mercoledì 16 marzo 2016

Sir Flinders Petrie, padre dell’egittologia inglese

Vero precursore e figura eminente dell’archeologia, Petrie si accostò alla disciplina seguendo un approccio “totale” e una metodologia rivoluzionaria. Uno dei frutti del suo incessante lavoro fu il ritrovamento dell’antica civiltà di Naqada.


William Matthew Flinders Petrie nacque il 3 giugno 1853. Suo padre, ingegnere del genio civile, era anche agrimensore, particolare che si sarebbe rivelato molto importante  per la carriera dell’archeologo. Petrie, inoltre, era imparentato per parte di madre con Matthew Flinders, il navigatore britannico che all'inizio dell’800 aveva esplorato l’Australia. Il suo interesse per l’antico Egitto nacque a soli traduci anni, grazie alla lettura di un'opera di Charles Piazzi Smith, astronomo scozzese, dedicata alla grandi piramidi. Ben presto, la curiosità del giovane Petrie divenne una passione. Ciononostante, egli non completò gli studi in una scuola ufficiale e non frequentò l’università. La sua cultura da autodidatta si sarebbe presto rivelata un punto di forza e, allo stesso tempo, uno svantaggio: se, da un lato, Petrie si rivelò uno studioso originale e poco influenzabile, dall'altro finì per trascurare i pur validi contributi di alcuni colleghi. In ogni caso, il livello della sua formazione giovanile fu eccellente. Seguendo le orme del padre, Petrie si fece conquistare anche da un’altra passione che non l’avrebbe più abbandonato: quella per i sistemi di calcolo dei pesi e delle misure. Fu così che, nel 1872, partecipò ai lavori di misurazione del colosso di Stonehenge e, tra il 1875 e il 1880, di numerosi altri siti archeologici dell’Inghilterra meridionale. Il primo incontro di Petrie con l’Egitto avvenne nel 1880, quando il giovane si recò a Giza per osservare da vicino le piramidi. Vi rimase due anni, poi effettuò degli scavi per conto delle istituzioni britanniche. In seguito, decise di lavorare autonomamente e formò una propria squadra. I primi tempi furono difficili ma, dal 1887, Petrie riuscì a effettuare degli scavi regolari con l’aiuto degli archeologi Haworth e Kennard. Infine, grazie alla generosità di Emilia Edwards, fu creata per lui la prima cattedra inglese di Egittologia, presso l’università di Londra.

Un esploratore instancabile
Flinders Petrie ebbe la fortuna di vivere in un'epoca pionieristica, in cui l’archeologia aveva ancora tantissimo da scoprire. Egli sfruttò quest’opportunità lavorando in modo instancabile in innumerevoli siti dell’Alto e del Basso Egitto: a Tanis, a Dendera, a Tebe, a Giza, a Menfi, solo per citarne alcuni. Ritrovò, così, i meravigliosi gioielli di Lahun, riesumò le vestigia più antiche nelle tombe reali di Abydos, scoprì i primi testi scritti della zona del monte Sinai, effettuò scavi a Naucratis, Arsinoe e Qufti (la greca Coptos). Senza contare, poi, i siti della Palestina, cui si dedicò negli ultimi anni della sua vita: tra questi, Gaza, dove effettuò degli scavi tra il 1927 e il 1934, a quasi ottant'anni. La morte lo colse a Gerusalemme, il 28 luglio 1942. Al di là delle numerose scoperte, l’eredità più preziosa lasciata da Petrie all'archeologia fu il suo metodo: per tutta la vita, insistette sull'importanza di un’osservazione sistematica e rigorosa e di una classificazione attenta di tutti i reperti, anche i più piccoli. Per la prima volta, grazie a lui, fu adottato un approccio scientifico alla disciplina.

Naqada!
“Naqada": un semplice nome dietro cui si nascondeva una scoperta sensazionale, destinata a trasformare il volto dell’egittologia. Fino al 1895, anno in cui Petrie iniziò gli scavi in questo villaggio situato a nord di Karnak, gli archeologi credevano che le origini della civiltà egizia risalissero al 2600 a.C. Questa concezione, però, era destinata a essere stravolta dagli studi di Petrie. Procedendo con le ricerche, l’archeologo ritrovò una seria di sepolture molto particolari: in fondo a un pozzo, giacevano delle spoglie distese in posizione fetale. Inizialmente, Petrie era in dubbio se datarle alla fine dell’Antico Regno, o anche al Primo Periodo Intermedio, se non addirittura al Medio Regno. Ma nessuna di queste ipotesi lo convinceva. Continuando gli scavi, nel 1898/99, arrivò finalmente alla conclusione che doveva trattarsi dei resti di una civiltà predinastica. Di conseguenza, adottò un nuovo sistema di datazione basato sulle cosiddette “Sequence Dates”, o “SD”. Il periodo predinastico fu assegnato alle SF comprese tra 30 e 80, mentre le SD da 1 a 29 furono lasciate libere per eventuali scoperte successive. Petrie suddivise l’epoca predinastica in tre periodi, che chiamò “Amratiano”; “Gerzeano” e “Semaineano”. Questi termini saranno poi sostituiti con altre denominazioni: Naqada I (dal 4000 al 3600 a.C.), Naqada II (dal 3600 al 3200 a.C.) e Naqada III (dal 3200 al 3100 a.C.). Quest’ultima è stata identificata negli anni cinquanta dall'archeologo W.Kaiser. Dopo Petrie, è stata scoperta anche un’altra antichissima civiltà, quella del “Badariano” (4500-4000 a.C.), ma gli archeologi continuano a basarsi sulla datazione introdotta dallo studioso britannico.

Un collezionista accanito
Flinders Petrie fu anche un grande collezionista. Per coltivare questa passione, si basò prima di tutto sui frutti dei suoi scavi: ogni anno organizzava delle mostre per sensibilizzare l’interesse pubblico circa la necessità di continuare le ricerche in siti archeologici sempre nuovi. La vendita di reperti ai musei, inoltre, gli garantiva i capitali necessari a lavorare in autonomia. Infine, Petrie effettuava anche degli acquisti in terra egiziana: mentre i suoi contemporanei disdegnavano certe “anticaglie”, lui comprava di tutto. Alla fine, l’archeologo britannico riuscì a mettere insieme una formidabile collezione. Oggi, le sue scoperte più importanti sono esposte al Museo del Cairo e in altri musei inglesi e statunitensi. La sua collezione di vasellame palestinese è conservata all'Istituto di Archeologia di Londra; senza dimenticare l’interessantissimo museo di Londra a lui dedicato, non lontano dal British Museum.

martedì 8 marzo 2016

Gli scavi di Ernesto Schiaparelli

Grazie all'opera instancabile dell’archeologo torinese allievo del grande Gaston Maspero, il museo Egizio di Torino può vantare oggi una raccolta di antichità che abbraccia tutte le epoche della civiltà faraonica.


Il museo Egizio di Torino deve una buona parte della sua fama internazionale agli scavi condotti da Ernesto Schiaparelli agli inizi del Novecento. Fu fondato, infatti, nel 1824, quando Carlo Felice di Savoia acquistò la magnifica collezione Drovetti: una raccolta unica, ma anche incompleta, dal momento che comprendeva pochissimi reperti dell’antico e del medio regno. Consapevole di questa lacuna, Schiaparelli decise di porvi rimedio conducendo personalmente numerose missioni archeologiche in terra d’Egitto. 

Il fiuto di un grande egittologo
Ernesto Schiaparelli (1856-1928) intraprese i suoi studi di archeologia a Torino, con Francesco Rossi, poi li completò a Parigi con Gaston Maspero fra il 1877 e il 1880. Il talento di ricercatore e l’intuito di cui era dotato gli valsero ben presto incarichi molto ambiti, in particolare a Firenze: nel 1880, fu incaricato di trasferire e riordinare le antichità Egizie nella nuova sede del museo Egizio toscano, che era stato istituito nel 1855. Pochi anni dopo, Ernesto compì la sua prima missione in Egitto. Ne sarebbero seguite molte altre: tra 1903 e il 1920 l’egittologo condusse almeno dodici campagne di scavi. Si recò così ad Assist, a Gebelein e nella Valle delle Regine. Fu anche a Giza e a Deir el Medina, nell'antico villaggio degli artigiani reali, dove riportò alla luce la bellissima tomba dell’architetto Kha e di sua moglie: ritrovata intatta e colma di decorazioni e oggetti dell’antichità, fu immediatamente trasportata e ricostruita nel Museo di Torino, dove è tuttora esposta. Proprio nella città piemontese Schiaparelli concluse la sua brillante carriera, costellata di meravigliose scoperte.

Da Gebelein e Assiut…
Tra le spedizioni più importanti di Ernesto Schiaparelli, merita di essere menzionata quella condotta a trenta chilometri a sud di Tebe, nella località di Gebelein. Anticamente, questa era una città di provincia ma conobbe una certa prosperità durante il Primo e Secondo Periodo Intermedio, quando il potere centrale dei faraoni andò allentandosi. Gli scavi cominciarono nel 1910, e portarono alla scoperta di ciò che rimane del tempio di Hathor. Questo monumento era stato fondato ai tempi della Prima Dinastia, poi fu rimaneggiato durante l’XI Dinastia e da Thutmosi III nella XVIII Dinastia; probabilmente, proprio durante il regno di quest’ultimo fu scolpita una vasca cerimoniale in pietra calcarea, dedicata alla dea: per quanto incompleta, costituisce ancora oggi uno dei pezzi forti della collezione torinese. In alcune tombe di Assiut, invece, Schiaparelli ritrovò delle magnifiche sculture in legno, datate al I Periodo Intermedio.

…a Dei el Medina
A Deir el Medina, Schiaparelli ebbe modo di venire a contatto con le vestigia del Nuovo Regno e, in particolare, della XVIII Dinastia. Il sito archeologico era stato individuato già da Drovetti nei primi anni dell’Ottocento, ma fu Schiaparelli ad avviare gli scavi, nel 1904. Oltre al celeberrimo villaggio degli artigiani della Valle dei Re, riemersero anche magnifiche sepolture, tra queste la cappella di Maya, magnificamente affrescata. 

