2013

Gli amuleti egizi: Introduzione

La magia rivestiva un ruolo di primo piano nella vita degli egizi e poteva manifestarsi in molti modi. Particolare importanza avevano gli amuleti, oggetti dai poteri magici che, posti come pendenti di una collana intorno al collo del defunto o tra le bende della mummia, fornivano protezione nell'aldilà.
Già prima dell’impero faraonico, la sepoltura prevedeva il corredo funerario. Oltre agli oggetti di ceramica utilizzati dal defunto in vita, ne venivano aggiunti altri di carattere magico: gli amuleti. Questi piccoli oggetti, durante il Periodo Predinastico erano realizzati con piccole parti del corpo umano o di animali; poi, a partire dal Medio Regno, vennero utilizzati altri materiali. Gli amuleti più antichi, avendo la funzione di restituire al defunto tutti i sensi nell’aldilà, ricordavano nella forma parti del corpo: bocca, orecchie, occhi, piedi, mani. Altri riproducevano emblemi degli dei, come il nodo di Iside, o il pilastro Djed, associato a Osiride. Quelli che rappresentavano parti del corpo animale, recavano anche incisi segno geroglifici. Il valore magico di un amuleto dipendeva dalla forma e dal colore del materiale utilizzato: il verde nell’amuleto del papiro simboleggiava la freschezza della vegetazione, mentre l’azzurro della ceramica invetriata era un chiaro riferimento al mare o al cielo. Il colore più utilizzato dai faraoni era l’oro, che simboleggiava la carne degli dei.


domenica 10 novembre 2013

L'ascesa del clero Eliopolitano

A causa di fattori interni, l’Antico Regno visse, nella sua fase finale, un regresso del potere reale. Mentre quest’ultimo diminuiva, i sacerdoti eliopolitani, devoti del dio Ra, pensavano ad accrescere il proprio e riempirono i templi e i monumenti funerari dei sovrani di attestazioni di culti legati al Sole.
Alla fine della V dinastia cominciò l’ascesa dei sacerdoti di Elipolis e dei nomarchi o governatori dei distretti. Mentre diminuiva il potere del faraone, le cariche dei nomarchi e degli alti funzionari divennero ereditarie. 
Questo processo creò vere e proprie dinastie in cui si concentrò il controllo del potere.  L’importanza di questi personaggi è attestata dalle loro ricche tombe situate a Saqqara, come per esempio quella di Ti (foto). Per la ricchezza della decorazione, questa mastaba è paragonabile a quella dei faraoni, sebbene sia diversa (soprattutto dal punto di vista architettonico) dai loro complessi funerari.

Il culto di Ra ebbe grande diffusione a partire dalla IV dinastia. Questo è visibile nella piramide di Djoser, autentica scala verso il cielo, e in quelle d Giza, le cui facciate lisce un tempo riflettevano i raggi solari. A Eliopoli, dove il culto del sole fu più significativo, il clero acquisì sempre maggiore importanza e potere. Il tempio aveva caratteristiche particolari, poiché l’adorazione del disco solare necessitava di spazi aperti per poter entrare in contatto diretto con i raggi. Per raffigurarli fu creato il benben, una colonna in pietra, di solito ricoperta di lamine dorate per creare l’effetto dei raggi solari, sormontata da un piramidion. La teologia eliopolitana, secondo la quale il creatore del mondo fu Atum, mise in relazione il benben con il monticello sacro sul quale, all'inizio dei tempi, si posò la fenice, simbolo del sole. L’ascesa del clero fu irresistibile, e mentre l’importanza del faraone (e, di conseguenza, anche la grandezza dei suoi monumenti) diminuiva, in modo proporzionale cresceva l’influenza dei sacerdoti e quindi, anche la maestosità dei templi. Di questa epoca è la comparsa del titolo, nel protocollo del sovrano di Figlio di Ra, che durò fino alla fine dell’Egitto faraonico, come accennato precedentemente nel post sui Titoli ed Epiteti dei Re.

sabato 19 ottobre 2013

I nomi e i titoli dei faraoni

I cinque titoli reali canonici che configurano il nome del sovrano nell'antico Egitto sono documentati per quasi tutti i monarchi dal Medio Regno alla fine del Periodo Ellenistico Tolemaico Essi rappresentano una chiara affermazione della natura divina del faraone.
Il titolo più antico è il nome di Horus, attestato durante il Periodo Protodinastico, prima dell'unificazione dell'Egitto. All'inizio esso fu inscritto in un rettangolo (serekh), immagine del palazzo reale, sormontato da un falco. Successivamente al titolo di Horo seguì un nome che variava con ciascun re. Esso caratterizzava il monarca come la manifestazione terrena di Horo, il dio del cielo in forma di falco. Durate il Nuovo Regno, i sovrani aggiunsero il nome di Toro potente, alludendo a un altro aspetto animale del faraone. Il secondo titolo reale, quello di Nebti, che significa ''le due Signore'', fece la sua comparsa al tempo della I dinastia. Esso si riferisce alle dee protettrici dell'Alto e Basso Egitto, cioè Nekhbet, la dea avvoltoio, e Uadjet, la dea cobra, indicando che il faraone controllava le due parti del paese. 
Il terzo nome reale è quello di Horus d'oro, che allude a una certa identificazione del falco Horo con il sole, facendo così riferimento alla natura divina del sovrano. La sua posizione canonica come terzo titolo è provata a partire dalla IV dinastia, e precisamente dal regno di Snefru. Il quarto titolo, Nesu-bity, è documentato dal Periodo Tinita. Esso significa ''colui che appartiene alla canna e all'ape'', elementi che simboleggiano la parte nord e quella sud del paese. Si traduce con ''re dell'Alto e del Basso Egitto'', esprimendo il diritto di sovranità sulle due metà del territorio. A questo titolo segue il cosiddetto praenomen, posto dentro un cartiglio. Questo è il nome preso dal re quando saliva al trono. Il titolo di Figlio di Ra è attestato già dal regno di Chefren. Esso è seguito dal nomen, cioè il nome di nascita del sovrano, anch'esso inscritto in un cartiglio. Questo serviva ad esprimere il legame del faraone con il dio sole. Si tratta di una nuova natura dogmatica del monarca, in relazione alla crescente e straordinaria influenza della religione solare della città di Eliopoli.