Giza e la Valle delle Regine
Sull'altopiano di Giza la missione archeologica Italiana contribuì agli scavi dell’immensa necropoli: riemersero numerose tombe e mastabe datate all’Antico Regno. All'attenzione dell’egittologo piemontese non sfuggirono neanche le sepolture della Valle delle Regine: in questo corridoio di roccia, che accoglieva le spoglie delle grandi spose reali della XIX e della XX Dinastia, Schiaparelli ritrovò nel 1904 circa ottanta tombe; tra queste le più belle sono quelle di Kaemwaset e Amonherkopeshef, figli di Ramses III. Ciononostante la scoperta più importante di tutte fu quella del ritrovamento della tomba di Nefertari, grande sposa reale di Ramses II. Purtroppo, non ritrovò la mummia della regina, ma portò in Italia il coperchio in granito rosa del sarcofago, circa una trentina di Ushabti, altri oggetti funerari e i sandali della regina. Ancora oggi, questi reperti sono esposti al Museo Egizio di Torino.

Schiaparelli e il Museo Egizio di Torino
Se oggi il Museo Egizio di Torino può raccontare quattromila anni di storia dell’antico Egitto, come si è detto, lo si deve in buona parte al contributo di questo straordinario archeologo che con intelligenza e perspicacia, riuscì a completare la collezione arricchendola con reperti di grande valore. Tra questi, ricordiamo ancora la “finta porta” della mastaba di Uehem-Neferet, sorella del faraone Snofru e, ancora, il sarcofago di granito di Duaenra, figlio di Cheope e visir di Macerino: tutti pezzi che ancora oggi fanno della raccolta di antichità torinese un punto di riferimento per gli appassionati e gli studiosi; soprattutto dopo le ultime innovazioni scaturite dal lavoro del Dottor Christian Greco, attuale direttore del Museo.



martedì 1 marzo 2016

Il Museo greco-romano di Alessandria d'Egitto

Il Museo Greco Romano di Alessandria fu ufficialmente inaugurato il 17 ottobre 1892 dal Khedivè Abbas Helmy II. All’italiano Giuseppe Botti fu assegnato l’incarico di creare un museo ad Alessandria dedicato al periodo greco-romano. 
L’interesse per questo periodo diventò più serio dopo il 1866, quando Mahmoud El-Falaki concluse i suoi scavi ad Alessandria, portando alla luce il progetto dell’intera città. L’interesse nei confronti del museo aumentò grazie alla fondazione della Società d’Archeologia ad Alessandria nel 1893. 
Inizialmente le collezioni erano ospitate in una sezione di un edificio situato in Via Rosetta, attualmente Via El-Horreih. La costruzione delle prime dieci gallerie dell’attuale edificio fu completata nel 1895. Quanto alle gallerie supplementari (dal numero 11 al numero 16), esse furono completate nel 1899 mentre i lavori di completamento della facciata terminarono nel 1900. Alcuni artefatti greco-romani, specialmente la collezione di monete, provenivano dal Museo di Bulaq (l’attuale Museo Egizio) del Cairo. 
Quando Giuseppe Botti divenne il responsabile della gestione, il museo fu arricchito da collezioni ritrovate durante i suoi scavi nella città e i suoi dintorni. In seguito, quando Evaristo Breccia e Achille Adriani si assunsero la direzione del museo, continuarono ad arricchirlo con oggetti provenienti dagli scavi di Alessandria. Cominciarono, inoltre, ad ottenere artefatti provenienti dagli scavi della regione del Fayoum. 
Le collezioni nel museo risalgono prevalentemente ad un periodo che va dal III secolo a.C. al III secolo d.C. e coprono il periodo tolemaico e quello romano. Le collezioni sono categorizzate ed organizzate in 27 sale mentre alcuni oggetti sono esposti nel piccolo giardino.
Attualmente il museo è ancora in restauro dal 2008.

lunedì 22 febbraio 2016

Gli egizi e la musica

Nelle occasioni liete come nei funerali, gli egizi ricorrevano alla musica per animare ogni aspetto della loro vita quotidiana e per mettersi in contatto con gli dei. Col tempo, musici e cantori divennero veri e propri professionisti nel loro campo.


A giudicare dalle scene raffigurate nei dipinti dell'epoca, la musica faceva da sottofondo per molte delle occupazioni quotidiane dell'antico Egitto: gli agricoltori e gli operai accompagnavano e ritmavano il loro lavoro con il canto, i pastori pascolavano il bestiame suonando dei motivi con il flauto, e giovani ragazze suonavano i tamburelli per stanare gli uccelli durante le battute di caccia. Gli affreschi delle tombe, poi, mostrano spesso scene ispirate alle feste popolari in cui nascite e matrimoni venivano celebrati a suon di musica. Senza contare, infine, che trombe e tamburi segnavano il passo dei soldati in marcia e risuonavano da lontano quando le truppe militari si radunavano. Nell'Antico Regno, erano soprattutto gli uomini a cantare e suonare gli strumenti musicali. Con il Nuovo Regno, invece, questa pratica artistica divenne tipicamente femminile. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. In entrambi i casi, i musicisti potevano essere dei veri e propri professionisti, richiesti per la loro abilità. Gli strumenti più diffusi erano quelli a corde e a fiato: l'arpa, il flauto, il liuto, l'oboe, il tamburello e il sistro.

Musica Sacra
Per gli egizi, la musica aveva soprattutto una valenza sacra: era un modo per mettersi in contatto con gli dei. Ogni tempio disponeva di propri musicisti: si trattava essenzialmente di persone di origine modesta, che prestavano servizio presso gli edifici sacri e si garantivano così la sussistenza. Anche i sacerdoti non trascuravano questo aspetto: i riti quotidiani con cui si prendevano cura del dio locale erano sempre accompagnati da canti e declamazioni. In occasione delle grandi feste religiose, poi, la processione della statua del dio avveniva in un clima di esaltazione scandito da musiche e inni. Col tempo, i cantori entrarono a far parte dell'alto clero, guadagnandosi così un certo prestigio sociale. Il faraone stesso, in alcune cerimonie di culto, non disdegnava il canto e la danza.

Divertimento profano
La maggior parte delle grandi dimore signorili possedeva una propria "orchestra" o, in cado si necessità, si avvaleva di musicisti di professione. A palazzo reale, invece, uno stuolo di musici e cantori era al servizio del faraone e della sua corte: a istruirli e guidarli era un dignitario di alto rango, una sorte di "direttore". Negli harem, infine, le donne ingannavano il tempo suonando: in questo modo allietavano lo sposo durante le sue visite. L'educazione musicale non figurava nei programmi scolastici, ma veniva comunque impartita da maestri o scuole specializzate e presso il palazzo reale. A Menfi, per esempio, coreografi, compositori e direttori d'orchestra si diedero un'organizzazione per insegnare la loro arte agli allievi.

Gli dei e la musica
Numerose divinità del pantheon egizio erano associate alla musica, a cominciare da Hathor: sempre raffigurata come una donna attraente e sorridente, era la dea per eccellenza della gioia, della danza, della musica e dell'ebbrezza. Anche Bastet era una dea legata alla musica, mentre il nano Bes, fra le altre cose, era considerato il dio della danza e delle manifestazioni gioiose; a questo titolo, era spesso rappresentato mentre suonava il tamburello. La dea della musica strumentale, del canto e della danza era invece Meret, sacerdotessa e musicista del mondo divino. Infine, quasi tutti gli dei fanciulli erano associati all'arte musicale: da Ihy, figlio di Hathor, che allietava gli dei suonando il sistro, a Khonsu, dio lunare, che stringeva tra le mani una collana menat utilizzandola come crepitacolo.

lunedì 15 febbraio 2016

I giardini e gli orti nell'antico Egitto

Dipinti e bassorilievi ritrovati nelle tombe egizie dimostrano che gli egizi coltivarono la passione per i giardini fin dalle epoche più remote. Fiori e alberi ornamentali circondavano i palazzi reali e le residenze delle famiglie benestanti, che non esitavano a procurarsi le piante più rare facendole arrivare da paesi lontani.


Fin dagli albori della loro civiltà, gli egizi dimostrarono un vivo interesse per la cura dei giardini e degli orti. Il paese abbondava ovunque di fiori e piante, e persino le decorazioni dei monumenti erano spesso ispirate alla vegetazione. Nei templi si presentavano offerte floreali agli dei, e corone di fiori accompagnavano i morti nell'aldilà. Le abitazioni, infine, venivano adornate con ogni tipo di pianta. Per gli egizi più benestanti, i giardini rappresentavano un luogo dove trascorrere qualche ora di serenità e riposo, ma anche un simbolo della loro ricchezza e un modo per ostentare la raffinatezza del padrone di casa. Di fatto, le classi agiate erano le uniche a poter esibire questo amore per le piante. I meno fortunati, infatti, possedevano solo piccoli appezzamenti di terra, mentre gli abitanti più poveri delle città, che vivevano in umili casupole, erano gli unici a non poter godere di uno spazio verde tutto per loro. Le più antiche testimonianze relative alla pratica del giardinaggio tra gli egizi, un "hobby" che poteva rivelarsi anche molto dispendioso, risalgono addirittura all'inizio dell'Antico Regno. Un testo datato alla III dinastia, e più precisamente al regno del faraone Snefru, menziona un certo Meten, che acquistò diversi terreni; di questi, uno si estendeva per circa 10.000 metri quadrati e fu adibito in gran parte a giardino: il nuovo proprietario vi fece piantare moltissimi alberi, tra cui dei fichi, e una vigna, e vi fece scavare un lago artificiale di notevoli dimensioni.

L'organizzazione di un giardino
Numeroso sono le testimonianze che comprovano l'esistenza di giardini coltivati durante il Nuovo Regno. Si tratta soprattutto di affreschi e di testi ritrovati nelle tombe, grazie ai quali è possibile farsi un'idea circa la vera e propria passione nutrita dagli egizi per il piacere ispirato dai fiori e dall'ombra degli alberi. All'epoca, i giardini erano recintati da alte mura in cui si aprivano porte monumentali. All'interno, un reticolo di viali, dalla rigorosa geometria, creava ampie aiuole fiorite e alberate. Talvolta, sotto gli alberi venivano costruiti dei pergolati: qui i padroni di casa potevano riposare, godendo del paesaggio naturale e del clima rinfrescato da piccoli laghetti artificiali, di forma quadrata o rettangolare. Fiori di loto, papiri, anatre e pesci di vario tipo rendevano ancora più gradevoli alla vista questi piccoli specchi d'acqua. Per fare il bagno, bastava immergersi scendendo degli scalini; infine, se le dimensioni lo permettevano, il laghetto poteva ospitare anche una barca, attraccata in attesa di ospiti per cene e banchetti.  In una tomba del Nuovo Regno, è stata ritrovata un'immagine del defunto, presumibilmente molto ricco, in compagnia della moglie: i due si erano fatti ritrarre davanti al loro giardino, in cui vi erano quasi cinquecento alberi di ventotto specie diverse.

Gusti da Re
Anche i faraoni, ovviamente, apprezzavano i giardini curati, il profumo dei fiori e le fragranze delle piante più rare: palazzi e templi ne erano pieni. Anche in questo caso, le documentazioni più numerose risalgono al Nuovo Regno. Si è potuto appurare, per esempio, che Thutmosi III volle far riprodurre sulle pareti di un tempio di Karnak diversi tipi di piante esotiche, portate in Egitto dalle spedizioni militari di ritorno dall'Asia. Amenhotep III, invece, si fece costruire a Tebe un palazzo dotato di un immenso parco. Di Amenhotep IV (Akhenaton), rimane celebre il giardino fatto costruire nella sua nuova capitale, Amarna: lo percorreva un viale che, partendo dal palazzo del faraone, conduceva fino al punto d'approdo della nave reale, sul Nilo. Spesso citati nei testi dell'epoca sono anche i giardini che circondavano il tempio di Aton, sempre ad Amarna. Tra tutti i faraoni, però, a distinguersi nettamente dagli altri in fatto di passione per i fiori e le piante fu Ramses III. Negli anni di permanenza al trono, egli fece ristrutturare o creare ex novo numerosi giardini, dispose la sostituzione di piante e il risanamento di canali abbandonati, indispensabili per innaffiare la vegetazione. A Tebe, fece piantare alberi e aiuole di fiori, se necessario importandoli dall'estero.


La cura degli orti
Se nei giardini si trovavano le fragranze più rare, gli orti avevano certamente un aspetto meno appariscente, ma non per questo venivano trascurati. Ancora una volta, è grazie alle decorazioni delle tombe che possiamo farcene un'idea. Alcune sepolture di nomarchi del Medio Regno contengono immagini di giardini in mezzo ai quali spiccano dei filari di verdure, divisi in quadrati. Si riconoscono, tra l'altro, mazzetti di porri e qualcosa di simile a piante giovani n vaso, forse destinate a essere interrate. Si intravedono, inoltre, dei servitori intenti a curare e innaffiare l'orto. 

lunedì 8 febbraio 2016

Howard Carter: una vita per l'egittologia

"Ho un temperamento caldo, quella tenacia di propositi che gli osservatori meno amichevoli chiamano ostinazione, e che oggi... i miei nemici si compiacciono di chiamare... un mauvais caractère. Ebbene, non posso farci niente!"
Howard Carter

Howard Carter nacque a Londra il 9 maggio del 1874 da Martha Joyce Sands e da Samuel Carter, un artista particolarmente dotato che incoraggiò il figlio a seguire le proprie orme. Howard Carter dimostrò di avere un talento particolare per il disegno e a 17 anni divenne assistente dell’egittologo Percy Newberry, partecipando a una sua spedizione nella necropoli di Beni Hasan risalente al Medio Regno dell’Egitto (il periodo tra il 1987 e il 1780 avanti Cristo). Tra i vari incarichi affidati a Carter, c’era quello di ricopiare e catalogare le decorazioni e i geroglifici all’interno delle tombe, lavoro che svolse con grande attenzione innovando anche alcuni sistemi per ricopiare i motivi decorativi.

Dopo aver lavorato in altre zone dell’Egitto con altri archeologi, nel 1899 Carter fu nominato ispettore capo del Consiglio supremo delle antichità dal ministero della Cultura egiziano e coordinò diversi scavi a Luxor. Nel 1905 diede le proprie dimissioni e tre anni dopo entrò in contatto con George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che gli diede molte risorse economiche per finanziare nuovi scavi archeologici. Carter concentrò i propri lavori nella valle dei Re, l’area che si trova vicino Luxor e che per quasi cinque secoli fu utilizzata dagli antichi egizi per le sepolture dei loro sovrani. I primi anni furono poco fruttuosi e le ricerche si interruppero a causa della Prima guerra mondiale, per poi riprendere con maggiore continuità nel 1917. Lord Carnarvon stava spendendo molto denaro, ma non riteneva soddisfacenti i risultati ottenuti dal suo archeologo e nel 1922 decise di dare un ultimo finanziamento a Carter affinché gli trovasse una particolare tomba.
Howard Carter intensificò le proprie ricerche e il 4 novembre del 1922 trovò, insieme con i suoi collaboratori, i gradini che portavano alla tomba di Tutankhamon. Ventidue giorni dopo, Carter aprì una piccola breccia in presenza di Lord Carnarvon nella via di accesso alla tomba, scoprendo che non era stata depredata e che il corredo funebre del faraone era sostanzialmente intatto. La tomba era conservata perfettamente e divenne una delle più importanti scoperte archeologiche realizzate nella valle dei Re. In quei momenti, Carter non sapeva ancora con certezza di essere nella tomba di Tutankhamon e non immaginava ancora del tutto quanto fosse ben conservata e ricca di reperti. In quell'occasione ci fu un celebre scambio di battute con il suo finanziatore, che gli chiese se vedesse qualcosa di particolare ricevendo da Carter come risposta: “Sì, cose meravigliose”.
Effettuata la scoperta, iniziò un intenso lavoro di catalogazione dei manufatti trovati all’interno dell’anticamera della tomba. A fine febbraio del 1923, la ricerca si spostò in un’altra stanza dove avvenne l’importante ritrovamento del sarcofago di Tutankhamon. La notizia fu ripresa dai giornali di tutto il mondo e contribuì a rafforzare l’interesse verso l’antico Egitto da parte dell’opinione pubblica occidentale. Dopo nove anni di ricerche, Carter decise di ritirarsi e iniziò una nuova carriera come consulente e agente per alcuni musei.
Morì a Londra il 2 marzo del 1939 all’età di 64 anni a causa di un linfoma. La sua morte a così tanti anni di distanza dalla scoperta della tomba nella valle dei Re è la prova, laddove fosse necessaria, dell’inesistenza della cosiddetta “Maledizione di Tutankhamon”, che avrebbe colpito tutti coloro che parteciparono alla spedizione archeologica. Solamente Lord Carnarvon morì pochi mesi dopo la scoperta della tomba, ma a causa di una ferita mal curata dovuta a una puntura d’insetto. La maledizione fu una sorta di trovata promozionale dell’epoca, dovuta anche al fatto che circolavano poche informazioni ufficiali per la stampa sull'andamento degli scavi nella valle dei Re; e quelle poche notizie disponibili erano prerogativa del Times. In media, i principali artefici della scoperta archeologica morirono a oltre 24 anni di distanza dall’apertura della tomba di Tutankhamon.



mercoledì 20 gennaio 2016

L'Egitto: una provincia romana

La conquista del regno tolemaico da parte dei Romani coincise con un periodo di lotta per il potere a Roma. Essendo ricco di risorse, il paese del Nilo godette di una attenzione particolare, ma, lontana dal romanizzarsi, la cultura egizia giunse a influenzare le tradizioni dei vincitori.


 La dominazione romana dell'Egitto ebbe inizio nel 30 a.C., come conseguenza della sconfitta di Marco Antonio e Cleopatra ad Azio. Questa battaglia chiuse un lungo periodo di lotte intestine. Ottaviano, il vincitore, divenne l'imperatore Augusto e, da quel momento, l'Egitto si trasformò in uno dei cardini della struttura imperiale. Esso forniva a Roma il grosso delle risorse di base, a cominciare da quelle alimentari, tanto che Augusto avocò a sé l'amministrazione del paese che divenne una provincia a parte, tenuta alla larga dalle insidie della politica ma molto apprezzata per le sue élite culturali. Questo fu, sembra, uno dei motivi che permise non solo la diffusione del cristianesimo nel paese senza grosse persecuzioni, ma anche il proliferare di forme ibride di spiritualità. Alla divisione dell'Impero seguita alla morte di Costantino (337 d.C.), l'Egitto rimase integrato nella pars orientalis e tale rimase fino alla conquista araba (642 d.C.).

L'amministrazione romana dell'Egitto si appoggiò formalmente sulla struttura amministrativa tolemaica, pur piegandola alle proprie necessità. A capo della provincia c'era un governatore, coadiuvato da funzionari responsabili della giustizia e delle finanze. Le capitali delle circa 30 regioni, o nomoi, prosperarono grazie al tipico sistema romano delle donazioni. Tuttavia, fino al III secolo esse non ebbero veri e propri organi di governo autonomo, e quando vennero introdotti era ormai troppo tardi per far fronte alla crisi economica della città. Al vertice i greci e gli ebrei che vivevano nelle grandi città e godevano di certi privilegi e per ultimi la massa indigena, sottoposta a un rigido controllo fiscale. Per molto tempo gli egizi vennero tenuti a distanza, anche se, a poco a poco, i matrimoni misti aumentarono. Come sempre, l'amministrazione traeva il grosso dell'entrate dalla tassa sui cerali. Con i Romani, l'eccedenza servì a risolvere uno dei più annosi problemi dell'Urbe: l'annona, cioè la distribuzione gratuita di grano alla plebe. Davanti all'insorgere di proteste popolari tanto violente quanto incontrollabili. Pietre preziose, smeraldi e topazi, cave di granito e porfido, e ulteriore risorse di pregio finivano invece direttamente nelle casse dello Stato.

martedì 12 gennaio 2016

Il culto di Seshat

Nell'antico Egitto non furono innalzati dei templi esclusivamente dedicati a Seshat, ma il culto di questa divinità si svolgeva nei maggiori santuari: oltre a contribuire idealmente alla loro costruzione, la dea della scrittura si adoperava senza posa per registrare gli eventi storici dell'intero paese.