Esempio di titolatura reale: Hatshepsut


Set Peribsen e Khasekhemuy



Peribsen cambiò il proprio nome di Horo, il dio che simboleggiava il nord del paese, con quello di Seth, suo avversario, che rappresentava il sud, e ristabilì la capitale a Thinis. L'altro potere divino personificato dal re è quello dunque del dio del caos. Un altro faraone tinita, Khasekhemuy, il cui nome significa ''appaiono i due potenti'', incluse Horo e Seth nel serekh, facendo riferimento alla riunificazione tra Basso e Alto Egitto.








Epiteti faraonici

Con epiteti, si intendono i titoli correlati ai nomi dei re dell'Antico Egitto, che potremmo ritrovare in un qualsiasi testo geroglifico. Di seguito, riporto i principali.


Così come i faraoni, anche le regine avevano epiteti che venivano associati ai loro nomi.



domenica 6 ottobre 2013

Le ceste e la tecnica dell'intrecciatura

A partire dal Neolitico furono utilizzate differenti tecniche di intrecciatura. La maggior parte dei cesti veniva creata con il sistema a spirale, che era il più diffuso. Tale sistema consisteva in un fascio di fibre che venivano intrecciato partendo da una base, che poteva essere una croce, un rosone o un semplice fascio. Attorno alla base, si intrecciava un bordo a spirale. 
I cesti e i canestri più antichi, reperiti sulle sponde del lago Qarum (nella zona di el-Fayyum) e a Badari, vennero realizzati con questo sistema e utilizzati nelle case per custodire alimenti, vestiti e strumenti musicali. 
Le ceste venivano fabbricate con fusti di palme da dattero o con giunchi. I cordoni per unirli venivano realizzati con strisce di foglie della palma di dum, di lino o sparto. 
A partire del Nuovo Regno comparvero nei lavori di intrecciatura diversi tipi di decorazione. Grazie all'impiego di fibre di differenti colori intrecciate tra loro, a scacchi. La decorazione, con il trascorrere del tempo, divenne sempre più ricca, arrivando a rappresentare motivi ornamentali con disegni geometrici e ispirati alla fauna. 

La tecnica dell'avvolgimento o dell'attorcigliatura è un altri tipo di intrecciatura, molto simile alla tessitura. Quando il materiale era morbido venivano fabbricate borse per custodirvi semi. Se la trama era grezza, venivano costruiti recipienti per uso domestico, casse e cassapanche, o feretri. Con la tecnica chiamata a stuoia, venivano intrecciate tra loro strisce di canna o papiro su una trama di corda, creando un modello a scacchi o a ''reti di pescatore''. In tal modo, si ottenevano stuoie resistenti, in grado di reggere la mercanzia, o rivestimenti per i mobili. Esse venivano usate anche per l'intelaiatura delle sedie, sgabelli o letti. La stuoia appare vincolata ai costumi funerari. Nell'epoca di Nagada era consuetudine seppellire i morti avvolti in stuoie.

Tipi di intreccio

Gli egizi lavoravano la stuoia ricorrendo al sistema della tessitura e usando un telaio. La stuoia si adattava a un gran numero di applicazioni, sia per facilitare il trasporto delle mercanzie sia per rivestire mobili, e aveva anche un uso abbastanza diffuso in ambito funerario; nel corredo funebre dell'architetto Kha, di Deir el- Medina, si nota un letto la cui rete è costruita con corde vegetali intrecciate. Nelle necropoli sono state ritrovate numerose stuoie utilizzate come sudari. La stuoia era realizzata con giunchi e paglia intrecciata.


Il disegno a sinistra mostra un oggetto fabbricato con una base di fibre vegetali arrotolate a spirale. Esse appaiono saldamente legate con strisce di foglie di palma. Le fibre vegetali del sistema a spirale solitamente erano di paglia; spesso si avvolgeva il rotolo con l'aiuto di una corda.



Il sistema dell'intreccio non era particolarmente complicato ma richiedeva agilità e precisione. 
Un altro metodo consisteva nel legare tre lunghe strisce di giunco o di canna a un'estremità e poi intrecciarle. A tale scopo, veniva fatta una piega nella canna ogni qualvolta la si girava, per poterla spianare quando serviva.



Un altro sistema di intreccio consisteva nel distendere le trecce una accanto all'altra e poi cucirle con una corda sottile infilata in un ago, facendo attenzione a che le trecce fossero perfettamente allineate. Quando venivano fabbricate le stuoie, venivano aggiunte più trecce.