Per diverse ragioni, la dea Seshat era considerata una figura molto vicina al faraone: nonostante le venissero dedicate poche festività ufficiali, era proprio negli ambienti regali che veniva invocata più di frequente. Infatti, secondo le credenze degli antichi egizi, molto diffuse anche a corte, Seshat interveniva concretamente e in prima persona nello svolgimento di parecchie funzioni legate alla sovranità: incoronazioni, giubilei e altre ancora.

Pochi templi, poche feste
Seshat non poteva contare su molti luoghi di culto a lei consacrati in via esclusiva. Sembrerebbe che il suo clero fosse originario della regione del Delta del Nilo e, più precisamente di Sais. È dimostrato comunque che la dea della scrittura era venerata a Menfi e, ovviamente, a Ermopoli, la città del dio Thot. Si tratta dunque di una di quelle divinità il cui culto veniva ospitato all'interno dei templi dedicati ad altre divinità a lei connesse, un fatto piuttosto frequente nell'antico Egitto. Lo stesso dio Amon accolse Seshat nel proprio tempio di Tebe, ed è appunto in quel santuario che il culto della dea raggiunse il massimo fervore. Le festività a lei dedicate rimanevano, comunque, eventi del tutto eccezionali.

Seshat, testimone delle gesta dei re
La dea era anche colei che assicurava al faraone fama e discendenza. Lo testimoniano le decorazioni del tempio funerario nella piramide di Pepi II, a Saqqara, le cui pareti sono decorate da straordinari bassorilievi. La scena rappresentata era un classico dell'arte funeraria egizia: la vittoria del faraone sui propri nemici. Pepi II è raffigurato nell'atto di trucidare alcuni avversari, mentre altri, in ginocchio, lo supplicano di accordare loro la grazia. Ai lati, è visibile il bottino di guerra. Al centro, ecco Seshat, seduta e intenta ad annotare gli avvenimenti a cui assiste. Alla dea, infatti, era attribuito la funzione di tenere il computo degli anni di vita del sovrano. Redigeva in questo modo le cosiddette "liste reali", fondamentali per ricostruire la cronologia dei regni egiziani.


Seshat e l'architettura
Seshat aveva un ruolo concreto nella costruzione dei templi voluti dal faraone: non a caso le si attribuivano conoscenze matematiche. Al faraone spettava l'iniziativa di disporre la realizzazione di un nuovo santuario, ma gli era indispensabile il supporto di Seshat per osservare tutte le prescrizioni rituali e le pratiche legate alla fondazione dell'edificio: per esempio, solo Seshat era in grado di stabile quale dovesse essere il corretto orientamento della costruzione. Quest'operazione dell'edificio veniva calcolata in base alla posizione delle stelle: il punto di riferimento era l'Orsa maggiore, la "coscia di Seth" che, secondo la mitologia, non doveva mai essere persa di vista! Per non sbagliare, il re disponeva di uno strumento di calcolo che aveva imparato a usare grazie agli insegnamenti di Seshat. La fase successiva consisteva nel segnare un tracciato sul terreno: la dea in persona, sotto le sembianze di una donna, aiutava il re a tendere una cordicella tra due picchetti;  in questo modo veniva stabilita la linea da seguire per scavare le fondamenta. Seshat controllava l'esattezza dei calcoli, assicurando la riuscita dell'atto creativo compiuto dal faraone, o almeno, così credevano gli egizi.

venerdì 1 gennaio 2016

Un faraone di nome Alessandro

Dopo aver subito per quasi un secolo la dominazione dei Persiani, l'Egitto accolse Alessandro Magno come un liberatore e un vero faraone. La leggenda voleva che il giovane re macedone fosse figlio di Nectanebo II, ultimo dei sovrani egizi.
Nel 332 a.C., mentre muoveva verso l'Egitto, Alessandro trovò un ostacolo imprevisto: era la città fortificata di Gaza, capitale dei Filistei, governata per conto del re persiano Dario da un eunuco di nome Bati. Durante l'assedio, il conquistatore macedone fu ferito a una spalla, ma alla fine riuscì ad avere la meglio sulla tenace resistenza del nemico e poté dare sfogo alla sua rabbia: fece uccidere tutti gli uomini della città, che fu rasa al suolo mentre le donne e i bambini furono venduti come schivi. Lo stesso Bati fu giustiziato in modo esemplare: Alessandro gli fece bucare un tallone per infilarvi un anello di bronzo, poi lo attaccò al suo carro lanciato a tutta velocità, trascinando il corpo ancora vivo dell'avversario. A quel punto, il re macedone era pronto a mettere in pratica quanto suggeritogli dai suoi consiglieri: "Re, prima di ogni altra impresa, ricordati di compiere sulla terra di Amon l'opera che da te ci si aspetta". Si mise in marcia, dunque, verso l'Egitto. Prima, però, fece caricare su una nave una grande quantità d'incenso che aveva trovato nei magazzini di Gaza, e lo inviò in Macedonia come regalo per il suo maestro, il filosofo Aristotele.
Alessandro in realtà fu spesso un re giusto, parsimonioso e capace, tuttavia le offese e i tradimenti scatenavano in lui una rabbia senza fine. Gaza non fu di certo la sola città ad offendere il re macedone, ci sono moltissimi esempi da fare: Tiro, la morte di Clito  o l'esecuzione del compagno d'armi, Filota. Nonostante la sua rabbia, sono molti di più i casi in cui Alessandro dimostrò una compassione e un senso di giustizia unici.

L'incoronazione di Alessandro
Per raggiungere Pelusa, situata alle porte dell'Egitto, sul ramo più orientale del Nilo, Alessandro impiegò solo sette giorni. Mentre la flotta procedeva lungo le coste, il re, alla testa della sua fanteria, seguì la via terrestre, da lui nettamente preferita a quella marittima. Alla fine, la flotta e l'esercito si riunirono a Eliopoli, la città del sole, non lontano da quella piana di Giza su cui si stagliavano le monumentali piramidi. Da lì, Alessandro mosse verso Menfi. Il suo ingresso in città fu trionfale: sfiniti dalla lunga dominazione persiana, gli egizi accolsero come un liberatore l'uomo che li aveva aiutati a disfarsi del giogo straniero.
Alessandro, però, non era solo un conquistatore, ma anche un abile uomo politico e un diplomatico accorto. Conoscendo l'importanza che la religione rivestiva in Egitto, volle per prima cosa rassicurare il clero. Oltretutto, divinità come Amon, Iside e Osiride non erano affatto sconosciute ai macedoni. Per placare sul nascere ogni possibile resistenza, perciò, il nuovo re si esibì in un gesto carico di significato religioso, assistendo al sacrificio del toro Apis. A quel punto, i sacerdoti fecero annunciare che il nuovo faraone, tanto atteso dopo quasi un secolo di dominazione straniera e dieci anni di trono vacante, era finalmente arrivato. Nel giorno stabilito, Alessandro fu incoronato re d'Egitto.
La cerimonia si svolse alla presenza delle sole persone autorizzate a entrare nel tempio di Ptah, il dio che presiedeva a ogni attività umana. Il gran sacerdote, assistito dai suoi numerosi servitori, spogliò Alessandro dei suoi abiti e lo fece ungere d'olio sacro nelle parti del corpo da cui si sprigionano la forza, l'intelligenza e la volontà. Poi, il nuovo faraone fu rivestito con abiti regali e ornamenti sacri, e invitato a sedersi sul trono di Ptah. A questo punto, indossò in successione tutte le corone che dovevano conferirgli la piena maestà: prima quella di Horus, poi quella di Amon-Ra adornata dal disco solare, e di seguito la corona bianca dell'Alto Egitto e quella rossa del Basso Egitto. Infine, sul capo del sovrano fu deposta la tiara reale che riuniva le due precedenti. Quando Alessandro ebbe in mano lo scettro e la croce della vita, attributi della sua regalità, un forte profumo d'incenso si sparse nel tempio. Intanto, i sacerdoti pronunciavano ad alta voce i nomi del faraone, gli stessi che sarebbero stati colpiti per l'eternità sulla pietra dei templi e di tutti gli edifici eretti durante il suo regno: "Re sparviero, principe della vittoria, re del giunco e dell'ape, amato da Amon, eletto dal dio sole, Alessandro, Signore del Doppio Paese e Signore della gloria, dotato di vita per sempre come il dio sole per il tempo infinito".


Alessandro figlio di Nectanebo II?
Uno dei motivi per cui gli egizi accolsero Alessandro con tanto calore è legato forse a una leggenda che fu alimentata, a quanto pare, dallo stesso re macedone. Secondo quanto si diceva, Nectanebo II, ultimo faraone indigeno dell'Egitto, si era recato in Macedonia nell'anno in cui sarebbe nato Alessandro: introdottosi furtivamente nella stanza di Olimpiade, madre del futuro conquistatore, assunse l'aspetto di Zeus-Ammone e giacque con la donna. Da quell'unione, dunque, nacque il futuro re, nonché futuro faraone d'Egitto. A rinforzare la leggenda contribuì il gesto rituale compiuto di Alessandro durante l'incoronazione: il bacio del nuovo sovrano all'effigie del suo predecessore fu interpretato come un segno d'affetto rivolto da un figlio al proprio padre; che in realtà altro non era che un'astuta mossa politica.

domenica 27 dicembre 2015

Ramses II e la giovane sposa hittita

La battaglia di Kadesh è sicuramente il più famoso conflitto della storia egizia, tutti noi conosciamo la storia dello scontro tra egizi e hittiti, e del famoso primo trattato di pace della storia che vi pose fine. Per suggellare tale patto ebbe luogo anche un matrimonio, un evento che avrebbe così portato pace e prosperità ad entrambi i popoli.


Il trattato di pace con gli hittiti aveva messo fine ad un lungo periodo di conflitti armati, ma bisognava ancora normalizzare i rapporti e renderli meno formali. Ci fu uno scambio di lettere e di regali, le famiglie reali chiesero notizie le une delle altre e si arrivò all'accordo fondamentale per il trattato di pace, cioè il matrimonio tra una principessa straniera e il faraone Ramses II.
Tuthmosis III aveva preso in moglie tre straniere, probabilmente figlie di capi siriani, per calmare gli ardori di quella regione bellicosa. Al fine di ratificare un importante trattato di pace con il regno dei mitanni, Tuthmosis IV aveva celebrato un matrimonio diplomatico con la figlia del re di questo Stato dell’Asia. L’anno 10 del regno di Amenhotep III, la figlia del re del Naharina si era recata in Egitto, accompagnata da una scorta importante, per unire il suo destino a quello del faraone, che organizzò altri matrimoni con straniere e annunciò questi felici eventi con diverse emissioni di scarabei.
Fin dal loro arrivo in Egitto a queste donne venne dato un nome egizio, cosicché se ne perdono le tracce. Probabilmente divennero dame di corte e a corte passarono anni felici, sempre che non soffrissero troppo di nostalgia della loro terra. Possiamo dire che sia degno di nota il fatto che questa diplomazia “da matrimoni” agì sempre a senso unico, dall'estero verso l’Egitto. Al re di Babilonia, che aveva dato in sposa la figlia ad Amenhotep III e chiedeva al faraone di mandargli una principessa egizia, quest’ultimo rispose in modo categorico: “Mai, dal tempo degli antichi, la figlia di un faraone è stata data a chicchessia”.
Ispirandosi a questi esempi famosi, Ramses II consolidò la pace nel vicino oriente sposando, quanto pare, una babilonese, una siriana e due hittite. Benché l’evento avesse ormai un carattere meno solenne che in passato, Ramses il Grande diede molto risalto al suo matrimonio dell’anno 34, probabilmente a causa della personalità della donna che avrebbe lasciato il rigido clima dell’altopiano d’Anatolia per andare a vivere in Egitto: si tratta della figlia di Hattusili, “grande capo” hittita, il principale avversario del faraone. Il trattato di pace dell’anno 21 era stato rispettato da entrambe le parti, ma i due monarchi convennero sulla necessità di metterlo in atto in modo definitivo e spettacolare. Da parte egizia si delineò una situazione non troppo favorevole agli hittiti. La potenza di Rames non aveva forse spaventato tutti i capi stranieri, e soprattutto quello dell’Hatti, il cui paese era desolato e in rovina, per tanto sua figlia sarebbe partita per l’Egitto con molti doni, oro, cavalli, decine di migliaia di bovini, capre e montoni. Tale mossa era sicuramente politica, chi avrebbe potuto opporsi così a Ramses, baluardo del suo paese, dispensatore di luce al suo popolo, saggio dalle giuste parole, coraggioso, vigile, a cui forniva ogni ben di dio? Per il re di Hatti, il corpo del faraone era fatto d’oro, il suo scheletro d’argento, Ramses era padre e madre di tutto il paese del Nilo e pertanto ne conosceva ogni segreto. Al grande capo hittita, non rimaneva dunque che inchinarsi davanti al faraone d’Egitto: “Sono venuto verso di te per adorare la tua perfezione, perché tu incateni i paesi stranieri, tu, il figlio di Seth! Mi sono spogliato di tutti i miei beni, mia figlia è davanti a te per offrirteli. Tutto ciò che ordini è perfetto. Ti sono sottomesso, come tutto il mio paese”. Anche se la situazione non fu così favorevole al faraone, è pur vero che il re hittita, al termine di una trattativa piuttosto lunga, accettò di buon grado di inviare sua figlia a Ramses, come pegno di pace.
Il viaggio non si annunciava facile: era inverno, bisogna superare zone montuose, passare attraverso strette gole e imboccare sentieri non tracciati prima di arrivare alla frontiera. Per di più, il corteo hittita, trovò il mal tempo, cosa che disturbò non poco la sua marcia. Fu Ramses, secondo il racconto egizio, grazie ad un offerta a Seth, a ristabilire condizioni climatiche normali. Il faraone inviò un corpo d’armata incontro alla sua futura sposa. Quando gli egizi e gli hittiti si incontrarono, finirono  gli uni nelle braccia degli altri, bevvero e mangiarono insieme, si unirono come fratelli evitando ogni disputa. Gli abitanti dei paesi attraversati da quell'insolito corteo non credevano ai loro occhi: vedere soldati hittiti e egizi allegramente mescolati gli uni agli altri, un dignitario esclamò: “Come è grande ciò a cui assistiamo oggi. La terra di Hatti appartiene al faraone così come l’Egitto. Il cielo stesso è posto sotto il suo sigillo”.
Dopo aver attraversato Canaan e costeggiato il Sinai, la principessa hittita arrivò finalmente a Pi-Ramses, la magnifica capitale di Ramses II. L’accolse il faraone in persona, e giudicò che la fanciulla avesse un bel viso e le mise il nome di Maathorneferure e le concesse un onore straordinario: una stele incastonata nel muro meridionale esterno del grande tempio di Abu Simbel. Vi si vedono sette Ptah ispirare Ramses mentre è venerato dal re hittita e da sua figlia.
La stele C284 del Louvre, scoperta a Karnak, è un documento curioso. Redatta durante la XXI o XXII Dinastia, è un lontano eco del matrimonio della principessa hittita con Ramses II. Vi sono, infatti, i diciassette mesi di viaggio di una bella principessa venuta da un lontanissimo paese, il grande Bakhtan, per scoprire l’Egitto. La terra di hatti era molto più vicina, ma il narratore calca un po’ la mano. Una grave preoccupazione tormentava la bella principessa: sua sorella Bentresh era ammalata e i medici del Bakhtan non riuscivano a curarla. Ci riuscirono, invece, la medicina e i medici dell’Egitto. Un medico tebano, inviato in consulto, fece una diagnosi inquietante: Bentresh era posseduta da un demone. Soltanto un dio quindi avrebbe potuto guarirla. Detto fatto: l’Egitto inviò nel Bakhtan la statua di Khonsu, un dio che svelava il destino e cacciava via gli spiriti erranti. La statua compii il suo dovere e Bentresh recuperò la salute. Tuttavia il principe del Bakhtan commise una scorrettezza, si rifiutò di restituire agli egizi la statua. Un sogno però gli fece cambiare idea: Khonsu gli apparve e gli ordinò di rimandare subito la statua nella terra del Nilo. Temendone la collera, il principe gli obbedì. Quanto alla principessa del Bakhtan, immagine poetica della figlia di un re hittita, si lasciò ammaliare dalla magia della terra dei faraoni;  stereotipo usato per ogni straniera in terra d’Egitto.

giovedì 24 dicembre 2015

I cartigli reali dei faraoni

L'inserimento del nome del faraone in una figura di forma ovale diede a Champollion la chiave per decifrare i geroglifici. Tale figura era un cartiglio reale.



Il cartiglio reale era una corda legata a forma di ellisse, al cui interno veniva scritto il nome del faraone. Il termine deriva dal francese cartouche: i soldati francesi, durante la spedizione in Egitto di Napoleone, lo chiamarono così perché la sua forma allungata richiamava quella delle cartucce dei loro fucili. Presto fu messo in relazione con l'uroboros, il serpente che si morde la cosa e che simboleggia un cerchio senza inizio né fine, e quindi l'idea di eternità e resurrezione. La sua importanza fu tale che molto oggetti vennero rappresentati con questa forma. Tuttavia, la principale utilità del cartiglio consisteva nella protezione del nome che vi era incluso; questa fu la regione per cui, volendo distruggere la memoria di un faraone, si distruggevano i cartigli con il suo nome. Era utilizzato anche per simboleggiare il controllo dell'Egitto sui suoi nemici, raffigurati come un cerchio con la testa umana e mani legate dietro la schiena. Il cartiglio non è altro che la forma allungata del segno chen, che permetteva quindi l'inserimento del nome del faraone e per proteggere quindi la sua figura. Il cartiglio era anche associato al sole e veniva decorato con elementi pieni di reminiscenze solari. Il sole e la sua rappresentazione erano un tema ricorrente,  simboleggiava il percorso del sole nell'universo. Durante il Nuovo Regno e particolarmente durante la XVIII dinastia, alcuni faraoni si fecero costruire la camera del sarcofago a forma di cartiglio. Persino il sarcofago di alcuni faraoni fu realizzato in nella stessa forma, come quello di Merenptah o quello di Ramses III, ciò serviva a donare protezione nell'aldilà e ad assicurare la resurrezione. 

mercoledì 16 dicembre 2015

Pepi II: il regno più lungo

Secondo la tradizione, questo faraone della VI dinastia regnò per più di novant'anni. Il suo regno segnò un cambiamento epocale: il passaggio dalla prosperità dell'Egitto dell'Antico Regno allo scompiglio del Primo Periodo Intermedio.
Una statuetta alta quaranta centimetri, esposta al Brooklyn Museum di New York, costituisce forse l'unica rappresentazione disponibile della più importante figura della VI dinastia egizia: il faraone Pepi II. Seduto sulle ginocchia della madre, la regina Ankhnesmeryre, il futuro sovrano ha il corpo esile di un ragazzo ma il volto di un adulto, quasi di un anziano. In questo modo, forse, l'artista volle conferire una maggiore solennità al ritratto del giovane principe. È anche possibile, tuttavia, che questa scelta sia stata dettata dalla necessità di ricordare che quello di Pepi II fu il regno più lungo di tutta la storia dell'Antico Egitto.

Faraone a sei anni
Secondo alcuni studiosi, il regno di Pepi II durò settant'anni, una lunghezza che sarebbe giù riguardevole; secondo la tradizione, invece, si prolungò addirittura fino al novantaquattresimo anno di regno, il che significa che il sovrano sarebbe stato un centenario, essendo salito al trono alla tenera età di sei anni. Se si considera che l'Antico Regno abbracciò un arco di tempo pari a circa cinque secoli, il regno di Pepi II, da solo, ne avrebbe monopolizzato uno intero.
Figlio di Pepi I e fratellastro di Merenra, al quale succedette, Pepi II fu il quinto faraone della VI dinastia, che regnò tra il 2460 e il 2200 a.C. L'Antico Regno era allora al suo apogeo: il potere centrale poggiava su basi molto solide ed era detenuto dal faraone, un monarca assimilato a un dio. Questi irradiava la propria autorità incontestata su tutto il paese e il popolo viveva in pace, abbondanza e prosperità.