La lavorazione della corda

Nell'antico Egitto, uno degli strumenti fondamentali, utilizzato per la misurazione, era la corda. Essa veniva usata, per esempio, per stabilire se la base di una piramide fosse perfettamente quadrata. Per fabbricarla venivano impiegato almeno 190 tracce di lino. Spesso si ricorreva a strisce di cuoio. Per poter intrecciare il cuoio venne ideato un manufatto speciale: un tubo vuoto sul quale girava un oggetto di forma circolare, grazie al quale le strisce si intrecciavano. 

lunedì 30 settembre 2013

Girolamo Segato: un avventuriero poliedrico

Girolamo Segato nacque a Vedana, nel Veneto, nel 1792. Nel 1818 s'imbarcò alla volta dell'Egitto, dove rimase per circa 5 anni. All'inizio si dedicò alla topografia disegnando piante del Cairo su incarico di uno dei figli di Mohammed Alì, pascià d'Egitto. Nel 1820, prese parte a una spedizione militare nel Sudan orientale, organizzata dal pascià, e giunse fino alla Seconda Cateratta. 
Da lì partì da solo verso la zona sud occidentale e si addentrò nel deserto della Nubia, dove visitò alcuni villaggi. Al suo ritorno passò per lo Wadi Halfa e durante il suo viaggio, Segato fece dei disegni delle zone archeologiche. In una lettera al fratello descrisse i luoghi che aveva visitato. 

Nel 1821, per ordine del generale Von Minutoli, esplorò la necropoli di Saqqara e scoprì l'ingresso principale della piramide del faraone Djoser. Sempre per incarico di Von Minutoli, esplorò l'oasi di Siwa, nel Deserto Occidentale, dove ancora una volta si dedicò al disegno di alcuni monumenti della zona. Nel 1822, Girolamo sviluppò il suo interesse per l'archeologia egizia, organizzando una collezione. Egli disegnò dettagliatamente anche due cubiti regi trovati dal barone Nizzoli e dal consolo francese Drovetti. Più tardi, si dedicò allo studio della botanica e dei metodi di mummificazione. Tornò in Italia nel 1823. Quando partì, lasciò al Cairo gran parte degli appunti e dei disegni che aveva fatto. La nave che trasportava, in novanta casse, la collezione di antichità messa insieme per con di von Minutoli e destinata al Museo di Berlino, fece naufragio. Di esse, se ne salvarono solo venti. Una volta ritornato in Italia, Segato si stabilì a Firenze, dove, nel 1827, scrisse un'opera di cui fu pubblicato solo il primo volume, intitolato: Saggi pittori, geografici, statistici, catastali sull'Egitto.
Nel 1833 iniziò a redigere l'Atlante monumentale del Basso ed Alto Egitto, un'opera illustrata da Domenico Valeriani e pubblicata tra il 1835 e il 1837. Segato morì nel 1836.

giovedì 26 settembre 2013

Le bevande nell'Antico Egitto

Il consumo di vino era molto diffuso nell'antico Egitto, soprattutto tra le classi alte. Le principali zone di produzione di trovavano nell'area del Delta e nelle oasi occidentali. Il suo colore dipendeva sia dall'uva utilizzata che dal tempo di fermentazione. Nel Medio Regno, particolarmente importanti furono altri centri di produzione come quello di Tell el-Farain. Durante il Nuovo Regno, ebbe larga diffusione anche il vino proveniente dal Medio Oriente, come risultato delle campagne militari dei faraoni della XVIII dinastia. Oltre al vino, c'erano altre bevande alcoliche, ottenute dalla fermentazione di bacche e frutti come, per esempio, i melograni e i datteri. È il caso dello shedeh, un liquore noto per provocare stati di ebbrezza, molto famoso, diffuso e apprezzato soprattutto durante il Nuovo Regno. Non conosciamo la sua composizione, per quanto alcuni autori lo identifichino con il sidro di melograno. Dalla palma del dattero, invece, veniva estratto il vino di palma. Dall'uva non fermentata, infine si otteneva un succo gustoso che veniva bevuto come un analcolico rinfrescante. 
La birra era la bevanda preferita dagli egizi. Ne esistevano diversi tipi. I papiri medici ne registrano addirittura diciassette, anche se non è possibile associare i nomi con le varietà note. Per fabbricarla si sminuzzava e metteva in ammollo l'impasto del pane. Dopodiché, si rimpastava il tutto con l'aggiunta di sostanza aromatizzanti estratte dai datteri, dalle spezie e dalla mandragola. Una volta fermentato, quest'impasto veniva filtrato con un setaccio o una tela e conservato in grandi recipienti. Gli autori classici parlano della birra egizia come di una bevanda alcolica dal sapore dolce. La gradazione della birra dipendeva dal tipo e dalla combinazione degli ingredienti. La birra della Nubia, poco apprezzata dagli egizi, aveva un gusto amaro e si inacidiva facilmente diventando aspra. Anche il latte era una bevanda molto apprezzata, ne esistevano diverse qualità, la più comune delle quali era naturalmente il latte di mucca. Molto diffusi anche quello di capra, pecora e asina. Nei rilievi delle tombe si notano scene in cui appaiono i contadini intenti a mungere. Gli egizi destinavano alcune mucche esclusivamente alla produzione di latte che, tra l'altro, non veniva adoperato solo come bevanda, ma anche come ingrediente per cucinare.

Le bevande nel sistema Geroglifico

Il termine IREP, che significa ''vino'', appare nei testi della II dinastia, ma il geroglifico che indica ''vite'' era già in uso nella I dinastia, periodo al quale risalgono i primi ritrovamenti di recipienti per il vino.
Per la parola irep si utilizzava un simbolo determinativo che rappresentava delle giare di vino. 
Il determinativo che raffigurava una vite, si usava per parole come ''vite'' (iareret) e ancora ''vino'' (irep).



La parola egizia per indicare ''birra'' era HENEQUET. 
Il determinativo rappresentava una giara di birra e si usava anche per formare altre parole, come ''vasetto'' (kerehet), ''tributo'' (inu), ''essere ubriaco'' (tekhi), così come per la coppia ''mangiare e bere'' e per indicare la misura di capacità des.



Nella loro alimentazione gli egizi ritenevano importante bere il latte, che, peraltro, veniva usato anche in rituali religiosi. Il nome per indicare il ''latte'' era IRETET o IRECHET. Il segno determinativo corrispondente era una brocca di latte coperta da una pianta. La parola che indicava ''brocca di lette'' era MEHER e il suo determinativo mostrava una brocca trasportata su una piccola rete. L'offerta di due brocche di latte appariva spesso dipinta nei templi.


L'alcolismo

Le sbornie producevano non solo allegria ma anche estasi religiosa.
Nella ''Festa dell'ebbrezza'', Hathor veniva venerata come patrona degli ubriachi.
Di solito nelle feste si beveva parecchio alcol, come testimoniano i rilievi delle tombe.
Sulle pareti della tomba di Paheri, nel Kab, si nota una dama che ordina a un servo:
''Portami 18 bicchieri di vino. E non guardare perché mi voglio ubriacare''.

(sopra una scena della tomba di Kheti, a Beni Hasan)

giovedì 29 agosto 2013

La distruzione del Museo di Malawi

La storia dell’Antico Egitto ha da sempre catturato la fantasia di migliaia di persone, adulti o bambini che fossero, tutti prima o poi hanno sognato di visitare quell'antica terra, quasi come se in essa fosse contenuto un primitivo richiamo, che riecheggiando nelle ere, è arrivato fino a noi, stregandoci con le sue meraviglie.
Sulla scia di queste emozioni, tanti moderni storici hanno scelto di dedicare i propri sforzi allo studio di questa portentosa civiltà, che ben prima di romani e greci ha segnato la nostra umanità con sviluppo ed evoluzione. Se provaste a chiedere ad un campionario di archeologi, tutti quelli specializzati in egittologia, vi direbbero che la loro passione per l’antica terra dei faraoni è nata quando erano piccoli, quando ancora nella semplicità dell’animo di un bambino, ci si poteva meravigliare di figure straordinarie come Anubi o Bastet; antichi dei che con le loro sembianze zoomorfe collegavano il divino al mondo degli uomini. La passione per l’Antico Egitto è un amore sconfinato, chi nasce con tale sentimento avrà per sempre un qualcosa di speciale in cui rifugiarsi, quel qualcosa che ti stringe il cuore, che dà una scossa alla nostra anima e che ci tiene lontano dal giro degli impassibili; un po’ come se tutti noi appartenessimo a quel tempo.
Nondimeno l’ossessione per l’Egitto antico, non appartiene solo a storici e archeologi, ma è una costante anche fra coloro che più semplicemente hanno scelto di amarlo nel quotidiano, leggendo, studiando questa civiltà solo per il gusto di farlo, solo per potersi recare nel moderno Egitto alla ricerca delle maestose vestigia di un mondo, che solo perché è esistito ha reso noi tutti più vicini all'eternità. I resti di tale cultura ormai sono in preda del tempo e del logorio degli anni, per quanto noi addetti ai lavori possiamo combattere contro il tempo che passa, non possiamo far quasi nulla contro la violenza e l’ignoranza.
In questo periodo nella Valle del Nilo tra scontri politici e di stato, è stato perpetuato con prepotenza un delitto alla storia stessa. Nel Medio Egitto, più esattamente a pochi chilometri da Minya, località famosa per essere un ottimo punto d’appoggio per tutti coloro che si vogliono recare a Tell el-Amarna, cioè l’antica capitale del faraone ‘’eretico’’ Ankhenaton, si trova una città di nome Malawi.
Malawi è un paesino piccolo a ovest del Nilo, una cittadina come tante altre in Egitto, ma tuttavia custodiva un prezioso e intimo museo, al cui interno erano conservati magnifici reperti, testimonianze dirette di un epoca in cui i re dell’Egitto fecero di questa terra la più incredibile dimostrazione di modernità ed efficienza giunta fino a noi. La civiltà egizia è stata una delle poche a garantire uguali diritti a uomini e donne, che secondo la legge erano uguali, anzi, un uomo non era un uomo se non aveva una donna al suo fianco. Tale dichiarazione di società, fu presa dai greci come uno scandalo, una vergogna che li spinse a decrittare la civiltà egizia in senso matriarcale. In realtà avevano torto, l’equilibrio nell'antica terra di Kemet era regolarizzato da una legge divina, la Maat. 
Maat era la dea della giustizia, rappresentata come una donna alata, che insieme ad altre divinità presiedeva il tribunale nell'oltretomba. Tra tutti questi numi, il dio Thot, messaggero degli dei e signore della scrittura, prendeva appunti sul defunto chiamato in giudizio. A questa divinità erano associati due animali: il babbuino e l’ibis. E proprio nel Museo di Malawi erano conservati pezzi rari e preziosi del culto degli Ibis sacri. Ormai siamo costretti a parlarne al passato, perché la brutalità di alcuni loschi individui ha spazzato via per sempre queste importanti attestazioni della fede di persone vissute migliaia di anni fa, che proprio come ognuno di noi, avevano amato, sperato e sognato.