Il regno più potente del mondo
Il regno sul quale il giovane Pepi II si apprestava a governare era uno dei più potenti, se non addirittura il più potente del mondo di quell'epoca. Menfi, capitale dell'Egitto all'epoca, era una magnifica città ricca di splendidi palazzi, templi e santuari. I sovrani delle dinastie precedenti si erano rivelati artefici di costruzioni di grande genio: Cheope, Chefren e Micerino, infatti, avevano fatto erigere i più incredibili monumenti del mondo, cioè le tre grandi piramidi dell'altopiano di Giza. I loro successori continuarono su questa strada: è vero che le piramidi costruite successivamente non ebbero la stessa maestosità delle tre precedenti, ma è vero anche che furono costruiti edifici particolarmente imponenti e dalle proporzioni perfette. Vicino a Menfi, nelle necropoli di Saqqara e di Abusir, sono allineate le "mastabe, splendide tombe fatte costruire da nobili e dignitari per il loro viaggio nell'eternità e adornate da magnifiche decorazioni: dei veri gioielli architettonici. Sul fronte esterno, l'Egitto era temuto e rispettato. Anche il commercio era florido, e furono fondate delle colonie in Nubia, una terra che da sempre affascinava i sovrani egizi, sensibili al miraggio dei "paesi del sud". La Nubia, infatti, era una regione meravigliosa, un vero paradiso terrestre da cui le carovane tornavano cariche di oro, pietre preziose, legni pregiate e unguenti. Gli stessi abitanti della zona, i nubiani, erano uomini eccellenti e fornivano soldati di prima scelta all'esercito egizio.



Un malessere strisciante
Tutti questi elementi positivi, benché reali, rispecchiavano di fatto solo la superficie delle cose. Nel frattempo, infatti, andava insinuandosi un sentimento di inquietudine che sarebbe arrivato a erodere le strutture del paese: poco visibile all'inizio, si sviluppò in modo insidioso con il passare degli anni, andando a minare le fondamenta stesse dello Stato. La lunghezza del regno e l'età avanzata di Pepi II non fecero che aggravare il fenomeno: man mano che il sovrano invecchiava, la sua autorità diminuiva; si avvicinava il momento in cui non sarebbe più stato in grado di reagire a eventuali rivolte. Segnali di questo malessere apparvero tra i nomarchi, i potenti governatori delle province. Molti di questi, pur continuando ad applicare le direttive del potere centrale, si allontanavano in maniera impercettibile dall'influenza del sovrano. Indizio rivelatore di questo progressivo allentarsi dell'autorità del faraone era il fatto che alcuni di questi potenti dignitari preferivano farsi seppellire nel proprio feudo piuttosto che scegliere un luogo di sepoltura vicino a quello del sovrano. Sempre più spesso, inoltre, i nomarchi cercano di trasmettere la carica ai propri discendenti, rendendo la funzione ereditaria e conservando le ricchezze nelle mani della propria famiglia. Alcune corti locali, come quella del nomarca di Abydos, arrivarono a competere per fasto e magnificenza con quella del palazzo del faraone a Menfi.



Il potere reale si indebolisce
Preoccupato di mantenere la lealtà di quegli uomini che sentiva allontanarsi, e man mano che invecchiava, Pepi II si mostrò sempre più incline a riconoscere loro alcuni privilegi. Ad esempio, concedeva ad alcuni templi i benefici legati alle terre o ai domini che a lui appartenevano. Per il fatto di essere molto vicino alla Nubia, invece il nomo di Elefantina fu dotato di uno statuto speciale. Benché agli occhi di tutti il faraone continuasse a mantenere l'immenso prestigio della propria carica, iniziative di questo tipo non facevano che indebolire il suo potere, provocando allo stesso tempo il malcontento e la gelosia di coloro che si ritenevano dimenticati o insufficientemente ricompensati. Da tutto ciò derivò una situazione di forte squilibrio politico ed economico: alcune province, più ricche di altre, acquisirono una certa autonomia, il che frammentò e ridusse ancora di più l'importanza del potere centrale. 
Alla morte di Pepi II, l'Antico Regno stava affondando: il potere reale crollò e si frantumò, inizialmente in modo piuttosto impercettibile, poi sempre più velocemente. Partito nell'opulenza e nello splendore, il regno più lungo della storia d'Egitto si concluse in una situazione di crisi che preludeva agli anni travagliati del Primo Periodo Intermedio.


Leggi anche: La lettera di Pepi II a Herkuf: un nano fortunato.

giovedì 10 dicembre 2015

Il "culto" di Ammit

Ad Ammit non erano dedicate cerimonie di culto, né le furono consacrati dei templi. In compenso, "la grande divoratrice" era oggetto di un vero timore reverenziale da parte degli egizi: è in questa chiave, dunque, che possiamo comprendere il rapporto che legava gli uomini dell'epoca a questa civiltà.



Gli abitanti dell'antico Egitto avevano sempre ben presente il ruolo che Ammit svolgeva nel corso del giudizio finale, eppure non dedicarono a questa divinità né templi né cerimonie particolari. Si tratta di una contraddizione solo apparente; di fatto, gli egizi erano consapevoli che la "grande divoratrice" era un nemico da evitare e affrontare al tempo stesso: a questo scopo, elaborarono una vera e propria strategia racchiusa nel celebre Libro dei morti, l'unico vero "antidoto" contro l'insaziabile appetito della feroce creatura.

Uno strumento di protezione
Il Libro dei morti consisteva in un'immensa raccolta di formule magiche e di immagini destinate a rinforzare l'effetto degli incantesimi. Secondo gli egizi, la semplice presenza di questi testi nelle tombe proteggeva i mortali dagli effetti del decesso e permetteva ai defunti di affrontare al meglio la delicata fase di passaggio al regno di Osiride. Per questo, la raccolta di formule era detta anche Libro dell'uscita alla luce del giorno. Tra i diversi incantesimi ve n'era uno di origine antichissima che serviva a impedire ad Ammit di gettarsi sulla sua possibile preda: si chiamava "Dare al proprio cuore una buona coscienza", e permetteva a un cuore carico di colpe di alleggerirsi in vista del giudizio finale. È difficile stabilire se gli egizi vedessero in questa pratica una sorta di inganno perpetrato ai danni di Osiride o, al contrario, una manifestazione di misericordia da parte del dio dei morti. Di fatto, la possibilità degli uomini di redimersi all'ultimo minuto non intaccava il ruolo della grande divoratrice, che consisteva essenzialmente nel dissuadere i mortali dal compiere azioni malvagie e nel convincerli a vivere secondo maat, vale a dire secondo giustizia. Troppo forte e temuto, infatti, era il rischio di cadere tra le fauci della mostruosa creatura. Per inciso, si può notare che le stesse "opere di misericordia" introdotte più tardi dal cristianesimo evocano alcuni dei precetti positivi cui già gli egizi si attenevano per scampare alla dannazione eterna.

"Opere di Misericordia" nell'antico Egitto
È possibile che i testi religiosi egizi abbiano ispirato quelli cristiani? I precetti che seguono, che ricordano quasi alla lettera alcuni insegnamenti del cristianesimo sembrano dimostrarlo: "Ho dato il pane agli affamati e da bere agli assetati. Ho vestito chi era nudo. Ho fatto attraversa il fiume a chi non aveva una barca. Ho sepolto chi non aveva figli". Anche secondo gli egizi, gli uomini che compivono queste buone azioni non dovevano temere il giudizio divino.

Ammit nelle tombe
In teoria, dato che Ammit era già presente nel Libro dei morti, gli egizi non avevano bisogno di raffigurarla una seconda volta nelle tombe. Diverse sepolture dell'epoca, però, fanno eccezione a questa regola, poiché presentano immagini dell'essere infernale dipinte sulle pareti. Una di queste si trova nella necropoli di El-Khokha, nella regione tebana: nella tomba di Nefersekeru, Ammit è raffigurata mentre è in attesa dell'esito della pesatura del cuore di un defunto. Una rappresentazione analoga si trova nella tomba di Bannentiu, in un'oasi del deserto occidentale chiamata Bahariyah, e si potrebbero citare anche altri esempi. Certamente, perché un mortale osasse far rappresentare Ammit sulle pareti della sua sepoltura doveva essere sicuro di possedere un cuore puro. Diversamente, non gli restava che affidarsi alle formule magiche.

Dea o concetto divinizzato?
Grazie ai benefici poteri del Libro dei morti, dunque, Ammit costituiva più una sorta di spauracchio che una reale minaccia. Va detto, peraltro, che l'essere in questione non veniva neanche considerata una divinità in senso stretto. Per gli egizi, si trattava più propriamente di un concetto divinizzato, proprio come Maat, l'altra grande protagonista del giudizio, ma a differenza di Ammit, la dea della verità e della giustizia, era una divinità a tutti gli effetti. Se quest'ultima incarnava la rettitudine, la mostruosa creatura dalle fauci di coccodrillo rappresentava la lotta al male, colei che impediva ai cuori impuri di accedere alla vita eterna. Verso l'anno 1000 a.C., poi, gli egizi cominciarono a vedere in Ammit anche una sorta di figura materna: spingendo i mortali a rifuggire le azioni malvagie, infatti, questa entità divina permetteva loro di accedere a una seconda vita, quindi di rinascere. Questo modo di interpretare la figura di Ammit spiega come mai gli egizi non ritennero opportuno dedicarle templi, cappelle o altari, e come mai non esistesse un clero a lei consacrato. Il culto della "grande divoratrice", infatti, si esprimeva nell'intimo di ciascun uomo, prendendo la forma di quel timore reverenziale con cui ognuno si preparava ad affrontare il giudizio del tribunale divino.