Nel novembre del 2012, un gruppo formato da egittologi e appassionati, sono stati in questo museo, e di seguito riporto i loro ricordi e le sensazioni che hanno provato alla notizia di un tale scempio:

"La mattina presto del 10 Novembre 2012 io, mia moglie e un gruppo di amici stavamo per affrontare una delle giornate più belle del nostro lungo viaggio in Egitto. Era, infatti, la giornata della visita alla città di Akhenaton. Partimmo abbastanza presto da el Minya e ci dirigemmo all’imbarcadero per prendere il traghetto per Akhetaton. Facemmo una breve sosta nella città di Mallawi, per visitare il locale Museo archeologico, ricco di preziosi reperti del sito archeologico di Khemenu / Hermopolis Magna e della città di Akhenaton. La prima impressione che avemmo fu negativa. Le sale del Museo sembravano mal conservate e molte vetrine presentavano posizioni in cui mancava il reperto. Ci chiedemmo cosa era successo. Non era solamente una questione di fondi e di personale. Si poteva ipotizzare lo spostamento dei molti reperti mancanti per restauro e/o per prestiti per mostre temporanee in qualche altra città. Le giustificazioni erano però poco soddisfacenti e non si poteva non pensare a qualche azione vandalica, un furto dei reperti mancanti in occasione della recente rivoluzione. Anche qui trovammo gli odiati cartelli con la scritta “No photo”. Cercammo allora i sorveglianti per tentare di avere una tacita autorizzazione, che, con la promessa di una mancia, ci avesse consentito di memorizzare i ricordi della nostra visita. L’unico sorvegliante che individuammo era però impassibile. Ci seguiva nei nostri spostamenti e non accennava ad alcun consenso. Decidemmo allora di separarci, così da impedirgli di controllarci contemporaneamente. Riuscimmo così a “rubare” qualche preziosa immagine ricordo, senza però poter memorizzare le centinaia di reperti, le cui immagini non avremmo sicuramente trovato in rete. Il pezzo più prezioso del Museo era una piccola statua di una figlia di Akhenaton, molto probabilmente la primogenita Marytaton, destinata a diventare sposa di Akhenaton e del successore Smenkhkara e probabile reggente per alcuni anni di Tutankhaton / Tutankhamon. La statua era però in bella vista, proprio di fronte alla biglietteria, dove stavano sedute alcune giovani signore, che però non sembravano interessate ai nostri giri e ai tentativi di scattare foto. In un momento in cui il sorvegliante seguiva i miei compagni di viaggio in una sala laterale, riuscii a scattare una foto alla splendida statua, ma nella confusione mi dimenticai di disabilitare il flash. Il sangue si gelò, temendo l’arrivo del sorvegliante o l’intervento delle signore della biglietteria. Già immaginavo di dover affrontare una delle solite sceneggiate, in cui i sorveglianti minacciano di chiamare la polizia, così da ottenere mance più cospicue. Con mia sorpresa, non accadde niente. Il sorvegliante non si era accorto di nulla e le signore non sembravano voler intervenire. Seppi poi che il nostro accompagnatore aveva informato l’archeologa responsabile del Museo, che era tra le signore, che eravamo un gruppo di Egittologi e che io ero autore di alcuni saggi sull’Antico Egitto. A distanza di circa nove mesi il mio cuore ha vissuto nuovamente le emozioni avute nel piccolo Museo, allorché i telegiornali e internet ci hanno informato che il Museo era stato assalito da un gruppo di uomini armati ed era stato completamente devastato. I reperti, che tanto avevamo ammirato e che ci era stato proibito di fotografare, erano stati rubati. Ero già rattristato per i fatti che stavano avvenendo in Egitto e per i molti morti. Avevo paura di non poter più ritornare nell’amato Egitto, ma mai avrei immaginato di dover constatare che le rivoluzioni egiziane continuavano a essere l’occasione per furti e devastazioni. Povero Egitto!"






"Ho ancora davanti agli occhi,le immagini della distruzione del piccolo museo di Mallawi,incredulo riguardo foto e video mandate in onda da facebook ed internet....dico come può una parte dello stesso popolo egizio,per colpa di una protesta,vuoi politica,religiosa o pretestuosa essere così malvagio uccidendo e accanendosi devastandolo un museo tanto caro,pieno di storia e testimonianze,quale il museo di Mallawi....
E allora rivedo e penso all'ultima (fortunata)!!?? visita del museo nel NOV.2012,un quasi fuori programma.
Malawi piccolo centro appartenente al territorio amarniano,48 Km da Minya, poco frequentato da turisti,a causa della mal tolleranza presenza della polizia,per una rivolta armata degli anni 90,ma noi un gruppetto di 5 persone,tra quali egittologi e amanti dell'antico egitto sfidando la sorte,ma con la scorta della polizia di Minya abbiam fatto tappa al museo di Malawi.
Ingresso un po' fatiscente,abbandonato a se stesso ma con il nostro arrivo,abbiam creato fermento,un via vai di uomini tra gli addetti ai lavori ed i curiosi (finalmente turisti)!!?? si è animato anche dentro,accolti dai custodi,da un gruppetto di ragazze forse studentesse,abbiamo iniziato la visita...un corridoio piene di teche,un pò datate con dentro tantissimi piccoli manufatti provenienti dalla vicina Tuna el-Gabal e da Ermopolis...armati di fotocamere,vogliosi di immortalare qualche ricordo........ma arriva Lei, la custode; no foto, no foto!!??mi si è incollata addosso,non mi mollava un attimo,forse simpatia?? ma così permettendo agli amici del gruppo di carpire qualche foto....molte rappresentazioni del dio Thot,sotto forma di ibis e babbuino,alcuni sarcofagi interessanti,e in una teca il pezzo più interessante al dire degli egittologi,una piccola statua rappresentante Marytaton una delle figlie del faraone Akhenaton,anche lei con il cranio sporgente,a tutti i costi dovevo immortalarla,con un occhio a dritta e uno a manca ce l'ho fatta!!evviva la conserverò tra i miei ricordi.
Ora sembra che il governo ,dopo questo brutto episodio abbia mandato l'esercito a sorvegliare tutti i siti archeologici,e noi aspettiamo che si placano questi scontri,che raggiungano la pace per poter ritornare a rivisitare la terra d'Egitto."