Ammit a Deir el Medina
Come abbiamo visto, la maggior parte delle immagini di Ammit a noi note si trova nei rotoli di papiro del Libro dei morti, tuttavia, sono state ritrovate anche delle raffigurazioni in bassorilievo. La più celebre è nel tempio di Hathor, a Deir el-Medina. Qui, ricordiamo, si trovava il villaggio degli artigiani che realizzarono le tombe della Valle dei Re: molte delle sepolture locali sono decorate con raffigurazioni ispirate al Libro dei morti, in cui Ammit è sempre presente. All'interno del tempio, nella cappella di Amon-Sokar-Osiride, spicca un grande bassorilievo che descrive il rito della psicostasia: mentre il defunto pronuncia la sua confessione negativa davanti a Maat, gli dei Horus e Anubis controllano la pesatura dell'anima e Thot ne registra il risultato; Ammit, che volta loro le spalle è seduta davanti a Osiride; tra lei e Thot, si nota l'inconsueta presenza di un personaggio seduto su una croce ankh: dal ciuffo infantile, sembrerebbe trattarsi di Harprocate, L'Horus bambino. Da quel momento in poi si decide la sorte dell'anima del defunto.

mercoledì 25 novembre 2015

Il culto degli antenati nell'antico Egitto

Fra i popoli dell'antichità gli egizi furono certamente coloro che attribuirono maggiore importanza al culto dei morti. Non sempre, però, le mille attenzioni rivolte agli antenati erano disinteressate...
In un certo senso, si può dire che se gli antichi egizi riservavano così tante attenzioni ai loro cari estinti era anche per un tornaconto personale. Di fatto, secondo le credenze dell'epoca, la vita dei defunti proseguiva nell'aldilà: qui gli antenati conservavano la propria personalità e la capacità di interferire nell'esistenza dei vivi, attirando su di loro la benevolenza degli dei; come dimostra una lettera ad un defunto ritrovata nella tomba di Sanekhenptah a Saqqara  e datata alla VI dinastia:

"(...) Il tuo cuore si manterrà freddo riguardo ad essa (la casa di famiglia)? Sarebbe meglio che tu portassi via chi è qui accanto a te, piuttosto di vedere tuo figlio calpestato dal figlio di Isesi. Svegli a tuo padre Ii (...) Alzati contro di loro insieme ai tuoi padri, i tuoi fratelli e i tuoi amici, abbatti Behesti e Ananekhi (coloro che occupavano illegittimamente la casa) (...)".

Letteratura e poesia dell'antico Egitto - Edda Bresciani - Einaudi, pag. XXXII


Gli "spiriti efficaci di Ra"
Per gli egizi, alcuni avi particolarmente importanti erano degni di un vero e proprio "culto degli antenati". Se questi personaggi illustri non erano di stirpe reale, le celebrazioni a loro dedicate di svolgevano nelle abitazioni private, piuttosto che nei templi. Nel villaggio degli artigiani di Deir El-Medina, a ovest di Tebe, sono stati ritrovati degli altarini per le offerte e delle stele commemorative. Si è potuto così appurare che alcuni defunti si meritarono l'appellativo di akh iker n Ra: "spiriti efficaci di Ra"; in questo modo, si sottolineava che questi morti erano di grande aiuto per i vivi, poiché intercedevano per loro presso il dio solare. I morti, infatti, avevano la facoltà di librarsi in volo fino alla barca sacra di Ra e di accompagnare il dio nel suo viaggio celeste. Ecco perché era così importante assicurarsi il loro favore. Un testo dell'epoca dice a questo proposito: "Divieni un akh per me, davanti ai miei occhi, perché in sogno io possa vederti lottare per me. Allora io deporrò delle offerte per te...". Nella maggior parte dei casi, i figli erano tenuti a seppellire i propri padri e a onorarli. Il culto funerario, e dunque il compito di rinnovare le offerte indispensabili alla "sopravvivenza" del defunto, erano affidati invece a persone appositamente incaricate o alla buona volontà della gente di passaggio.

Lettere per i morti...
Come abbiamo visto i parenti del defunto non mancavano di rivolgere a quest'ultimo delle preghiere e di scrivergli delle vere e proprie lettere. Se, infatti, i morti potevano intervenire nelle questioni che riguardavano i vivi, era necessario comunicare con loro. Come? Semplicemente, indirizzando loro una lettera: dopo aver precisato il nome del mittente e quello del destinatario, si sceglievano le formule più adatte per rivolgersi al morto e si inviava il tutto al suo domicilio, cioè alla sua tomba o al suo feretro. A volte le lettere erano redatte su fogli di papiro o su tele di lino, ma il più delle volte venivano scritte direttamente sui vasi di terracotta che contenevano le offerte. Le lettere più antiche risalgono all'Antico Regno, ma il loro utilizzo divenne più frequente soprattutto negli ultimi secoli del III millennio. Al defunto si chiedeva di intervenire per aiutare la guarigione di un malato, per regolare una questione legata all'eredità o anche di vigilare sui suoi discendenti. Per assicurarsi questo aiuto, l'autore della lettera faceva spesso riferimento alla propria bontà e alla propria diligenza: per esempio, ricordava di aver prestato molta attenzione a pronunciare con cura una formula piuttosto che un'altra durante il rito funebre. In certi casi, però, si ricorreva anche a delle velate minacce. Nella cosiddetta "coppa di Kau", un figlio ricorda alla madre tutto l'impegno profuso nel soddisfare il suo desiderio di mangiare sette quaglie. Come poteva permettere, allora, che suo figlio venisse offeso in sua presenza? Se le cose stavano così, continuava l'autore della lettera, nessuno le avrebbe più garantito il culto funerario. Ovviamente, i vivi non si aspettavano di ricevere delle lettere di risposta dai morti. Speravano, però, che il defunto si manifestasse in sogno per esaudire le loro suppliche.

Rimproveri e maledizioni
A volte, proprio perché conservavano la loro personalità anche dopo il decesso, i morti erano accusati dai vivi di qualche misfatto e rimproverati a dovere, è il caso di quell'uomo che cercò di suscitare la vergogna di un defunto giudicandolo responsabile di un crimine e invitandolo a non commetterlo di nuovo. O, ancora, di quel marito che si lamentava perché la sua sposa lo perseguitava dall'aldilà, invocando il tribunale dell'altro mondo affinché giudicasse fondata la sua lamentela. I morti che venivano sospettati di tormentare eccessivamente i vivi, per esempio portando loro delle malattie, così come i vampiri e gli altri spiriti malvagi nella storia, correvano il rischio di vedere distrutta la loro tomba e il loro nome; questo equivaleva alla loro morte nell'aldilà, cioè a una scomparsa definitiva. È proprio per questo motivo che, alla morte di Akhenaton, i suoi monumenti furono distrutti in tutto l'Egitto: bisognava cancellare ogni tracci di quel sovrano che aveva cercato di imporre al paese una nuova religione. Nei casi estremi, per eliminare i defunti ostili, i vivi ricorrevano anche alle maledizioni o all'esorcismo. Per allontanare o eliminare i nemici del defunto, gli egizi ricorrevano a volte a delle tavolette che servivano a esorcizzare il pericolo: dopo avervi trascritto una formula che conteneva i nomi dei nemici, le rompevano e le bruciavano seguendo un apposito rituale. Alcune di queste tavolette sono state ritrovate piene di chiodi, il che evoca la futura stregoneria. In tempi più antichi, le stesse iscrizioni comparivano su delle coppe: come descritto nei Testi delle piramidi e nei Testi dei sarcofagi, la rottura di questi oggetti poneva fine al banchetto funebre.

Lettera a una sposa defunta
Su un papiro datato al XIII secolo a.C., un ufficiale di carriera si rivolge alla sua defunta sposa con queste parole:
"All'eccellente spirito di Ankhiry! Quale misfatto ho compiuto nei tuoi confronti per cadere nel triste stato in cui mi trovo? Cosa ti ho fatto? Ma ecco quel che hai fatto tu: hai messo la mano su di me benché io non avessi commesso nessuna cattiva azione contro di te (...). Rivolgerò una lamentela contro di te, con le parole della mia bocca, davanti all'Enneade divina dell'aldilà e si vedrà chi di noi due ha ragione (...). Ti ho sposato quando ero un ragazzo (...) ero con te, non ti ho lasciata, ho evitato che il tuo cuore soffrisse. Ho agito così (...) quando svolgevo funzioni importanti per il faraone (...) ed ecco che tu impedisci al mio cuore di essere felice".

venerdì 20 novembre 2015

La tomba di Akhenaton

Il faraone Amenhotep IV, meglio noto come Akhenaton, fu il primo sovrano nella storia a instaurare una religione pseudo-monoteista. Le circostanze della sua morte sono ancora da chiarire, dato che la mummia reale non è stata ancora ufficialmente ritrovata, nonostante i test del DNA recentemente eseguiti dall'equipe del Dott. Hawass. L’esame della sua tomba, però, ha permesso di svelare qualche mistero. Amenhotep IV lasciò un segno indelebile nella storia dell’antico Egitto, arrivando a sfidare persino il clero tebano: si può dire, infatti, che egli fu il primo vero rivoluzionario della storia. Probabilmente era un bambino gracile, forse epilettico e soggetto a strani sogni: non particolarmente amato dal padre, fu educato dalla madre e circondato dal timore reverenziale che incuteva il clero di Amon. A soli quindici anni, alla morte del padre Amonhotep III, il ragazzo divenne faraone con il nome di Amenhotep IV: probabilmente regnò sull'Egitto dal 1372 al 1354 a.C. circa, e sposò la famosissima Nefertiti. Nei primi quattro anni di regno, il nuovo re si attenne al culto dei padri e venerò tutti gli dei del Pantheon egizio, tanto che il suo nome di incoronazione era appunto Amenhotep, che vuol dire: “Amon è soddisfatto”. Queste almeno sono le cose che gli egittologi hanno sempre creduto su questa controversa figura, ma non ci sono certezze su cui basare queste ipotesi.