"Quello che ricordo della cittadina di Malawi è che il nostro gruppo fu scortato fin lì dalla polizia in quanto nella regione di El-Minya non è presente la Polizia Turistica come nel resto dell’Egitto. In effetti leggemmo anche nella guida della pericolosità di Malawi ma quello che ci si presentò alla vista fu una normalissima cittadina piena delle solite attività quotidiane e di facce allegre. Arrivammo al piccolo Museo e quando scendemmo dal pulmino ci rendemmo conto che i turisti da quelle parti erano davvero una rarità.. Tutti ci guardavano e le guardie ci fecero entrare rapidamente come per proteggerci. Ma in realtà non ho mai avuto né paura né la sensazione che qualcuno volesse farci del male. Gli Egiziani sono un popolo molto ospitale, amano i turisti e fanno di tutto per farli sentire i benvenuti. Quello che ricordo del Museo sono gli splendidi reperti legati a Thot sotto forma di scimmia, provenienti dalla vicina Hermopolis – delle vere chicche. E ricordo la severità e la fierezza del personale del Museo nel proteggere le opere e nell'impedirci di fare foto (cosa che noi, da bravi italiani lavativi, abbiamo fatto lo stesso di sfuggita, come si vede dalla pessima qualità delle immagini!). E ricordo il sorriso delle donne che ci salutarono all'uscita, così ospitali e fiere. Mi chiedo che cosa ne sia stato di loro, se i loro sogni sono andati in pezzi come quelle teche… Spero solo che ritrovino la speranza tra tutte quelle tristi macerie…Ma, invece della distruzione, voglio portare con me per sempre il ricordo di un bellissimo matrimonio ad El Minya, con i canti di festa, i battiti di mani, la musica, le donne sorridenti e bellissime nei loro abiti scintillanti e gli invitati che col cuore ci chiesero di partecipare al banchetto…La guerra civile sembrava così lontana…"

 


Per concludere questo post, voglio inserire anche le mie impressioni, che probabilmente vi sembreranno meno dirette e più personali, ma che comunque nascono dal mio personale modo di vivere la storia e l'Egitto antico:

"Chiunque sostenga che il Museo di Malawi fosse un importante avamposto della cultura egizia, sicuramente esagera, ma ciò nonostante bisogna capire che ogni reperto che ci viene dal passato ha il sacro diritto di essere conservato e protetto come il più prezioso dei tesori. La mia ultima visita a Malawi risale al 2010, ero in compagnia di altri amici che come me hanno studiato egittologia. Ciò che ci colpì maggiormente non erano le mummie degli animali sacri, o la statuaria amarniana, ma una piccola statua del dio Thot, dal colore nero e brillante, era perfetta nella sua semplicità, l’artista che l’aveva concepita, era riuscito a trasmettere alla pietra la fede e l’amore di un popolo che era talmente devoto alla vita, da augurarsi che questa non cessasse mai. Osservando quel piccolo oggetto, lo scultore mi stava comunicando attraverso i secoli la sua essenza, un po’ come se avessi avuto modo di guardare la sua anima. Il Museo di Malawi non era di certo importante come quello del Cairo o di Luxor, ma era comunque una preziosa testimonianza dell’umanità. Queste creature che l’hanno devastato dovrebbero capire che con tale gesto non hanno solo offeso e tradito il loro passato, ma hanno anche compiuto un delitto contro la razza umana, perché hanno tolto qualcosa ad ognuno di noi, anche a chi ora starà leggendo queste righe, perché non avrà mai più la possibilità di comunicare con lo stesso scultore che attraverso i millenni ha parlato con me."

Antonietta Ginevra Napoli

P.S.: Le opinioni di questo post sono espresse in modo personale, incluse quelle storiche e archeologiche, e non costituiscono assolutamente fattori storici accertati. 

giovedì 15 agosto 2013

Dov'è la tomba di Alessandro Magno?


Nel 1995, l'archeologa greca Liana Suvaltzi annunciò di aver individuato, nell'oasi di Siwa (non lontano dalla frontiera con la Libia), nientemeno che la tomba di Alessandro Magno. Passarono alcune settimane e, dopo che una schiera di studiosi accorsi da tutto il mondo si erano recati nell'oasi per verificare il sensazionale annuncio, tutto si risolse in nulla di fatto. All'epoca io avevo circa nove anni e guardando le foto del sito mi accorsi che il sito non era altro che parte del tempio di Zeus Ammone e non la tomba del grande condottiero, in realtà anche uno studente del primo anno di archeologia non avrebbe fatto un errore così eclatante. Ricordo che Jean-Yves Empereur, direttore del Centro Studi Alessandrini e archeologo impegnato nelle esplorazioni subacquee del porto della città, aveva commentato: '' I sepolcri degli eroi turbano la mente e gli archeologi al punto da renderli folli e a indurli a spendere la loro vita e i loro beni per trovarli''. Forse l'archeologa greca sperava di trovarsi di fronte alle spoglie del re, come accadde ad Augusto il quale, narra Svetonio, nel 30 a.C., si fece condurre dinanzi al corpo imbalsamato e ben conservato del macedone. In quell'occasione gli si domandò se volesse anche vedere il corpo di Tolomeo I (il capostipite della futura dinastia dei Lagidi e colui che aveva disposto il trasporto della salma di Alessandro da Babilonia in Egitto). Augusto rispose che era sua intenzione vedere un re, e non dei semplici cadaveri. Rimane il fatto che, per quanto potente il suo richiamo, la tomba di Alessandro non è stata ancora trovata; contrariamente a quanto è accaduto a quella di suo padre Filippo rinvenuta nel 1977 a Vergina (Grecia), dall'archeologo Manolis Andronikos.
Da sempre le ipotesi circa il luogo in cui cercare il sepolcro di Alessandro vertono intorno a tre nomi: Alessandria, la vecchia capitale dell'Egitto tolemaico, Menfi, la città che stregò Alessandro, e l'oasi di Siwa, il posto in cui il re fu proclamato figlio del dio Zeus. Quest'ultima gioca appunto un ruolo affatto secondario nelle vicende che videro il giovane condottiero macedone in terra egizia. Alessandro, infatti, si recò a Siwa proprio nel 331, poco dopo aver fondato la città di Alessandria. L'oasi era distante appena otto giorni di marcia dalla città e in essa si trovavano un santuario e un oracolo importante, quello del dio Amon, di cui Alessandro, in quanto faraone dell'Egitto, era ritenuto il figlio. Il luogo, dunque, possedeva tutti i criteri della sacralità necessari perché il giovane macedone potesse sceglierlo come luogo destinato a raccogliere le sue spoglie. E anche le fonti sembrano avvalorare l'ipotesi che l'oasi sacra ad Amon fosse stata prescelta per ospitare il corpo del re. Ma rileggiamo la dettagliata descrizione dedicata da Diodoro Siculo alla questione della preparazione della salma e al suo trasferimento. Dopo essersi soffermato a lungo sui dettagli dello splendido sarcofago aureo entro cui era posta la salma, riempita ''all'interno di aromi, che potevano offrire al corpo allo stesso tempo il profumo e la conservazione'', lo storico del I secolo a.C. prosegue con l'elencazione dei singoli elementi che compongono il carro ''magnifico più di quanto non sembrasse a sentirne parlare''. Il trasferimento della salma avviene sotto la guida di Arrideo, figlio illegittimo di Filippo II. Scrive Diodoro Siculo che ''affidarono poi a Arrideo la missione del trasferimento del corpo, e della costruzione del cocchio coperto, che avrebbe trasportato il corpo del re morto al santuario di Ammone'' (Libro XVIII, 3).
Il corteo viene raggiunto da Tolomeo I, il quale prende in consegna il corpo e lo porta ad Alessandria. Scrive Diodoro Siculo che Tolomeo ''decise di non portarlo per il momento al tempio di Ammone, ma di tumularlo nella città che era stata da lui fondata'', dove sarà seppellito in ''un santuario degno, per la sua grandezza e per la costruzione, della sua gloria''. Questo santuario è il Sema, il monumento al cui interno si sarebbe verificata, trecento anni dopo la morte di Alessandro, la visita di Augusto al corpo del re, come descritto da Diodoro Siculo. Il quale si limita però a riferire che Augusto pone una corona d'oro sul capo di Alessandro Magno, il corpo era stato tolto dalla tomba per essergli mostrato. Ma non accenna al luogo esatto in cui questa di trova. Tuttavia, l'ipotesi più plausibile relativa al luogo di sepoltura rimane quella di Alessandria, visto che nessun autore ci informa poi che il suo corpo abbia davvero raggiunto Siwa, come era stato stabilito in precedenza. Infatti è ad Alessandria, che al centro della planimetria disegnata dall'architetto personale di Alessandro, Dinocrate, venne eretto il Sema, il monumento al corpo del re defunto. Ed è logico pensare che Tolomeo I abbia voluto collocare la salma del grande re proprio qui, al centro della città che Alessandro stesso aveva fondato, rendendo difatti Siwa solo una possibile tappa del corteo funebre del re macedone, poi saltata per ordine dello stesso Tolomeo.
Tuttavia, queste restano solo teorie basate su fonti antiche, finché la sua tomba non verrà ritrovata, ogni ipotesi è puramente concettuale. 