Il mistero della morte di Akhenaton
Se ancora oggi la sua vita è per noi un'incognita, possiamo solo immaginare quante cose noi egittologi ignoriamo sulle circostanze della morte di Akhenaton. Alcuni pensano che sia stato assassinato, ma finora non ci sono prove a sostegno di questa ipotesi. Persino la mummia del faraone eretico e della sua sposta Nefertiti sono per noi archeologi un punto interrogativo. Come se non bastasse, i nemici di Akhenaton si accanirono contro le effigi del sovrano defunto, nell'intento di cancellare ogni suo ricordo dalla storia dell’Egitto: sono pochi, infatti, i suoi ritratti dipinti o scolpiti giunti fino a noi. Il nome del re venne cancellato anche dai documenti, e divenne proibito persino pronunciarlo. Per di più, dopo la morte di Akhenaton, i sacerdoti e i sostenitori delle vecchie credenze obbligarono forse il suo successore Tutankhamon a evacuare la città di Akhetaton per tornare a Tebe. Oggi, a Tell el Amarna, rimangono solo le tombe dei nobili che servirono Akhenaton, come Huia, il suo tesoriere e ciambellano della regina. Le scene dipinte in questi monumenti sono ricche di fascino, e danno un’idea di quella che doveva essere la vita quotidiana nell'effimera città di Aton.

Le tombe reali di Tell el Amarna
Nulla lo conferma con certezza, ma è probabile che le spoglie di Akhenaton siano state trasferite a Tebe durante il regno di Tutankhamon. Tale idea è alla base del riconoscimento di Akhenaton nella mummia ritrovata all'interno della KV55. Nel 2010 il Dott. Hawass diede il via ad una vera e propria caccia al DNA di Akhenaton e dei suoi parenti, confermando l’ipotesi precedente; tuttavia nulla è certo, poiché molti studiosi nutrono forti dubbi sulla legittimità di questi esami. Inizialmente, il sovrano fu certamente sepolto nella sua capitale, anche se in questa prima tomba sono stati trovati solo pochi resti del loculo originale (in parte ricostruito nel cortile del Museo egizio del Cairo). Quanto alla mummia di Nefertiti, nel tempo, sono state fatte diverse ipotesi, tra cui quella della "Giovane Dama" ritrovata all'interno della KV35, successivamente smentita. Personalmente sono dell'idea invece che la mummia di Nefertiti si trovasse si in quella tomba, ma che in realtà altro non sia che quella della "Dama anziana", tale ipotesi però è basata solo su mie considerazioni personali e non supportata da prove concrete. A Tell el Amarna sono state rinvenute due necropoli, una a nord e l’altra a sud della città di Aton, scavate e studiate nel 1891 da Eugenio Barsanti. La tomba vuota di Akhenaton è situata in una zona poco distante dalla città, ed è orientata verso est, cioè nella direzione in cui sorge Aton. Tutte le sepolture reali nella Valle dei Re, invece, sono orientate verso ovest, il punto cardinale che gli egizi associavano tradizionalmente all'aldilà. Anche la forma rettilinea dell’ultima dimora del re è anomala rispetto alle usanze dell’epoca. Doveva trattarsi, in ogni caso, di un monumento imponente: dopo alcune scalinate, vi è un largo corridoio lungo ben ventotto metri che si affaccia su un pozzo; vi è poi un immensa camera funeraria e una sequenza di sei sale e anticamere. Nella camera mortuaria principale sono stati ritrovati dei frammenti del sarcofago di Ty, probabile testimonianza del fatto che anche la regina madre fu sepolta all'inizio in questo luogo. Tale informazione apre uno scenario molto importante: nella KV55 furono ritrovati alcuni resti del corredo funebre della regina Ty, pertanto è possibile immaginare che madre e figlio siano stati poi trasferiti insieme nella tomba nella Valle dei Re e di conseguenza, la mummia ritrovata all'interno potrebbe veramente appartenere ad Akhenaton.
All'ingresso della necropoli amarniana, invece, gli archeologi hanno scoperto tracce della titolatura reale di Akhenaton e frammenti del suo sarcofago. Altre prove della presenza delle spoglie reali in questo monumento funerario sono costituite dai resti di un dipinto raffigurante i funerali del re, anche se secondo il mio punto di vista i funerali riprodotti non sono quelli di Akhenaton, ma quelli di Nefertiti, divenuta coreggènte del marito con il nome Ankheperura Smenkhara, così facendo, dopo la sua morte, Akhenaton assimilò il nome della moglie (Smenkhara) al proprio, ed ecco perché questo nome viene reso al maschile o al femminile. Inoltre il Dr. Barry Kemp ha recentemente ritrovato un anello in cui sono stati incisi i nomi di Tutankhamon, Akhenaton e Smenkhara, forse altra prova a sostegno della mia ipotesi. Di conseguenza, è possibile ipotizzare, che Akhenaton abbia voluto far rappresentare gli avvenimenti più importanti del suo regno nella propria tomba, come vedremo anche più avanti. Almeno questo aspetto, insomma, sembra essere stato chiarito: il faraone "eretico" fu inumato prima a Tell el Amarna, e in seguito trasferito altrove. Nonostante il pessimo stato di conservazione, la tomba di Akhenaton lascia ancora intravedere alcune tracce dell’antico splendore e, in particolare, della bellezza originaria dei bassorilievi. Poco più in là, due sale contigue ospitano le sepolture di tre delle figlie del faraone: nella sala “alfa”, decorata con scene di adorazione del disco solare e di disperazione davanti al corpo esanime della principessa, giacquero probabilmente le spoglie di Neferneferura e Setepenra; la sala “gamma”, invece, doveva essere la camera funeraria di Makhetaton. Quest’ultima era la figlia prediletta del faraone e le dimensioni contenute della stanza sembrano suggerire che la sua fu una morte precoce.

L'altra tomba di Amenhotep IV?
Nella Valle Ovest a Tebe, alle spalle della Valle dei Re, esiste una sepoltura controversa: la WV23, convenzionalmente associata al faraone Ay, che tuttavia suscita diversi interrogativi. Personalmente reputo che tale tomba venne dapprima iniziata da Akhenaton quando era ancora a Tebe e portava il nome di Amenhotep e poi utilizzata come ultima dimora per Ay. Di fatti, così come suo padre (WV22), è possibile che lui abbia deciso di farsi costruire una prima sepoltura in questa zona della valle, per poi abbandonarla una volta arrivato ad Amarna; e succesivamente Horemheb, una volta salito al trono, preoccupandosi della propria sepoltura, abbia deciso di adagiarci i resti del suo predecessore: Ay. Si spiegherebbe così anche l'accanimento sui cartigli reali delle figure rappresentate all'interno della tomba, fattore che non avrebbe senso altrimenti. Tutto questo resta comunque ipotetico.



Diamo la parola a un collega...
Il Dr.Biagini è un esperto del periodo amarniano, al quale ha dedicato vent'anni di ricerche, ecco le sue personali impressioni:

"Di certo non si può negare il fatto che stiamo parlando di uno dei faraoni più importati della millenaria storia Egizia, e personalmente lo annovererei anche tra i più “interessanti” personaggi che hanno calcato questa terra (parafrasando Manzoni con Napoleone). L’uomo Akhenaton è divenuto lui stesso un archetipo sul quale poi la storia ha “costruito” altri personaggi più o meno leggendari. Non è certo un mistero che il periodo amarniano sia uno dei periodi storici più intriganti ed intricati, questo rende Akhenaton stesso più affascinante, più di quanto già non lo sia di per sé; trovo in questo caso che la psicologia dell’uomo Akhenaton o meglio, quello che di riflesso è giunto fino a noi, sia ancora più interessante di tutte le storie costruite sopra di lui e di tutte le leggende dalle quali si è voluto far discendere il monoteismo, l’ebraismo e per ultimo il cristianesimo stesso, tutto questo non fa altro che contribuire ad aumentare la pressione sulla sua storia e su quello che ha saputo e potuto realizzare in così poco tempo. Vista in questa ottica, sono stati 20 anni circa di regno.. se ci si pensa bene sono nulla in confronto a millenni di storia Egizia, ma 20 anni che di fatto hanno decisamente lasciato il segno. Detto questo, possiamo sicuramente affermare che dal punto di vista archeologico Akhenaton rappresenta uno dei più longevi filoni di ricerca storica e archeologica sia egizia che non. Molte sono le domande che la scienza si pone riguardo Akhenaton. E’ il suo scheletro quello ritrovato nel sarcofago sfigurato della KV55? Perché era lì? E Nefertiti che fine ha fatto? Cosa è successo in quei 20 anni? E ne potremmo fare molte altre, queste sono quelle che mi vengono per prime in mente. Personalmente penso (e preciso appunto che questo è un mio pensiero) che la mummia della KV55 sia effettivamente quello che resta del corpo di Akhenaton, così come quello è probabilmente il suo sarcofago. Il motivo per cui è stato portato a Tebe, si può ipotizzare che sia stato Tutankhamon (o chissà, lo stesso Ay) a far trasportare il sarcofago del re da Akhetaton a Tebe. Certo non deve essere stato un evento facile da digerire per gli Egizi, tanto da sfigurarne il sarcofago con il cartiglio intagliato nel legno. La questione Nefertiti è oggi di gran moda; Nicholas Reeves ha dato uno scossone al mondo egittologico, indicando che nella tomba di Tutankhamon siano presenti altre due stanze nascoste, da lui indicate come stanze contenente le spoglie di Nefertiti. Certo la suggestione è tanta! Sperare (e sognare direi) che dietro queste due pareti (che i radar hanno confermato nascondere sicuramente due pertugi) possa nascondersi l’ultima sepoltura della grande regina, non fa altro che accrescere la dimensione della suggestione che dà il periodo Amarniano. Se ancora oggi, a distanza di quasi 3.500 anni, il nome di quest’uomo suscita emozione, stupore e meraviglia, vuol dire che veramente lui, come pochi altri tra uomini e donne, hanno saputo vincere la morte e diventare eterni."

Conclusioni
Purtroppo sulla questione Akhenaton è impossibile trarre il filo del discorso, l'unica speranza è che l'archeologia ci regali con il tempo nuove prove e altre sfaccettature di questa intrigante personalità. Nonostante l'archeologia, noi archeologi al momento non possiamo fare altro che ipotizzare e confrontarci tra di noi, sperando di poter un giorno arrivare ad una conclusione. 

Il mio nuovo libro: Immortali - Le mummie di uomini e donne dell'antico Egitto.

 Con questo post voglio inaugurare il nuovo blog. Ormai è passato circa un anno dal mio ultimo post ed è arrivato il momento per me di torna...