domenica 21 luglio 2013

Storia di Amon: Un dio nascosto

L'origine del dio Amon, il cui nome significa ''il nascosto'', è come spesso accade per le divinità egizie, che probabilmente venivano adorate in forme e nomi diversi sin dalla più remota preistoria, ancora sconosciuta. È probabile che questo dio fosse in origine una divinità locale di Tebe e che ''risiedesse'' da gran tempo come nume tutelare nelle terre di Karnak. La sua teologia, che vede in lui un dio dell'aria e della fecondità, si costituì probabilmente grazie ad alcuni prestiti mutati da dottrine e tradizioni liturgiche di importanti centri religiosi egizi, come Heliopoli, Hermopolis e Menfi, o anche da culti meno noti, come quello del dio Min di Coptos. 
Re degli dei per eccellenza durante la grande fioritura del Nuovo Regno, Amon viene generalmente raffigurato come un essere umano che porta sul capo un'alta corona con due piume, oppure come un uomo a testa di ariete, animale a lui sacro. Il dio era circondato da un'accogliente famiglia: egli aveva infatti una moglie, Mut, e un figlio, Khonsu. La personalità di questa grande divinità era comunque notevolmente complessa. Amon venne considerato dai sacerdoti tebani come il primo creatore dell'universo. I faraoni gli attribuirono molte ricchezze, favorendone costantemente il clero, soprattutto in occasione delle frequenti crisi di rappresentatività e legittimazione dell'una o dell'altra casa reale, in quanto era da Amon che dipendevano le sorti delle battaglie e il riconoscimento ufficiale del faraone vittorioso. Ma Amon era anche colui che, con attitudini di misericordia e giustizia, proteggeva le vedove e gli orfani, nonché colui che ascolta ed esaudisce le preghiere degli ammalati, degli umili, degli oppressi. Vi ricorda qualcosa? o qualcuno? a me si.
Amon fu insomma uno degli dei più potenti dell'antico Egitto e in ultima analisi è facile vedere come sia stata la politica ad assicurargli un tale successo. In qualità di dio dei re tebani che scacciarono gli Hyksos e delle loro casate, egli divenne il dio supremo dello stato liberato. Durante il Nuovo Regno, lo splendore dei suoi templi, con le loro ricchezza e il ruolo dominante che esercitarono i suoi sacerdoti nelle vicende politiche, mostra chiaramente come il suo prestigio avesse superato quello di qualunque altra divinità egizia, avvicinando per alcuni aspetti il suo culto e la sua liturgia a quella e dimensione monoteista che stava indipendentemente e faticosamente maturando nella regione siro-palestinese e in quelli che sarebbero diventati i possedimenti degli Israeliti. Tuttavia, a partire della CCI dinastia, Tebe e il suo dio inizieranno a perdere buona parte del loro antico prestigio e sarà il Delta del paese a guadagnare di nuovo più potere negli affari politici ed economici dell'Egitto. Il grande Amon continuò a ricevere gli onori di un importante culto, ma le divinità delle altre province egizie, liberate dal giogo economico di Tebe, ritroveranno il favore perduto e a poco a poco il dio dei defunti, Osiride, forse ancora più caro agli abitanti del Nilo, in quanto protagonista della più grande aspirazione popolare, quella all'immortalità, prese in tutto il paese, il posto che era stato occupato da Amon.
Eppure l'identificazione tra il dio-ariete di Tebe e la causa nazionale della terra del Nilo rimase a lungo impressa nella coscienza dei suoi abitanti. Quando Alessandro Magno scese n Egitto a liberare l'antico paese dei faraoni dal dominio persiano, si recò nella lontana oasi di Siwa, nelle terre a occidente del Delta: qui i sacerdoti riconobbero il ''nuovo faraone'' come un essere divino, figlio di Amon. Le corna ritorte da ariete che, nei ritratti del conquistatore, affiorano sulle tempie, tra i riccioli della capigliatura, ricordano per sempre questa antica e arcana affiliazione, mistica e molto politica al tempo stesso.

martedì 2 luglio 2013

Cartoline dall'Egitto...

La terra dei faraoni ha sempre suscitato l'interesse e la curiosità dei numerosi viaggiatori e turisti che l'hanno visitata. Le cartoline postali ci offrono un percorso attraverso le opere d'arte e i luoghi del paese del Nilo.


Durante il XIX secolo furono molti gli avventurieri e gli studiosi che visitarono l'Egitto. Sentivano, come oggi, il desiderio di conoscere questo paese esotico e la sua cultura millenaria, ricca di templi, tombe e statue. L'Egitto è effettivamente uno dei paesi del mondo con il maggior numero di opere d'arte. I monumenti sono muti testimoni di uno sforzo umano compiuto durante millenni. Le opere d'arte sorprendono per la loro antichità e grandezza, oltre che per il loro carattere così poco umano. Le grandi scoperte archeologiche del XX secolo, come quella della tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re, incrementarono il numero di visitatori, provenienti da tutti i paesi. Nacque così una vera e propria Egittomania, un desiderio di conoscere le meraviglie offerte da questa straordinaria civiltà, tanto che ormai il turismo è la principale fonte di reddito del paese. Portando quindi ad una vera fabbrica di souvenir di qualsiasi forma e genere, da piccoli sarcofagi come portachiavi alle classiche cartoline. Le cartoline postali riproducono le immagini dei monumenti più rappresentativi, altre mostrano la varietà dei luoghi, il fiume Nilo, i villaggi e le città.
Da quando l'austriaco Herrmann Emmanuel inventò il primo tipo di cartolina, molte cose sono cambiate in questo ambito. Ormai non vengono solo rappresentati i luoghi o le bellezze dell'Egitto in questo caso, ma spesso le cartoline assumono anche aspetti ironici e scherzosi, riportando magari una vignetta o una caricatura; esattamente come facevano gli antichi nelle varie ostrake. 
L'Egitto è un mondo che risorge sotto lo sguardo del viaggiatore, la matita dell'artista o all'opera dell'archeologo. Viaggiare in Egitto è originale, diverso, pittoresco. Ma non è soltanto la grandezza del passato a suscitare la curiosità, ma anche i vari aspetti che riguardano il mondo moderno. È una terra di contrasti: la varietà dei luoghi, di comunità religiose, di tipi umani, o la marcata differenza tra i villaggi e le grandi città ne sono un buon esempio. Questo paese persiste tutto, e la vita attuale si combina con l'antica tradizione dei tempi più remoti, il che si riflette chiaramente anche nei souvenir che i viaggiatori e i turisti possono acquistare nei negozi del paese, perché tutti vogliono un pezzo di Egitto da mettere in libreria. 

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...